Periquito

Bahia, favela del quartiere di Imbui
Bahia, favela del quartiere di Imbuí

Periquito, a dispetto del suo nome (pappagallino), era un agente enorme e nero  della polizia militare di Bahia. Teneva l’ordine nel quartiere centrale di Pau de Lima, e lo teneva a modo suo. Quando spariva un ragazzo, e a volte piú di uno, tutti sapevano che poteva esserci lo zampino di Periquito.

La conferma sarebbe venuta da lui stesso, qualche giorno dopo. Aveva un suo rituale. Entrava nel bar, sempre lo stesso, del centro del quartiere, e ordinava una birra e due bicchieri. Ne versava um po´ nel primo e ripeteva la frase rituale: “Il primo sorso al morto”. Era il segno che Periquito aveva fatto il suo lavoro. In cambio poteva entrare in ogni negozio delle vie principali, servirsi, andarsene e non pagare. Lo mantenevano. La vita da nababbo era la sua ricompensa.

Periquito comandava uno dei tanti “gruppi di sterminio” di Salvador de Bahia, tre milioni di abitanti compreso l´hinterland  e un tasso di violenza record perfino per il Brasiile. Nei  soli primi venticinque giorni di gennaio, informavano ieri i giornali della vecchia capitale brasiliana, ci sono stati 169 morti ammazzati, di cui almeno 33 “abbattuti” dalla polizia, la maggior parte giovani  tra i 15 e i 25 anni, la maggior parte abitante nelle favelas che assediano il centro degli affari  e dei commerci, la maggior parte disoccupati, piccoli delinguqnti, spacciatori in erba o borseggiatori  da quattro soldi. Ragazzi che sono capaci di spararti in faccia per 100 Reais (una trentina di euro)  se ci metti troppo tempo a consegnare loro quello che hai in tasca. Ragazzi per i quali la vita non ha valore, ragazzi la cui  vita non ha valore.

A questi ragazzi ci pensano quelli come Periquito. C´é chi segnala quelli da eliminare – i commercianti, soprattutto – e i gruppi di sterminio li tolgono di mezzo. Di rado li uccidono per strada. La regola é che li rapiscono e li uccidono poi, chissá dove. Ogni gruppo ha un suo posto. I tre ragazzi di padre Lintner furono ritrovati una settimana dopo il loro rapimento, crivellati di colpi in una discarica.

 La sua fama feroce Perriquito se l´era conquistata una delle prime volte che si erano rivolti a lui. Dopo pochi giorni era arrivato nella piazza principale, di fronte al “suo” bar, e aveva mostrato due cadaveri dentro il bagagliaio, per far vedere come lavorava. Da quel giorno diventó il poliziotto piú rispettato del quartiere di Pau de Lima. Fino alla vigilia di Natale, quando l´hanno trovato con due buchi in fronte riverso in un vicolo della periferia dell´aeroporto.

A Bahia esiste um “Fórum comunitario de Combate à Violência” che riunisce gruppi di base diffusi un po´ in tutti i quartieri e docenti delle due universitá cittadine, la federale e la statale. Gino Tapparelli insegna sociologia alla statale e coordina il Forum. La violenza, spiega, é il problema numero uno del Brasile ed é in aumento vertiginoso. 55 morti ogni 100 mila abitanti in media, 7 morti al giorno nella sola Bahia nel 2008.  E´ l´altra faccia del miracolo economico brasiliano: i poveri  straripano, le favelas si gonfiano attorno alle metropoli, il traffico di droga é una dele prime industrie nazionali e per mantenere “pulito” il territorio nascono gli squadroni della morte.

Il  Forum si batte contro la violenza della polizia, assite le famiglie i cui figli sono spariti, le accompagna nel loro difficile e non di rado inutile cammino per chiedere giustizia. La giustizia dovrebbero farla gli stessi che ne sono responsabili. In dieci dei 28 stati brasiliani la polizia non é mai stata riformata dopo la fine della dittatura militare. E in tutti gli stati, i quadri dirigenti sono rimasti quelli di allora. E Lula, chiedo a Tapparelli. La risposta é sempre la stessa, qui in Brasile: Lula non ha cambiato nulla, non ha la forza necessaria, oppure ha altro a cui pensare. Il governo centrale cambia, ma spesso i gruppi di potere restano al comando nelle cittá e negli stati. Bahia é stata governata per 30 anni da uno stesso politico, Antonio Carlos Magalhães, sopravvisuto a dittature e rivoluzioni. Quando suo figlio é morto improvvisamente a 47 anni,  Magalhães gli ha intitolato l´aeroporto, gli ha costruito un mausoleo dove ha depositato il suo cuore e ha costruito 47 nuovi asili tutti intitolati a lui, 47 come i suoi anni. É l´uomo che ha restaurato il Pelourinho, l´antico centro colonialedella cittá, cosí chiamato perché nella piazza principale era stata eretta una colonna – il pelourinho, appunto – dove venivano frustrati gli schiavi.

Tapparelli ci porta a visitare il carcere femminile di Bahia e ci fa incontrate la sua direttrice, Silvana Selem. Non pensate a uma donnona con lo scudiscio in mano. Silvana Selem é laureata in pedagogia e molto amata dalle sue ospiti, che hanno fatto uno sciopero quando il governo dello stato aveva tentato di trasferirla. Celle aperte, vita in gran parte autogestita. “Qui viene la gente povera – dice la direttrice Selem – perché quelli che hanno soldi nessuno li arresta. La polizia é troppo debole e corrotta”. I poveri finiscono in prigione a volte anche perché altrimenti non saprebbero dove andare, non hanno lavoro, né famiglia, morirebbero di fame o di “sterminio”. Cosí compiono piccoli reati per farsi mettere dentro, al relativo sicuro. Un pasto e un pagliericcio lí almeno c´é.

E  c´é perfino chi chiede di portarsi dietro il figlio, che viene ricoverato in una specie di asilo costruito all´interno della cinta del carcere. Tanti vengono lasciati lí anche dopo che i genitori sono usciti: un orfanotrofio che ormai ha oltre 100 ospiti che aspettano la maggiore etá per essere buttati in strada. “La ministra della giustizia dello stato di Bahia – racconta la direttrice – ha fatto chiudere perfino i 5 laboratori nei quali cercavamo di insegnare loro un lavoro”.

L´edificio é basso, di cemento grigio. 105 donne sono dentro adesso, una settantina sono in arrivo. Per ora si trovano detenute nei commissariati di quartiere, in celle anguste a volte insieme a altre trenta persone, donne insieme agli uomini,  dove per dormine si fanno i turni, perché non c´é spazio abbastanza perchè tutti si sdraino. Lí gli abusi e i maltrattamenti sono all´ordine del giorno. Per cui le donne non vedono l ´ora di essere trasferite nel carcere di “mama Silvana”. “La vita delle donne vale meno di zero in un paesemaschilista come il Brasile” dice la direttrice. Anche lei ne sa qualcosa: guadagna meno della metá del suo pari grado del carcere maschile. Quando dice che , oltre alla metá che é lí per spaccio, un buon 20% é finita in carcere per avere ammazzato il marito, Silvana Selem ha una strana luce negli occhi. E aggiunge: di solito si prendono 12 anni, ma dopo 2 sono giá fuori.

A volte nel carcere nascono bambini. Donne che arrivano giá incinte. Come Helga, rumena, 22  anni, 18 mesi per traffico di droga, arrestata all´aeroporto daí federali con due chili di cocaina, che a Natale ha partorito il suo Christoph, nato in terra (anzi: carcere) brasiliano e dunque giá cittadino brasiliano (qui, al contrario che in Italia, vale il diritto di suolo).

Oppure Rosangela, brasiliana domiciliata in Spagna, traffico anche per lei, che ha partorito il suo Souleiman 6 mesi fa. Questi figli del carcere dividono la cella con la madre, Rosangela ed Helga le hanno tappezzate con carta colorata e hanno sistemato due culle accanto al loro tavolaccio. Jusuita, detenuta originaria della Malesia, canta loro il tema romantico di “Titanic” con voce dolce e profonda.

Ogni tanto qualcuna non ce la fa piú e si uccide. Quattro casi sono capitati anche alla direttrice Selem. Sempre con la stessa disperata tecnica. Perchè se i detenuti uomini si impiccano, le detenute donne si danno fuoco.  L´ultima a farlo fu Viviana, una ragazza nera la cui foto sorridente Silvana tiene ancora sulla scrivania. Lo fece come tutte le altre. Si avvolgono nel materasso di  gommapiuma e si danno fuoco. Viviana ci mise  un mese intero per riuscire a morire.

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