Dakar, il Forum della diaspora africana

IL RACCONTO DEL FORUM SOCIALE MONDIALE, DAKAR, 6-11 FEBBRAIO 2011

Era il 1951 e il giovane studente senegalese Cheikh Anta Diop aveva solo 28 anni quando presentò all’università di Parigi la sua tesi di laurea in cui affermava che gli antichi egizi erano un popolo di origine e cultura nera africana. La tesi fu respinta da un’accademia che considerava la civiltà egizia un innesto di origine caucasica, secondo la convinzione europea che nell’Africa nera non poteva essere nato nulla di civile, figuriamoci i faraoni egiziani. Gli studi di storia africana erano allora dominati da studiosi che consideravano le popolazioni africane prive di un passato di rilevanza storica. Ed era contro questo colonialismo culturale che Diop voleva combattere la sua battaglia di giovane intellettuale senegalese.

Diop – storico, antropologo e fisico – dovette aspettare altri dieci anni finché, tornato a Dakar e ottenuto un laboratorio tutto per sé dove poteva fare esperimenti al radio-carbonio e studi sulla melanina delle mummie dei faraoni, riuscì finalmente a provare scientificamente quello che anni prima era stata solo un ipotesi antropologica: l’origine nera africana e autoctona dei faraoni. Non solo: dimostrò che molte delle lingue africane – come il wolof dell’Africa occidentale – non sono che lo sviluppo e la differenziazione a partire da un ceppo comune costituito proprio dall’antica lingua egizia.

Il corteo di apertura del Forum Sociale Mondiale 2011 si dipana per le grandi arterie del centro tra una festa di bambini che gridano e corrono e sbocca nel piazzale principale dell’università Cheikh Anta Diop di Dakar, intitolata al grande egittologo senegalese.

E’ il corteo della società civile africana: rispetto agli altri forum, pochi i partiti e gli slogan politici (ma si rifaranno nell’”assemblea dei movimenti sociali”, da sempre frequentata da marxisti-leninisti di ogni dove, Italia compresa), pochi i sudamericani (di solito dominanti, anche perché – da Lula in poi – grandi finanziatori del Forum), pochi gli europei, che si distinguono non solo per la loro pelle bianca, ma per l’età piuttosto avanzata a confronto di quell’Africa giovanissima, donna, canterina, ballerina, colorata e allegra che ci sfila intorno.

Non è un corteo che comincia oggi, 6 febbraio 2011. Molti spezzoni sono costituiti da “carovane” di gente partita da altri punti dell’Africa per incontrarsi qui, a Dakar. C’è la carovana araba, – Marocco, Algeria… – che porta  l’eco delle rivoluzioni in corso (ma i protagonisti hanno ben altro da fare nei loro paesi e sono venuti in pochi, anche se molto ascoltati e molto presenti). Ci sono numerose carovane dai paesi della fascia sub-sahariana: dal Burkina Fasu, dal  Mali, da Bamako, dalle città affacciate sul Niger, il grande fiume. E ci sono le carovane partite dal Sud: le Guinee, la Sierra Leone, la Nigeria. Tra le carovane, anche quella in bicicletta Bamako-Dakar – 1338 km – dell’Uisp della Toscana cui vengono tributati gli onori dell’impresa.

Ogni carovana, ogni settore del corteo, una buona causa: la difesa dell’agricoltura tradizionale, la lotta contro la rapina della pesca oceanica da parte delle flottiglie multinazionali, il diritto all’istruzione per tutti, la battaglia contro la desertificazione e la deforestazione, il diritto all’acqua, i diritti dei migranti ripetuti e scanditi ogni cento metri insieme all’atto d’accusa contro la “fortezza Europa” che respinge ed uccide sulle rotte del mare e alle frontiere. E ovunque una forte presenza di donne per le donne e i loro diritti.

Le lotte per l’indipendenza si fanno sentire: le delegazioni dal Sahara occidentale (Marocco) e dalla Casamance (Senegal), sorvegliate speciali dal servizio d’ordine e dalla polizia, parleranno nei giorni successivi di censura ai loro danni, perfino nel forum.

Tutte queste speranze, cause, idee, canti, balli e carovane sfociano insieme nel grande piazzale dell’università Cheikh Anta Diop, dove il presidente boliviano Evo Morales tiene il discorso di apertura.

Il giorno dopo è quello dedicato all’Africa. A 25 anni dalla morte del professore Cheikh Anta Diop, il padre dell’idea pan-africana. Del quale, in diversi convegni, vengono riprese le idee di una koiné comune che potrebbe unire il continente: le lingue, appunto, originate da un’unica matrice – una delle più grandi civiltà del mondo antico – e che oggi potrebbero diventare lo strumento di una rinascita culturale autoctona africana. Le principali e le più diffuse – lo swahili, il wolof, l’haoussa, il lingala, il malinké – vengono proposte come le “lingue veicolari” della nuova Africa orgogliosa di sé, che non ha più bisogno delle lingue dei colonialisti – il francese e l’inglese – per esprimersi.

Il discorso mi ricorda l’esperienza fatta anni prima, al forum africano di Bamako, in Mali: in un’assemblea sulla medicina tradizionale, il medico che ne doveva spiegare la natura e le tecniche si interruppe improvvisamente: in francese, disse, non riesco ad andare avanti. Non ho le parole, non ho i concetti per raccontarvi della medicina di villaggio. E continuò in bambara, tradotto alla meno peggio dai suoi colleghi.

L’africano che parla francese, pensa in francese. Ma l’Africa ha bisogno di pensarsi per sé e a partire da sé, dalla propria radice autentica. Di qui l’idea che alcune lingue africane – legittimate anche politicamente dall’origine nobile scoperta da Diop – possano diventare le lingue veicolari che uniscono il continente (“E sarebbe comunque un numero di lingue inferiore a quante ce ne sono in Europa” si sottolinea in un convegno tenuto all’ Ifan – l’Institut Fondamental d’Afrique Noir – di cui purtroppo posso leggere solo sui giornali del giorno dopo).

Accanto alle lingue, l’animismo è il secondo fattore indicato come cemento comune dei popoli africani. Ogni africano, e soprattutto ogni africana, sia cristiana che musulmana, è contemporaneamente un po’ animista, ha nel sangue la religione naturale delle madri e dei padri, dialoga con gli animali e le piante, sente la terra, parla coi morti, si sente tutt’uno nell’universo. E questo suo sentimento, questa sua cultura, le (e gli) danno il polso del pianeta, il dolore delle sue ferite, le gioie delle sue rinascite. Il sub-strato animista può essere una risorsa a cui attingere per difendere un continente sotto assalto, rapinato delle sue risorse e violentato dallo sfruttamento ambientale, dall’inquinamento dell’aria, dallo scarico dei rifiuti, dall’invasione della plastica, dall’esasperato sfruttamento del petrolio e dei suoi derivati.

Ma nel giorno dell’Africa un tema centrale è quello dei migranti. Qualche giorno fa, sull’isola di Goreé, è stata approvata la Carta mondiale dei Migranti, nella quale vengono sanciti il diritto di movimento delle persone e il diritto alle pari opportunità ovunque le persone decidano di sostare. L’isola di Goreé galleggia a un paio chilometri fuori dal porto di Dakar. Primo caposaldo portoghese in Africa fu uno dei principali porti di partenza degli schiavi verso l’America. L’architettura coloniale è quella classica che si ritrova anche nelle Antille e a Cuba. Qui sorge la casa dello schiavista, con la sua “porta del non ritorno” aperta direttamente sul mare: di qui lungo una passerella sul mare gli schiavi si imbarcavano sui galeoni per lasciare per sempre l’Africa. 20 milioni di persone costò all’Africa solo la tratta europea da metà del 1400 alla fine del 1800, la metà delle quali morte durante la traversata. Altrettante ne è costata la tratta araba, fin dagli albori della storia.

Qui, su questa porta affacciata sull’Oceano, su quest’isola ora patrimonio dell’umanità, tra questi vicoli cui comunità nere di tutto il mondo (ma soprattutto delle Americhe) hanno appeso i loro memoriali, imparo una parola nuova: diaspora africana. Ed è questa parola, diaspora africana, il concetto che mi resta del forum di Dakar.

Il termine diaspora è stato creato nell’ambito della memoria ebraica per spiegare la dissoluzione del popolo ebreo (Tefutzah è il termine ebreo e vuol dire esilio), la distruzione del tempio di Gerusalemme, la dispersione delle comunità ebree prima in tutto il medio oriente e poi, dopo la repressione romana della rivolta del 70 dc., in tutta Europa. Esilio, ma anche migrazione lontano dalla terra di Israele, in cui dell’antico tempio non rimase che un muro, il “muro del pianto”. Ma diaspora è anche legame, è anche il riconoscersi come popolo nonostante la dispersione, è ricostruire i fili di una comunicazione e di una coscienza collettiva che ha unito nella storia le comunità ebraiche di ogni parte del mondo, facendone il tessuto connettivo di interi continenti (si pensi all’Europa e alla funzione culturale che ha avuto la cultura ebraica diffusa dalle diverse comunità nei diversi paesi). Se la diaspora si riconosce in unico popolo, in unica civiltà, diventa semina di una messe che dà i suoi frutti negli angoli più lontani del pianeta. La parola diaspora ha dunque un contenuto di riscatto, di auto-riconoscimento di un’unità al di là della dispersione.

Dunque, ora siamo a questo: alla diaspora africana. Dopo i secoli dello schiavismo che hanno popolato di neri l’Europa e le Americhe e vi hanno portato i suoni, le lingue e i colori dell’Africa, e adesso nell’epoca della grande migrazione, un movimento meno brutale ma non meno massiccio e anch’esso segnato da violenze ed ingiustizie, l’Africa nera chiama a raccolta la diaspora, chiama a riconoscersi in una comune forma di civilizzazione tutte le persone del pianeta le cui radici affondano nel continente più antico, nella culla dell’umanità.

E’ una rivendicazione orgogliosa d’identità che forse senza l’elezione del nero Obama a presidente Usa avrebbe fatto più fatica a farsi strada. Ma che ora si fa sentire con forza come ponte tra Africa e resto del mondo, soprattutto il Sud del mondo, soprattutto l’America Latina governata da presidenti-operai come Lula, o da presidenti indios-nativi, come Evo Morales.

La diaspora africana getta un ponte attraverso l’Atlantico e il Mediterraneo, i due mari attraverso i quali il popolo d’Africa si è diffuso nel mondo, portando con sé lingue, culture, musiche, saperi, tra inenarrabili sofferenze, nell’olocausto della tratta negriera, nella fatica della migrazione, nell’umiliazione del colonialismo, nella speranza della rinascita. E’ una “chiamata” ai neri del pianeta, perché diffondano la cultura degli oppressi e la rivendicazione dei diritti e dell’uguaglianza. Da questa porta sul mare sull’isola di Goreé – il “muro del pianto” della diaspora africana – che guarda a Ovest, l’asse tradizionale della solidarietà degli oppressi, quello Nord-Sud, si gira come la lancetta di una bussola in un nuovo asse Sud-Sud che collega i popoli neri d’Africa alla comunità nera del Brasile, di Cuba, delle Antille, e da qui, da quest’asse del Sud, guarda con occhi nuovi, e soprattutto con orgoglio nuovo, al Nord, alle periferie di Parigi e di Londra come agli Stati Uniti, là dove la diaspora ha portato per la prima volta alla presidenza del più potente stato del mondo il figlio nero di un keniota di etnia Luo, originario di Nyang’oma Kogelo, nella Provincia di Nyanza, di nome Barack Hussein Obama.

Il resto del Forum sono le centinaia di assemblee autogestite, organizzate dalle più diverse organizzazioni non governative. L’elenco è enorme e solo dopo, visitando i siti internet che pubblicano risultati, verbali e documenti, una persona riesce a farsi un’idea sempre incompleta di quel che gli è successo intorno e solo pochissimo ha visto e vissuto.

Oltretutto, alla vigilia del Forum l’organizzazione è precipitata nel caos. Gli accordi presi con la dirigenza dell’università, su orari, sale, uso di spazi e di strumenti, è completamente saltata. Non una assemblea è lì dov’era annunciata e all’ora in cui era annunciata. Il motivo è semplice e – per un europeo – totalmente assurdo.

Quindici giorni prima del Forum il rettore è stato destituito e il nuovo, di fresca nomina, non sa nulla degli accordi presi e nulla vuole sapere. Gli organizzatori di Dakar – Ong, sindacati, associazioni ambientaliste – si danno da fare a montare tende d’emergenza, portare sedie e tavoli in qua e in là nel campus dell’università, ma l’intero programma è saltato. Così si cerca, anche noi poveri partecipanti, di arrangiarsi come si può, ma quel che si perde è tanto e la ricerca sfibrante. Si rimedia con i mille colloqui e incontri tra le tende intorno all’auditorium centrale dell’università, quello fortunatamente funziona. Tra questi, apprezzo particolarmente il banchetto degli studenti dell’università: “UCAD ( Université Cheikh Anta Diop) CO2 NEUTRAL”, raccolta di fondi per la riforestazione, per compensare le emissioni di CO2 causate dal Forum, che – solo per i mezzi di trasporto da tutto il mondo – sono davvero parecchie in una Dakar la cui aria a certe ore del giorno, soprattutto col vento che alza la sabbia, diventa davvero irrespirabile..

I temi sono tanti, ma tutti ruotano attorno al nesso tra difesa della natura, giustizia sociale, tutela dei popoli nativi, democrazia, cultura. In un forum molto riuscito organizzato dal gruppo parlamentare europeo dei Verdi, si discute di lotta all’accaparramento delle terre e dei mari, il tema forse più attuale in questo momento. I contadini dei villaggi sono espulsi dalle loro terre e i pescatori tradizionali non trovano più il pesce nel mare, perché le élite africane al governo cedono i diritti sulla terra e sulla pesca a grandi multinazionali, o addirittura a veri e propri stati, nella corsa ad accaparrarsi le risorse alimentari del futuro. La Cina sta comprando interi pezzi d’Africa per farne la propria riserva alimentare, le flottiglie pescherecce di Europa, America e Giappone dragano con le loro reti le coste africane.

Milioni di contadini e di pescatori – che non possiedono alcuna prova giuridica dei loro tradizionali diritti sulla terra e sul mare – abbandonano piroghe e villaggi dell’interno e gonfiano le baraccopoli di Dakar e delle altre capitali africane. Mentre il riscaldamento globale si fa sentire con la riduzione drastica delle piogge, le catastrofi naturali, lo sprofondamento dei fiumi nella sabbia, l’avanzata del deserto, la deforestazione.

Così è naturale – per me, ma credo per molti e molte – considerare questo Forum africano come la tappa di avvicinamento al “Summit sulla terra” della Nazioni Unite a Rio dal 14 al 16 maggio 2012, in vista del quale diverse organizzazioni ambientaliste e non governative hanno già lanciato il parallelo “People’s summit”, la manifestazione della società civile parallela al vertice degli stati.

Lì, 20 anni dopo il primo vertice della terra del 1992 – che tanto importante fu per lo sviluppo del pensiero di Alexander Langer, che vi partecipò insieme agli ambientalisti di ogni parte del pianeta – si faranno i conti della lotta per la salvezza del pianeta. E lì anche la “diaspora africana” potrà misurare i risultati della sua semina.

LINK UTILI

Carta mondiale dei migranti:

http://cmmigrants.org/

Dichiarazione sulla lotta contro l’accaparramento delle terre e dei mari:

http://farmlandgrab.org/post/view/18159

Racconto del Forum dell’europarlamentare verde Sven Giegold, molto ricco di ulteriori links:

Mein Bericht vom Weltsozialforum

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