Casa do Sol

Filó, Teresa, Tatá a Casa do Sol
Filó, Teresa, Tatá a Casa do Sol

UN RAGGIO DI SOLE NELL´INFERNO DELLE FAVELAS DI BAHIA. TRA I POVERI DELLA BARACCOPOLI, INSIEME AI RAGAZZI E ALLE RAGAZZE DI PADRE LUIS LINTNER

Salvador de Bahia, Cajazeiras 5, quadra 6, caminho 3, casa 7. Qui abitava Luis Lintner. Qui fu assassinato il 16 maggio 2002 e sembra ieri, dice la gente che lo amava. Qui mi aspettano Filomena (Filó) e Teresa, qui parliamo intorno alla tavola imbandita con insalata, riso, fagioli e pollo in salsa. Sul mobile dietro di noi tre foto di Luis in mezzo ai bambini. “Oggi queste ragazze e ragazzi sono la colonna della comunitá – dice Filó –  I semi di Luis hanno dato i frutti”. Tatá era un ragazzo, quando Luis arrivó. Ora sta per iscriversi all´universitá statale, fará geografia, “molto, molto impegnativo” dice con gli occhi che gli brillano. I neri come lui stanno cominciando appena a entrare nelle universitá. “Bahia ha una popolazione nera al 90% e mai un sindaco nero!”. La generazione di Tatá ha scoperto l´orgoglio degli “afrodiscendenti”, come si autodefiniscono i neri del Brasile. Un orgoglio che padre Luis per primo gli ha insegnato: “Lui stava con gli ultimi, fino alle estreme conseguenze”.

Oasis
Oasis

In questa casa bassa e linda Luis Lintner ha vissuto, nel retro del giardino ha coltivato un orto che doveva ricordargli il maso di Aldino e qui é stato ucciso. Una targa lo ricorda. Ma non era qui il suo mondo. Qui abitano i penultimi. Gli ultimi abitano piú sotto, in baracche aggrappate alla collina. Quelli che l´hanno creata l´hanno chiamata “Oasis”, la favela. Un inferno da cui ogni mattina decine di bambini si arrampicano per andare a Casa do Sol, la creazione di Luis Lintner. Lí ricevono alimenti per il corpo e per la mente. Asilo, scuola primaria, preparazione per l´universitá, scuola di teatro, di danza, di medicina popolare. Quasi 500 giovani dai 3 ai 18 anni, o anche piú. Perché se si entra a Casa do Sol non si vuole piú uscire.

L´inferno é sotto, all´Oasis. Le favelas di Bahia sono tutte simili. Dietro alla linea del mare, riservata ai grattacieli dei ricchi, si estende un territorio di colline dove sorgono i barrios popolari. Le vette vengono colonizzate dalle case costruite dal governo, o dal comune. Lí le autoritá portano acqua, elettricitá e fogne. Dalle vette, le colline precipitano giú in ripidi versanti. Ed é qui che nasce la favela. Le “invasioni” – cosí vengono chiamate – cominciano a poco a poco. Oasis é nata alla fine degli anni ´80. La gente si aggrappa al versante scosceso, lá dove nessuno si azzarderebbe a costruire. Loro, i disperati senza casa, sí. Scavano il pendio, ricavano terrazze, ci sistemano baracche di legno e nylon. Qualche volta l´argilla frana e qualcuno ci resta sotto. I primi occupanti si prendono le postazioni piú in alto e sono i piú fortunati. Chi sta in basso riceve gli scarichi e le immondizie degli altri.

La prima cosa da fare é costruire le scalinate. Non si sale il versante ripido semplicemente aggrappandosi. L´argilla frana sotto i piedi. E quando piove i sentieri diventano torrenti e cascate di fango invadono le baracche. Dunque ci vogliono protezioni, muri di tenuta e soprattutto scalinate per raggiungere la parte alta, dove ci sono negozi, lampioni, strade. I gradini vengono scavati e consolidati con assi di legno e cemento. Poi si passa alle abitazioni: mattoni e intonaco prendono il posto del legno e della lamiera. Cavi tirati dall´alto portano l´elettricitá, si stendono tubi di gomma per l´acqua (tutti allacciamenti di fortuna), delle fogne si fa a meno ancora per parecchio. Nasce il quartiere autocostruito, arrampicato sulla collina, una casa sopra l´altra, un piano addossato all´altro, in un purgatorio di argilla rossa, canali di scolo, sbarramenti e viuzze. Viste dall´alto, queste colline somigliano a grappoli d´uva, oppure ai favi delle api: di qui “favela”, vita brulicante, migliaia di vite l´una sull´altra.

Ma favela, e favelados chi la abita, sono dispregiativi. Umanitá di infimo grado e senza diritti. Lo dicono quelli che stanno nella cittá legale, ma cosí si sentono anche quelli della cittá illegale. Gli ultimi. Verso questi ultimi scendeva padre Lintner, facendo il cammino inverso di chi cercava di arrampicarsi in alto. “La cittá non li vuole e per questo io scendo da loro”.

Con Pina Rabbiosi, valtellinese, suo braccio destro, cominció fin dal suo arrivo a frequentare l´Oasis. Di fronte agli assalti della polizia, che si presentava in forze per sgombrare, Luis predicava la non violenza. Il battaglione arrivava all´alba con cani, mitra spianati, giubbotti antiproiettile e caschi da marziani – un´unitá speciale creata apposta per gli sgomberi. Luis scendeva tra la gente spaventata e diceva: non resistete, lasciamoli fare, che distruggano pure tutto. Tanto domani se ne andranno e noi ricostruiremo.

La gente gli obbediva, ricostruivano e ricostruivano – Filó si ricorda ancora quando devastarono la baracca di suo fratello. Passati 5 anni erano ancora lí e allora una legge dello stato riconosce loro l´uso capione: se usi una terra abbandonata per 5 anni diventa tua. Piú facilmente se sono terre demaniali, come quelle scelte per le “invasioni”.  Cosí gli occupanti diventavano proprietari e potevano finalmente cominciare a costruirsi case vere.

Ma non erano i mattoni che interessavano padre Lintner. Non era il cemento. “Per lui prima del cemento veniva la coscienza” spiega Tatá. La coscienza doveva crescere. Gli occupanti dovevano diventare comunitá, sviluppare una coscienza collettiva, darsi un´organizzazione che fosse in grado di negoziare con le autoritá e creare uma societá civile in quell´area che non doveva restare favela, no, ma diventare barrio popular, chiedendo alle autoritá il “risanamento basico”, che vuol dire servizi minimi e legalizzazione. Il lavoro di Lintner e di Casa do Sol era questo: semplice e immenso. Censire i bisogni e le storie degli abitanti, riunirli in gruppi di vicinato, formare e far eleggere “leader di comunitá” che difendessero i  diritti della gente. Loro, che si sentivano ed erano additati come occupanti illegali. “Non sono i poveri a essere illegali – ribatte Filó – illegale é il governo che li abbandona”.

Molti sono venuti in cittá dalle campagne a cercare lavoro e hanno trovato povertá. Altri sono stati cacciati da altre zone di Bahia: la riconversione dell´antico Pelorinho a cartolina per turisti ha comportato l´espulsione di migliaia di vecchi abitanti. I piú lavorano nell´economia informale, nell´edilizia, nelle pulizie. Occupano la terra per sopravvivere, per potersi mettere um tetto (spesso di eternit marcio) sulla testa.

La discesa giú all´Oasis é lenta, faticosa. Ci aspettano ragazze e ragazzi di padre Lintner ormai cresciuti, diventati madri e padri ma soprattutto leader orgogliosi della loro comunitá. Non sono giorni facili. Venerdí é stato ucciso il capo della banda di spacciatori che controlla il territorio. La guerra per la successione é in corso. La gente ha paura. Nel bosco, oltre il torrente, si dice siano nascoste armi, anche pesanti. Con la sera scende la paura. Il “risanamento basico” che chiede Oasis non é solo acqua, trasporti, luce. É anche sicurezza.

In un barrio non lontano, ex favela, la gente ha chiesto un posto di polizia. Padre Lintner su questo aveva i suoi dubbi. La polizia brasiliana é corrotta e violenta e verso la gente delle favelas ha gli stessi pregiudizi dei ricchi.  “Quelli vi odiano – diceva – come potete pensare che vi proteggano”. Con la polizia la insicurezza e la violenza aumentano invece di diminuire. “La sicurezza dovete crearvela da soli, eliminando le ragioni della violenza” predicava Luis Lintner. Auto-proteggersi, auto-valorizzarsi, auto-organizzarsi. La teologia della liberazione non poteva essere interpretata con piú radicalitá e coerenza. Come há parlato e vissuto Luis Lintner. Con i poveri, fino all´ultima conseguenza.

Sul muro della casa di Padre Luis
Sul muro della casa di Padre Luis
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