Pompieri incendiari

maroni+durnw

“Come ministro degli interni sono stato spinto a interessarmi del Sudtirolo per problemi di ordine pubblico. Ho già mandato una volta 600 poliziotti a Brunico, non vorrei doverne mandare 1200 la prossima volta”  (Dichiarazione di Roberto Maroni nell’incontro avuto con la delegazione dei Verdi)

Stupefacente. Nel giro di una settimana gli incendiari si sono trasformati in pompieri e i lupi in agnelli. Ora tutti vogliono essere per la pace e nessuno colpevole del conflitto. Ma è davvero così? E che diavolo è successo?

Non mi convince nessuna delle interpretazioni finora scritte, lette e ascoltate. Forse, da anime belle, ci siamo troppo concentrati sulla “crisi della convivenza” (che c’è), ma ci è sfuggito che era in corso un freddo gioco d’azzardo, ad alto rischio, cinico e calcolato. In cui c’è chi ha vinto e chi ha perso.

Vi propongo una mia personale lettura dei fatti. Chiedo pazienza, la questione è complicata.

UNA PARTITA AD ALTO RISCHIO

Quello a cui abbiamo assistito (e assistiamo) è una gramsciana “guerra di movimento” con mosse rapide e improvvise di attori politici freddi e determinati.

La sequenza è stata:

  1. provocazioni della destra tedesca e degli Schützen,
  2. contro-provocazioni di governo e centrodestra italiani,
  3. il Sudtirolo finisce sui giornali nazionali come una specie di Kossovo,
  4. allarmi (politici e dei media) per l’eccessiva instabilità del sistema e corsa al “salviamo l’Svp”,
  5. proteste delle Regioni vicine, anche di centro sinistra, e Grande Paura,
  6. duo Theiner-Tommasini (pompato dai giornali) che gridano “ora basta”,
  7. totale spiazzamento dell’area verde interetnica, da questo punto in poi ininfluente,
  8. catalogo sulla convivenza di Durnwalder con diversi zuccherini per gli Schützen,
  9. caso pagelle senza Repubblica italiana, che spiazza il PD e indebolisce Tommasini,
  10. operazione Maroni-Lega.

I risultati:

  1. Maroni e la Lega agganciano la Svp e lo stesso Durnwalder, aprendo un gioco che spiazza sia il PD che il PDL. Maroni (con annessa Artioli e soprattutto leghisti trentini) liscia gli Schützen, viene festeggiato da Durnwalder, si trascina dietro gli alleati Freiheitlichen, che intanto si danno aria molto “governativa” (al Brennero si sono astenuti sul sindaco Svp). A giugno partirà il “tavolo”, Maroni torna e cerca di diventare il “grande timoniere”. Elogi della delegazione parlamentare Svp per il ministro leghista.
  2. Durnwalder ha ripreso in mano la situazione, giocando come suo solito a tutto campo, oggi in conferenza stampa col Pd e domani a braccetto della Lega. E’ il suo modo di essere “fuori dai blocchi” e continuare a comandare.
  3. Centrosinistra e area interetnica completamente spiazzati, in questo gioco destra-destra (sia tedesca che italiana) che da iniziale “strategia della tensione” si è trasformato in operazione para-governativa di regime.

Le prossime tappe:

  1. elezioni europee del 7 giugno 2009,
  2. tavolo Maroni del fine giugno 2009,
  3. comunali della primavera 2010.

Scenari pessimisti: se alle europee trionfa Berlusconi e alle comunali 2010 la destra prende Bolzano, la frittata è fatta. Durnwalder ha già pronto un ricambio di alleanze. Il “tavolo” di Maroni all’indomani delle europee potrebbe essere il grimaldello per il ribaltone. Nel “decalogo” di Durnwalder ci sono tanti punti che per il PD potrebbero rivelarsi indigeribili: toponomastica, spostamento di alcuni “relitti fascisti” ecc…

Ma questo è forse correre troppo. A Durnwalder per ora basta aver dimostrato che solo lui sa tenere in mano il timone. Il partito (intendo la Svp coperta di debiti) l’ha sciolto. E aver riaperto la strategia del “doppio forno”: aggancio del governo tramite Lega da un lato, giunta con un PD sempre più sotto ricatto dall’altro. In attesa di vedere cosa porterà il futuro.

INTERVALLO PER GLI INGENUI E I PAUROSI

Per gli ingenui: mettetevi in testa che la questione dei monumenti, o la toponomastica, è merce di scambio politica, gli ideali e la storia non c’entrano nulla. Se servirà forzare, la Svp forzerà, altrimenti nulla.

Per i paurosi: dovreste oramai aver capito che per bloccare la manovra che prima il governo italiano e poi Maroni hanno messo in moto, c’era un modo solo: far dimettere subito Ellecosta e chiudere immediatamente la partita etnica. Così avremmo fatto pulizia “in casa” e bloccato la strada agli interventi di Roma. Invece un centrosinistra fifone (nessuno escluso) ha fatto l’inciucio, lasciando spazio a Frattini, Maroni & co. e scavandosi da solo la fossa.

COLPI DI PAURA

Certo, saranno cinici. Ma hanno tutti giocato col fuoco e poi si sono presi paura. Si sono presi paura gli Schützen: tirando troppo, la corda rischiava di strapparsi. Da Innsbruck è venuto l’alto là: meglio aspettare a settembre la sfilata hoferiana, l’occasione per la nuova offensiva. Idem i partititini della destra tedesca. Meglio calmarsi per ora, soddisfatti che la tempesta abbia intorbidato le acque. L’agenda politica l’hanno dettata, perfino un ministro dell’interno è corso a Bolzano per merito loro, e – dicono – ha riconosciuto “il diritto all’autodeterminazione” (dall’amico Maroni c’era da aspettarselo). Possono essere soddisfatti e farsi l’estate.

Anche la Svp si è presa paura. Non per la convivenza, ma per altre due cose: di perdere il controllo della situazione e – soprattutto – di sputtanarsi di fronte all’Italia e all’Europa. Gli articoli sui quotidiani nazionali hanno fatto molto male. E così la Sp ha fatto marcia indietro. Aveva votato la mozione sull’Euregio senza Trentino e quella sui “combattenti per la libertà” in Consiglio provinciale? Aveva votato le mozioni nei comuni per abolire “Alto Adige” (e “Südtirol”), o per l’inno tirolese? Aveva chiesto (Martha Stocker) la nazionale olimpica sudtirolese? Soprattutto: aveva aperto le porte alla Selbstbestimmung (Obmann Theiner)? Macché, avevano tutti scherzato, quisquiglie, pinzillacchere. L’autonomia resta la “migliore seconda scelta”, come dicono sempre nei dibattiti. Certo, la prima scelta sarebbe l’autodeterminazione, che resta intatta nello statuto, ma finché Roma rispetta i patti l’ora x è rimandata. Stessa strategia di sempre. Ma funzionerà?

L’AUTONOMIA IN MINORANZA

Non funzionerà. Sono convinto infatti che ci sia un inganno nell’attuale offensiva “pacificatoria”: tutti si dicono convinti che i guastatori vengono da fuori il sistema e si affrettano a scomunicare gli ”estremisti delle destre italiane e tedesche” (cerchiobottismo alla tirolese). Balle: l’instabilità, e l’estremismo, non stanno “fuori”, ma “dentro”.

La novità degli avvenimenti degli ultimi due mesi non è che qualcuno vuole l’autodeterminazione. Queste posizioni in Sudtirolo ci sono sempre state. La novità è che parole e concetti dell’autodeterminazione in più d’una occasione sono diventate MAGGIORANZA, tirando a sé pezzi cospicui (e spesso tutta) la Svp. E le parole e i concetti dell’autonomia sono finiti in minoranza (mea culpa di non essere stato all’inizio abbastanza deciso e sveglio anch’io). La destra italiana ha colto l’occasione per rilanciare la partita Roma-Bolzano.

Chi oggi si affanna a gettare acqua sul fuoco, sembra quel pompiere che incendia i boschi di notte e li spegne di giorno, per avere il contratto di lavoro garantito.

Pensiamoci: tutto quel che è successo ha avuto una matematica coerenza e una logica ferrea: far uscire il Sudtirolo dal solco dell’autonomia. Si è voluto (e ci si riproverà a) rimettere in gioco l’autonomia, considerata un arnese da mettere in soffitta, come una cosa del passato ma che non del futuro. Una soluzione transitoria che ha esaurito la sua funzione, per cui si dovrebbe passare a qualcos’altro, rompendo il compromesso De Gasperi-Gruber: autogoverno in cambio di rinuncia a spostamenti di confini.

L’operazione di delegittimazione dell’autonomia è alla sua prima fase, quella della delegittimazione linguistica e concettuale. Quella di spararla grossa e poi fare parziali marce indietro, fino alla prossima volta, è stata la strategia di Haider in Austria: lui si scusava sempre, salvo ricominciare qualche mese dopo. E’ una tattica che serve per sdoganare uno alla volta concetti e parole che prima erano impossibili da nominare. Qui serve per screditare l’autonomia. Ogni passo ne prepara un altro e ci fa scivolare fuori dall’autonomia e dalla convivenza.

Nello smontaggio simbolico dell’autonomia, la destra tedesca e gli Schützen hanno fatto breccia nella Svp. Perché anche dentro la Svp c’è chi pensa che il percorso dell’autonomia sia arrivato al capolinea. Zeller non ha detto: “Die dynamische Autonomie ist tot”? L’autonomia è morta, anche quella dinamica! Non credo sia la solita tattica.

FIANCO DESTRO SCOPERTO

La Svp ha il fianco destro scoperto perché da sempre ha mantenuto un’ambiguità. Da un lato ha costruito l’autonomia, dall’altro ha mantenuto aperta la strada dell’autodeterminazione – che sta ancora scritta nel suo statuto come una specie di pistola in tasca pronta ad essere estratta. Da un lato ha collaborato alla convivenza, ma dall’altro ha coltivato la cultura della divisione e dell’omogeneità etnica e il sogno di un Tirolo di nuovo unito e tedesco.

Finora questo era un gioco per recuperare e neutralizzare la destra e le spinte irredentiste, che venivano accontentate a parole e smentite nei fatti. Ma ora il gioco non funziona più, è impazzito. Perché?

Il gioco ha funzionato finché c’era ancora tanto da “strappare” allo stato italiano. Si teneva la Selbstbestimmung nello statuto, ma poi si andava a Roma, si conquistava competenze e si tornava trionfanti col bottino – ora con le strade, ora con la scuola, ora con le centrali elettriche – e questo bastava: gli irredentisti lo ritenevano un passo verso l’autodecisione, gli altri la dimostrazione di quanto la classe politica sudtirolese fosse abile.

Ma il gioco ha smesso di funzionare quando l’autonomia si è compiuta. Adesso a Roma non c’è più molto da trafugare, è un limone spremuto – come disse Brugger anni fa – mentre ciò che potrebbe arrivare ancora spaventa più che far piacere. Per esempio il federalismo fiscale.

Lo studio Astat pubblicato due mesi fa dalla Südtiroler Wirtschaftzeitung (Mit Staatsgeldern gedopt, di Thomas Benedikter, 12 dicembre 2008) dice che dal 1989 in poi, per 20 anni, il Sudtirolo è stato sovra-finanziato di circa un miliardo di euro l’anno. Per confronto: l’Italia dà a tutti i paesi in via di sviluppo 660 milioni l’anno. Con questo “aiuto allo sviluppo” in forma di sovra-finanziamento Durnwalder ha costruito l’era delle vacche grasse. Ma se ci arriva il federalismo fiscale, che parifica gettito fiscale a finanziamento dell’autonomia, quel miliardo andrà perduto. Per questo a Roma non c’è più nulla da “trafugare”, semmai – parlando di soldi – c’è da perdere. L’idea che l’autonomia sia un “vado, arraffo e torno” non ha più un futuro.

Per questo Zeller ha detto: l’autonomia dinamica è morta. Ma se è morta, la Svp è priva di qualsiasi strategia. E dunque adesso le si riapre il fianco destro, che mai aveva chiuso. Le tossine dell’etnia che circolano nel suo organismo degenerano in tumore. Per questo non finirà qui.

ÜBER DIE AUTONOMIE HINAUS“?

Verremo posti di fronte a un bivio. La fase quantitativa dell’autonomia sta finendo. Le alternative sono due:

  • O si apre la fase della qualità dell’autonomia, cioè dell’autonomia per la convivenza, per l’interetnicità, per il plurilinguismo, per l’abbattimento delle barriere etniche, estirpando alla radice il virus della divisione, 
  • Oppure i fautori del “qualcosa di più”, del pensare “oltre l’autonomia” (“über die Autonomie hinaus“, come dicono gli Zeller, i Theiner, i Leitner…) riusciranno a far uscire il Sudtirolo dal quadro fissato nel dopoguerra. Finiremo nelle mani degli avventuristi dell’autodeterminazione, con la quale si sa che cosa si lascia ma non quello che si trova.

La Svp non è più garanzia di nulla, ma è anzi lei stessa fattore di instabilità, perché attraversata lei stessa dalle due alternative. Troppo a lungo il nodo è rimasto irrisolto. E anche ora, sentendo l’Obmann Theiner, si capisce che l’autonomia per loro è ancora non l’unica, ma solo “la seconda migliore scelta”, in definitiva il male minore.

E’ una situazione completamente nuova, cui anche il movimento verde ed interetnico arriva impreparato, frammentato, incerto, inadeguato. E qui parlo di noi.

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7 thoughts on “Pompieri incendiari

  1. Molto interessante. Curioso: in un recente post di analisi della situazione nella JG (rileggendo alcune dichiarazioni di Achammer) ho scritto tra le altre cose che alquanto sospette mi apparivano le uscite del leader della Junge Generation riguardo al “insufficienza” di quanto ottenuto dai genitori (l’Autonomia?), alla necessità di “elaborare visioni” e indicare “con idee rivoluzionarie” una strada “per i prossimi 20 anni”, nonostante poi la Nachwuchs della SVP sia stata tra i pompieri del dibattito sull’autodecisione. “Wir sagen wohin“, recita il loro motto, che accompagna l’apertura di cinque Zukunftswerkstätten. Uno in particolare, “Heimat und Volkstumspolitik” (!), pare avere dietro a sé la regia di Karl Zeller e Martha Stocker, relatori alla conferenza che si terrà l’11 giugno a Merano su „Wurzeln stärken, Visionen entfalten – Heimat und Autonomie aber wohin geht die Reise?“. Insomma: parte integrante della strategia è sicuramente il gruppo giovanile della SVP.

    http://blaun.wordpress.com/2009/05/19/la-nuova-svp/

  2. Ora, cercando di rispondere all’interrogativo finale sugli interetnici “spiazzati”: intravedo il pericolo che, nel timore di un ammutinamento SVP sulla nave autonomista, ci si impadronisca di una barca che procede stanca nell’oceano, come un vascello fantasma. Farsi paladini dell’Autonomia, noi che ne conosciamo i limiti e soprattutto ribadiamo di continuo la necessaria revisione dei meccanismi etnici che regolano il sistema autonomista, potrebbe essere a lungo termine – e qui sta il paradosso – un’arma a doppio taglio: i verdi/alternativi non sono propriamente amici dell’Autonomia (cioé del bicchiere mezzo pieno) in senso stretto, e non vengono visti come tali. Altrimenti, è molto probabile, anche noi saremmo entrati prima o poi nel gioco delle coalizioni, come partner governativi. E invece no. Stiamo giustamente all’opposizione. Riconoscersi dunque di punto in bianco nella cornice potrebbe essere usato contro di noi, del tipo: “Ah, volete che rimanga tutto com’è? Bene, ne prendiamo atto…”.

    Il punto è un altro: la SVP gioca la carta anti-autonomista proprio per il terrore di perdere i privilegi derivati dall’aggancio nazionale. Loro propongono di levarsi completamente la palla al piede – l’Autonomia così com’è stata concepita agli albori – mentre noi (unica importante “visione” dei Verdi) di lavorare sul valore qualitativo dell’Autonomia, insufficiente così com’è stata elaborata. Qualcosa di più che un aggiustamento: sono entrambe prospettive di superamento – perché l’Autonomia ha due elementi costitutivi imprescindibili: il compromesso internazionale (messo in discussione dalla SVP per non parlare delle destre) e il compromesso etnico (difeso dagli autonomisti, criticato dai Verdi). Sono necessari a giustificarsi a vicenda, come due gambe sulle quali poggia il corpo della specialità sudtirolese. Allora, dove sta la differenza di approccio?

    I due fronti (quello etnico e quello interetnico) prendono in esame rispettivamente uno dei compromessi ma giudicano inutile (o per loro sconveniente) ridiscuterne l’altro. Il vantaggio dei Verdi è che la partita, per noi, deve giocarsi qui, ad armi pari ovvero senza egemonie etniche, politiche, nazionali/ste. Al contrario, SVP e destre tedesche chiamano in causa stato, potenze tutrici, diritto internazionale proprio perché persuase che il compromesso etnico possa mantenersi inalterato anche gettando alle ortiche il compromesso internazionale ottenuto a Parigi dall’accordo Gruber e Degasperi.

    Insomma, non c’è ombra di dubbio che (neanche a farlo apposta) i Verdi sono – lancio una provocazione – per l’autodecisione. Il Sudtirolo deve imboccare autonomamente – ma in questo caso è un’autonomia piena, senza intrusione (romana) alcuna – una strada che lo conduca a fare del compromesso etnico uno strumento obsoleto e riconosciuto deleterio. Questo cammino però può essere accompagnato soltanto da depotenziamento in chiave europea del mito del compromesso internazionale, che vede nel concetto di maggioranza-minoranza la sua legittimazione storica (e un Sudtirolo indiviso non potrà avere gerarchie). In altre parole, bisogna aggirare l’argomento autodeterminista battendo la strada dell’indipendenza “ideale” dei sudtirolesi che indebolisca i confini “interni” (etnci) e al contempo ci liberi da corde e barriere nazionali. Sono due binari che procedono parallelamente in una stessa direzione. Sta a noi riuscire a conciliare tali “visioni”, evitando che un treno (quello della rivoluzione istituzionale) superi l’altro (il treno della convivenza “dinamica”) accendendo uno scontro etnico sinora assopito dai compromessi. Non so qual’è la soluzione migliore. Ma non arrendiamoci allo status quo.

  3. In tanti hanno dato nel tempo tanta (troppa) corda a gruppi “estremisti” e questi in “buona fede” ci hanno creduto.
    Adesso nessuno c’entra … 🙂

  4. Das Problem setens der Rechtskreise auf deutscher Seite – wie Schützen ecc. – ist bekannt. Diese kommen scherpunktsmässig aus dem ländlichen Raum ,zum Unterschied der entsprechenden Szene auf italienischer Seite.Beide beschäftigen sich mit Themen und einem Vokabular pseudoopolitischen Inhalts. Was ist jedoch mit den Jungakademikern/innen in Südtirol und schwerpunktsmässig in den Städten, welche bereits heute keine adequate und bezahlte Arbeit mehr finden? Wie werden diese sich politisch orientieren?

  5. stichwort “jungakademiekerInnen” — die werden sich nicht politisch orientieren sondern erst mal pragmatisch im ausland bleiben wo die aussichten auf einen angemessenen job zwar nicht unbedingt rosig sind, aber immer noch besser als in südtirol.

    akademikerIn in südtirol bedeutet oft entweder lehrer oder jurist im landesdienst…

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