Il sergente per la “Pace”

mario rigoni stern“Tornare alla Vittoria? Ma che vi salta in mente?”. Era l’inizio di ottobre del 2002, la domenica dopo si votava sul nome della piazza (Pace o Vittoria?) e, più che arrabbiato, Mario Rigoni Stern sembrava stupito. Ma non avete nulla di meglio da fare? Lui da fare ce l’aveva, nella sua baita di Asiago. Ma per l’intervista mi metteva a disposizione tutto il tempo che serviva. Voleva dire la sua, da ex combattente, da alpino, da montanaro. Restammo al telefono un’ora e questa è l’intervista che uscì il giorno dopo sulla prima pagina del “Mattino”.

La piazza, la guerra, la Vittoria

Bolzano vista da Mario Rigoni Stern

Intervista di Riccardo Dello Sbarba

Il suo più celebre romanzo, “Il sergente nella neve”, uscito nel 1953, è considerato il più appassionato diario di guerra che sia stato scritto nel corso del Novecento. Mario Rigoni Stern è l’alpino più famoso della letteratura italiana. Nato ad Asiago nel 1921, vive tuttora sull’altopiano, da dove ha visto passare la storia di un secolo senza smettere mai di occuparsi delle cose del mondo. Di Bolzano conosce vicende, conflitti, passioni.

Rigoni Stern,  se Lei fosse a Bolzano domenica prossima, che cosa voterebbe: sì al ritorno della “Vittoria”, no alla cancellazione della “Pace”, o se ne andrebbe in montagna?

A me va benissimo “Piazza della Pace”, quindi voterei per il suo mantenimento.

Perché questa scelta?

Da voi quella vittoria, come viene spesso vista e come la vedono coloro che la vogliono di nuovo sulla piazza, è motivo di divisione. Motivo di offesa e disgusto per certuni e motivo di esagerata ambizione per gli altri. Io credo che dopo tanti anni bisogna mettere fine a questi anacronistici scontri e la parola “Pace” potrebbe andare bene sia per gli uni che per gli altri.

Chi vuole la “Vittoria” dice che non si può cancellare la storia: questa vittoria c’è stata, perché cancellarla?

Queste persone si dimenticano che Cesare Battisti, il primo assertore della libertà del Trentino e impiccato dall’Impero Austro Ungarico per la sua italianità, fermava il confine sopra Salorno, cioè al confine linguistico che divideva il mondo di lingua italiana dal mondo di lingua tedesca.

Pietro Mitolo, leader storico della destra italiana a Bolzano, esibisce spesso un testo di Battisti del 1915 in cui egli afferma che il nuovo confine dell’Italia “sarà militarmente sicuro quanto più si spingerà a nord. Sarà formidabile se arriverà fino a Brennero”. Che cosa risponde?

Che si tratta di due cose completamente diverse: confine militare e confine nazionale. Quando Battisti teorizza i confini della patria italiana, come essi erano visti in tutto il dibattito risorgimentale e poi nelle sue riflessioni, egli li fa coincidere – secondo i principi dei diritti dei popoli – col confine linguistico che arrivava appunto a Salorno: finché ci sono italiani, insomma, lì c’è italia. Altra cosa è ragionare, durante una guerra, sui confini militarmente sicuri e più difendibili. Ma qui entrano in ballo ragioni strategiche e militari, qui parlano i cannoni, non i diritti dei popoli. Può darsi che un generale ritenga più sicuro attestarsi su un confine esterno alla sua terra, ma non mi può dire che lo fa in nome dell’italianità, del riscatto della nazione italiana. Ora però siamo nel 2002 e non mi sembra che esistano più queste ragioni di sicurezza militare, questo bisogno di un confine “formidabile” verso l’Austria. Stiamo entrati tutti in Europa e Le pare possibile che ci sia chi ragiona come i generali del 1918?  Da parte mia resto fedele a un vecchio proverbio russo…

Che cosa dice?

Che nel convento altrui non si porta la propria regola.

Che cosa vuol dire?

Che se fu sbagliato portare il confine fino al Brennero, comprendendovi terre che non erano di lingua, cultura e costumi italiani, il disastro definitivo lo fece il fascismo che, durante il ventennio, cercò di imporre la propria regola in quel convento che non era il suo. La storia bisogna studiarla bene. Il fascismo a Bolzano aveva proibito il tedesco, avevano abolito le scuole, non era possibile parlare la lingua della famiglia, dei padri, degli antenati. Avevano chiuso i giornali in lingua tedesca, avevano italianizzato perfino i nomi sulle tombe. E per questo hanno avuto ben ragione i sudtirolesi ad arrabbiarsi.

Lei vede la piazza Vittoria e il monumento come parte di questo programma?

Certamente. E mi immagino che cosa possano provare i sudtirolesi.

Si osserva però che è una contraddizione avere una “piazza della Pace” che circonda un monumento intitolato alla vittoria, con le colonne a forma di fasci.

Se c’è chi dice questo, allora si cambi anche il monumento. Mi pare che la scritta sul frontone non ispiri una grande fratellanza verso la popolazione locale, no? E quelle colonne coi fasci e le scuri. Bene, togliamo ciò che è aggressivo, ciò che offende.

I difensori della piazza dicono che il luogo ricorda solo i caduti della prima guerra mondiale.

In quella guerra ci furono caduti anche sudtirolesi, mica solo gli italiani. Guardi, discorsi come questi nell’Europa del 2002 sono totalmente anacronistici.

Sarebbe possibile dedicare piazza e monumento a tutti i caduti?

Mah, a me pare che questo oggi sia un discorso totalmente superato. Comunque, se proprio lo si vuole fare, si dedichi quel luogo ai caduti di tutte le guerre. Però aggiungo una cosa: io rispetto tutti i morti e rendo onore anche a quelli della parte avversaria. Ma non è vero che la morte ci affratella tutti: i morti nei campi di prigionia, quelli nel campo di concentramento di Auschwitz, non sono uguali ai morti della Repubblica di Salò, o ai morti nazisti. Possono esserlo negli affetti familiari, che vanno rispettati, ma non sono affatto uguali per la storia.

A difesa di questo monumento, in passato, si sono mosse anche le associazioni degli alpini. Che cosa direbbe loro, da vecchio commilitone?

Lasciamo perdere queste cose, sono cose sorpassate. Le vittorie, le rivincite: io ho fatto tanta guerra, ma le pare che adesso in qualcuno voglia fare la guerra contro gli austriaci, contro i sudtirolesi, contro i francesi, o contro i belgi? E’ vero, sono cose che fanno parte della storia, ma di qui a farne l’apoteosi, per favore, facciamoci un esame di coscienza.

Lei non capisce che un ex combattente si possa veder tolto qualcosa?

Guardi, io sono un ex combattente e non mi sento tolto proprio nulla. E poi quelli che hanno fatto la prima guerra mondiale ormai non ci sono più. Io ho fatto la seconda ed ero alpino, ma non penso che questo sia un motivo per distinguere ancora tra vinti e vincitori, tra caduti nostri e caduti loro. Con una mentalità come questa, rivolta al passato, qualcuno per paradosso potrebbe proporre di dedicare la piazza ad Andreas Hofer che ha combattuto contro Napoleone e i bavaresi. In fondo Hofer combattè per la libertà della sua terra.

Il problema è che quella piazza non è ancora passata nella storia: per molti è ancora un simbolo presente.

Appunto: chiamiamola piazza della Pace e mettiamola nella storia. Questo dovrebbe appagare tutti.

Molti ci vedono un simbolo dell’identità italiana.

Ma quale identità italiana? Quella del fascismo che cercò di annullare la popolazione sudtirolese?

In Sudtirolo vivono centomila italiani, di cui quasi settantamila a Bolzano. Che devono fare?

Inserirsi bene in quella civiltà in quella comunità. Dare il proprio contributo, rispettare per essere rispettati. Cercando di capire gli altri, non esasperando lo scontro.

Quali possono essere i loro punti di riferimento?

Nell’Europa e nell’autonomia di cui godono, e che è di tutti, e che si fonda sul rispetto reciproco e che va rispettata.

Per la “Vittoria” si è impegnato addirittura il vicepresidente Fini.

Fini va a Bolzano a perorare la causa della “Vittoria” ed è andato a chieder scusa agli ebrei bruciati nei campi di sterminio. Ma che coerenza c’è? Non sa come si è comportato lo stato italiano in Sudtirolo dopo il 1918? Faccia un esame di coscienza, per favore. Non gli sembra che lo Stato italiano dovrebbe chiedere scusa anche ai Sudtirolesi?

Vietare la lingua e italianizzare i nomi, per quanto atto grave, è diverso dai campi di sterminio.

Comunque si tratta sempre di una sopraffazione. Fini ripensi a quel che ha fatto il fascismo da voi, e chieda scusa.

Lui dice che quando c’era il fascismo non era ancora nato…

Però dovrebbe saperlo, dovrebbe conoscere la storia. E invece viene proprio a difendere quella piazza, viene a Bolzano a difendere la vittoria del 1918: dovrebbe vergognarsi.

Della vittoria del 1918?

No, non della vittoria in sé, ma di come lo stato italiano si è comportato dopo. La vittoria è stata il completamente dell’unità d’Italia e – sia chiaro – io difendo la vittoria del 4 novembre del 1918. Ma non difendo una piazza della Vittoria a Bolzano. C’è una bella differenza. Il 1918 significò la fine dell’impero asburgico, che negli ultimi anni era in disfacimento e si era fatto più oppressivo. Il 1918 significò la libertà di tanti popoli, compreso quello italiano. Ma tutto questo non riguardava Bolzano. Per cui io dico: chiamiamola piazza della Pace, Fini si scusi per come l’Italia si è comportata e smettiamola di portare la propria regola nel convento altrui.

Post scriptum: il 7 ottobre 2002 Bolzano votò sul nome della piazza più discussa della città. Vinse con il 61,94%, pari a 30.873 voti, la proposta di ripristino del nome di piazza della Vittoria al posto di piazza della Pace, che ottenne il 38,06% pari a 18.972 voti. Parteciparono al voto 50.605 porsone pari al 61,69% degli aventi diritto. Come referendum popolare, un successone. Come decisione, una catastrofe. 

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8 thoughts on “Il sergente per la “Pace”

  1. Grazie a Riccardo che “rispolvera” la nostra memoria a breve distanza e a Mario Rigoni Stern che lo fa sulla nostra memoria lontana.
    Ammiro una persona che si è occupata così tanto di guerra e che trasmette, almeno a me suona così, un messaggio così fortemente nonviolento.

    Continuo anch’io a pensare che Piazza della Pace fosse un’ottima idea.
    Nè mi convince la (auto)critica sul fatto che si è sbagliato nei tempi e nei modi – mi basta pensare a quante cose pesanti ci vengono imposte in fretta e furia in questo periodo sotto la copertura della volontà popolare degli elettori.
    A mio modo di vedere il nome della Piazza era stata una proposta coraggiosa, ma il popolo italiano, che in genere si crede di essere chissacchì in fatto di democrazia-apertura-flessibilità-creatività, mostra spesso il suo lato peggiore (nazionalista e conservatore, nelle accezioni negative dei termini).

  2. Soltanto ora scopro la riproposizione dell’intervista di Rigoni Stern vecchia di 6 anni ma ancora oggi attuale perfino più di allora. Da cittadino italiano e da cronista a lungo impegnato a raccontare, per come ho saputo, la realtà del problema sudtirolese e del comportamento non so se più criminoso o più stupido dei governi del mio paese prima, durante e dopo il fascismo, ringrazio Riccardo Dello Sbarba. E gli chiedo se, con la sua autorità di presidente del Consiglio provinciale e ancor più con la sua esperienza di educatore, non creda di poterne-doverne proporre lo studio a tutte le scuole della sua Provicia di qualsiasi lingua, promuovendo uno studio serio e un dibattito libero su tutti i temi in essa contenuti: a me parrebe un contributo concreto a superare pregiudizi, a colmare ignoranze; e insieme un modo sicuro e oggettivo per valutare onestà e adeguatezza degli insegnanti.
    Un caro saluto e buon lavoro, Giorgio Pecorini

  3. I GIOVANI, LA VITTORIA, DON MILANI E IL CAMMINO PER BARBIANA

    Mio caro Giorgio,
    io sono sì il presidente del consiglio provinciale, ma non ho alcuna competenza sulla scuola, visto che appartengo a un partito che sta all’opposizione. Quel che faccio, è ripetere queste cose a ogni incontro con le classi che vengono in visita in consiglio, circa 3000 ragazze e ragazzi all’anno, cosa che non mi sembra poco.
    In questo paio d’anni da presidente mi sono particolarmente impegnato a “conquistare” le scuole italiane: pensa che quando sono arrivato la quota di studenti italiani che visitava il consiglio, il parlamento dell’autonomia, era solo l’8%. Dopo due anni di lavoro (incontri con presidi e insegnanti, visite mie alle scuole) la percentuale di studenti italiani che passa una giornata in consiglio, imparando cos’è l’autonomia e capendo che è cosa (e casa) loro, è salita al 20%. Quelli delle scuole superiori sono quadruplicati.
    Naturalmente vengono, capiscono cos’è il consiglio, capiscono la furtuna dell’autonomia, capiscono cos’è la tutela delle minoranze, poi si affacciano alla tribuna, guardano giù i politici in carne ed ossa e spesso si incazzano per quel che fanno e quel che dicono (ci comportassimo noi così in classe, verremmo bocciati!). Ma meglio così, bisognarà anche insegnare loro a distinguere tra la democrazia e la classe politica, e che se questa è pessima, non per questo è pessima anche la democrazia. Ma non è facile.

    LA SCUOLA
    Com’è arduo parlare delle vicende locali del ‘900 a scuola. Ormai in tutte le scuole del Sudtirolo, italiane comprese, si insegna storia locale. Ci sono ottimi insegnanti-storici-studiosi (uno per tutti: Carlo Romeo) che cercano di far riflettere, di motivare, di sollecitare un pensiero critico sul passato, sul proprio passato, un pensiero dunque anche doloroso.
    Macché, chi è già sensibile segue e capisce, ma chi non lo è non cambia affatto idea. Da 15 anni nelle scuole italiane si insegna storia locale (babbo, anche oggi abbiamo fatto il Sudtiròl, diceva saltellando il mio Nicola tornando dalle elementari), ma quando il comune decide per piazza Pace gli studenti italiani protestano: ci volete prendere la nostra identità! E tu a ripetere che non è in quella vittoria, ma in bel altro, che devono ricercare la propria identità.
    C’è qualcosa che non funziona nel ragionamento: insegnamo loro a scuola la storia e capiranno.
    Forse è colpa di come funziona la scuola (un posto dove ti impongono e ti fanno odiare quello che ti impongono, e se ti impongono la democrazia e l’antifascismo, tu cominci a odiare la democrazia e l’antifascismo) o forse una persona non si comporta e sceglie in base a discorsi astratti, a teorie trasmesse dall’insegnante, ma in base a processi profondi di cambiamento, a motivazioni, a emozioni, a contesti, a atmosfere che respira.

    IL CAMMINO PER BARBIANA
    La scuola del tuo Lorenzo Milani, caro Giorgio, era meravigliosa. Ma riflettici un po’: come mai lui riusciva laddove tutto il resto della scuola italiana falliva? E dove il resto della scuola ha continuato a fallire, anche quel pezzo di scuola che ha cercato di muoversi sulle orme di Milani?
    Io mi sono chiesto se il segreto di don Lorenzo fosse solo lì, in quelle quattro mura di Barbiana, oppure fosse anche nel cammino che ogni mattina portava quei ragazzi (Francuccio Gesualdi, sai, l’ho rivisto qualche anno fa al suo Centro Nuovo Modello di Sviluppo sui colli pisani – ah che semina dai frutti infiniti!) il cammino, dicevo, di ogni giorno verso la scuola, il cammino di Milani da Firenze fino a Barbiana, e il cammino di quei figli di contadini fino alla classe, un cammino cui nessuno li costringeva, ma che intraprendevano ogni mattina perché lo volevano, perchè lì con quel prete cercavano il riscatto, volevano il riscatto, lottavano per il riscatto.
    Quel cammino, impercorribile senza quella voglia e quella rabbia da esclusi, era la premessa di quella scuola, di quell’emozione, di quelle panche e quel tavolaccio a cui anche tu hai avuto la fortuna di sedere, di quei foglietti della scrittura collettiva, di quei grafici di storia e geografia. Riprensentare quei grafici e riutilizzare quei foglietti nelle classi della scuola “dell’obbligo” (intendo obbligata), a ragazzi portati a scuola dal padre col Suv, ai quali i libri arrivano in quantità industriale alla libreria di sotto dove paga papà – ah, Giorgio, è tutto diverso.
    C’è qualcosa che non va nel sistema di educazione e formazione, anche di formazione alla democrazia.
    Un abbraccio alle mie colline toscane,
    Riccardo

  4. Parole sacrosante e sempre attuali quelle del grande Mario Rigoni Stern.
    Ne manderei una copia a quel voltagabbana e opportunista di Gianfranco Fini e ne farei un manifesto per le prossime lezioni provinciali,nonchè le fare leggere,dove possibile,in tutte le scuole italiane.
    Cari saluti da Lugano,terra che ha accolto tanti avversari della guerra e tanti esuli (compreso quel “furbastro” di Indro Miontanelli).
    A proposito,e non l’hai ancora letto, ti consiglio
    “Passaggio in Svizzera” di Renata Broggini (ed.Feltrinelli) su come si è comportato il grande Indro durante la guerra.
    Alles Gute
    Peter Lorenzi

  5. Riguardo alla posizione espressa da Cesare Battisti nel gennaio del 1915 sul confine settentrionale d’Italia ( si trattava di una risposta ad un quesito posto da Gaetano Salvemini al geografo trentino ) va sottolineato che anche dal punto di vista delle tecniche militari del tempo il confine linguistico veniva considerato da Battisti “assai buono” . Questo stando a quanto riferito da Salvemini ai tempi della rovente polemica postbellica, non essendo possibile una verifica sulle parole testuali ( la lettera di Battisti andò smarrita ai tempi del forzoso espatrio di Salvemini negli anni venti) .
    Dando per veritiero quanto riferito da Salvemini, la risposta di Rigoni Stern alla domanda di Riccardo Dello Sbarba pecca quindi di un eccesso di difesa riguardo al pensiero di Battisti: nel gennaio del 1915 fra Italia ed Austria ancora non “parlavano i cannoni”e quindi il confine di Salorno, definito da Battisti “assai buono” dovrebbe rimanere un punto fermo della discussione geopolitica sui confini, senza avventurarsi in disquisizioni militaristiche.
    Sul monumento alla Vittoria: la forzatura sul cambio del nome alla piazza, una scorciatoia rispetto alla via maestra che è quella di una precisa contestualizzazione storica dell’intera vicenda, visibile e leggibile in loco, ha portato come risultato alla riproposizione referendaria del vecchio nome e al monumento transennato e in rovina. Con tanti saluti alla convivenza interetnica, che da una lettura storico-artistica rigorosa delle vicende del monumento avrebbe avuto tutto da guadagnare. Facendo cadere tutto nell’oblio dei fatti storici potrebbe presto succedere che, alla vista del monumento in rovina (con tanto di vegetazione spontanea), all’ignaro passante che non inciampi nelle tre patetiche colonnine esplicative poste sul ponte, venga spontaneo pensare ad un monumento dei tempi di Druso.
    Vincenzo calì
    curatore dell’archivio Battisti

  6. Sono Maddalena Di Tolla Deflorian, Presidente di Legambiente e cittadina ora del Trentino, ma nata e vissuta vent’anni a Bozen, di famiglia italiana…..
    mi sarebbe piaciuto essere tedesca. Sarebbe stato più esotico, uscita dall’amata Heimat:-)
    Detto questo: io non credo affatto che Battisti abbia mai potuto pensare di italianizzare il Sudtirolo: era un acuto geografo, attento osservatore del territorio, amante delle peculiarità del territorio, questo errore non l’avrebbe fatto mai…
    Sono come detto nata e vissuta a Bozen, ero bambina negli anni settanta e ragazzina negli anni ottanta, ricordo bene la violenza squadrista dei fascisti che il 4 novembre schieravano le loro male parole contro i tedeschi in Piazza Vittoria, non lo dimenticherò mai. Naturale, sviluppare un sincero amore per i propri conterranei di madrelingua tedesca, stante quella ottusa violenza xenofoba, che vi assicuro negli anni settanta, ottanta e primi novanta albergava ancora in non pochi italiani. E ricordiamoci che tanti italiani il tedesco mai l’hanno voluto imparare, quando ero ragazzina spesso venivo additata come “strana” o peggio “traditrice” perchè io invece il tedesco l’ho imparato subito e l’ho sempre sentito e usato come la mia seconda lingua, tuttora lo uso per lavoro anche in Trentino e…io sogno e immagino a volte in tedesco….liebe liebe Heimat.

    Monumento alla Vittoria e nome della Piazza: il monumento è brutto e offensivo, io lo abbatterei, ma poichè non si può andrebbe sdrammatizzato, ci dovremmo fare un baretto o un negozio di oggetti d’arte o altro….e togliere le scritte e i simboli violenti, e metterlo in mano a qualche bravo architetto per un leggero restiling artistico…
    e la Piazza, il nome andrebbe anch’esso sdrammatizzato, e’ stato un errore tattico forzare con il referendum, conoscendo i bolzanini era ovvio (selbstverständlich!!) che il voto sarebbe stato quello, era meglio proporre un nome del tutto nuovo, come Piazza dei Cittadini oppure Piazza del Futuro….

    In ogni caso resta aperto il problema della convivenza pacifica ma anche piena. Io sono fuggita dalla mia terra per quell’apartheid educato, la anacronistica Proporz, la dichiarazione di appartenenza etnica, che io ho vissuto come una violenza, la divisione di ogni attività in italiani e tedeschi, scout, agonismo sportivo, associazioni culturali…sarebbe un sogno se tutti parlassero la propria lingua e capissero l’altra..se un italiano parlasse in italiano a un sudtirolese e questo gli rispondesse in tedesco, e così via…e se si sviluppasse un dialetto mistilingue vero e condiviso e una identità plurilingue e pluriculturale…..Maddalena

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