Il calicanto di Magnago

GLI INCONTRI CON MAGNAGO. LE BOMBE, IL PACCHETTO, L’ULTIMA CADUTA. E IL RACCONTO DI UNO STRAORDINARIO VIAGGIO IN TOSCANA.

E’ finita. La villa è silenziosa, le imposte chiuse. Il grande calicanto del giardino, qui nel Bozner Dorf, ha profumato per l’ultima volta il compleanno del suo anziano padrone. Chissà se l’anno prossimo avrà voglia di fiorire ancora.

Puntualmente ogni febbraio – proprio intorno al 5, sua data di nascita –  l’odore denso e femminile del “calicanto di Magnago” ci annuncia che l’inverno sta per finire. Basta una giornata un po’ più calda per sentire quel primo odore gentile che risveglia l’anima. “Hai sentito il calicanto di Magnago?” ci domandiamo a vicenda. “Si l’ho sentito, sembra già primavera”.

Ogni suo compleanno è stato benedetto dal miracolo del calicanto. Anche gli ultimi, quando già da tempo persino le bande musicali e gli ospiti illustri non osavano più disturbare il risposo del Grande Vecchio. Il calicanto no: gli ha fatto compagnia fino alla fine. Ho sempre pensato che quel profumo fosse il suo elisir di lunga vita.

Sono certo che, come Norberto Bobbio, anche Magnago avrebbe scritto: “Non avrei mai immaginato di vivere così a lungo”. Perfino più a lungo dell’amatissima Sofia sua moglie, alla quale mai e poi mai avrebbe desiderato di sopravvivere. Ma al contrario di Bobbio, Magnago non aveva bisogno di chiedersi quale forza lo tenesse in vita. “Die Sache”: questo l’ha spinto a vivere un giorno, una settimana, un anno di più. Die Sache, certo. Ma preferisco pensare che sia stato il leggero profumo del suo calicanto a sostenerlo fino alla fine.

Che lui sopravvivesse ancora, che sopravvivesse a tutto e tutti, era un conforto. La dimostrazione che un uomo di volontà può vincere il tempo. Per questo, tornando a casa la sera, arrivato al gran cancello di ferro lanciavo ogni volta un’occhiata alle sue finestre.

C’è la luce accesa anche stasera. Magnago è ancora lì, legge, o sprofonda nei ricordi, forse sorseggia la solita Suppe, magari fronteggia gli infiniti Phantomschmerzen alla gamba che non c’è. Quel che conta è che la luce sia accesa: Magnago è ancora lì e finché c’è Magnago c’è anche il Sudtirolo eroico, pulito, innocente, disinteressato.

Quel Sudtirolo ci sarà finché ci sarà Magnago. Finché, piantato sulla stampella, potrà gridare: “Non vi permetterò di rovinare la creazione della mia vita!”. Così ogni sera, tornando a casa, guardavo le sue finestre per vedere se la luce era accesa e se il mondo era ancora in ordine.

Che fosse in ordine, il mondo, l’ho pensato anche la domenica delle elezioni comunali. Scendendo a votare per via Castel Roncolo verso la scuola “Goethe” (il seggio di Magnago, in cui noi Verdi conquistiamo record tra il 15 e il 20 per cento) ho visto un’ambulanza ferma davanti al cancello. Uomini in tuta arancione si davano da fare silenziosi. Il Vecchio va a votare anche stavolta, mi sono rassicurato. Ora scopro che quello era stato il giorno della caduta, dell’inizio della fine. Ma sul momento la mia testa si è vietata anche il minimo sospetto che qualcosa di grave potesse essere successa a quel vecchio, indistruttibile come il Sudtirolo che incarna. Andrà a votare, mi sono rassicurato. Come giornalista sono proprio arrugginito.

Eppure proprio (anzi, solo) da giornalista quel cancello l’ho varcato più volte.

Un paio di volte, per esempio, per parlare di bombe. Di quelle sudtirolesi, ma soprattutto di quelle italiane che lo avevano preso come bersaglio. Quelle volte scendevamo in giardino e lui ci teneva moltissimo a farmi da cicerone descrivendo i luoghi e gli effetti delle tre esplosioni che, in tempi diversi, avevano rotto il silenzio della villa.

La molotov del ’78 sulla porta di casa, cosa da poco. La bomba grossa dell’’81, che scavò una gran buca e mandò in frantumi tutti i vetri. E quella degli inizi degli anni ’60, la prima e anche la più strampalata. Fu gettata nel giardino – no, non nel suo, ma in quello accanto, benché – ovvio – il bersaglio fosse lui. Gli attentatori avevano solo sbagliato cancello.

Quando i carabinieri gli chiesero: “Dottor Magnago, ha qualche sospetto?” lui rispose: “Zwei Drittel der Bevölkerung tät ich ausschließen: die Südtiroler wissen schon wo ich wohne!”.

L’uomo l’ho conosciuto così: si prendeva molto sul serio – e all’apice della serietà virava nell’ironia. Gli piaceva un mondo che l’interlocutore facesse onore alla sua battuta e sorridesse. E magari si lasciasse abilmente allontanare dalla verità (quella bomba stampalata, per esempio…).

Ti raccontava del congresso del Pacchetto e poi ti spiegava che l’aveva vinto grazie alla sua pressione bassa. Che ti rende faticoso svegliarti al mattino, ma in compenso ti fa leone alla sera. “Più diventa tardi, più vivace divento io e più stanchi diventano gli altri”. Il Pacchetto fu votato alle tre di notte e vinse l’unico rimasto sveglio.

Sono le storie che ha ripetuto mille volte agli inviati di illustri giornali di tutta Europa ogni volta che facevano squillare il suo telefono. Volevano rispolverare la storia dell’uomo ascetico, fragile e tutto d’un pezzo e lui li accontentava, servendo loro su un piatto d’argento gli aneddoti già pubblicati un anno prima, cinque anni prima, dieci anni prima. L’infanzia, la Wehrmacht, la gamba, i “dolori fantasma”, il Los von Trient, la manifestazione di Castelfirmiano “alla quale arrivai tardi – ma non TROPPO tardi!”.

Si illudevano di avergli strappato piccoli scoop, quegli inviati via cavo telefonico. Ma era lui, il Gran Burattinaio, a tessere la trama della loro scrittura centellinando gli episodi che hanno perpetuato quel mito che, ancora vivente, ha voluto costruire di sé.

Delle volte che mi è capitato di varcare il suo cancello, quella memorabile fu la prima.

Era il novembre del 1993 ed era campagna elettorale. A Bolzano e Trento si votava per le provinciali, in Trentino c’era il boom minaccioso della Lega e il Patt, partito fratello della Svp, aveva chiesto soccorso ai fratelli sudtirolesi. I quali avevano spedito Magnago per un intero giorno di campagna elettorale nella val di Non.

Io lavoravo come giornalista proprio in questo giornale, la ff, e alla redazione venne in mente di mandarmi ad accompagnare Magnago. Avrei viaggiato l’intero giorno sulla sua macchina per vedere che impatto aveva sui nonesi il padre del “Los von Trient”.

Da Rumo a Taio, da Cles a Catelfondo, l’accoglienza fu ovviamente trionfale. Magnago era una specie di marchio di garanzia in quella valle parallela al Sudtirolo. A notte, dopo 200 chilometri e quattro discorsi di un’ora ogni volta, lo stato maggiore del Patt era sfinito e Magnago invece sempre più pimpante. Fu allora, sulla via del ritorno, oltre la mezzanotte – l’ora migliore per lui – che il Grande Vecchio rivolse a me la sua attenzione.

Il patto fatto tra noi all’inizio del viaggio – “parliamo solo in tedesco” – mi aveva fatto entrare nelle sue grazie. Mi domandò quando e come ero arrivato a Bolzano e da dove venivo. Gli dissi: Volterra, Toscana, e lui sobbalzò. “Ci sono stato a Volterra” mi disse con gli occhi che s’illuminarono. E aggiunse: “Non me lo potrei mai dimenticare!”. Io mi feci forza e, nonostante l’ora tarda, ripresi penna e taccuino.

Sarà stato il 1966, o il 1967, la data precisa non gli veniva in mente. Ma il clima, quello sì che lo ricordava. Erano gli anni più sanguinosi del terrorismo in Sudtirolo.

Nell’estate 1966 erano rimasti uccisi in tre diversi attentati ben sei finanzieri tra Vizze, la val Casies e la malga sasso al Brennero. Nel giugno 1967 c’era stata la strage di Cima Vallona, con tre carabinieri e un alpino uccisi da una serie micidiale di mine a strappo. Erano gli anni in cui in Italia dire sudtirolese era dire terrorista. “La stampa nazionale ci linciava – sussurrava Magnago – ci sentivamo isolati, avevamo in casa esercito e carabinieri in assetto di guerra, in parlamento veniva proposto di sciogliere gli Schützen e perfino la Svp”.

Per questo, quando da Volterra, Toscana, gli arrivò l’invito – il primo da sotto Salorno – a tenere una conferenza sulla “questione sudtirolese” (così era scritto sulla carta intestata del comune) Magnago non se lo fece dire due volte. Chiamò l’autista, montò in macchina e partì.

Da qui in poi, servendomi degli appunti di quella sera, cerco di ricostruire il racconto a viva voce di Magnago.

“Arrivammo che era già sera, la piazza pareva quella di Firenze, il palazzo del comune era più piccolo, ma identico, con la torre in mezzo, gli stemmi medioevali sulla facciata e i merli in alto. Ad aspettarmi c’era una gran folla. C’era gente già davanti al comune e sulle scale e facevano un gran baccano. Nella sala medioevale del consiglio comunale non c’era più neanche un posto in piedi. Mi feci largo a fatica e raggiunsi il tavolo della giunta, dove mi aspettava il sindaco in fascia tricolore – pensai anche che non avevano idea di con chi avessero a che fare. Il sindaco mi accolse, mi presentò e mi cedette subito la parola.

E io feci il mio discorso senza indorare la pillola, semmai facendola più amara. Ero in Italia, dovevo pur dimostrare di non aver paura di dire la verità!”

“E dunque raccontai dell’annessione del 1918 su cui nessuno ci aveva chiesto il parere. Del fascismo, delle scuole nelle catacombe, del patto Hitler Mussolini, dei partigiani che si preoccuparono solo di difendere il confine del Brennero, del monumento alla vittoria ancora in piedi coi suoi fasci littori. Raccontai delle ingiustizie di cui l’Italia si era macchiata verso noi sudtirolesi, dei torturati e dei morti in carcere, delle razzie dei carabinieri e della polizia, degli alpini armati fino ai denti, delle sparatorie, delle bombe, dell’inganno della Regione, del popolo riunito a Castelfirmiano. Insomma a quegli italiani, pigiati come sardine in quel palazzo comunale, non gliene risparmiavo nemmeno una”.

“Ma ecco la sorpresa. Ogni volta che parlavo male del governo, quellì lì applaudivano. Attaccavo la polizia e giù un applauso. Descrivevo una provincia in stato d’assedio e quando infierivo sull’esercito quelli applaudivano ancora più forte. Io gridavo che non ci saremmo mai piegati, dovessimo lottare con le unghie e coi denti e quelli si spellavano le mani e uno dal fondo gridò: bravi, fategliela vedere a questo governo di farabutti!”.

“Ero stupito. Dicevo che l’Italia, anche quella democratica, aveva continuato nella politica fascista di italianizzazione e quelli rispondevano: anche noi abbiamo preso le bastonate della Celere di quel fascista di Scelba! Quando finii di parlare mi portarono in trionfo come un eroe. Pacche sulle spalle, strette di mano. Il sindaco mi abbracciò e mi espresse la solidarietà sua e della sua città”.

“Io ero stupefatto e un po’ stordito. Non mi aspettavo una simile accoglienza mentre tutti i giornali italiani e la televisione di Stato ci dipingevano come terroristi e Roma aveva occupato il Sudtirolo con l’esercito. Non mi aspettavo un’accoglienza del genere, in Italia, da parte di italiani, mentre da noi soldati italiani saltavano sulle bombe”.

“Così, prima di rimontare in macchina, feci cenno al sindaco per un ultimo saluto e gli chiesi: mi scusi, sindaco, ma chi era tutta quella gente che mi ascoltava, chi è lei sindaco che mi ha abbracciato, chi erano quei suoi consiglieri comunali che mi applaudivano? Lui si accostò al mio orecchio e sussurrò. E allora – oh, allora lo seppi: erano tutti comunisti!”.

(Pubblicato sul settimanale FF, il 27 maggio 2010)

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