La frana

Faceva paura veder parlare ieri sera sulla televisione di stato austriaca Heinz Christian Strache, leader dei “nuovi” liberali, come se fosse il padrone della Repubblica Alpina. Davanti a lui Jörg Haider, il ducetto della Carinzia, pareva perfino moderato. Orgoglio nazionale, xenofobia, “prima gli austriaci”, rottamazione della vecchia Casta partitocratica democristiana e socialista, tutta la colpa all’intergrazione europea. Pochi concetti ma chiari, che non sono un programma ma una visione del futuro: i tempi si fanno duri e quel che serve è una società di caste, dove gli ultimi stiano zitti e lavorino, dove i diritti e i doveri sono disegualmente distribuiti, con pochi che hanno tutti i diritti e tanti che hanno solo doveri. Una via per risolvere drasticamente la crisi sociale che investe l’Europa: basta trovare il capro espiatorio. Il 30% degli austriaci ha votato per gente così. E su questa strada si sa dove si comincia, ma non dove si finisce (o sì?).

Qualcosa di analogo è accaduto in Baviera, con la differenza però che lì la destra è (quasi) tutta nella CSU, cioè dalla parte del vecchio partito di potere. Ma il tonfo del 17% non lo poteva immaginare nemmeno il peggior detrattore del partito che fu di Franz Joseph Strauss, l’uomo cui è dedicato l’aereoporto di Monaco. Lì spuntano fuori i “Freie Wähler”, una mega lista civica dai connotati ancora incerti, ma in cui si è “esternalizzata” anche tanta destra ex CSU.

L’epoca dei vecchi partiti moderati è al tramonto. La crisi sociale spazza via la loro base elettorale, quel ceto medio e piccolo che si sente rapidamente impoverire e, senza vedere una via d’uscita, vota per paura la destra che grida più forte. In fondo, è un risultato simile a quello che ha portato Berlusconi di nuovo alla guida dell’Italia. Ed era previsto (si legga il post “Svp, -10%” su questo blog), ma non in questa dimensione.

I Verdi crescono in Baviera e arretrano in Austria, in entrambi i casi del più o meno uno e qualcosa per cento. Troppo poco per garantire una sponda democratica alla crisi dei vecchi partiti, ma molto se si considera lo tsunami in atto. I Grünen restano comunque in entrambi i casi una forza intorno al 10%, e di lì si può ricostruire tanto, soprattutto se si considera il fatto che la crisi è appena cominciata. La Linke invece non ce l’ha fatta in Baviera e non esiste in Austria.

Resta la domanda: perché le alternative democratiche non hanno fatto meglio? Perché gli elettori non le hanno riconosciute come una possibile via d’uscita alla crisi del vecchio sistema? Io risponderei così: perché entrambi hanno separato ciò che oggi è intrensecamente collegato: la crisi sociale e quella ambientale. 

I “rossi” – nelle diverse versioni e in tutta Europa – ripropongono lo “sviluppo” senza rendersi conto che la crisi climatica e l’emergere di nuovi paesi e popoli non rende più possibile ripercorrere il modello che ha fatto l’Europa degli ultimi due secoli, semplicemente perché non basterebbero 5 pianeti per assicurare a tutta l’umanità i beni che solo una minoranza privilegiata si è potuta garantire, a discapito del resto (e ora il resto presenta il conto).

I “verdi” hanno  compreso la dimensione della crisi climatica e dell’ingiustizia planetaria, ma non sono ancora riusciti a collegare ambiente e giustizia sociale. In Germania, come in Austria, a una prima fase “ambientalista” è seguito il tentativo di dimostrare che l’ecologia può sposarsi con l’economia. E’ stata la cifra dei Verdi al governo in Germania ed era un passaggio necessario. Ma intanto emergeva una questione sociale drammatica e restava senza risposte.

Il tema è stato affrontato venerdì e sabato scorsi ai “Colloqui di Dobbiaco”. E l’ha ammesso senza mezzi termini Reinhard Loske, ministro dei Grünen a Brema. “Siamo drammaticamente in ritardo nel dare risposte alla questione sociale, all’impoverimento di quote crescenti della popolazione”. La risposta della destra è il mors tua vita mea, è la legge della giungla, è l’apartheid planetario e sociale, è la disuguaglianza ripristinata a legge di natura. Ma la risposta delle forze democratiche ed eco-sociali qual’è?

Dovrebbe essere in un nuovo sistema di sicurezza sociale che rassicuri la popolazione europea, ma al contempo faccia i conti con il ridimensionamento obbligato di cui questa parte del mondo deve farsi carico. Non si può continuare con un mondo in cui il 20% dell’umanità consumi l’80% delle risorse, non ce lo permettono più gli altri popoli e l’aumento dei prezzi energetici è solo una spia di questo. Ma come fare perché questo 20% non si prenda paura, non reagisca di stomaco, non si armi fino ai denti contro il resto del mondo?

Un nuovo sistema di sicurezza sociale: su questo, oltre che di ambiente, si è discusso nei “colloqui ecologici” di Dobbiaco. La garanzia della sanità e della istruzione. La certezza nella vecchiaia. Un reddito minimo garantito di cittadinanza per tutti e per legge erogato dall’ente pubblico. Il diritto all’abitare decentemente a prezzi ragionevoli. La possibilità di spendere di meno: case a risparmio energetico (si possono ridurre dell’80% non solo le emissioni inquinanti, ma anche le bollette), un sistema di trasporti pubblici collettivi che consenta di muoversi senza l’auto privata (che costa dai 7 ai 10 mila euro in media all’anno), forme di autoproduzione (in America stanno spuntando orti privati in ogni giardino), di scambio solidale senza denaro, di dono, di offerta di servizi non monetari alla persona, di reciprocità e di vicinato. Tutti modi per garantire benessere – magari anche maggiore del benessere stressato e prepotente di oggi – ma al contempo rispettare l’ambiente e far posto al resto del pianeta.

La filosofia di fondo è separare reddito (quello di cittadinanza da garantire comunque) e lavoro, benessere e prodotto interno lordo (facendo crescere l’uno e decrescere l’altro, insieme ai consumi energetici). Il guaio è che se questa filosofia non diventa anche una politica, nella politica vince la destra populista. Le forze eco-sociali, a patto che se ne siano state fuori dal potere, resistono ma non crescono. Le si sceglie come opzione etica. Ma quando a riaffacciarsi sul palcoscenico della storia è il razzismo, quello etico è l’unico capitale decente in cui investire.

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4 pensieri riguardo “La frana

  1. @Lukas
    Non fare l’ ingenuo. Sai benissimo cosa si nasconde dietro a partiti come la FPÖ e il BZÖ: Non sono altro che nazisti da salotto, in Austria da sempre forti, perché gli austriaci (simillmente agli italiani) non hanno mai fatto una revisione critica del loro passato e delle loro colpe.
    Bruno Kreiski una volta disse: “Das größte Werk der österreichischen Außenpolitik war, der Welt vorzutäuschen, daß Adolf Hitler Deutscher und Beethoven Österreicher war”.
    Aveva pienamente ragione e chi conosce abbastanza la società austriaca sa benissimo che è vero.
    Gli austriaci (o almeno una buona parte di essi) sono nazisti nell’ anima.
    L’ antisemitismo politico e l’ antisemitismo accademico sono nati in Austria.
    L’ Austria non ha mai punito i suoi criminali di guerra, tant’ è vero che furono amnistiati pressoche tutti nel 1956 con un bel colpo di spugna, come è successo in Italia con i criminali di guerra nostrani e quelli tedeschi macchiatisi di atrocità ed efferatezze in Italia.
    L’ Austria si è sempre crogiolata nella sua posizione di “prima vittima” dell’ imperialismo nazista, dimenticandosi che la stragrande maggioranza degli austriaci volevano “heim ins Reich”.
    Il fatto che in Austria e in Italia l’ estremismo di destra sia un fattore politico rilevante, mentre in Germania (per fortuna) è un fenomeno marginale, sta nel fatto di come questi tre Paesi si siano confrontati con il loro passato nel corso del dopoguerra.

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