Margherita

Stasera voglio parlarvi di Margherita. E’ quella lì al centro che guarda dritto nell’obbiettivo. E’ mia figlia.

Ieri pomeriggio ha spostato tutti i mobili del salotto, ha steso un gran lenzuolo bianco a terra e con uno spray rosso ci ha scritto: “Ladri, ci rubate il futuro”. Poi abbiamo passato una mezz’oretta a pulire il pavimento dalle macchie rosse. Oggi il lenzuolo se l’è portato al corteo degli studenti. Io l’ho cercata tra tante teste e alla fine l’ho trovata. Sono molto orgoglioso di mia figlia Margherita.

Da qualche mese mia figlia Margherita è cambiata. Tutto è iniziato quando ha cominciato a prendersi “L’Internazionale”, cui siamo abbonati, e non mollarlo finché non se l’è letto tutto. Da qualche mese riesco a leggermi l’Internazionale solo con un paio di giorni di ritardo. Negli ultimi tempi si prende pure la Repubblica e il Corriere. E da qualche settimana parla di “Finanziaria”, di “Decreto legge” e sua relativa conversione (che non è una cosa religiosa, tutt’altro), di miliardi di euro e di migliaia di posti di lavoro (aggiungendo sempre la parola: tagli). Due giorni fa ha tenuto nella sua scuola assemblee “di informazione”, parlando alle ragazze e ai ragazzi del biennio. Mi ha raccontato di come rispondeva alle obbiezioni: frasi precise, brevi, a volte ironiche, sempre rispettose. Domani, mi ha detto, comincerà l’autogestione. Dimenticavo: mia figlia ha 16 anni e frequenta la terza liceo scientifico. Mentre adesso scrivo lei è di là che si guarda “Annozero” e se la ride delle imitazioni di Berlusconi-Nerone. Sono molto orgoglioso di mia figlia Margherita.

C’è questa parola: futuro. E questa accusa: ladri di futuro. C’è una generazione che si ribella. Quella per la quale abbiamo preparato un domani che sarà peggiore di oggi. C’è la ribellione di una generazione che vuole riaprire le porte del proprio futuro, che si è vista chiudere in faccia. Lo striscione “apartitico”: “Studenti consapevoli”, che apre i cortei a Bolzano, credo voglia dire questo: che il conflitto, ai loro occhi, è innanzitutto un conflitto generazionale. Che poi a capo dei “vecchi” ci sia un super vecchio come Berlusconi si addice al quadro.

Su tanti striscioni c’è scritto: “Io non ho paura”. Ve lo ricordate? E’ il romanzo di Niccolò Ammaniiti. uscito nel 2001, l’anno delle torri gemelle. Sei bambini sopra la terra e uno sotto terra, seppellito dalla cattiveria degli adulti. Adulti feroci, uomini lupo e donne iene, assetati di sangue di bambino. E loro bambini dall’altra parte del mondo, che attraversano il rischio estremo fino a poter dire: io non ho paura. Solo l’adulto che abbraccia uno di quei bambini si salva. Loro non hanno paura.

Futuro è anche un senso del tempo proiettato in avanti. “Andremo avanti!” gridavano nel megafono stamattina. Andremo avanti. Non si rassegnano al furto di futuro.

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9 thoughts on “Margherita

  1. Anche tuo nipote Gregorio è cresciuto: parla di finanziaria, decreto legge, ministri, partecipa a cortei e fa sit-in davanti alle scuole, discute e ascolta i seminari sulla costituzione del suo prof di filosofia. Ha la voglia e il bisogno di capire. Ha sete di idee e di impegno…
    possiamo essere orgogliosi dei nostri figli (e nipoti)!

  2. Super, che bello, almeno ora sò che ci sono ancora giovani che hanno un’opinione e che hanno il coraggio di manifestare il loro pensiero. che credono in qualcosa e si impegnano per questo :), è proprio quello di cui abbiamo bisogno, indi grazie e mi fa piacere, è veramente un buon segnale :)!!!

  3. Importante e rassicurante il fatto che vi siano molti giovani che finalmente s’interessano di ciò che accade nel Mondo e nella nostra piccola Italia.
    Ma andare a manifestare “contro i tagli”, “contro il decreto “, “contro la riforma” (prima Moratti, poi Fioroni, ora Gelmini, domani …’), “contro …”, è veramente la soluzione?
    Ci ricordiamo le manifestazioni oceaniche contro la legge Fioroni? Migliaia di persone, studenti, alunni, in piazza, contro un semplice quanto sacrosanto principio: chi se lo merita, passa, chi non studia deve venire fermato.
    Partiamo da un dato di fatto, anzi due: il primo è che la nostra scuola è una delle peggiori in Europa; il secondo è che la scuola italiana spende tanto, troppo, evidentemente anche male.
    Ho detto che è rassicurante il fatto che vi siano giovani attenti alla politica, ai mutamenti della società, giovani che non si rassegnano a pensare che “non si può”, “non serve a niente”, “non mi riguarda”, “non m’interessa”.
    Sono però purtroppo costretto a constatare che ve ne sono molti di più che di queste “riflessioni” infarciscono i loro pensieri quotidiani: “potremmo proporre al professore di storia…”-“No, non si può!”; “L’insegnante di inglese non spiega bene, dovremmo dirglielo”-“Tanto non serve a niente!”; “La Camera ha approvato un decreto su…” “Non mi riguarda!”; “E’ scoppiato un nuovo conflitto tra Russia e…” – “Non m’interessa!”.
    E se è quindi positivo che vi sia qualcuno che si sia interessato della nuova legislazione sulla scuola (ma l’avranno veramente letto il decreto, gli studenti che hanno manifestato l’altro giorno? O si sono basati sul “ho sentito dire che …”? – dubbio amletico!), non si può d’altro canto colpevolizzare eccessivamente il povero Ministro, che, trovandosi di fronte una scuola allo sfascio, ha deciso di metterci mano, razionalizzando dove si poteva razionalizzare, migliorando dove si doveva migliorare, proponendo ed ispezionando.
    L’intervento del ministro Gelmini lo possiamo dividere in due grandi parti: una riguardante l’organizzazione della scuola (voto in condotta, libri di testo, etc.), l’altra i cosidetti “tagli”. Partiamo da quest’ultima.

    E’ vero, i tagli ci sono, sono ingenti, e ciò sta a dimostrare, se ce ne fosse ancora bisogno, che è consuetudine dei Governi italiani risparmiare innanzitutto sul -già magro- budget dell’istruzione e della ricerca. Ma se invece di tagli generalizzati, si procedesse con risparmi mirati, ovvero basati su oggettivi criteri d’efficienza e merito, non sarebbe questo un grande passo verso (1) il contenimento delle spese inutili e (2) un sistema formativo migliore, basato sulla responsabilità, sul merito, capace di dare strumenti efficaci a chi ha potenzialità e questi strumenti li merita, togliendoli a chi li spreca?
    Non sarebbe questa una grande misura di giustizia sociale?

    Altro punto bollente: l’abolizione del team d’insegnanti alle elementari. A mio avviso essa è, almeno nei primi tre anni scolastici, tranquillamente sostenibile senza causare il benché minimo danno ai bambini. Nelle province con compresenza di gruppi linguistici, come la nostra, si può pensare ad una coppia d’insegnanti.
    I “tagli” di personale saranno inoltre fortemente ridotti dal blocco delle assunzioni; teniamo conto che nei prossimi cinque anni un terzo degli attuali insegnanti andrà in pensione.

    Riguardo all’organizzazione: è così drammatico il reinserimento del cinque (cinque!) in condotta? Non è forse sacrosanto che una scuola valuti pure il comportamento e abbia la possibilità di bocciare chi non è ancora maturo e con i suoi atteggiamenti offensivi disturbi gravemente gli altri studenti, magari ricorrendo pure ad atti di bullismo? Non è forse giusto porre un limite di spesa per l’acquisto dei libri di scuola? Non è forse importante (tanto per lo studente quanto per la società) lo studio dell’educazione ambientale, stradale, civica (quest’ultima con il bellissimo nome di “Educazione alla Costituzione e alla cittadinanza”)? Non è forse necessario mettere mano agli edifici nei quali studiamo per adeguarli agli standard di sicurezza?
    Sì, sì, sì!E’ sacrosanto, è giusto, è importante, è necessario!

    Come ci dobbiamo quindi comportare di fronte ad una riforma, in parte sbagliata ed in parte giusta e necessaria? Con un’informazione reale, seria, oggettiva. Con il confronto, ricordandoci però che questo è uno strumento per raggiungere un fine, non il fine stesso. Con la responsabilità: la responsabilità di non vedere solo in bianco e nero, giusto o sbagliato, destra o sinistra, vecchio o nuovo. E con la responsabilità di dire no dove bisogna dire no, ed il coraggio di dire sì dove ciò è necessario. Ciò che fa bene al nostro futuro, ricordiamocelo sempre, può anche comportare dei piccoli sacrifici nel presente.

    Mi permetti un piccolo inciso per Tua figlia?
    Margherita, non avere paura, il futuro è nostro e non ce lo potranno mai rubare, perché ce lo costruiamo da soli, perché dipende soltanto dalla nostra forza di volontà.
    La società ci aiuta però in questo nostro impegno; e ci aiuta con la scuola.
    Ma nel momento in cui la scuola è malata, bisogna assolutamente guarirla. E si sa, cari Margherita e Riccardo, che le medicine non sono mai dolci…

  4. Posso provare a risolvere il tuo “dubbio amletico” facendoti sapere che nei giorni precedenti alla manifestazione sono state svolte ore di informazione (come ha già detto Riccardo) nelle quali ho visto con mia grande soddisfazione, studenti interessati. Posso rassicurarti dicendoti che il decreto l’abbiamo letto più volte e spiegato, finchè non è stato compreso da tuttti, perché tutti devono avere gli stessi mezzi per poter decidere se scendere in piazza e lottare per un proprio diritto. Quindi, Domenico, non ti preoccupare che il decreto l’abbiamo letto tutti.

    Vorrei precisare un altro punto. Con i tagli alle università, esse saranno oggettivamente costrette a trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Ebbene a me non pare che ciò sia una “giustizia sociale”, anzi al contrario: ovviamente con il passaggio dall’università pubblica a privata, la retta dell’Ateneo crescerà di una somma non poco rilevante. Adesso ti pongo il problema, tu pensi che un figlio di un operaio abbia una quantità sufficiente di denaro per mantenersi agli studi, magari in un’altra città? Sarebbe questa la tua giustizia sociale? Solo chi ha i soldi può permettersi di proseguire gli studi? I lavori intellettuali saranno solo di un’élite, un piccolo gruppo di prescelti che hanno avuto la fortuna di nascere in una famiglia in cui i soldi non sono un problema?

    Bene, passiamo all’insegnante unico. Dare a una sola persona il compito di valutare uno studente è, a mio avviso, poco democratico.
    Il problema del voto in condotta è, che viene inserito nella scuola PRIMARIA e secondaria (come saprai se hai letto il decreto legge 137). Viene valutato, quindi, il grado di maturità di un alunno delle elementari. Non credo sia necessario aggiungere altro.

    Per costruirci un futuro non è sufficiente solo la forza di volontà, perchè se hai quella, ma ti mancano i mezzi necessari, allora non te ne fai nulla. Mi sembra che la tua idea di futuro sia molto astratta e poco concreta.

  5. Ciao Margherita; mi ha fatto molto piacere poter leggere un Tuo commento su quanto ho scritto.

    Partiamo con calma. Alle Tue osservazioni e critiche risponderò dopo.
    Innanzitutto mi preme infatti chiederTi se, esclusi ovviamente gli argomenti di cui sopra, sei d’accordo con il resto della Riforma Gelmini, ovvero:
    1. limitazioni alle spese per l’acquisto dei libri di testo
    2. valutazione in decimi
    3. valutazione del comportamento (voto di condotta) alle scuole medie e superiori – critichi infatti soltanto la sua applicazione nella scuola primaria
    4. centralità dell’insegnamento dell’educazione ambientale, stradale e “civica” (Educazione alla Costituzione e alla cittadinanza).
    5. preventivazione spese per l’adeguamento degli istituti agli standard di sicurezza

    Sì? O hai motivi d’essere contraria pure a questi punti? Mi interesserebbe conoscere la Tua opinione a riguardo.

    Ora rispondo alle osservazione che mi hai posto.

    Legge 133/08 art.16 comma 14 : “Alle fondazioni universitarie continuano ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università statali in quanto compatibili con il presente articolo e con la natura privatistica delle fondazioni medesime.”
    Resta quindi valido il decreto 306/97, che all’art.5 comma 1 recita: “Fatto salvo quanto disposto al comma 2 del presente articolo e all’articolo 4 la contribuzione studentesca non può eccedere il 20 per cento dell’importo del finanziamento ordinario annuale dello Stato, a valere sul fondo di cui all’articolo 5, comma 1, lettera a) e comma 3, della legge 24 dicembre 1993, n. 537”.
    Aggiungendo che la stragrande maggioranza delle università ha già raggiunto il fatidico tetto dello 20 per cento, e le restanti gli sono vicine, possiamo concludere che le rette non aumenteranno o cresceranno di pochissimo.
    Le fondazioni universitarie, inoltre, sono enti senza scopo di lucro; ciò significa che a fine anno, quando viene redatto il bilancio consuntivo, la differenza tra ricavi e spese deve essere pari a zero. Nel decreto viene espressamente detto che eventuali fondi in avanzo devono obbligatoriamente essere re-investiti per finanziare la ricerca o per attività universitarie. In caso di buco è prevista una copertura temporanea effettuata dalla FIIT (Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia), ma che l’università deve restituire in tempi concordati con il Ministero dell’economia e delle finanze.
    Da dove deducete quindi che “le rette aumenteranno non di poco”? Quali sono le Vostre fonti? Su cosa si basano i Vostri ragionamenti e deduzioni?

    Questo per rispondere alle osservazioni sul finanziamento.

    La “mia giustizia sociale” si riferiva all’opportunità d’un taglio selettivo incentrato sul merito e sul successo delle attività, piuttosto di uno generalizzato; rimango tuttora convinto della bontà di quanto ho scritto.

    Secondo punto: il voto dato un insegnante solo. Per cominciare sfatiamo il mito della scuola “democratica”; la politica, dev’essere “democratica”! Una scuola, invece, dev’essere essenzialmente “giusta”, seria, sicura, e deve puntare alla formazione di una nuova generazione di Italiani.
    Consideriamo poi che una valutazione nei primi anni di scuola elementare non può essere nemmeno lontanamente paragonata a quelle delle scuole medie primarie o secondarie, dove invece la valutazione deve rispondere a criteri oggettivi ed essere quindi giusta e sicura (“giusta”, non “democratica”!).
    Non penso che alle elementari possano sorgere rivalità fra l’insegnante e il bambino tali da supporre la non imparzialità e giustezza delle valutazioni.
    Ti invito comunque a leggere questa interessante corrispondenza di Paolo Valentino, noto giornalista del Corriere, su una “scuola democratica” germanica: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/08_Agosto/28/valentino.shtml

    Terzo argomento il voto di condotta. Critichi il fatto che venga reinserito nella scuola primaria. Spero quindi che Tu sia almeno d’accordo con la sua importanza nelle scuole medie e superiori.
    Riguardo alla scuola primaria posso ammettere che il voto di condotta in essa abbia un’importanza relativa, così come, a ben guardare, anche tutti gli altri voti hanno nei primi anni di scuola un’importanza relativa; il senso delle elementari è infatti avviare gli studenti nel cammino di studio, dando loro alcune conoscenze di base ma soprattutto trasmettendo loro i valori fondanti la nostra società: rispetto, responsabilità, giustizia, solidarietà, e così via.
    Ecco quindi che il voto di condotta, che va a segnalare il comportamento tenuto da uno studente/bambino a scuola, acquista la sua importanza; come insegnare ad un bambino ad essere responsabile delle proprie azioni, se allo stesso tempo gli si trasmette il messaggio che il suo comportamento, alla fin fine, è così poco importante da non venire nemmeno citato in pagella?

    Mi rallegro comunque di ciò che dici, ovvero che è stata effettuata – e so che in alcune scuole è accaduto – un’opera d’informazione sul decreto 137 (spero anche del 133/08, perché è in quello che sono contenuti i tanto vituperati tagli); spero sia stata oggettiva e che gli studenti, oltre ad essersi “interessati”, abbiano valutato attentamente la scelta da prendere.

    Mi rimane comunque il “dubbio amletico” di cui sopra, e sarà difficile levarlo dopo aver letto quanto scritto su un volantino distribuitomi da un mio coetaneo il giorno precedente la manifestazione nazionale anti-decreto: “Il ministro Gelmini reintroduce il controllo e l’autoritarismo nelle scuole. Invece di combattere il bullismo con maggiori risorse, il governo pensa di condannare un’intera generazione con l’arma del ricatto e negando la democrazia nelle scuole”.
    Dopo la lettura mi è rimasto l’amaro in bocca. Equazioni come voto di condotta = ricatto, voto di condotta = autoritarismo, controllo = autoritarismo, soluzione al bullismo = più soldi, soluzione a tutti i problemi = democrazia nell’Istituto (neanche si potessero eleggere gli insegnanti!), beh, proprio non mi tornano.
    E torno quindi a chiedermi:
    1. Il voto di condotta reintroduce il controlla a scuola? Ben venga, finalmente! Chi si comporta bene, non ha infatti nulla da temere di un “controllo”. Riguardo all’accusa di “autoritarismo”, invito caldamente chi ha scritto quella sciagurata frase di andare a informarsi sui libri di storia cosa sono stati i veri autoritarismi
    2. Come si fa a combattere il bullismo semplicemente con “maggiori risorse”?
    3. Una valutazione (oggettiva!) sul comportamento significa ricattare una generazione di studenti? Non credo, e mi ripeto: gli studenti rispettosi ed onesti non avranno nulla da temere.

    Ecco, un volantino del genere mi sembra scritto da persone poco esperte della materia e superficiali; ed è questo ciò che assilla me, e con me molti altri miei compagni: chi è andato a manifestare lo ha fatto coscientemente o trascinato dalla cattiva maniera italiana (ma non solo) per cui ogni novità, ogni riforma, ogni cambiamento dello status quo è il diavolo fatto persona e un’occasione buona per saltare lavoro e scuola?

    Non sapevo se piangere o ridere quando un mesetto fa ho sentito uno studente che, intervistato dal TG1, affermò: ”Sono contro il docente unico” ma, scoprendo che era solo alle elementari(!), rimase senza parole e non seppe cosa controbattere! Da lì si capisce subito che non è tanto la riforma a far scendere in piazza molti manifestanti, quanto (voglio sperare) la disinformazione e (temo) la voglia di marinare la scuola.

    Non metto in dubbio che vi siano state molte persone che avevano chiare le idee e i principi per i quali manifestavano; ma temo che ve ne siano state molte di più che questa conoscenza non la possedevano, o ce l’avevano in modo molto superficiale ed ideologico.

    In definitiva, prima di passare alla pratica, è bene avere le idee chiare sulla teoria.

    Spero di averTi convinta che la mia “idea di futuro” non è né astratta né poco concreta, quanto invece basata sulla consapevolezza che un cambiamento, una svolta, anche se comporta sacrifici, è necessaria.

    “Change!”, direbbe Obama. Senza paura, con tanto coraggio: cambiare è necessario, migliorare è possibile. Change!

    Cari saluti e grazie per l’intervento,

    Domenico

  6. Sono orgoglioso di aver conosciuto, essere amico ( e compagno) di una persona come Te.
    Io l’ho sempre saputo, dalla prima volta che ti ho sentito parlare in quella vecchia sede vicino a Borgo Stretto, che la tua non sarebbe stata la “solita cotta” giovanile per i movimenti,guardavi e vedevi lontano, dove io non sarei stato capace di vedere. Ancor di più ho imparato da te nei momenti e negli spazi di un “privato” che non è mai stato “altro” dal pubblico e politico, ben oltre il moralismo bigotto dei miei compagni operai e dei loro modelli di relazione. Si, sono immensamente orgoglioso di vedere in questa bellissima foto di Margherita che il “testimone” ha già trovato mani gentili e forti a cui passarlo. Ci sono persone che segnano la vita degli altri , talvolta ben oltre quanto ne siamo consapevoli. Se oggi, dopo bufere e naufragi sono qui, ancora curioso e con la voglia dio vivere lo devo in gran parte a te, a quel giovane ragazzino con il caschetto biondo che mi ha fatto da maestro di vita.
    Paolo

  7. Carissimo Paolo,
    che piacere leggerti proprio qui!

    Per chi non lo conosce, Paolo Profeti ha fatto un bel pezzo di storia del movimento operaio in Toscana, e anche in Italia.
    Operaio alle Acciaierie di Piombino, quando il polo siderurgico contava migliaia di lavoratori, è stato per anni delegato nel consiglio di fabbrica (quando i consigli di fabbrica assomigliavano più a quelli di Gramsci nel “biennio rosso” che alle striminzite rappresentanze sindacali di adesso) e membro dell’esecutivo, cioè tra quel numero ristretto di operai intelligenti, colti e politicizzati che aveva in mano le chiavi della fabbrica, ne regolava e guidava tanto il ciclo quanto la coscienza, quando la coscienza operaia provava a domandarsi non solo il come, ma il perché e il cosa produrre e cercava di farsi potere nei posti di lavoro e di lì sul territorio.

    Quando i siderurgici erano l’aristocrazia operaia rispettata e guida della politica e della cultura, gente che aveva da insegnare a noi intellettualini dell’università che a quella scuola abbiamo imparato che cosa fosse il lavoro e la politica, le lotte e la consapevolezza di sé.

    Quella classe operaia colta e intelligente si personificò per me in Paolo Profeti, incontrato nel gruppo del Manifesto a metà degli anni ’70. Lui che della fabbrica era padrone più del padrone che ci faceva profitti, mi aprì i cancelli, mi portò dentro in lunghi giri e mi insegnò che non si può parlare di fabbrica senza avere nel naso l’odore della kokkeria e il vapore dei getti che raffreddano la ghisa, che non si può parlare di operai finchè non hai passeggiato dentro i capannoni dove l’acciaio cola a migliaia di gradi e uomini vestiti come palombari guidano i fiumi di lava a sepreggiare a terra e raffreddarsi, che non puoi parlare di ritmi di lavoro e di diritti, finchè non stai accanto a un laminatoio dove un eterno filo d’acciaio corre a velocià stratosferica tra gli ingranaggi che lo stringono e lo assottigliano e se si spezza sono guai perché il filo bollente può uscirsene fuori e scodinzolare come un serpente assassino sopra la testa della gente.

    Tutto questo mi ha mostrato e fatto vivere Paolo Profeti e per me è stato l’apprendistato alla vita. Lo seguivo con un quaderno che riempivo di appunti che poi scrivevo a casa come un romanzo che diventava politica e interpretazione della condizione operaia, che poi rileggevamo insieme e dove lui spesso si riconosceva e si specchiava e a volte no. E così io imparai a vivere e a scrivere e poi in fondo anche a fare il giornalista. Ma soprattutto a capire quel fumo e quel vapore, quel sudore, quel mondo che non dimenticherò mai.

    Quel mondo finì con la grande crisi, la chiusura dei reparti, l’espulsione di migliaia di lavoratori e prima di tutti quelli più consapevoli e politicizzati, quelli come Paolo.

    Ricordo che alle prime avvisaglie non ci credevamo. Ricordo una delle ultime riunioni nella piccola sede del Manifesto di Piombino, assiepata di operai minacciati di cassa integrazione. Nonostante tutto eravamo ottimisti. Uno della Magona – mi pare fosse della Magona – disse che lui non ci credeva che le conquiste operaie degli ultimi 40 anni potessero essere cancellate e fece un esempio semplice: grazie al fatto che la gente sta meglio e ha più diritti, l’altezza media degli italiani è aumentata di 10 centimetri dal dopoguerra ad oggi. Ebbene, disse, io non credo che riusciranno a farci diminuire di 10 centimetri. Invece ci riuscirono, per tutti gli anni ’80, bruscamente, e fu una catastrofe sociale.

    Quando tutto finì, e finì anche la politica e la nuova sinistra e le speranze di un mondo più giusto, dove gli operai fossero al potere e il lavoro un valore, ricordo che Paolo mi disse: ecco, la politica ci aveva fatto qualcosa di più di quel che eravamo in partenza, ora che è finita torneremo invece quello che eravamo: io un operaio e tu un professorino.

    Lui un operaio non volle tornare, io come professorino non ho resistito molto. Ma anche la sua storia successiva, fatta di difficoltà e di battaglie, qualche volta contro speculatori e distruttori della natura (tutto il gruppo operaio del Manifesto di Piombino diventò ambientalista!), ma il più delle volte contro se stesso e le proprie disavventure – questa sua storia mi ha accompagnato – io no, non l’ho accompagnato più – e ogni volta che lo pensavo caduto, l’ho saputo rialzato, alla testa di qualche battaglia, a capo di quelche iniziativa per salvare il territorio o la memoria o qualche persona o se stesso. Mai vinto, spesso piegato e dolorante, ma mai vinto. E Adesso è una gioia ritrovarlo qui, come sempre, come allora, io tra le montagne e lui davanti al nostro mare, sempre a cercare di rimettere in piedi, almeno un po’, il mondo.

    Grazie Paolo.

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