Monumenti fascisti

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Ora basta. Che siano gli Schützen a sollevare il problema dei monumenti fascisti a Bolzano, rimasti intatti nella loro simbologia e nella loro carica politica, è una sconfitta di tutti i democratici a cui non bisogna più rassegnarsi. E che gli Schützen usino l’argomento strumentalmente, non rende più accettabile l’intollerabile visione del duce a cavallo, circondato dal “credere obbedire combattere”, piazzato senza commento, come fosse normale, nella cittadella della giustizia di Bolzano.

Ma la cosa più assurda, che solo in pochi sanno, è che questo bassorilievo inneggiante a Mussolini non fu messò lì dal regime fascista, ma vi fu collocato DOPO, a metà degli anni ’50, cioè un decennio dopo la Liberazione del 25 aprile 1945, un decennio dopo la Costituzione della repubblica, un decennio dopo la sconfitta del nazifascismo. L’edificio su cui sta, infatti, doveva essere originalmente la “casa del fascio”, ma fu completato solo dopo la guerra non cambiando nulla del progetto originario e attaccandoci sopra – nel 1957, come nulla fosse! – il bassorilievo ordinato all’artista Hans Piffrader (intanto morto da 7 anni) dai gerarchi fascisti. Questo dimostra quanto a Bolzano non si sia mai realizzata quella “rottura antifascista” che la lotta partigiana aveva realizzato nel resto d’Italia. Questa rottura va fatta oggi, certo con altri metodi e tempi rispetto a quella che si realizzò nel resto della penisola il 25 aprile 1945. Ma Bolzano attende ancora una “Liberazione”.

Bisogna dunque svegliarsi. Anche perché, con 8 patrioti-populisti in consiglio provinciale che parleranno un giorno si e uno anche di distacco dall’Italia e toponomastica monolingue e quattro della destra italiana di cui tre dell’ala oltranzista che sulla polemica etnica ci andranno a nozze, o togliamo gli scheletri dall’armadio, oppure quegli scheletri ci infetteranno. Dunque, la discussione va aperta.

E va detto a chiare lettere che a Bolzano la storia del ‘900 e delle dittature non è stata mai elaborata, se non da minoranze intellettuali. Ci sono troppi antifascisti dimezzati: fascisti che fanno gli antinazisti (in realtà gli antitedeschi) e nazistelli che giocano all’antifascismo (in realtà all’anti-italianismo). E’ l’ora che ciascuno faccia pulizia a casa propria. E non mi importa della disputa su chi comincia per primo: cominci chi ha più coraggio.

I simboli materiali del fascismo sono rimasti intatti e continuano ad essere usati politicamente a scopi “identitari”. Gli italiani devono liberarsi una volta per tutte della spada di damocle del passato fascista. Occorre prendere le distanze e fare gesti concreti. Restare legati al monumento alla Vittoria è una operazione perdente e patetica. Oltre che falsa: non è vero che l’identità degli italiani è legata a quell’epoca, ci sono migliaia di persone che sono nate o arrivate qui molti anni dopo e che sono solo danneggiati dall’eredità di quella storia. Per esempio, se a Bolzano non si può istituire una scuola plurilingue, è anche per colpa del trauma che il divieto fascista delle scuole tedesche, l’obbligo dell’italianizzazione e l’esperienza delle “Scuole nelle catacombe” ha lasciato in larga parte della popolazione di lingua tedesca.

Insomma: tra le vittime postume del fascismo ci sono anche gli italiani di oggi che vivono a Bolzano sotto la cappa di piombo di questo passato. Bocciare “piazza della Pace” per tornare alla “Vittoria” fu un errore, che deluse le aspettative di tanti cittadini di lingua tedesca e ha lasciato una ferita profonda nella città. Ma in quel tentativo ci furono anche gravi errori dei promotori, che partirono dal nome, cioè dalla parte sbagliata. Bisogna riprendere quel cammino, ma con altri mezzi, con altri modi: non cominciando dai nomi, ma dalla rielaboraione concreta e condivisa della storia e delle sue tracce.

Nel dibattito di questi giorni, ho provato a fare una proposta che è stata riportata in due articoli sull’Alto Adige di oggi. Dopo aver riportato diverse posizioni, il giornale scrive:

Riccardo Dello Sbarba, consigliere dei Verdi, è più deciso:”Non lasciamo l’antifascismo agli Schützen e l’autonomia alla Svp. Noi italiani dobbiamo riconoscerci nell’autonomia di questa terraa cui abbiamo contribuito, mentre dobbiamo liberarci dai simboli fascisti con dei gesti concreti: realizziamo attorno al monumento un museo sulle dittature e la resistenza alle dittature. Il bassorilievo di Mussolini potremmo inserirlo in questo museo, oppure farlo diventare la seconda stazione di un ideale percorso, anche perché quell’immagine è difficilmente tollerabile per quasiasi democratico”.

Sotto, il giornale porta un’intervista realizzata da Mirco Marchiodi. Questo il testo:

Dello Sbarba: Duce intollerabile

“Tedeschi e italiani non hanno ancora rielaborato la storia del Novecento: è ora di farlo per promuovere la convivenza”

BOLZANO. Riccardo Dello Sbarba tra qualche giorno lascerà la carica di presidente del consiglio provinciale. Accadrà il 18 novembre, e il giorno prima il consigliere dei Verdi ha in programma un’iniziativa altamente simbolica: «Alle 17 ci sarà una cerimonia al monumento all’Olocausto che si trova in cimitero, perché 70 anni fa furono promulgate le leggi razziali».

È il suo modo di rielaborare la storia, «cosa che in Alto Adige – afferma – si è fatto troppo poco sia da parte italiana sia da parte tedesca». Dice Dello Sbarba che «la questione degli ebrei e lo sterminio della comunità di Merano per anni è stata taciuta e dimenticata», ma aggiunge che da parte italiana troppo poco è stato fatto per distanziarsi dal fascismo: «In Alto Adige gli antifascisti tacciono le responsabilità naziste e viceversa. Invece è ora di fare un passo in avanti. Come italiani dobbiamo liberarci dall’eredità del fascismo, dobbiamo distanziarci da un regime criminale che ha compromesso per anni la convivenza in Alto Adige. I simboli fascisti non mi rappresentano come italiano, sono una trappola. Da italiano non voglio essere confuso con il fascismo e l’antifascismo non voglio certo lasciarlo agli Schützen. Noi italiani dell’Alto Adige siamo la zona industriale, le semirurali, i banchieri toscani che arrivando qui hanno contribuito ad arricchire questa terra. La stessa autonomia non è un patrimonio della sola Svp, è lo Stato italiano che l’ha riconosciuta iniziando un percorso di sensibilità e rispetto per le minoranze che all’epoca non era certo diffuso. Ci sono stati padri dell’autonomia anche italiani ed è di questo che dobbiamo andare fieri. Così come dobbiamo riconoscerci in simboli moderni come l’università o il Museion, questi sì voluti dagli italiani. Ciò che dobbiamo chiedere è la pari dignità della gestione di queste strutture e delle eccellenze che abbiamo contribuito a realizzare».

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11 pensieri riguardo “Monumenti fascisti

  1. “Bolzano nuova”, la città fascista costruita negli anni venti e trenta del secolo scorso, con i suoi monumenti, la sua architettura razionalista, il suo disegno urbanistico, può oggi essere considerata un esempio più unico che raro di città costruita a tavolino e in grado di rappresentare compiutamente lo spirito del tempo in cui fu costruita, quell’era che nelle intenzioni di Benito Mussolini sarebbe dovuta durare ben più di un ventennio.

    Certo il complesso urbanistico e monumentale bolzanino non ha l’imponenza di quello progettato per l’expo romana del ’42, ma a differenza di quest’ultimo, rimasto incompiuto, ha il pregio della completezza e della quasi integrale conservazione, costretto, come è stato costretto, nella parte della “bella addormentata” da sessant’anni di contrapposizioni etniche. Ne abbiamo la riprova esaminando le innumerevoli deliberazioni senza esito assunte lungo gli anni al fine di metter mano a ciò che ruota intorno al Monumento alla Vittoria.

    Ora, a novant’anni dalla fine del primo conflitto mondiale, grazie al riproporsi del copione ormai alquanto stantio della contrapposizione fra cappelli piumati di diversa fattura, si presenta l’ennesima occasione per porre mano alla questione della contestualizzazione storico-critica della monumentalistica bolzanina. Alla lodevole intenzione del sindaco Spagnolli di “musealizzare” quanto è più possibile degli antichi reperti del ventennio ( idea già coltivata a suo tempo dalla figlia di Cesare Battisti Livia, che mal sopportando l’uso strumentale che veniva fatto in terra sudtirolese della figura di suo padre caldeggiò il trasferimento dell’ erma di Battisti in un museo) va contrapposta la più meditata, anche se mille volte proposta e mai accolta, musealizzazione storico-critica che corra attraverso i luoghi di una città, quella fascista, che come detto all’inizio, rappresenta ormai un unicum nello scenario europeo.

    All’obiezione che una simile soluzione costringe i cittadini di Bolzano a vivere quotidianamente una sorta di insopportabile ritorno al passato, ingenerando così il desiderio di rimozione di tutto ciò che richiama i conflitti e le contrapposizioni di un tempo, si può rispondere che il ricondurre l’attenzione alle sopraffazioni e violenze del passato è ancora il miglior antidoto per evitare che esse tornino a manifestarsi, come recenti fatti di cronaca lascerebbero supporre.

    Vincenzo Calì
    Storico, già direttore del Museo Storico in Trento

  2. Mi sembrano diatribe inutili. Se si vogliono spostare salme o statue che si faccia, ma non si sposta la storia.
    A forza di guardare il passato anzichè difendere il presente e costruire il futuro, certi movimenti che avanzano – se potranno anche agire e dettare legge – porteranno il Sudtirolo a diventare la Basilicata della Baviera. Ma loro, fuori dal mondo, sono felici.

  3. Eh eh, ma tu non intendevi quelli, qundo hai scritto la frase….quelli sono noti….ma tu ti riferivi a antifascisti….e i nazistelli non si picchiavano con la sezione di Forza Nuova….

    Poi se non vuoi rispondere, fatti tuoi!

  4. Bolzano viene liberata dalle truppe italiane il 6 novembre 1918 e riunita all’Italia.
    Nel Trentino Alto Adige
    e i monumenti sono li a ricordarvelo . Come il comando Generale Truppe Alpine ,
    Se non vi va bene fate su armi e bagagli e lasciate il territorio Italiano.

    Saluti

  5. Caro Massimo, La informo che nel 1918 le truppe italiane avevano l’obbiettivo di liberare Trento e Trieste, città italiane da sempre, e non Bolzano, città austriaco-tirolese da secoli.
    Lo stesso Battisti, da vivo, ammonì a non annettere anche Bolzano, altrimenti l’Italia si sarebbe ritrovata in casa “un irredentismo al rovescio”.
    Nonostante questo la storia ha portato L’alto Adige – Südtirol in Italia e io sono per lasciarlo dov’è, con l’ampia autonomia di cui gode. Però tra noi italiani dobbiamo dirci la verità, e la verità è che l’irredentismo italiano di inizio secolo aveva come suo obbiettivo solo Trento e Trieste.
    E infatti a ricordarlo stanno centinaia di piazze e strade italiane che si chiamano “Trento e Trieste”. Di piazze “Trento Trieste e Bolzano” invece non ne troverà una.
    L’ultima frase, poi, per favore la cencelli dal novero delle sue ipotesi: è una frase da guerra civile e Lei forse non si rende conto di quanto male frasi di questo genere hanno fatto a territori così complicati come il nostro, in tutto il mondo.

  6. caro Riccardo,
    mi pare che siamo fermi ancora al 2008, alla tua coraggiosa intervista. A proposito di passato che non passa, sfogliando “Il Mondo” del 1961 trovo un’articolo a tutta pagina con nel titolone l’interrogtivo se non sia il caso di far sparire i monumenti fascisti di Bz. Uno schermo opacizzante con sotto la frase della Harendt andava benissimo per il testone mussoliniano (magari accompagnata da una targa che spieghi, in riferimento alla realizzazione nel 1957, il continuismo istituzionale con il ventennio). Per il monumento alla Vittoria insisto: le erme dei trentini, pregevoli opere del Wildt, devono finire al Mart e il resto al Museion. Il monumento nudo e crudo che parli per ciò che è: un relitto fascista.
    Vincenzo

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