Stelvio, il parco violato

I larici in Val Martello (foto Gianni Bodini)

Lo smembramento dello Stelvio sulle prime pagine dei giornali di oggi: Mauro Fattor sull'”Alto Adige” e Sergio Rizzo sul “Corriere della Sera”. Cosa dice la “norma spezzatino” e come la Provincia la userà per ridurre i confini, indebolire le tutele e fare regali ai cacciatori.

LE MANOVRE SUL PARCO

di Mauro Fattor (Alto Adige)

Un gran regalo di Natale. Ha ragione il presidente Durnwalder a parlare di giornata storica. La Volkspartei ha avuto in dote dal governo Berlusconi e dal ministro Frattini quello che Magnago e Benedikter non erano mai riusciti ad ottenere: il Parco dello Stelvio.

Cancellato il Consorzio, quello che resta a garanzia della gestione unitaria della più grande area protetta delle Alpi sono oggi molte chiacchiere e poca sostanza.

Il nuovo comitato di coordinamento espelle infatti qualsiasi elemento eccentrico rispetto alla normalizzazione amministrativa che sta tanto a cuore alla Provincia di Bolzano. E dunque niente esponenti del mondo scientifico, niente ambientalisti, niente direttore, niente Piano del Parco, niente decisioni vincolanti. Solo funzioni leggere di programmazione e di indirizzo.

In sostanza Bolzano, Trento e Lombardia si coordineranno dove potranno, come potranno, se ne avranno voglia. Certo il parco resterà nazionale, almeno sulla carta. Ma capire come andrà a finire non è difficile, visto che nella norma si fa riferimento esclusivamente all’articolo 8 dello Statuto e mai alla legge quadro sulle aree protette che definisce i limiti di applicazione dell’articolo 8 e i margini dell’autonomia in campo di tutela.

La norma di attuazione varata dalla Commissione dei Dodici e poi approvata dal Consiglio dei ministri definisce infatti anche le procedure di revisione del confini del parco. Anche qui nulla di realmente stringente: tutto «previa consultazione » (e non «previo accordo ») e «sentito il Ministero» (e non «con l’accordo del Ministero »). Perché mai, si potrebbe chiedere qualcuno, inserire una norma del genere, visto che già nel 2004 proprio il vituperato Consorzio aveva provveduto allo scorporo di 2600 ettari di fondovalle antropizzato in Val Venosta e in Val d’Ultimo? Perchè non basta.

Da sempre l’obiettivo della Provincia è quello di portare il limite del parco nazionale al di sopra dei 2000 metri e di subentrare nei vincoli, per così dire, con una parco naturale provinciale. Spieghiamo la differenza. Nei parchi nazionali è vietato sfruttare le risorse naturali, nei parchi provinciali no. Poco male, si potrebbe dire.

Uno sviluppo sostenibile delle risorse può avere e, anzi, ha un senso. Certo non dappertutto, punto primo. Punto secondo: i parchi naturali provinciali sono aree protette sui generis. L’Ufficio Parchi della Provincia, per esempio, non ha alcuna voce in capitolo nella stesura dei piani di assestamento-sfruttamento forestale o nella gestione faunistica. Questo significa che anche dentro le aree protette provinciali sono soggetti terzi rispetto al parco stesso a stabilire le regole di ingaggio.

E così può accadere che qualcuno ti faccia un chilometro e mezzo di strada forestale camionabile dentro un parco naturale – come è accaduto al Parco dello Sciliar due anni fa – e che l’unica reazione ammessa da parte dell’Ufficio Parchi sia quella di dire: ohhhhh!!

Oppure può accadere, come accade al Parco del Monte Corno, che con il bilancio del parco si faccia la manutenzione ordinaria di strade private che per legge spetterebbe ai proprietari dei fondi. Piccoli piaceri, si intende. Un’operazione simpatia. Per inciso: i soggetti terzi in questione sono forestali e cacciatori, che dipendono direttamente da Durnwalder.

Scriveva Antonio Cederna che sarà la stupidità della burocrazia ad uccidere il parco nazionale dello Stelvio. Si sbagliava: ci ha pensato molto prima il cinismo della politica. Perchè le aree protette, i parchi nazionali, sono beni pubblici, e in quanto pubblici – in una concezione distorta e blasfema della res publica – di nessuno. Per questo diventano facile merce di scambio.

Se a questo si aggiunge che nell’universo berlusconiano certamente i parchi nazionali stanno molto sotto per importanza del giardino di Villa Certosa, il gioco è fatto. Quella che è avvenuta in commissione dei Dodici è un compravendita, né più né meno.

Ma non è che il centrosinistra sia molto meglio. La risposta balbettante, tardiva e contraddittoria del Pd ne è l’esempio più lampante. È la risposta di chi ha la coda di paglia. Nel 2006 una norma quasi identica di smembramento amministrativo del parco nazionale dello Stelvio, fu portata in Commissione dei Dodici proprio dal Pd. Relatore: Gianclaudio Bressa.

Erano i tempi del traballante governo Prodi e in quel momento, in vista dell’approvazione della Finanziaria, i tre voti della Volkspartei potevano risultare determinanti. Non se ne fece nulla per la reazione veemente del mondo scientifico e ambientalista.

Ora, non c’è nessuno disposto a dire che il Consorzio fosse il migliore dei mondi possibili, perché non lo era. E tutti, al contrario, sono disposti ad ammettere che andava modernizzato. Ma da qui a cancellarlo, ce ne corre.

Quello che è accaduto è un atto di autoritarismo «democratico» con pochi precedenti. Durnwalder e Frattini si sono messi d’accordo e in mezz’ora hanno deciso di archiviare il Consorzio, di buttare a mare un parco nazionale. Senza accettare né tantomeno cercare un minimo di confronto. Senza neppure il coraggio di uscire allo scoperto con la bozza della norma.

Gli organi gestionali del parco non sapevano nulla, il direttore Platter non sapeva nulla, il presidente Tomasi non sapeva nulla, e nulla sapeva la regione Lombardia, che pure detiene, diciamo così, il 47% del pacchetto azionario del parco dello Stelvio. Al punto che il consiglio regionale lombardo ha votato l’altroieri una mozione contraria al nuovo assetto che «non garantisce la gestione unitaria del parco».

Certo ora, in base all’accordo di Milano, spetterà alle province di Bolzano e di Trento sostenere finanziariamente lo Stelvio. Bene. Laimer dice: lo Stato non ha i fondi, ci pensiamo noi. Chiariamo: non è lo Stato. Quella di affamare i parchi nazionali e di imbottirli di amministratori mediocri e incompetenti, è stata da sempre ed è la politica dei governi di Berlusconi.

Bolzano e Trento hanno provveduto negli ultimi due anni a garantire la copertura finanziaria per lo Stelvio che il governo non garantiva più. Questi soldi sono stati utilizzati soprattutto per stabilizzare il lavoro precario di un centinaio di operai stagionali, il che è buona cosa.

Ma chiariamoci: gli stagionali fanno panchine, manutenzione dei sentieri e tabelle. Sono una specie di braccio operativo extraterritoriale delle aziende di soggiorno. Il lavoro qualificante di un parco nazionale passa invece per la didattica, la formazione e la ricerca scientifica. Quel lavoro qualificato è fatto di contratti a progetto, per i quali nessuno ha sborsato un euro. Tanto, chi se ne importa.

A salvare la faccia al parco in questi anni sono stati il lavoro e la passione di persone che di gratificazioni ne hanno avute gran poche. Come il coordinatore scientifico, Luca Pedrotti. Il coordinatore scientifico del più grande parco della Alpi. A 1.600 euro al mese. Netti.

A questo punto una domanda sulla Commissione dei Dodici bisogna farsela. Quella commissione era nata per fare da cinghia di trasmissione tra il governo e l’Autonomia in una cornice ben definita che aveva come obiettivo la quietanza liberatoria. Raggiunto l’obiettivo ormai da tempo, si sta trasformando in una specie di mercato dove tutto diventa possibile.

È solo questione di prezzo. Prezzo politico, si intende. Una commissione così concepita è uno strumento che comprime gli spazi del confronto democratico su temi importanti e aumenta a dismisura il peso della politica partitica. È questo non è un bene per nessuno.

LO STELVIO, I FAVORI, LO SPEZZATINO

di Sergio Rizzo (Corriere della Sera)

Con una rapidità inconsueta in questi tempi di paralisi decisionale il Consiglio dei ministri ha ratificato oggi lo spezzatino delle competenze del Parco nazionale dello Stelvio fra le Province autonome di Trento e Bolzano e la Regione Lombardia. Ma il debito andava evidentemente onorato subito.

Soltanto uno sprovveduto non potrebbe cogliere la relazione fra questo grosso favore agli autonomisti e il grosso favore che i due deputati della Südtiroler Volkspartei Siegfried Brugger e Karl Zeller hanno fatto a Berlusconi contribuendo al salvataggio del governo con l’astensione al voto di fiducia del 14 dicembre. Ma la politica, in Italia, è diventata anche questo. Il problema è semmai che fatti del genere scandalizzano sempre meno.

Anche quando diventa merce di uno scambio inconfessabile un parco naturale: l’ultima cosa che dovrebbe fare le spese delle beghe della politica. Fra le poche voci che si sono levate contro questo inciucio, quella dell’irriducibile Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente onorario del Fondo ambiente italiano, indignata perché lo spezzatino (che ritiene anche incostituzionale), oltre a farci fare «una orribile figura davanti all’Europa, dove il Parco dello Stelvio è conosciuto e amato», costituirà «un pessimo esempio per le altre Regioni, dato che può suggerire analoga procedura. Quella della compravendita delle bellezze del paesaggio per un partito».

Già. Ma siamo sicuri di non esserci già incamminati a nostra insaputa su un sentiero quantomeno parallelo? Questa vicenda fa tornare alla mente un episodio senza precedenti nella storia repubblicana, di cui ben poco si è parlato: lo spostamento a Sud dei confini di una Regione settentrionale.

È accaduto dopo una legge approvata senza echi particolari nell’estate del 2009 che ha trasferito dalla Provincia di Pesaro- Urbino a quella di Rimini sette comuni marchigiani dell’Alta Valmarecchia. Passati così in un amen dalle Marche all’Emilia Romagna. Un trasloco fortemente caldeggiato dalla Lega Nord, partito in piena avanzata proprio in quelle aree, che prima ha sostenuto il referendum popolare indetto a Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, San Leo, Sant’Agata Feltria, Talamello e Pennabilli. Poi ha prontamente presentato in Parlamento (se n’è incaricato il deputato leghista romagnolo Gianluca Pini) un progetto di legge per ratificare il risultato della consultazione.

Applaudito, per inciso, anche dalla sinistra romagnola.

LO STELVIO, I FAVORI E LO SPEZZATINO

Con una rapidità inconsueta in questi tempi di paralisi decisionale il Consiglio dei ministri ha ratificato oggi lo spezzatino delle competenze del Parco nazionale dello Stelvio fra le Province autonome di Trento e Bolzano e la Regione Lombardia. Ma il debito andava evidentemente onorato subito. Soltanto uno sprovveduto non potrebbe cogliere la relazione fra questo grosso favore agli autonomisti e il grosso favore che i due deputati della Südtiroler Volkspartei Siegfried Brugger e Karl Zeller hanno fatto a Berlusconi contribuendo al salvataggio del governo con l’astensione al voto di fiducia del 14 dicembre. Ma la politica, in Italia, è diventata anche questo. Il problema è semmai che fatti del genere scandalizzano sempre meno. Anche quando diventa merce di uno scambio inconfessabile un parco naturale: l’ultima cosa che dovrebbe fare le spese delle beghe della politica. Fra le poche voci che si sono levate contro questo inciucio, quella dell’irriducibile Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente onorario del Fondo ambiente italiano, indignata perché lo spezzatino (che ritiene anche incostituzionale), oltre a farci fare «una orribile figura davanti all’Europa, dove il Parco dello Stelvio è conosciuto e amato», costituirà «un pessimo esempio per le altre Regioni, dato che può suggerire analoga procedura. Quella della compravendita delle bellezze del paesaggio per un partito». Già. Ma siamo sicuri di non esserci già incamminati a nostra insaputa su un sentiero quantomeno parallelo? Questa vicenda fa tornare alla mente un episodio senza precedenti nella storia repubblicana, di cui ben poco si è parlato: lo spostamento a Sud dei confini di una Regione settentrionale. È accaduto dopo una legge approvata senza echi particolari nell’estate del 2009 che ha trasferito dalla Provincia di Pesaro- Urbino a quella di Rimini sette comuni marchigiani dell’Alta Valmarecchia. Passati così in un amen dalle Marche all’Emilia Romagna. Un trasloco fortemente caldeggiato dalla Lega Nord, partito in piena avanzata proprio in quelle aree, che prima ha sostenuto il referendum popolare indetto a Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, San Leo, Sant’Agata Feltria, Talamello e Pennabilli. Poi ha prontamente presentato in Parlamento (se n’è incaricato il deputato leghista romagnolo Gianluca Pini) un progetto di legge per ratificare il risultato della consultazione. Applaudito, per inciso, anche dalla sinistra romagnola.

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One thought on “Stelvio, il parco violato

  1. Mauro Fattor mette il dito sulla piaga: nel Parco, il lavoro qualificato, “è fatto di contratti a progetto, per i quali nessuno ha sborsato un euro”. E’ lapalissiano che tutto ciò che abbia a che fare con la salvaguardia dell’ambiente, e con la ricerca scientifica in generale, debba costare. I nostri amministratori locali con il “Patto di Milano” hanno accettato la logica tremontiana: le riforme in Italia si fanno a costo zero. Allo Stato non si chiederà più di intervenire per la salvaguardia dei beni collettivi di interesse sovranazionale che insistono sul territorio regionale (Il Parco, l’Università di Trento, la giustizia, ecc.). Non parliamo poi dell’opportunità di sperimentare modelli di convivenza interetnica, che come noto costano e non poco. Più che a una regione europea alpina, che richiederebbe per nascere interventi finanziari massicci a livello comunitario ed interstatuale, celebrando le nozze con i fichi secchi fra Stato burocratico-centralista ed autonomie autistiche stiamo dando vita ad un “non luogo”.

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