2008-2013

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Tra il 16 e il 18 dicembre si è svolto in consiglio provinciale il dibattito sul programma di legislatura della nuova-vecchia giunta Durnwalder. Nei nostri interventi, noi del gruppo dei Verdi abbiamo tentato di immaginare il futuro di questa nostra provincia in tempi di crisi economica e di cambio climatico. I due interventi letti insieme sono il nostro manifesto politico per la legislatura 2008-2013. (Nella foto, io e Hans in tele-conferenza con Cristina Kury in una pausa del dibattito).

 

ÖKOREGION SÜDTIROL

Intervento di Riccardo Dello Sbarba (gruppo Verdi-Grüne-Verc)

Bolzano,  17 dicembre 2008

Care colleghe e cari colleghi,

Poco meno di due mesi fa ci sono state delle elezioni provinciali in cui la Svp, dopo sessanta anni di maggioranza assoluta, è scesa al 48%, perdendo 21.000 voti e salvando il 18° consigliere solo grazie al voto italiano. Dalle elezioni è uscito un consiglio, questo, in cui la coalizione di governo avrà solo 20 voti, cioè uno in meno di quanti nella passata legislatura aveva la Svp da sola, e sarà dunque una maggioranza di governo esposta ad ogni raffreddore di uno o una delle sue componenti.

Questi mal di testa, o mal di pancia, si sono manifestati subito nel primo consiglio provinciale, un mese fa. Nelle due votazioni principali, quella per il presidente del consiglio e per la vicepresidente – ancorché  provvisoria – la Svp non ha mai, dico mai, garantito tutti i suoi 18 voti, ma solo 16, cioè molto meno della maggioranza assoluta. Il risultato è dipeso solo dai voti aggiuntivi degli alleati, stabili od occasionali che fossero. La Svp non è più autosufficiente. E questo è già il primo risultato del terremoto elettorale.

 La maggioranza attuale è instabile, precaria, esposta alle pressioni e ai ricatti di ciascuno/a dei suoi componenti, poiché ciascuno/a sa di essere indispensabile.

Basta un vento freddo che spira dal Nord, dall’alta val d’Isarco per esempio, un vento da Outlet di confine, a mandare a gambe all’aria i risultati di una settimana di trattative con i partner italiani di giunta, a spostare competenze come fossero noccioline, a mettere in minoranza sia il Landeshauptmann che l’Obmann.

 

Non sono più le maggioranze di una volta, egregio Landeshauptmann, egregio Parteiobmann. E’ cominciata la prima legislatura nella storia del Consiglio provinciale in cui non si sa come andrà a finire, e neppure quando andrà a finire e chi la porterà a termine. Si sono aperte le scommesse sulla durata del Presidente della giunta provinciale e non tutti scommettono su cinque anni. E intanto c’è chi si esercita al tiro a segno. Mettere in minoranza il Presidente designato non è più un tabù.

Come risposta ai risultati elettorali è stato invocato il rinnovamento e il cambio generazionale.

 Ed eccolo qua, il rinnovamento: il Landeshauptmann sarà quello di sempre, quello della passata legislatura, che cercherà di raggiungere il record dei venticinque anni da presidente, cioè un quarto di secolo da governatore, cui si sommano altri 15 da assessore provinciale, in tutto 40 anni nel governo della Provincia, e questo vuol dire che qualunque donna e uomo di mezza età di questa terra è vissuto con Durnwalder ogni sera in Tv e ogni mattina sui giornali da quando era in fasce fino ad oggi, e così si capisce che cosa Lei intendeva, Presidente, quando ha detto nella sua relazione che la Provincia intende accompagnare ogni cittadina e cittadino dalla culla alla tomba.

E’ stato invocato il rinnovamento, dicevo, ed eccolo qua il rinnovamento: una giunta fotocopia della precedete, con le stesse facce e più o meno le stesse competenze – ma forse almeno in questo ci stupirà, signor Presidente – con le stesse persone, eccetto chi se n’è andato volontariamente per raggiunti limiti di età o di sopportazione.

 Di rinnovamento, dunque, non c’è gran ché. Sentendola parlare, signor Presidente, e leggendo sui giornali la composizione della futura giunta che avete nominato in via Brennero, è come se le elezioni non ci fossero mai state, è come se i cittadini e le cittadine di questa terra quella domenica fossero andati in campagna, invece che alle urne. Molto di più contano invece le distribuzioni di posti tra circondari e correnti, facendo attenzione a che nessuno resti senza poltrona, perché se tutti e tutte sono indispensabili, tutti e tutte bisogna accontentare. Così comincia la 14° legislatura.

 

 NEW DEAL VERDE

Il suo discorso invece, egregio Landeshauptmann, confesso che mi ha stupito. Nel mondo tutti parlano delle due crisi che sconvolgono il pianeta: quella climatica e quella economica, delle quali la prima, quella climatica, ha preceduto la seconda e ora con la seconda cumula i suoi effetti. Proprio ieri, mentre Lei leggeva la sua relazione, il presidente della Confindustria italiana ha annunciato 2 anni di recessione dura e la perdita di 600 mila posti di lavoro. Poi sarà stagnazione di lungo periodo.

 Tutti i discorsi dei leader politici europei e mondiali partono da qui, dalla profondità e gravità della crisi peggiore che il mondo abbia attraversato da un secolo a questa parte, più grave, si dice, della stessa crisi del 1929 che portò alla disoccupazione di massa, alle dittature e alla guerra.

Crisi climatica e crisi economica sono le due facce di una stessa medaglia, che si chiama insostenibilità del nostro modo di vivere, di produrre e di consumare, del nostro modello di società, del nostro consumo di territorio, di ambiente, di energie fossili, di natura. E da questa duplice crisi si asce affrontandone insieme entrambi gli aspetti, quello economico e quello ambientale: poiché la crisi ci pone di fronte ai gravi rischi che ho ricordato, ma ci dà anche l’opportunità di riconvertire il nostro sistema sociale ed economico, uscendo del dominio del neo-liberalismo, che ci ha portato in questo vicolo cieco, e imboccando la strada di una democrazia ecosociale equa, solidale e pacifica.

 Non a caso proprio l’altro ieri, proprio nel turbine della crisi economica, mentre le fabbriche sospendono la produzione e mettono in libertà i propri dipendenti, i capi di governo europei hanno sottoscritto l’ambizioso obbiettivo di ridurre del 20% le emissioni inquinanti entro il 2020, aumentando del 20% l’uso di energie rinnovabili e riducendo del 20% il consumo globale di energia. Un programma di legislatura, secondo noi Verdi, dovrebbe cominciare proprio da questi tre obbiettivi. Di uno, l’aumento delle energie rinnovabili, abbiamo trovato effettiva citazione nella sua relazione, signor Presidente, e ce ne rallegriamo. Degli altri due invece, il 20% in meno di consumo energetico e soprattutto il 20% in meno di emissioni inquinanti in una terra avvelenata dal traffico di transito, non ho trovato traccia.

Eppure sia sul fronte del risparmio che su quello delle emissioni la Provincia ha tutt’altro che le carte in regola. Ricordo qui qualche dato:

  • Sull’energia. Il consumo energetico della nostra provincia è aumentato e continua ad aumentare: negli ultimi 15 anni è cresciuto del 22% complessivamente, e dell’11% in rapporto al prodotto interno lordo, mentre nello stesso periodo la media europea è calata del 21% e la Germania del 15%. Abbiamo dunque un’economia ad alto consumo energetico, di fronte a cui la lodevole esperienza di casa clima rischia di restare semplice un fiore all’occhiello.
  • Sulle emissioni. Le emissioni di gas serra della nostra provincia, che dovevano ridursi del 13% rispetto al 1990 secondo gli accordi di Kyoto, sono invece aumentate del 12,7%. Non siamo più virtuosi della tanto vituperata Italia.

 

Risparmio energetico, riduzione delle emissioni e aumento delle rinnovabili sono tre aspetti inscindibili di una politica per il clima e non ci possiamo limitare a lavorare solo su quello per noi più facilmente raggiungibile grazie alla geografia di questa provincia che abbonda di fonti idroelettriche. La svolta eco-sociale non può essere imboccata a rate, o si fa o non si fa. E noi diciamo che si deve fare, anche per garantire il benessere economico di lungo periodo di questa nostra terra, perché non c’è futuro economico senza svolta ecologica e non c’è svolta ecologica senza un’economia sostenibile.

Non a caso il nuovo presidente degli Stati Uniti parla di un New Deal Verde per affrontare la difficile fase che ci aspetta: un piano di riforme per salvare il pianeta dai disastri ambientali, dal crollo energetico, dalla “guerra di civiltà”, dall’ingiustizia tra i popoli e dalla povertà. E’ l’alternativa alla politica dei governi conservatori, che cercano disperatamente di rimettere in moto proprio quel modello sociale che ha creato la crisi (vedi l’appello di Berlusconi a consumare di più) e che non è più sostenibile.

Ebbene, signor Presidente, io mi aspettavo che la Sua relazione cominciasse di qui e proponesse un New Deal Verde anche per il nostro Alto Adige – Südtirol, che ha tutte le condizioni per realizzarlo. Avrei desiderato che Lei partisse da uno sguardo sul pianeta e che questo fosse il filo rosso del suo programma: che parlando di Euroregione, per esempio, proponesse l’dea di una Eco-Regione nel cuore delle Alpi, esempio pilota di un modello sostenibile di economia, di democrazia, di cultura, di convivenza.

Invece no, egregio Presidente: Lei è partito dall’Alto Adige e all’Alto Adige è rimasto. Dal “suo” Alto Adige. Del quale ci ha detto che negli ultimi vent’anni, nei „suoi” vent’anni, signor Presidente, si è costruito a più non posso, secondo il motto: prima costruiamo, poi vedremo che farne. Qui Lei è stato sincero, e l’ho molto apprezzato, quando ha riconosciuto che il titolo di „cementificatore” non era campato in aria. E’ quanto Le abbiamo sempre contestato noi Verdi, egregio Presidente, e questo tardivo riconoscimento ci fa piacere.

Vede, signor Presidente, a noi questa sua idea dei due tempi, per cui prima bisogna creare l’hardware e poi mettere dentro il software, non ci ha mai convinto – soprattutto perché tra il suo costruire forsennatamente hardware in cemento armato e la sua scoperta del software sono passati troppi anni. Del resto, nessuno comprerebbe un gigantesco computer per poi tenerlo fermo senza software. Anche perché c’è il rischio che, quando arriva il software, si scopra che l’hardware scelto non era adeguato, o non è più attuale.

 E’ vero, signor Presidente: per due decenni, i Suoi decenni, il Sudtirolo ha corso a una velocità impressionante, bruciando in una generazione le tappe che altrove sono state percorse in un secolo. La ricchezza è enormemente aumentata, ma con essa – bisogna che anche Lei lo riconosca – sono cresciute anche le disuguaglianze, il cemento, il traffico, l’avvelenamento dell’aria e dell’acqua, l’instabilità del territorio, lo stress, i secondi lavori, la vita comprata a debito, il sacrificio del tempo e degli affetti. Oggi questa corsa si è fermata, signor Presidente, e non perché Lei dice stop, ma perché questa corsa si è fermata in tutto il mondo e perché da noi questa corsa ha oltrepassato ogni limite sostenibile, minaccia la coesione sociale e fa sentire i suoi effetti anche nel voto di protesta di migliaia di elettrici ed elettori.

 Perché questa corsa non tutti hanno potuto affrontarla nelle stesse condizioni. Qualcuno si è arricchito e continua ad arricchirsi scandalosamente, soprattutto quelli che hanno santi nel paradiso della politica, ma una parte crescente della nostra società sta scivolando verso la povertà. La forbice tra ricchi e poveri si è allargata anche da noi. Solo tra il 1990 e il 2005, il “suo” quindicennio, signor Presidente, in Alto Adige il 10% del reddito globale si è spostato dal lavoro dipendente al profitto e alla rendita. Faccio notare che il 10% è proprio quanto la Svp ha perso, per esempio, alle ultime elezioni parlamentari.

 

PIU’ SOCIALE

La dimensione sociale e della solidarietà ha perso in Sudtirolo sempre più peso, cedendola al profitto, all’ingordigia, alla speculazione. Il lavoro ha perso sempre più prestigio ed è diventato semplice fattore del processo di arricchimento di pochi. Questo è l’Alto Adige di oggi che, investito dalla crisi economica, reagisce con paura. Il ceto medio ha paura di impoverire, lavoratori e lavoratrici non riescono più a far tornare i conti, ricevono uno stipendio da dipendente e pagano prezzi da zona turistica.

Comunque sia, io apprezzo questa sua conversione dal cemento alle persone, dalle infrastrutture alle relazioni, signor Presidente; ma lo ammetta, è una conversione piuttosto forzata dagli eventi, e purtroppo tardiva. Molti danni sono già stati fatti.

 Comunque, meglio tardi che mai. Quello che noi Verdi, che il cemento lo abbiamo guardato sempre con sospetto, Le proponiamo, egregio Presidente, è una generale conversione delle politiche provinciali all’insegna dell’ambiente, della tutela del suolo e del paesaggio, del risparmio energetico e delle risorse, della mobilità collettiva e pubblica, della giustizia sociale, della dignità, della sicurezza e della qualità del lavoro, del protagonismo dei giovani, della parità delle donne, della garanzia per tutte e tutti di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, della sanità pubblica e di qualità, del diritto a formarsi, del diritto a un’abitazione a prezzi decenti, del diritto a una vecchiaia assistita e dignitosa, di una scuola bilingue che sia luogo di incontro e fucina di convivenza, di una avanzata democrazia diretta. E’ in base a questi obbiettivi per un New Deal Verde per il Sudtirolo dei prossimi vent’anni che noi giudicheremo, Presidente, la bontà e l’autenticità della sua “conversione”.

Giudicheremo soprattutto dai fatti concreti la bontà delle sue annunciate intenzioni. Quel che vediamo per ora, Le confesso signor Presidente, ci convince poco. A partire dall’impianto e dalle priorità operative – poche, per la verità – indicate nella sua dichiarazione programmatica e contenute nel programma di coalizione.

Il programma è una semplice lista della spesa generica quanto basta per lasciare tutto aperto. La dichiarazione programmatica invece è attraversata da una logica tutta dominata dall’economia e dalla preoccupazione di rimettere in moto proprio quel meccanismo produttivo e di consumo che oggi è andato in crisi. La priorità è dell’economia, è quella dettata dalle categorie economiche che si sono sentite rafforzate dalle elezioni e che hanno in questo momento l’assoluta egemonia nella stessa Svp e non esitano a dare prove di forza, come la vicenda delle deleghe economiche date e poi ritirate ci ha mostrato.

Questa priorità data all’economia è stata evidente  anche nella reazione che Lei, presidente Durnwalder, ha avuto di fronte all’arrivo anche da noi delle prime conseguenze della crisi economica. Per prima cosa il presidente è corso dalle banche per garantire il finanziamento delle imprese. Per chi è tartassato dal carovita, per chi vede il proprio conto in banca divorato dal mutuo, per chi finisce in mobilità o in cassa integrazione invece non ha fatto nulla, mentre il collega di Trento, Dellai, emanava un pacchetto sociale di sostegno ai redditi e al lavoro.

Ho fatto un confronto con le sue dichiarazioni del 2003: ebbene, stavolta l’economia viene in testa mentre allora veniva in coda e occupa il doppio dello spazio del 2003. Stavolta dall’economia dipende tutto il resto: il benessere sociale, questo il ragionamento che ci ha proposto, signor Presidente, dipende dall’abbondanza dei posti di lavoro e questi dipendono dagli investimenti degli imprenditori. Dunque occorre creare le migliori condizioni possibile perché gli imprenditori siano invogliati a investire da noi e perché tenga, o riparta, l’economia sudtirolese così come la conosciamo.

Non è, questo, un discorso che respingiamo, sia chiaro. Ma è un discorso assai parziale e, lasciato da solo, finisce per essere sbagliato, perché copre una realtà ben diversa della nostra economia.

Che questa economia sia debole, frammentata in imprese tradizionali di piccole dimensioni dipendenti dalla domanda estera, poco produttive e poco innovative, che vivono spesso grazie a una pura rendita di posizione e al sostegno dei sussidi pubblici, in una provincia che investe in ricerca e sviluppo – al di là delle chiacchiere – solo lo 0,4%, mentre la Germania ne investe il 2,5% e l’obbiettivo fissato a Lisbona sarebbe il 3%, – di questa debolezza strutturale del nostro tessuto produttivo, signor Presidente, nella Sua relazione non c’è traccia.

Gli unici problemi che Lei indica vengono tutti dall’esterno: da Roma, da Bruxelles, da un mondo ostile e minaccioso, da cui l’economia buona e sana del Sudtirolo andrebbe protetta e tutelata.

Se l’economia gira, tutto il resto è risolto, questo stringi stringi è il Suo pensiero.

Che sottopone tutta la politica dei prossimi 5 anni alla priorità dell’economia. Vengono inglobate nell’economia le donne, che nel 2003 ebbero un lungo capitolo solo a loro e ai loro diritti dedicato. Vengono inglobati gli immigrati, che lei chiama Gastarbeiter, cioè pura forza lavoro, dove quella parola, “Gast”, ospite, è illusoria e distorsiva, perché questi sono nuovi cittadini e cittadine, signor presidente, che non sono venuti per lavorare e poi scappare, ma per restare e trapiantare qui da noi la loro vita, le loro famiglie, le loro speranze.

Anche la politica sociale viene dopo e come conseguenza dell’economia, mentre nel 2003 veniva prima e le erano dedicati diversi capitoli in cui Lei Presidente ci aveva parlato di diritti, di solidarietà tra le generazioni, di sicurezza sociale, di dignità del vivere. Sono passati 5 anni da quella relazione e nella sua nuova relazione si sente il peso dell’offensiva scatenata negli ultimi 2-3 anni dalle lobby economiche fuori e dentro il Suo partito.

 

PD E ARBEITNEHMER

Qui vorrei rivolgermi alle persone che, dentro la coalizione che si appresta a governare questa nostra provincia, fanno riferimento all’area del centro sinistra. Mi rivolgo esplicitamente alla corrente sociale della Svp e al Pd: se ci siete, battete un colpo.

Noi comprendiamo le vostre difficoltà che sono anche le nostre. Le elezioni non sono andate bene per nessuno. E tuttavia, se ci siete battete un colpo, non fatevi fagocitare in questo clima determinato dall’offensiva della destra economica, riprendete un percorso di autonomia e di riscossa. Il sociale deve avere una voce più forte e coraggiosa in questo consiglio!

Ci rivolgiamo agli Arbeitnehmer, se esistono ancora e vogliono essere qualcosa di più di quella semplice etichetta scolorita che ha perso le elezioni.

E ci rivolgiamo alla collega e al collega del Pd, che sentiamo più di qualsiasi altro vicini. I vostri toni trionfalismi dopo il voto non ci hanno convinto. Vi aspettavate molto di più da un’elezioni che seguiva di pochi mesi il salto al 16% delle elezioni parlamentari. E il 6% non ve lo aspettavate. Ma siete andati avanti ugualmente con ostentato ottimismo; senza cercare un collegamento con altre forze del centro sinistra che con voi governano grandi comuni della provincia, vi siete buttati da soli nella trattativa con la Svp che vi ha cotto in un forno mentre in un secondo forno riscaldava le speranze del centro destra e cuoceva la Lega, in continuità con quella “Blockfreiheit”, quella libertà dai blocchi che porterà probabilmente l’esponente leghista alla vicepresidenza del consiglio con diritto di discutere ogni tre mesi dell’attuazione del programma di giunta e in funzione di ambasciatrice verso il governo Berlusconi.

Il Pd si è gettato da solo nella sua trattativa con la Svp, senza cercare alcun collegamento con altre forze a lui vicine, nemmeno con noi Verdi che in fondo in quest’aula rappresentiamo una forza a voi equivalente. Avete subito il veto Svp verso una forza come la nostra che la Svp teme perché le fa concorrenza nell’elettorato di lingua tedesca. E le conseguenze di questa trattativa solitaria si sono viste col balletto delle deleghe.

Noi Verdi non abbiamo voluto interferire in questa vostra trattativa, non volevamo rovinare questo matrimonio. E tuttavia noi riteniamo che la vostra posizione, care e cari colleghi del Pd e anche degli Arbeitnehmer, sia estremamente debole e rischiosa, sotto il ricatto, come siete, della destra economica e della destra politica che si sente così forte anche in questo consiglio.

Noi Verdi stiamo all’opposizione e stavolta non regaleremo voti o cambiali in bianco a nessuno, nemmeno alle persone che in via di principio sentiamo più vicine. Ma a queste persone, agli Arbeitnehmer della Svp, se vogliono tornare a battere un colpo, e alla collega e al collega del Pd, se vogliono avere più voce in capitolo in questi 5 anni, noi proponiamo di costruire alleanze, al di là della diversa collocazione in consiglio, su singoli e concreti argomenti. Noi sosterremo ogni atto che vada in direzione di una politica ecosociale e democratica. Ma devono essere alleanze dichiarate e concordate.

Noi non accetteremo compromessi al ribasso giustificati da una “disciplina di giunta” che viene imposta solo a voi per tenervi in gabbia. Quello che vi proponiamo è di costruire insieme in questi 5 anni in questo consiglio un polo ecosociale chiaro, su scelte concrete e visibili, che faccia da contrappeso al polo della destra economica e politica che si è già costituito e sta tenendo tutti sotto scacco.

Se questa convergenza non si realizzerà, se voi vorrete continuare a giocarvi la partita tutta da soli, come in queste settimane di trattative, allora noi Verdi faremo il mestiere che ben conosciamo, quello dell’opposizione eco-sociale, di cui c’è tanto bisogno in questo quadro politico tutto spostato a destra.

 Ma al gruppo del Pd, che stimiamo e cui facciamo tutti i nostri auguri, ci permettiamo di dare fin da ora un consiglio. Attenti all’assessorato alle finanze e al bilancio. Potrebbe rivelarsi un regalo avvelenato. E’ un assessorato che non ha portato gran fortuna all’assessore Frick e che non a caso era stato ben volentieri lasciato a Di Puppo nella legislatura precedente. E’ l’assessorato con cui sono stati più volte ricapitalizzati i buchi finanziari dell’aeroporto o delle Terme di Merano, in cui la Provincia ha polverizzato decine di milioni di euro mentre l’assessore Frick doveva ammettere imbarazzato in quest’aula che non riusciva neppure a farsi dire quanto prendeva al mese la signora direttrice delle Terme stesse.

 UN PACCHETTO SOCIALE VERDE

Dall’opposizione, noi Verdi proporremo una coerente politica eco-sociale e chiediamo ai colleghi e alle colleghe che in quest’aula fanno riferimento al centro sinistra di sostenerci. La prima prova arriverà subito, quando discuteremo di quel pacchetto sociale verde che abbiamo presentato nella forma di 7 mozioni proposte al Consiglio. Contengono 7 proposte che sono sicuro condividete, cari colleghi e colleghe degli Arbeitnehmer e del Pd, e per le quali chiediamo il vostro sostegno: 

  1. l’introduzione immediata del redditometro unificato per l’accesso a tutte le prestazioni pubbliche;
  2. la creazione di un parco di case in affitto di livello europeo, pari cioè almeno a un terzo del patrimonio edilizio complessivo (oggi siamo sotto il 20% e per raddoppiare le mille case per il cosiddetto ceto medio non bastano ed è assolutamente sbagliato che si preveda la loro vendita dopo soli 10 anni, perché allora non siamo di fronte al rilancio dell’affitto ma solo a case in proprietà comprate a rate);
  3. contributi a sostegno di persone e famiglie a basso reddito in difficoltà per il mutuo casa (secondo il modello già adottato a Trento).
  4. l’eliminazione dell’addizionale Irpef per sostenere il reddito di lavoratori/trici e pensionati/e
  5. ll blocco dei prezzi dei beni essenziali e delle tariffe dei servizi, con sostegno provinciale per i comuni che facciano questa scelta.
  6. contributi integrativi per lavoratori/trici in mobilità e Cassa Integrazione, il cui posto di lavoro è minacciato dalla crisi.
  7. l’incentivazione dei contratti di lavoro integrativi territoriali e/o aziendali, premiando nella politica dei contributi provinciali solo quelle aziende o settori che accettano questo livello di contrattazione previsto dalla normativa nazionale ma in Alto Adige mai applicato.

 

Oltre a queste 7 mozioni, del nostro “pacchetto ecosociale verde” fanno parte anche tre disegni di legge che vi chiediamo, colleghe e colleghi di Pd e Arbeitnehmer, di condividere con noi:

1. SULL’ AMBIENTE: l’introduzione di un vero e proprio “Bilancio ambientale” a fianco del bilancio finanziario della Provincia.

2. SULLA SOLIDARIETA’: la riforma della legge per la cooperazione internazionale che aumenta di 5 volte gli aiuti allo sviluppo, secondo il modello del Trentino (che investe nella solidarietà 10 milioni di euro all’anno, mentre l’Alto Adige appena 2).

3. SULLA RIFORMA DELLA POLITICA: il divieto di cumulo di redditi da politica a livello provinciale, così com’è stato fatto in Regione.

Come vedete non sono proposte rivoluzionarie, ma primi segnali di una riscossa del fronte ecosociale e democratico su cui, cari colleghi e colleghe di Pd e Arbeitnehmer, vi proponiamo di costruire un’alleanza trasversale nei prossimi mesi in questo consiglio.

 

MOBILITA’, RIFIUTI, TURISMO, ENERGIA

E adesso torno a rivolgermi al Presidente della giunta provinciale. Dicevo che noi Verdi ci rallegriamo di questa Sua conversione dalla quantità del cemento alla qualità della politica. E che misureremo queste intenzioni dalla coerenza delle scelte concrete. Vorrei ora fare qualche esempio.

 

1. Politica dei trasporti e della mobilità. E’ lodevole quanto la provincia ha cominciato a fare sul trasporto di persone su rotaia e lo consideriamo un successo dei gruppi civici e ambientalisti che in Venosta per anni, come unica voce nel deserto, proponevano inascoltati il recupero della ferrovia delle Venosta. Costretta infine a realizzarla, la giunta provinciale ne ha scoperto la bontà e ha venduto il successo come proprio. Poco male: è destino delle minoranze essere da stimolo alle maggioranze. Lo stesso dicasi per la ferrovia della Pusteria.

 E tuttavia, se paragoniamo quello che viene investito in ferrovie rispetto a quello che viene investito in strade, le proporzioni restano di gran lunga a favore della mobilità privata automobilistica. Alla lunga le due cose non possono andare insieme. Se Lei vuole essere coerente col suo “basta con le infrastrutture”, egregio Presidente, noi le diciamo basta con le strade, soprattutto basta con il trasformare pezzo per pezzo le due strade di Venosta e Pusteria in due nuovi itinerari veloci per il traffico pesante. Circonvallare i paesi per liberarli dal traffico va bene, ma che c’entra questo con la nuova strada a Tell, che trasforma l’ultimo tratto della Venosta in una superstrada?

Inoltre, i miglioramenti del trasporto di persone non possono coprire il grande buso della politica provinciale che riguarda il trasporto merci. Qui lei Presidente continua ad avere fede alla fata morgana del BBT, che arriverà a metà secolo se va bene, mentre al Brennero i tir sono due milioni oggi e la soluzione va trovata oggi.

Lei ha aperto il capitolo del BBT parlando di rischi, di decisioni che non ci sono, di finanziamenti che non ci sono; insomma, anche qui Lei almeno ammette le difficoltà. E ho notato, in un altro capitolo, l’enfasi che lei ha messo sul progetto di nuove condotte di gas e di elettricità sotto il Brennero. Le due cose sono collegate, poiché queste condotte passeranno nel cunicolo pilota, l’unica parte del BBT che ha finanziamenti. Lei sa bene cosa si dice in diversi ambienti politici a Innsbruck, anche tra cugini del suo partito: che il BBt non arriverà mai, ma almeno col cunicolo pilota avremo un nuovo corridoio energetico transfrontaliero. Egregio presidente, se state costruendo non un tunnel ferroviario, ma un tubo per gas ed elettricità, non saremo certo noi a protestare. Però ditelo chiaro, perché questo col problema urgente del traffico di transito non c’entra proprio nulla.

Dunque Presidente, se Lei vuole essere coerente con il basta alle infrastrutture, dica basta al BBT, o almeno inverta le priorità: prima misure immediate di contenimento del transito pesante, sul modello austriaco (divieti notturni e settoriali, controlli, limiti di velocità) e svizzero (un pedaggio che rispecchi la verità dei costi); prima la linea esistente, potenziata, ammodernata, protetta dal rumore; prima i passanti merci intorno alle città, primo quello di Bolzano. E’ questo, caro Presidente, il software che ci serve per liberare le nostre popolazioni dalla morsa del traffico e dell’inquinamento. E in questo vanno investiti i capitali accantonati dall’Autobrennero, che non devono essere usati per il “grande cantiere” sotto il Brennero, ma come risarcimento per 50 anni di inquinamento da traffico in mezzo alle città.

A proposito della circonvallazione di Bolzano, vorrei porre una precisa domanda a cui le chiedo, signor Presidente,m di dare una precisa risposta. Nella Sua relazione lei ha parlato di spostamento dei binari merci, ma non del traffico di persone. Significa questo che nella vicenda dell’areale della stazione la sua linea è lasciare i treni passeggeri lì dove sono, nell’attuale stazione di Bolzano, spostando solo il transito merci, evidentemente in galleria? Vorrei una risposta precisa perché a Bolzano tutti se lo domandano.

 

2. Politica dei Rifiuti. Vuole smetterla con le infrastrutture e puntare sulle persone, signor Presidente. Ebbene, rinunci alla costruzione del nuovo inceneritore, o almeno ne riduca drasticamente la dimensione. Riveda il piano provinciale rifiuti, signor Presidente, che nel suo ultimo aggiornamento è stato erroneamente corretto diminuendo dal 60% al 40% gli obbiettivi di raccolta differenziata e portando a 130 mila Tonnellate l’inceneritore. La vicina Trento, un anno fa, ha fatto la scelta opposta: ha elevato dal 40% al 65% la raccolta differenziata e ridotto l’inceneritore da 160.000 a meno di 100.000 tonnellate. E’ la strada che dobbiamo seguire anche noi, se non vogliamo trovarci tra poco con un inceneritore sovradimensionato che per mantenersi in pari dovrà andare in cerca di rifiuti da bruciare.

 Ci sono le condizioni per rivedere al meglio gli obbiettivi del piano provinciale rifiuti, che sono stati fissati in un’epoca in cui la città di Bolzano gettava tutto nei cassonetti. Oggi la raccolta differenziata a Bolzano è arrivata al 43% e la coalizione comunale ritiene fattibile arrivare al 60% entro il 2010. Ci sono paesi che sfiorano il 90%. Ebbene, in queste condizioni io credo fattibile, con una politica provinciale di riduzione a monte degli imballaggi e un forte incentivo alla raccolta differenziata, di chiudere il ciclo senza inceneritore. Oppure con un inceneritore molto più piccolo dell’attuale, per ridurre al minimo il danno che comunque comporta la distruzione di risorse e una nuova fonte di emissioni che, se si considerano le nanopolveri, sono ancora tutte da studiare.

 

3. Piste da sci. Anche qui, Presidente, la cementificazione della montagna deve essere fermata. Nonostante il piano per le piste da sci non preveda nuovi impianti, in tutta la provincia si lavora indefessamente a nuovi progetti: dalla nuova pista progettata al Rosengarten, che abbiamo per ora bloccato con una mozione approvata da questo consiglio cui io Le chiedo, Presidente, di tenere fede anche nella prossima legislatura, ai nuovi collegamenti tra Sesto e Sillian, dalla Val d’Ultimo-Laces allo studio sul collegamento Castelrotto-Monte Pana, per arrivare all’assurdità del progetto Ried a Plan de Corones, con una pista che in tempi di riscaldamento globale scende fino a 800 metri. Ebbene, presidente: se il suo basta infrastrutture è sincero, dica stop a tutti questi progetti e si impegni a non accoglierne neanche uno nel nuovo piano delle piste da sci.

Anzi, faccia di più, faccia quello che noi Verdi le proponiamo dalla scorsa legislatura: recepisca nella legislazione provinciale i protocolli della Convenzione delle Alpi. Il turismo sostenibile, il divieto di nuovi impianti da sci, il divieto di aeroporti nelle Alpi, di nuove strade, per una vita alpina sostenibile per le future generazioni. Noi siamo contenti se Lei chiede che i protocolli della Convenzione delle Alpi vengano ratificati a Roma, ma insistiamo: la possibilità di recepirli è offerta a tutte le istituzioni, anche alla Provincia di Bolzano.

 

4. Produzione e mercato dell’energia. Lei ha promesso l’uscita della Provincia dal ruolo di imprenditrice. Ebbene, egregio Presidente, l’energia sarà il banco di prova di questa Sua intenzione. E’ lì che, con la costituzione della Sel, la Provincia ha creato uno spaventoso conflitto di interessi tra il suo ruolo di ente che controlla, detta regole e eroga le concessioni, e la sua funzione con Sel di imprenditrice che chiede le concessioni, fa concorrenza alle aziende comunali, condiziona il mercato. Questo conflitto di interessi reca un grave danno ai cittadini e alle cittadine della nostra provincia. Infatti, se la Provincia avesse la coscienza a posto, non avrebbe bisogno di investire milioni dei contribuenti per cercare un accordo preventivo con Edison ed Enel, in modo che queste non facciano ricorso contro le concessioni. Con l’Edison questo ci è costato la bazzecola di 52 milioni e mezzo di euro di perdite nette a favore dell’Edison. E tutto perché la Provincia teme di non aggiudicarsi la partita sul libero concorso, poiché il suo conflitto di interesse potrebbe essere impugnato e la Sel perdere le centrali.

Bene, dunque: se vuole smetterla di fare l’imprenditrice, la Provincia esca subito dalle aziende energetiche, favorisca la costituzione di un polo energetico pubblico in cui non l’ente Provincia, ma i comuni e i cittadini siano i protagonisti, e si limiti solo a fissare regole certe per concessioni legate a rigorosi piani ambientali.

Nello stesso modo, la Provincia esca dal traffico aereo e dalla compagnia privata Air Alps, dove invece è accaduto l’opposto: che Provincia e Regione, su decisione diretta Sua, signor Presidente, hanno sostituito i privati coprendone i deficit. L’aereoporto ci è già costato troppi milioni di euro ed è l’ora che la mano pubblica si ritiri, verificando se l’ABD sta in piedi da solo oppure non ha senso. Nella primavera del 2009 si terrà un referendum sulla materia e la popolazione finalmente avrà il diritto di dire la sua, sempre che Lei, presidente, non cerchi di spostare in ogni modo la data del voto, cosa che ha già mostrato intenzione di fare. Dimostri anche qui che le Sue intenzioni di coinvolgere la popolazione nella decisione sui grossi progetti sono serie e sincere.

 

I POTERI DEI COMUNI

Ci sarebbero molto altri punti da trattare, ma su due, prima di concludere, vorrei soffermarmi perché fondamentali per il futuro dell’autonomia: da un lato la sussidiarità interna al sistema dell’autonomia, cioè i rapporti tra Provincia e Comuni, e  dall’altro il federalismo fiscale.

 La sussidiarità. Qui, Presidente, Lei afferma che spesso il termine è mal capito. Sono d’accordo con Lei. Mi pare infatti che nella sua relazione, nel giro di 10 righe, ci siano due concetti di questo principio che sono l’uno il contrario dell’altro. Prima infatti Lei dice che la sussidiarità vuol dire che i poteri sono “naturalmente” collocati in basso, nel popolo sovrano, e che poi vengono delegati via via verso l’altro solo quelle funzioni che non possono essere efficacemente gestite al livello più basso possibile. E questo in effetti vuol dire sovranità. Per cui la reatà dovrebbe essere che tutto il potere di governo del territorio sta presso i comuni, cioè il livello più basso possibile, e semmai vengono delegate alla Provincia certe funzioni che i comuni, per la loro dimensione, non possono gestire.

Due righe dopo, però, Lei rovescia il ragionamento e dice che i poteri stanno tutti alla in capo alla Provincia e semmai bisogna vedere quali possono essere meglio gestiti dai comuni, che però devono sapere in anticipo che dovranno anche assumersi le responsabilità, magari sgradite, che ciò comporta. In questo modo la sussidiarità viaggia da sopra verso sotto, “von oben nach unten” Lei ha detto, e bisognerà vedere bene che cosa sarà giusto delegare, perché, ha aggiunto, non è detto che basso sia sinonimo di meglio.

C’è qui un sapore di paternalismo, signor Presidente, che contraddice il principio di sussidiarità. Si ha l’impressione che questa delega verso il basso sia una specie di punizione che quelli lì, in basso, riceveranno.

 

BOLZANO

Se poi lì, in basso, c’è il comune capoluogo, c’è Bolzano, questo paternalismo diventa ancora più ingiustificato. Da parte della giunta provinciale c’è sempre questo atteggiamento di sufficienza verso Bolzano, e invece ci dovrebbe essere rispetto e – almeno – pari dignità. Bolzano – mi è già capitato di dirlo in quest’aula,  è la città capoluogo di centomila abitanti, il che non equivale affatto alla somma di mille frazioni di cento abitanti, Bolzano non è una Magré moltiplicata per cento, non è una Falzes moltiplicata per cinquanta. La città, e Bolzano in particolare, è una concentrazione di funzioni, carichi sociali e ambientali, problemi e opportunità straordinarie, è un insieme qualitativamente diverso e specifico, che ha bisogno di una politica mirata, sostenuta da finanziamenti certi e un forte impegno della Provincia. 

Vorrei indicare qui alcuni progetti fondamentali della città di Bolzano che non possono marciare la cooperazione e la pari dignità da parte della Provincia.

1. Innanzitutto lo spostamento del traffico merci e dell’autostrada in galleria. L’eliminazione del nastro di asfalto, di traffico e di veleni e del continuo via vai di carri merci che spaccano la città, consentono di recuperare area pubblica e di realizzare un’ampia fascia verde lungo i fiumi, dove possono trovare posto diverse istituzioni culturali e sentieri e ponti tra i quartieri. Il progetto sta dentro il nuovo piano urbanistico di Bolzano e la Provincia non può restare indifferente, né può lavarsene le mani l’Autobrennero, che verso Bolzano ha un debito di decenni di rumore e inquinamento. I capitali accantonati dall’A22 devono essere utilizzati prioritariamente per questi progetti, come risarcimento per i sacrifici sofferti dalla popolazione e garanzia di un nuovo futuro assetto urbanistico.

2. Il secondo progetto è la candidatura di Bolzano a “capitale europea della cultura” per l’anno 2019, che sta dentro il piano strategico approvato dal comune. Se il primo progetto avrebbe l’effetto di purificarne l’aria dei polmoni, questo secondo purificherebbe le intelligenze. Entrambi consentirebbero di ricucire una città ancora divisa territorialmente e, purtroppo, anche mentalmente.

Della candidatura a capitale europea l’importante non è tanto l’anno di arrivo, ma il percorso. Lungo questo percorso io credo sarebbe possibile porre la tappa di una storicizzazione dei momunenti, cioè delle tracce che il fascismo e le dittature hanno lasciato in città. Ho seguito e partecipato ai diversi confronti, specialmente quello all’università, che si sono svolti in questi giorni a Bolzano sull’argomento e credo che di poter dire che è incorso una maturazione, specialmente nel settore più delicato, cioè nel gruppo linguistico italiano. I tempi sono maturi, io credo, per realizzare tra questi relitti del passato un itinerario storico-didattico che, senza togliere assolutamente nulla, potrebbe partire proprio dal monumento alla Vittoria, realizzandovi accanto un centro di documentazione e memoria, per poi continuare verso altre tappe (come il Tribunale) con grandi e dettagliati tabelloni illustrativi e altri punti di documentazione. Un itinerario per informare e far riflettere, che sia al contempo la testimonianza visibile del fatto che la città è riuscita a guardare con distanza le tracce della sua storia e a convertirne la funzione, da mezzi di propaganda di una dittatura, a strumento di alfabetizzazione democratica.

 3. Terzo progetto, il polo bibliotecario comune a tutti i gruppi linguistici. Il suo significato di dialogo e pacificazione in nome della cultura è chiaro a tutti noi, si tratta di realizzarlo con un calendario operativo rapido e preciso.

 4. Quarto progetto, la cosiddetta “cura del ferro” per garantire il raggiungimento comodo, puntuale, frequente e economico della città capoluogo da tutti gli angoli della provincia. Qui molto è stato già fatto e si tratta di intensificare, ottimizzare e completare la rete per il raggiungimento in treno del capoluogo con la realizzazione di un terzo binario verso la Bassa Etesina e della rete tranviaria da e per l’Oltradige. Si è parlato di costi eccessivi. Gli esperti che lavorano con noi Verdi hanno ridimensionato i costi e ipotizzato cifre molto più ragionevoli, alla portata del bilancio pubblico altoatesino. Ciò consentirebbe di liberare Bolzano dalla morsa del traffico pendolare e al contempo offrire ai pendolari un modo riposante e pulito per raggiungere la città.

Questa raggiungibilità deve essere garantita anche alla notte, non solo da e verso Bolzano, ma anche da e verso i centri più grossi della provincia. La soppressione delle corse notturne in Venosta ha lasciato delusi soprattutto tante e tanti giovani e le loro famiglie.

Vede Presidente, come acquista piano piano un volto preciso quel New Deal Verde di cui parlavo prima.  Un sistema di investimenti pubblici nei settori della mobilità sostenibile, del risparmio energetico, della cultura e della formazione che avvii un altro più moderno modello sociale. In cui il benessere dei cittadini e delle cittadine non dipenda più dalla quantità di beni di consumo, di auto private, di case in proprietà di cui essi dispongono. Un modo per separare far progredire la società e insieme ridurre i consumi energetici e di territorio e assicurare alle persone un benessere durevole.

 

L’AUTONOMIA FISCALE

Ma naturalmente anche per questo New Deal, per quanto verde, occorrono investimenti pubblici. E dunque una finanza pubblica sana e solida. E qui arrivo all’ultimo punto.

Il federalismo fiscale. Noi Verdi siamo per una sempre più forte autonomia, che significa anche assunzione di responsabilità, e per questo siamo assolutamente d’accordo sul federalismo fiscale, cioè perché alla Provincia venga trasferita la responsabilità di stabilire le tasse e non limitarsi, come adesso, a distribuirne i proventi e lasciare allo Stato il ruolo dell’esattore. Con l’autonomia fiscale, la Provincia sarà giudicata per la sua capacità di praticare una politica equa a favore innanzitutto delle persone più svantaggiate e del lavoro dipendente. Inoltre potrà penalizzare produzioni e consumi inquinanti e insostenibili, premiando invece il risparmio di ambiente e il rispetto della dignità del lavoro, costruendo dunque un sistema di fiscalità equa ed ecologica.

Tuttavia, qui bisogna dire la verità, signor Presidente: Lei sa benissimo che il federalismo fiscale, se verrà, rivoluzionerà tutto l’assetto della nostra autonomia e metterà fine al periodo delle vacche grasse. E’ stato l’istituto provinciale di Statistica con lo studio “I conti dell’amministrazione pubblica in provincia di Bolzano” a mettere la parola fine alle diatribe su quanto l’Alto Adige prenda e quanto dia al resto del Paese. Questo studio è stato pubblicato il 12 dicembre scorso su due grandi pagine dalla Wirtschaftszeitung, che è giornale certamente non antiautonomista. E questo giornale ha titolato le sue pagine, riferendosi al tessoto economico-sociale altoatesino: “Mit Staatsgelder gedoppt”, cioè: dopato da soldi di stato. Quel che lo studio dice, in estrema sintesi, è che il Sudtirolo riceve dal resto d’Italia più di quanto paga in tasse, e per una cifra non piccola: il saldo a nostro favore oscilla, a seconda delle voci e dei calcoli, tra il miliardo e 140 milioni di euro e i 600 milioni all’anno. E questo non da oggi, ma dalla legge di finanziamento provinciale del 1989, approvata proprio, signor Presidente Durnwalder, all’inizio della sua “era”. Una legge che ha sovrafinanziato la nostra provincia e che forse Le ha consentito di costruire e realizzare – putroppo anche di cementificare – una parte non piccola di quello che Lei in questi 20 anni ha costruito e realizzato. Una cifra comunque considerevole, che secondo il giornale degli imprenditori di lingua tedesca ha consentito il miracolo di mantenere da un lato molto alta la spesa pubblica – e così spingere forte tutta l’attività economica – e dall’altra parte di mantenere relativamente bassa la pressione fiscale.

Chi ha dato un così importante contributo al nostro benessere sono quelle 4 o 5 regioni “pagatrici nette” del Nord Italia che stanno a noi vicine e non a caso ci guardano in cagnesco.

Ora, l’autonomia fiscale metterà fine a questo nostro vantaggio relativo, farà tornare a corrispondere ciò che si dà e ciò che si riceve. Ciò significa che quel miliardo, o se si vuol essere prudenti, quei 600 milioni in più, non li avremo più a disposizione. Non tenendo conto che probabilmente ci verrà chiesto anche un contributo in più, in solidarietà verso le aree più povere. Il processo è cominciato e la proposta di ricevere nuove competenze a zero finanziamenti è un primo tentativo di tamponare la falla, ma Lei sa benissimo, signor Presidente, che i tempi più duri devono ancora venire.

Per questo è urgente una ridefinizione complessiva del bilancio provinciale a cominciare da quello 2009, e su questo il collega Hans Heiss ha fatto ieri proposte precise, realistiche, serie. In sostanza: meno cattedrali nel deserto, meno edifici di prestigio, meno colate di cemento per soddisfare le lobby e i circondari, e più selezione secondo obbiettivi precisi, che per noi devono essere da un lato il sostegno al benessere e alla sicurezza sociale delle persone, per l’altro verso un’eco-economia che si specializza nel risparmio energetico, nelle energie alternative, nella mobilità pubblica sostenibile.

Il Sudtirolo sta all’inizio del futuro, ci ha detto ieri il presidente Durnwalder. Quello che nei nostri interventi il collega Hans Heiss ed io abbiamo oggi descritto, è il futuro che noi Verdi ci immaginiamo. E per il quale in questa legislatura lavoreremo.

 

 

REGIERUNGSERKLÄRUNG: AUF DÜNNEM EIS

Von Hans Heiss (Grüne Fraktion)

Matte Endzeit

Wir stehen ziemlich ratlos vor dem neuen Regierungsprogramm und dem designierten Regierungsteam, die der Landtag in dieser Woche in die Aktivität entlassen soll.
Ratlos deshalb, da wir nur spärliche Zeichen der Erneuerung sehen können, wenig ermutigende Signale, kaum den Anflug eines Neuaufbruchs. Ein Programm, voll von vagen Inhalten, aber ohne klaren Bau- und Regieplan.
Die programmatische Erklärung des Landeshauptmanns wirkt wie eine offene Baustelle, wie ein Haufen Ziegel und Zementsäcke, denen man nicht ansieht, welche Absichten der Architekt damit verfolgt.
Aber da wir den Architekten seit bald 20 Jahren kennen, lässt sich unschwer ausmalen, welches Projekt entstehen wird. Das Haus des Pragmatismus erfährt seine fünfte Neuauflage, diesmal freilich ohne kraftvolle Überraschungen und ohne jene Entscheidungskraft, zu denen der Landeshauptmann in früheren, in guten Zeiten fähig war.
Vor uns liegt eine Regierungsperiode der Kompromisse und der Zaghaftigkeit, denn das fortschreitende Alter bringt nicht die Stärken des Regierungschefs zum Tragen, sondern seine markanten Schwächen, seinen Trotz und Starrsinn. Hinzu kommen der Hang zum Durchwursteln und der Versuch, es allen recht zu machen. Vor allem aber sieht er sich erstmalig vor einer starken Lobby, die ihm ziemlich brutal immer wieder ihren Willen aufnötigt, sekundiert von einem Tagblatt, das die Kunst der scheibchenweise erfolgenden Demontage, der befristeten Erholung und des finalen Schlags vollendet beherrscht.

Wir werden daher – dies ist unschwer vorauszusehen – eine matte Endzeit der Ära Durnwalder erleben, glanzlos, fahl und ein wenig müde.
Dazu sehen wir ein Team, das seiner anstehenden Wiederbestätigung entgegen strahlt. Dabei gibt es keinen besonderen Grund zur Freude, sondern nur zu tiefer Nachdenklichkeit. Der Landeshauptmann wird sagen. Regierung verkleinert, zwei neue Landesräte, was wollt ihr mehr!
Aber der Rückzug von Landesräten, die nicht mehr wollen und die dem Ende ihrer politischen Biografie entgegen gehen, ist keine Erneuerung. Ein solches Manöver, den ehrenwerten Verzicht der alten Landesräte auf ihr Mandat, als Erneuerung auszugeben, wirkt auf uns wie die Einschätzung eines alten Rauchers, der – im Alter zur Amputation seines Raucherbeins gezwungen – frohgemut verlauten lässt: „Seht her, nun habe ich mich grundlegend erneuert.”

Und kein einziger der Damen und Herren designierten LandesrätInnen und -räte war trotz z. T. massiver Stimmenverluste in der Lage, zu sagen: „Nein, diesmal ohne mich.” Kein einziger von ihnen hat die Würde und den Anstand aufgebracht, zu sagen: Danke, wir haben verstanden, ich respektiere den Wählerwillen, der mich abgestraft hat und verzichte auf ein Regierungsamt. Einsicht, Würde, Selbstbescheidung? Fremde Vokabeln in einem Denken, in dem es um Machterhalt und Positionen geht. Ein Denken, das mir stets zutiefst fremd bleiben wird.

Und die neuen Landesräte der italienischen Sprachgruppe? Nun – ihre Kompetenzen kennen wir noch nicht zur Gänze, aber eine besondere Zuständigkeit wird ihnen in jedem Fall aufgebürdet – die der Erneuerung.
Neben der Innovation wird den italienischen Landesräten noch eine unsichtbare Kompetenz zugewiesen: die Aufgabe der Erneuerung, als besondere Zuständigkeit der italienischen Sprachgruppe, die Juniorpartner müssen für die wichtigste Eigenschaft dieser Regierung gerade stehen. So wie die italienische Sprachgruppe die Mehrheit der SVP gerettet hat, so retten die italienischen Landesräte das Image der Landesregierung – als Metallic-Lackierung auf einer ziemlich abgefahrenen Regierungskarosse.
Mitunter helfen nur Ironie und Sarkasmus, sie scheinen die einzigen Mittel gegen das, was den Abgeordneten des Südtiroler Landtags, zumal jenen der Opposition, zugemutet wird. Aber nicht wir sind die Hauptleidtragenden, sondern jene, die wir zu vertreten haben, die Bürger unseres Landes, das Volk von Südtirol. Dieses Volk hat am 26. Oktober mit bisher nie gekannter Deutlichkeit und Schärfe klar gemacht: Wir wünschen etwas Neues. Wir das Volk, wissen nicht genau was, aber eines wissen wir sehr wohl: Es kann so nicht weiter gehen. Und wie lautet die Antwort der SVP und Landeshauptmann: Wir bleiben die Alten, grad extra. In keiner Regierung seit 1989 hat es so viel Stillstand gegeben: 1993, 1998, 2003 und erst recht 1989 gab es jeweils starke Signale des Neuaufbruchs: Kasslatter und Berger 1998, Theiner und Tommy Widmann 2003 waren gewichtige Neuzugänge. Dass das Festhalten an den Alten nicht Solidität bedeutet, sondern – bei allem Respekt vor den guten Qualitäten der Einzelnen – Stillstand heißt, davon werden wir noch zu sprechen haben. Auf der Regierungsebene bleibt also noch die alte Hardware installiert. Und sie wird scharf bewacht von den Hütern der Wirtschaft, die ihre Macht bei der Zuteilung der Kompetenzen bereits demonstriert hat.

Sind die Erklärungen des Landeshauptmanns, ist diese designierte Landesregierung auf der Höhe der Situation, vor der unser Land steht? Ist sie sich der Dramatik der Lage von Wirtschaft und Gesellschaft überhaupt bewusst? Es gibt darauf leider nur eine ungeschönte Antwort: Ein entschiedenes Nein. Im folgenden möchte ich begründen, warum wir diese Regierung nicht auf der Höhe der aktuellen Herausforderungen sehen, der brennenden Fragen der Gegenwart, die auch in unserer kleinen Region Einzug hält. Es ist eine Regierungserklärung ohne klare Perspektive, ohne zentrale Leitfragen, über der nur ein vages Motto schwebt: Von der Hardware zur Software. Südtirol als Softwarehaus, mit dem Programm Luis 5.0, vom Macher zum Softie.

Als politische Verantwortungsträger in Südtirol haben wir auf drei Kernfragen der Gegenwart zu antworten:

Auf soziale Gerechtigkeit;

auf den Ausgleich, Vermittlung und Frieden zwischen Sprachgruppen und Kulturen;

auf die Sicherung der Zukunft.

Es sind Fragen, die sich global stellen, für die aber Antworten auch auf regionaler Ebene fällig werden, auf der Beletage unseres kleinen 500.000-Seelen-Landes Südtirol.

Soziale Gerechtigkeit

Die Wirtschaftskrise hat Südtirol erreicht, auch die Ausläufer der Rezession. Von Woche zu Woche wechselt eine wachsende Zahl von Lohn- und Gehaltsempfängern in die Ausgleichskasse und in die Mobilitätslisten. Knapp 2000 sind es bislang und bald werden es mehr sein.
Hinter dürren Zahlen stehen Biografien und menschliche Schicksale: Menschen, Familien. Frauen und Männer, Kinder und Alte, deren Einkommen plötzlich um die Hälfte gekürzt wird, mit gravierenden Folgen: Aus Krediten werden Überschuldung, Tilgungsraten für Wohnbaudarlehen, bereits vorher mühsam abgestottert, erweisen sich plötzlich als erdrückende Last. Die Reaktion der Betroffenen können wir uns ausmalen, wir hören sie unmittelbar von den Bürgern selbst: verzweifelte Einschränkungen, Wünsche der Kinder, die unerfüllbar sind, kleine Abwechslungen des Alltags, die radikal gestrichen werden. Bereits im September des Jahres lag die Zahl jener in Südtirol Lebenden, die dringend nach einer Einkommenserhöhung von mindestens 200 € im Monat verlangten, bei zwei Dritteln aller Arbeiter und Angestellten.
Die relative Armut hat inzwischen deutlich über 20% der Südtiroler erreicht, eine Notlage, die seit 25 Jahren nicht mehr bekannt war. Und wir stehen erst am Anfang einer Krise, die sich in die Gesellschaften unseres Landes immer schärfer hineinfrisst. Gewiss: Die drohende Rezession ist nicht hausgemacht, sie ist die Folge des von Spekulation und Gier überhitzten Kapitalmarkts, der seit Sommer 2007 implodiert ist. Die Gier der großen und kleinen Anleger, vor allem aber die Findigkeit und Skrupellosigkeit zahlloser Investmentbanker hat den Kapitalmarkt ins Mark getroffen und in einer zweiten Phase alle Wirtschaftssektoren an ihren zentralen Punkten gelähmt: In ihrer Finanzbasis und in der Nachfrage.

Wir in Südtirol haben Mühe, das zu realisieren, was auf uns, auf unser Land zusteuert. Nur zögernd begreifen wir das Ausmaß des Wandels, des großen Strukturbruchs, der in Wirtschaft und Gesellschaft der Welt, aus Europa, vorab von von Italien her, auf uns zurollt. Noch sind wir gefangen in der seit Mitte der Achtziger gewonnenen, in der Jahr um Jahr gefestigten Erfahrung, dass im Grunde immer alles besser wird, kleinen Rückschlägen zum Trotz. Noch lebt in uns das Prinzip des „Weiter so!”, die Hoffnung, dass die Depression nichts weiter als eine kleine Konjunkturdelle bedeutet, die sich ab Mitte 2009 wieder ausbeulen wird.
Diese Hoffnung – werte Kolleginnen und Kollegen – ist eine Illusion. Denn kein Stein wird auf dem anderen bleiben, wir sind Teil einer Welt, eines Kontinents und vorab eines Staates, in denen sich in fünf Jahren vieles, wenn nicht alles verändert haben wird.
Unsere Eltern und Großeltern haben mit aller Kraft daran gearbeitet, die Armut hinter sich zu lassen, sie zu verdrängen. Unser Selbstbewusstsein gründet wesentlich auf dem Glauben, dass wir das graue erste Drittel des 20. Jahrhunderts endgültig überwunden haben – die Jahrzehnte der Armut, der Unterbeschäftigung und der Auswanderung. Es ist eine Epoche, die die meisten von uns nicht mehr aus eigener Anschauung kennen, bis auf den Landeshauptmann in spe, bis auf die Kollegen Berger, Repetto, Kollegin Klotz, Kollege Seppi, noch wenige andere. Alle übrigen sind Kinder der glücklichen Jahrgänge 1960-1980, aufgewachsen in der Grunderfahrung eines anscheinend immer währenden Aufstiegs. Diese Zeiten sind vorbei, der Wandel ist da, game over, rien ne va plus.
Immerhin durchzieht die Einsicht, dass wir in schwere Zeiten, in schweres Wasser steuern, die gestern verlesene Regierungserklärung. Vielleicht ist es ein Plus, dass LH Durnwalder die notigen Zeiten Südtirols noch persönlich, an eigener Haut erlebt hat. Vielleicht befähigt ihn seine persönliche Erfahrung, in den kommenden Jahren das Rechte zu tun. Das ist ein Bonus, den ich ihm gutschreiben möchte.

Die wichtigste Branche des fossilen Zeitalters, die Automobilindustrie, ist weltweit als erste eingebrochen. Für 2009 wurde bis vor kurzem weltweit eine Zulassung von 62 Mio. Mio. Neufahrzeugen prognostiziert; die jüngsten Schätzungen gehen von 51 Mio. Fahrzeugen aus – das ist ein Minus von 20%. Wie bei der Finanzkrise haben auch die Autobauer und -käufer auf Pump gelebt, nun kommt ein drastischer Rückbruch.  In Südtirol haben die autonahen Unternehmen als erste Flagge gezeigt Metallverarbeitung und Zulieferer haben als erste die Notbremse gezogen, bei Röchling, Alupress, Sintermetals. Ihr hat die Bauwirtschaft nachgezogen, auch Teil des Handwerks und der Handel. Wir sind noch ohne Reaktion der Landesregierung, das Regierungsprogramm enthält nur erste Hinweise auf zu ergreifende Maßnahmen.
Südtirol benötigt aber ein Konjunkturprogramm und zwar möglichst rasch. Ein Programm, das einzelne Sektoren der Wirtschaft stützt und vor allem die Einkommen der am härtesten getroffenen BürgerInnen und Bürger stärkt. Der Landeshaushalt und die Bonität des Landes bieten hierzu ohne weiteres die Kraft, zumindest noch für 2009. Diese Chance ist unter allen Umständen zu nutzen; nur ein entschiedenes, sozial sorgfältig dosiertes und dauerhaft wirksames Konjunkturpaket kann die notwendigen Impulse und Überbrückungen liefern.

Der Haushalt 2009 sollte ein Konjunkturpaket enthalten, das genau und zielgerichtet wirkt. Ich lasse eine Ziffer springen: 300 Millionen: 100 Millionen zusätzlich der Wirtschaft und den Infrastrukturen, 200 Millionen zusätzlich den BürgerInnen des Landes. 300 Millionen und zwar drei Jahre lang, 2009, 2010, 2011. An erster Stelle Förderungen für ein Bauprogramm, das nicht Neubauten aktiviert, sondern vor allem die energetische Sanierung des Altbestands stärker denn je ins Zentrum rückt und fördert. Mit dem Ziel, in den Städten durchgreifend Klimahaus-A Standard zu implementieren und zugleich energiesparend zu wirken. Mit dem Ziel Solartechnik und Photovoltaik stärker denn je zu fördern. Ein solches Programm wäre kurzfristig wirksam und zugleich nachhaltig in bestem Sinn. Es würde als Air-Bag gegen die akute Krise dienen und Südtirol auf das post-fossile Zeitalter vorbereiten.
Zugleich der systematische Bau und Ankauf von Mietwohnungen durch das Land bzw. das Institut für Sozialen Wohnbau. In allen größeren Gemeinden des Landes sollten geeignete Objekte angekauft, zum geringeren Teil neu gebaut werden. Nicht nur für den ominösen Mittelstand, der noch nie klar genug definiert worden ist, für den aber dennoch in kurzer Frist 1000 Wohnungen entstehen sollen. Diese Form der Wohnbaupolitik für den Mittelstand ist ein merkwürdiges Vorgehen, vor allem auch deshalb, weil ja nicht einmal das letzte Fünf-Jahres-Programm der Sozialwohnungen erfüllt wurde. Wie soll das Mittelstandsprogramm funktionieren, wenn am Programm bis 2005 rund 1000 Sozialwohnungen nicht realisiert wurden?

Ein substanzieller Teil des vorgeschlagenen Konjunktur-Programms sollte in den Öffentlichen Personen-Nahverkehr gehen. Die Krise trifft die Auto-Industrie ins Mark, sie bietet aber auch die Chance, die Bürgerinnen ein Stück weit auch vom Auto zu entwöhnen. Südtirol weist im Land der stärksten Individualmotorisierung Europas die höchste Auto-Dichte auf: 666 Autos auf 1000 Einwohner, ein ökologischer Daueranschlag und zugleich eine Armutsfalle. 6000 bis 7000 € frisst ein Auto jährlich an Einkommen weg. Ziel müsste es sein, den Wert auf 450 Autos von Tausend Ew. bis zum Jahr 2020 zu verringern. Das Resultat ist einfach: Weniger Verkehr, mehr Einkommen, weniger Co2, bessere Luft, weniger Straßen, mehr Lebensraum. Und als Fazit: weniger Autos heißt nicht Verzicht, sondern bessere Lebensqualität.
An Stelle des weichenden Autos würde dann endlich eine post-fossile Mobilität rücken. Mit dem Südtirol-Takt auch auf der Brennerstrecke, mit schnellen Zügen, die auch als Programm nach außen wirken. Die Adler-Linie mit Flüstergarnituren entlang lärmgedämmter Strecken, mit Bahnhöfen nach Vinschger Standard wäre eine zentrale Identitätsmarke für Südtirol. Mit einem Bahnhof Bozen, der wie jener in Innsbruck die Reisenden als leuchtend-helle Visitenkarte empfängt und sie nicht wie ein düsterer Bombenbunker zusammenquetscht.
Mit einer Überetscher Bahn, die Bozen und sein Umland schmerzfrei zusammenfügt. Und schließlich mit Mini-Metros und Stadtseilbahnen in und um die städtischen Zentren, dass sogar die Eidgenossen der Schweiz zu Neidgenossen werden.

Das sind mittelfristige Vorschläge zur Stärkung von Wirtschaft und Ökologie, zur Entlastung der Haushalte. Aber die Bürgerinnen und Bürger, die immer mehr in Not geraten, benötigen und erwarten Sofort-Maßnahmen. Soforthilfe für diejenigen, die in den letzten Monaten in Not geraten sind.
Darunter sollte eine Kredit-Stützungs-Aktion nach Trienter Vorbild fallen. Wer mit zweijähriger Ansässigkeit aufgrund Arbeitplatzverlustes, Lohnausgleichkasse oder Mobilität in Not geraten ist, sollte einen 2-jährige Darlehensausgleich erhalten
Der Landesozialplan liefert bereits Vorgaben, um den neuen Bedürfnissen mit besser abgestimmten Maßnahmen beizukommen. Wir sollten ein organisches Netz der Grundsicherung vorbereiten. Soziales Mindesteinkommen, Zivilinvalidenrenten, Arbeitslosengeld, Hausfrauenrenten, Sozialrenten sollen ordentlich auf ihre Angemessenheit hin überprüft werden, um sie anschließend auf ordentliches Niveau anzuheben. Sollte Südtirol dazu vom Staat neue Zuständigkeiten brauchen, wäre dies eine wichtige Ausweitung der Landeskompetenzen und ein vernünftiger Beitrag Südtirols zur Sanierung des Staatshaushaltes. Die einheitliche Einkommens- und Vermögensberechnung – das famose redditometro – ist ja schon von der Landesregierung im Grundsatz beschlossen.

Ist dies alles realistisch? Ja, denn der Haushalt des kommenden Jahres wird nochmals die Werte von 2008 annähernd erreichen. Und darin gilt es umzuschichten – aus den Verwaltungs- und Beraterverträgen, Umbuchung aus dem Bauprogramm des Landes, aus Zivilschutz und Feuerwehren.
Dies alles muss 2009 geschehen, bevor auch der Landeshaushalt durch die Krise und den absehbaren Steuerföderalismus zusammenschnurrt. Und muss begleitet werden durch eine entschiedene Kostendämpfung der Öffentlichen Verwaltung. Alle Funktionsziele sind gründlich zu durchforsten, die zahllosen Lecks und Fehlstellen zu sanieren. Das heißt: Kein Mittel mehr für überteuerte Projekte. Kein Geld mehr für zweimal gebaute Landesbauhöfe wie in Toblach, für überdimensionierte Zivilschutzzentren, millionenschwere Bohrungen nach heißem Wasser, für kaum genutzte Großanlagen wie den Safety-Park, keine Kapitalinfusionen mehr für die Meraner Thermen, den Airport Bozen Dolomites.
Die Landesregierung hat in den letzten Jahren freilich viele jener Reserven verbraucht, ja sogar förmlich abgefackelt, die jetzt dringend benötigt würden. Sie sind in Fehlinvestitionen umgeleitet worden, in Überbezahlungen, anstatt noch mehr jene strategischen Sektoren zu stärken, die Zukunft sichern, das Soziale, nachhaltige Mobilität, Energieeinsparung und -effizienz. Vieles wurde richtig angegangen, oft genug wurde der Effekt aber auch verschenkt.
Bestes Beispiel dafür der Energiesektor, wo die Beteiligung zunächst an Edison, nun auch an ENEL den Multis um teures Geld weiter das Heft in der Hand gelassen hat. Am Ende werden es 300 bis 400 Mio. € sein, für die ohne Not eine Beteiligung erkauft wurde, eine Beteiligung, die enorme Mittel abverlangt hat und zugleich den Ausbeutern von gestern auch für die Zukunft eine Rolle sichert.

Neuaufbruch Überfällig: Sprachgruppen und Kulturen

Der Ausgleich zwischen Sprachgruppen und Kulturen im Rahmen der Autonomie bleibt ein zweites drängendes Anliegen. Die Landesregierung, die Mehrheitspartei unterschätzen den Sprengstoff, der sich in diesem Bereich wieder aufbaut und anstaut. Die Sprachgruppen, Deutsche, Italiener und Ladiner müssen für die Autonomie wieder neu gewonnen werden. Die Autonomie gilt zwar vielfach als wertvolles Gut, zu oft aber auch als Selbstverständlichkeit. Sie wird oft kaum mehr wert geschätzt, wie ein altes Haushaltsgerät, das auf Knopfdruck zu funktionieren hat. Ihre Attraktivität hat gelitten, denn die Aussicht auf Steuerföderalismus, eine Landespolizei oder die Übernahme von RAI und Gerichtsämtern wird als technisches Accessoire wahrgenommen, sie vermag in Wirklichkeit aber niemand zu begeistern.
Die gleichgültige Hinnahme der Autonomie und ihre routinierte Verwaltung vor allem durch eine Partei hat eine langsame Abkehr von ihr eingeleitet.
Wir sehen dies auf italienischer Seite weniger im Erstarken der Rechten, sondern vorab in der erschreckend geringen Wahlbeteiligung, die in den Städten Bozen und Meran sichtbar war. Sie ist auch Ausdruck von Gleichgültigkeit, sie drückt das Gefühl aus, an dieser Autonomie und ihrem politischen System nicht partizipieren zu wollen. Dieser Abkehr steht die andere Bewegung unter Italienern entgegen, das bewusste Ankreuzen der Mehrheitspartei der Deutschen und Ladiner. Da diese Option aber zu keinen positiven politischen Konsequenzen führt, die da heißen könnte, Öffnung der Mehrheitspartei, so verwandelt sich die Sympathiebekundung mit großer Sicherheit verstärkt in Ressentiment oder scharfe Abkehr, wie es die Lega-Vertreterin ausdrückt.
Auf deutscher Seite greift der Gedanke der Selbstbestimmung vor allem unter Jugendlichen, die die Autonomie nur mehr als Relikt von gestern betrachten. „Das Land, dem sie die Treue halten” ist nicht das Südtirol der Autonomie, des friedlichen Zusammenlebens und des Austausches der Sprachgruppen, sondern das zum Freistaat erlöste Territorium Südtirol. Wenn heute nach Umfragen rund 30% für eine Freistaat-Lösung Südtirol eintreten, so ist das eine beeindruckend starke Sperrminorität, die die Autonomie in der bestehenden Form ablehnt.
Die Südtirol-Autonomie verfügt über keine starke Ausstrahlung, das ist einer ihrer gravierendsten Mängel. Sie muss endlich über ihre technische Dimension hinaus durch kraftvolle Symbole gestärkt werden. Den Autonomiefreunden fehlt jedes Talent zur symbolischen Politik, die hingegen der Selbstbestimmungsfraktion in reichem Maß zu Gebote steht. Ein Transparent á la „Südtirol ist nicht Italien” wiegt mehr als hundert Bekenntnisse zur Autonomie, das ist mehr als bedauerlich, das ist eine Schande.
Eine tragfähige Kulturpolitik für Südtirol darf nicht wie bisher in sträflicher Weise auf diese Ebene vergessen und sie außer acht lassen; die Südtirol-Autonomie ist keine Straßenverkehrsordnung mit 137 Artikeln, sondern das wichtigste Exzellenzprodukt des Landes. Der schon in Vergangenheit einmal zaghaft geäußerte Vorschlag des Landeshauptmanns, einen Tag der Autonomie zu lancieren, ist weiter zu verfolgen. Wie es eine Lange Nacht der Museen gibt, so sollte es auch der Autonomie eine Mittsommernachtfeier gewidmet werden, ein Festival dell’Autonomia oder ein Haus der Autonomie. Autonomie braucht dringend Zeiten und Orte der Vergewisserung, vergleichbar dem 4. November, dem 20. Februar, 25. April oder den 8. Dezember. Einen Tag wie den Independence Day in den USA – einen Tag an dem das autonome Südtirol sich selbst feiert, nicht als Grillparty der Nabelschau, sondern als Fest der Dankbarkeit.
Für die Kulturpolitik des Landes sind Symbole der Autonomie bitter nötig – sie sind jene Ebene, die zwischen der bodenständigen Traditionspflege und der vielbeschworenen Modernität unserer Kultur noch aussteht.
Symbole und eine Vermittlung von Geschichte, die endlich alle Sprachgruppen erreicht, denn ohne historische Perspektive bleibt unsere Autonomie für Auswärtige und Einheimische unverständlich. Es braucht endlich einen adäquaten Geschichtsunterricht, der die Landesgeschichte einbettet in eine großräumige Perspektive, dazu Lehrpläne und konsequenten Unterricht in allen Schulen. Und eine „Politik der Erinnerung”, die Bauten und Denkmäler aus der faschistischen Epoche endlich in einen Kontext stellt, der sie erklärt und nicht so präsentiert, als sei ihre Botschaft von damals immer noch gültig.

Wir brauchen einen Neuaufbruch der Südtirol-Autonomie. Ihre Vorzüge sind systematisch auszubauen, während ihre Schwächen zu bekämpfen sind. Die Einbettung in einem größeren Zusammenhang ist bitter nötig: in eine Europa-Region der Kooperation, in konstante und koordinierte Zusammenarbeit mit Innsbruck und Trient. Es ist das Fehlen dieses größeren Zusammenhangs, der die Autonomie angreifbar macht und die Selbstbestimmungs-Parolen auf fruchtbaren Boden fallen lässt. Wir benötigen hingegen einen Zusammenhang, der über nationalstaatliche Bindungen hinausführt, der aus der Kooperation und dem europäischen Bezug lebt.

Symbole für eine starke Autonomie sind wichtig, ebenso wichtig aber ist die Praxis der Zusammenarbeit der Sprachgruppen. Wenn rund 80% der Südtiroler ein mehrsprachiges Schulangebot wünschen, so sollte dies endlich umgesetzt werden. Nicht nur als Schulversuch, sondern als einen offiziell geförderten Schulzug von der Grundschule bis zur Matura. Ein Modell, konsequent durchgezogen und von den Schulämtern und der löblichen Universität gemeinsam begleitet, als mutiges Pilotprojekt.
Die vielen Schulversuche, die in diese Richtung laufen tragen heute den Charakter von Katakombenschulen, über denen die drohende Rute des Artikels 19 hängt. Diese Heimlichtuerei muss endlich ein Ende haben, wir brauchen ein öffentlich anerkanntes Modell, bei allem Respekt vor dem Prinzip der Sprachgruppen-Schulen, die weiterhin die überragende Mehrheit des Angebots bilden sollen.

Zudem gilt für den Bereich Bildung und Schule, den der Landeshauptmann in seiner Erklärung zu recht stark betont hat, dass vier weitere Aspekte in den Vordergrund rücken müssen. Wichtiger als der Kampf gegen das römische Virus, das aufgrund der sekundären Zuständigkeit stark abgeschwächt werden kann, sind konkrete Reformen.

Die Unterrichtsqualität muss entscheidend verbessert werden. Wir brauchen für die Lehrer/innen im Lande eine fachdidaktische Offensive. Es genügt längst nicht mehr, gute Experten in Mathematik, Deutsch- oder Italienisch zu sein, in Physik oder Konstruktionslehre. Vielmehr muss die Qualität der Vermittlung des Faches ins Zentrum rücken, daran mangelt es häufig, daran krankt es allzu sehr.

Daneben steht eine erweiterte Beziehungsdidaktik. Lehrer müssen wissen und umsetzen, wie man Beziehungen zu Schülern aufbaut, wie man sie gewinnt, in der Klasse mit ihnen umgeht, wie man den Unterricht moderiert, wie man Schulklassen managt. Das ist heute wichtiger denn je, da die Individualität, die Unterschiedlichkeit der sozialen Herkunft von Schülern Lehrer und Klassengemeinschaften nur zu oft überfordert.

Drittens ist die Elternarbeit zu forcieren. Immer mehr Eltern haben soziale Probleme, stammen aus bildungsfernen Schichten. Sie können durch Elterntreffs, Einschulungen, Büchergutscheine und ein sorgfältiges Informationsangebot für die Schule gewonnen werden.

Schließlich ist das Netzwerk zwischen Schulen, Sozialdiensten und Betreuungsinstanzen ganz entschieden zu stärken.

Auch die Universität muss endlich ihrer Aufgabe in vollem Umfang gerecht werden. Elf Jahre nach der Gründung steht auch sie auf dem Prüfstand, sie hat ihre eigene Rolle und Aufgabe selbstkritisch zu überprüfen.
Vorab gilt: Die Universität hat in zehn Jahren manches geleistet. Ihre zentralen Fakultäten, die Bildungs- und die Wirtschaftswissenschaften, bilden vielfach qualifizierte AbgängerInnen bei relativ wenigen Studienabbrechern aus. Dennoch wurden die selbst gesteckten Ziele nicht erfüllt. Die FUB verfügt zwar über drei gut ausgebaute Standorte (Bozen, Brixen, Bruneck). Die Zahl der Studierenden ist aber nur mäßig gewachsen, ebenso jene der fest bestallten Professoren und Lehrbeauftragten. Sie erreicht aktuell rund 3500 Studierende und etwa 70 fest verpflichtete Lehrbeauftragte. Die frühere Rektorin Rita Franceschini hat bei ihrem Amtsantritt 2004 bis zum Jahr 2008 eine Zahl von 5000 Studierenden und 100 festen HochschullehrerInnen anvisiert. Die optimistische Prognose wurde bei weitem verfehlt.
Dafür kostet die Universität Bozen. Die neue Leistungsvereinbarung sieht im Zeitraum 2008-2010 Führungskosten in Höhe von rund 50 Mio. Euro im Jahr vor. Das ist viel Geld: Eine vergleichbare deutsche Universität wie die Stiftung Universität Hildesheim (Niedersachsen) mit rund 4500 Studierenden, gleichfalls ohne medizinische Fakultät, verfügt über ein Jahresbudget von 26 Mio. Euro. Die Mittel, die der Universität Bozen zufließen, stammen großteils aus dem Landeshaushalt, eine Einwerbung von Drittmitteln in größerem Ausmaß findet nicht statt.
Ein großes Problem der Freien Universität Bozen ist die weit gehende Verschulung des Hochschulbetriebs. Die Studierenden durchlaufen einen zügigen Parcours, der sie zu ständiger Arbeit anhält und einem konstanten Prüfungsrhythmus unterzieht. Ganz im Sinne des Bologna-Prozesses, der kurze Studiendauer und zügigen Anschluss an den Arbeitsprozess gewährleisten soll. Andererseits aber leidet eine selbständige Arbeitshaltung unter solchen Vorgaben, die die Möglichkeit der Individualisierung, vertiefter Bildungsprozesse und breiter Interessenfelder deutlich reduzieren.
Das zeigt sich besonders an der Fakultät für Bildungswissenschaften, wo LehrerInnen und KindergärtnerInnen vielfach im Schnellverfahren ausgebildet werden, ohne je die Erfahrung zu machen, dass Wissenschaft auch vertiefte und autonome Arbeit bedeutet.
Besser ist die Situation an der Fakultät für Wirtschaftswissenschaften, wo die kleinere Zahl an Studierenden, ihre internationale Durchmischung und die Verpflichtung zur Mehrsprachigkeit für Öffnung sorgen. Hier herrschen auch größere Leistungsanforderungen, während die Bildungswissenschaften oft zu großzügig sind und die Studierenden bei Prüfungen gleichsam „durchwinken”.

Die Forschungsleistung der Freien Universität Bozen lässt gleichfalls zu wünschen übrig. Wichtige Forschungsfelder, etwa an den Wirtschaftswissenschaften, sind auf eine internationalen Kontext bezogen. Das ist richtig und wichtig, da Wissenschaft grundsätzlich transnational und universalistisch angelegt ist. Dennoch fällt auf, dass zur regionalen Entwicklung kaum Forschungsergebnisse vorliegen. Inputs zur Wirtschaft Südtirols und des Alpenraums liefern weit eher das WiFO der Handelskammer Bozen, die Universitäten Innsbruck und Trient bzw. die Europäische Akademie.
Auch seitens der Bildungswissenschaftlichen Fakultät werden didaktische Konzepte etwa zur Mehrsprachigkeit vermisst. Auch bei gesellschaftlichen Debatten hält sich die Universität meist abseits, als wollte sie sich mit den kleinen Fragen Südtirols nicht die Hände schmutzig machen. Hier müssen die Finanziers, die Landesregierung und -verwaltung, die Verbände und gesellschaftlichen Kräfte des Landes stärker auf Rückbindung und -kopplung drängen.

Die Institutionen von Schule und Bildung sind also grundlegende Träger der Entwicklung Südtirols. Von ihnen hängt wesentlich ab, wie dieses Land wettbewerbsfähig und fit für die Weltwirtschaft bleiben kann, an ihnen hängt aber auch wesentlich der Auftrag, das Zusammenleben unterschiedlicher Menschen für die Zukunft erträglich, auskömmlich und positiv zu gestalten. Sie müssen für diese Aufgabe des 21. Jahrhunderts noch besser gerüstet sein, für ein Leben nicht am Schnittpunkt der Kulturen, wie es so schön heißt, sondern für ein Zusammenleben mit mehreren Kulturen.
Wir werden uns daran zu gewöhnen haben und müssen uns einer Realität stellen: Südtirol wird ein Zuwanderungsland bleiben, ob wir dies wollen oder nicht. Wie in allen europäischen Regionen ist die Migration eine Jahrhundertaufgabe, für die es keine leichten Lösungen gibt. Man kann es so halten wie die Kollegen Freiheitlichen, die nach allen möglichen Schlössern suchen, um Südtirol nach außen zu verriegeln und nur willige und fügsame Arbeitsmenschen ins Land zu lassen. Das wird nicht gelingen, allen Versuchen zum Trotz. Es werden Arbeiter und Lohnabhängige kommen, die aber zumindest einen Teil ihrer Kulturen, ihrer Familien und Religionen, ihrer Wünsche und Probleme mit sich führen und bei sich tragen.
Wir können nicht nur ihre Arbeit annehmen und ihnen die prekären Dienstleistungen anvertrauen, die wir selber nicht mehr erbringen wollen. Wir können sie nicht nur mit einem schwarz bezahlten Mindestlohn abspeisen, sondern müssen auch für ihr Wohlergehen, für ihre Würde und ein Auskommen mit ihnen Verantwortung tragen.
Ein Auskommen, in dem beide Seiten den Rechtsstaat und seine Werte respektieren müssen: Demokratie, Gleichberechtigung von Frauen, Trennung zwischen Glauben und öffentlicher Sphäre. Der Großteil der Migranten – und es sind etwa halb so viele wie in Nordtirol – hat keinerlei Probleme damit. Ein großer Teil stammt aus dem europäischen Rechts- und Kulturkreis, auch die meisten anderen pflegen äußerste Zurückhaltung. Eine kleine Minderheit aber bereitet Probleme, beim Abschöpfen von Sozialleistungen, im alltäglichen Umgang, aufgrund krimineller Handlungen. Ihre Devianz wirft denn auch ein negatives Schlaglicht auf den Rest, sie sind zugleich das Reservoir, aus dem die Kollegen Freiheitlichen ihre Argumente beziehen. Einmal nur, ein einziges Mal – Pius Leitner – würde ich mir wünschen, dass Ihr auch auf die vielen Beispiele gelingenden Zusammenlebens verweist.
Keine Frage: Es ist Euer Verdienst, dass Ihr Probleme nicht verdrängt habt, sondern seit über 10 Jahren die Praxis des Wegschauens und Ignorierens der Zuwanderung kritisiert habt. Viel mehr als das wiegt aber, dass Ihr aus zahlreichen Einzelbeispielen ein Negativbild konstruiert habt, das sich zum gigantischen Feindbild aufgebläht hat. Ihr seid – bei aller persönlichen Sympathie für einige von Euch – Spekulanten mit der Angst, die tief in dieser Gesellschaft drin steckt. Ihr seht nie Lösungschancen, sondern nur Probleme. Neben dem Abschöpfen von Wohngeld und Sozialleistungen, auf das ihr ständig verweist, neben den kleinen Kulturkämpfen des Alltags, neben den zu recht kritisierten Schlägereien erwähnt ihr nie den enormen volkswirtschaftlichen Mehrwert, den Migranten in diese Gesellschaft einbringen. Das mag sich nun ändern, wenn die Arbeitslosigkeit vor allem Migranten trifft, aber wir können, wir müssen nun endlich dran gehen, Migration zu gestalten, sie besser zu steuern.
Durch ein Gesetz, das klare Regeln und Zuständigkeiten schafft. Durch eine Stabsstelle des Landes für Migration, durch Sprachzentren, die besser ausgestattet sind, durch Integrationsstellen und -häuser in den größeren Gemeinden, durch regelmäßige Dienststellenkonferenzen auf Gemeinde- und Landesebene. Durch Anreize für Vereine, sich um Migranten, vor allem um Jugendliche zu kümmern, durch Elternarbeit. Durch die Verpflichtung von Unternehmern in den Betrieben ein Mehr an Integration zu leisten. Dann lässt sich Zuwanderung gestalten, dann werden wir nicht von ihr überrollt und gewinnen mehr an Gelassenheit und Sicherheit.

Blick nach vorn

Schließlich ein Blick auf die Zukunft: Vor uns liegen mindestens zwei, wenn nicht drei Jahre der Rezession. Neben der Industrie, der Bauwirtschaft, dem Handel wird auch der Tourismus mit dem späten Winter an Fahrt verlieren, sein Wachstum verlangsamen und stagnieren. Viele Familienbetriebe werden dem standhalten, nicht wenige aber werden unter dem Druck der Hochverschuldung einbrechen. Eine große Herausforderung, aber auch Gelegenheit, um die Rolle des Tourismus grundlegend zu überdenken. Vor allem die Rolle des Wintertourismus, dessen Aggressivität einzudämmen ist. Die drohende Serie an Liftzusammenschlüssen und neuen Schipisten von Sexten bis zur Schwemmalm kann nicht der rechte Weg sein. Unsere Landschaft braucht endlich Schutz vor dem drohenden Kahlschlag neuer Schipisten. Wir müssen den Winter neu kreieren, mit sanfteren und alternativen Angeboten. Wir müssen aber vorab den Sommer stärken, der durch die Klimaerwärmung in Kürze erhöhte Bedeutung gewinnen wird. Wir brauchen einen ökologisch bewussten Tourismus, von dem vor allem die Unternehmer selbst überzeugt werden sollten. Mit einer drastischen Eindämmung der Öko-Mobilität, weniger Fun und dafür mehr Sinn. Mit neuen Angeboten, die weniger Ressourcen fressen als der grassierende Wellness-Tourismus.
Auf der jüngsten Konferenz zur Eco-Regio ist dieser Tourismus-Wandel zum Thema gemacht worden – Modelle wurden vorgestellt, wie es sie bereits in Österreich, in der Schweiz gibt.
Tourismus, erst recht aber Einheimische wünschen mehr denn je eine intakte Landschaft. 68% verlangen laut einer Apollis-Befragung einen Stopp der Zersiedelung. 68% – über 2/3 aller Südtiroler. Der seit 2005 überfällige LEROP könnte eine Chance sein, hier endlich die Bremse zu ziehen, ohne Entwicklungschancen zu stoppen. Und vielleicht kommt in dieser Periode endlich eine große Reform der Raumordnung, die neue Grundsätze, Übersichtlichkeit und Klarheit der Bestimmungen durchsetzt

Eine Vision Südtirol 2020 braucht klare Konturen: Unser Land wird sich dann in einer Welt befinden, in der der Kampf um Ressourcen, um Lebenschancen, um Marktanteile aller Voraussicht nach weit härter und brutaler geführt wird, als dies jetzt der Fall ist. Der Klimawandel wird bis dahin in seinen Auswirkungen voll sichtbar sein und härteste Maßnahmen einfordern.
Auf diese Zeit müssen wir vorausblicken, um mit einem neuen Modell Südtirol zu antworten. Dieses alpine Kernland muss zum Vorbild für den Umgang mit Ressourcen aufrücken, zum Exempel dafür, wie sich landschafts- und ressourcenschonend wirtschaften lässt. Es sollte vorführen, wie man Lebensräume erhalten, wie man sie auch neu inwertsetzen kann. Es sollte zeigen, wie man Zersiedlung zurückführen kann.
Es sollte zeigen, wie unterschiedliche Sprach- und Kulturgemeinschaften zwar nicht ohne Mühe, aber konstruktiv die Zukunft gemeinsam gestalten können. Es sollte schließlich zeigen, wie Solidarität, Selbstverantwortung und Sozialsysteme in einer neuen Form ineinander greifen. In einer Autonomie, die aus sich selbst gestaltet wird, aber in enger Verbindung mit den Nachbarregionen, mit dem europäischen Kontext lebt. Kein Freistaat Südtirol, der sich nach allen Seiten abgrenzt, sondern eine Region, die souverän genug ist, um die eigene Sprache und Kultur aus ständiger Begegnung heraus zu stärken und neu zu entfalten.
Das, liebe Kolleginnen ist die Mission, die ich für Südtirol sehe. Landeshauptmann Durnwalder, war lange Zeit, beinahe ein Jahrzehnt lang, ein Hoffnungsträger auf einem solchen Weg. Trotz seiner Schwächen und Anfälligkeiten für Deals, Kuhhändel, trotz seines fatalen Hangs zur Kungelei und Geschäften mit Freunden, war er bis 1998 im wesentlichen von einer solchen Vision bestimmt.
Das hat ihn in meinen Augen lange Zeit groß und respektabel gemacht. Wir würden uns wünschen, dass er am Ausklang seiner politischen Biografie auf einen solchen Weg zurückfindet.
Das ist ein Wunsch, insgesamt aber überwiegt Pessimismus. Das politische Szenario, das sich abzeichnet, ist voll von Unwägbarkeiten: Diese Legislatur gleicht einem Gang durch ein Minenfeld, in dem alle bisherigen Sicherheiten suspendiert sind. Der Landeshauptmann in spe ist angezählt, die Regierung auf dünnem Eis, die Mehrheiten schwankend. Die Uhr tickt – uns es fehlt jene Stabilität für Reformen, die Südtirol dringend benötigt. Die viel beschworene Software steckt bereits vom Start weg voll von Viren. Wir Grüne bleiben ganz klar Opposition, aber dennoch weit berechenbarer als die Parteigänger in den eigenen  Reihen der Mehrheit.

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2 thoughts on “2008-2013

  1. Io direi invece che trovo giusto e anzi doveroso che i verdi si facciano sentire per contenuti e proposte come quelle che leggiamo qui, non solo per la protesta o per la sensibilizzazione delle coscienze….. ..credo poi (spero almeno) che i verdi altoatesini non abbiano nulla in comune con i verdi alla Pecoraro S.
    E’ un programma che la SVP dovrebbe condividere in pieno, se non vuole mandare altri elettori alla destra qualunquista tedesca e italiana….non capisco perchè la SVP stia facendo prove di equilibrismo precario, con così poca lungimiranza.

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