Lampedusa, porta d’Europa


Sul molo a sud ci sono 25 sacchi blu, uno accanto all’altro. Dentro ogni sacco c’è il cadavere di un giovane uomo, due sono giovani donne. Provengono quasi tutti dall’Africa sub-sahariana. Partiti da un porto libico vicino a Tripoli, sono morti in mare asfissiati in una stiva trasformata in camera a gas.

Sul molo di fronte ci siamo noi, con una pietra gelata nel cuore. Si parla piano, come in chiesa, o a un funerale. “Stavolta, purtroppo, meschini…” sussurra il vecchio pescatore che abita sul porto. Ha le lacrime agli occhi: “Sono arrivati all’alba”.

Abbiamo scelto quest’anno Lampedusa anche per solidarietà coi lampedusani. Per dire loro che quel che hanno passato non ci fa paura, ma è un motivo in più per andare. Loro sorridono. Non per nulla le associazioni del volontariato hanno lanciato l’iniziativa “Io vado a Lampedusa”, appello a cui anche noi abbiamo risposto. Ma chi ti ospita si affretta a rassicurarti: “Vedi? Non si vede niente!”. Niente migranti per strada, niente caos. Il turismo è crollato lo stesso: meno 80%. “Passerà” ti dicono. Invece si stupiscono se gli dici che proprio per vedere sei venuto, per capire. Siamo preparati. Ma quello che vediamo oggi, primo d’agosto, toglie il respiro.

Il sole abbaglia sul porto di Lampedusa. Il silenzio è rotto solo dal tintinnìo delle vele mosse dal vento. Senza dire una parola laggiù sul molo si muovono i medici legali con le tute bianche e la protezione civile con le tute gialle. Si piegano sui sacchi blu e si rialzano, lentamente, come sospesi nel vuoto, come astronauti sulla Luna.

Noi siamo dall’altra parte, gelati nel sole d’agosto.

Che stesse succedendo qualcosa s’era capito il giorno prima. Dopo una settimana di tempesta il mare s’era abbassato e lo scirocco era girato a maestrale. A metà mattina la nave grigia da guerra della Guardia di Finanza era partita a razzo, poi due motovedette arancione della Guardia Costiera. Le abbiamo seguite con lo sguardo fino all’orizzonte, poi siamo corsi verso il centro di accoglienza, una vecchia caserma nascosta in contrada Imbriacola, fuori paese. I carabinieri avevano già sbarrato le strade d’accesso. “Arrivano?” abbiamo chiesto. “Arriveranno” ci hanno risposto.

Abbiamo atteso fino a notte fonda che tornassero, la nave grigia da guerra e le vedette arancione. Niente. Sulla piazza che domina il porto si proiettavano i film di “Lampedusa festival”, intitolato: “Approdi e speranze”. Il primo premio è una piccola barca costruita dai ragazzi africani con legni dei barconi che li hanno portati sull’isola. Scorrono una dopo l’altra sullo schermo storie di migrazioni e di Mediterraneo. In mare si sta consumando una tragedia che neppure i vecchi dell’isola avevano visto mai.

Nella notte i mezzi di soccorso raggiungono il barcone alla deriva. 15 metri, azzurro, privo di tutto: senza radar, radio, luci, nulla. Prima dell’ultimo viaggio è stato spogliato di tutto ciò che può avere un valore. E caricato oltre ogni limite: questo tiene al massimo 20 persone, ne trasporta 271. Basta che riesca a galleggiare, arrivare in acque italiane e lì essere soccorsa.

La tragedia è nel vano motore: lì, ammassati l’uno sull’altro, i finanzieri scoprono 25 cadaveri. Sono stati chiusi lì dentro alla partenza, raccontano i sopravvissuti. Erano almeno in 50. Quando il gas di scarico ha tolto loro il respiro, hanno cercato disperatamente d’uscire, ma gli scafisti li ricacciavano dentro a bastonate: dicevano che la barca si sarebbe rovesciata. Qualcuno ce l’ha fatta lottando. Due sono morti col cranio sfondato. Uno è stato gettato in mare dagli scafisti. Gli altri sono rimasti a morire come topi. Raccontano anche che con loro altri 5 barconi sono partiti. Risultano dispersi.

Il giorno dopo è proclamato il lutto cittadino. La rassegna del cinema e ogni altra iniziativa viene interrotta. L’isola sprofonda nel silenzio.

L’organizzazione militare è rapida e segue l’ordine del governo: nulla si deve vedere. Gli adulti vengono portati subito all’Imbriacola e i minorenni all’ex base USA Loran a Punta Ponente, la più a Ovest dell’isola, quella contro cui Gheddafi nel 1986 lanciò due missili Scud finiti in mare: così il mondo seppe che Lampedusa esisteva e il turismo cominciò a farne la sua meta. Paradossi d’altri tempi.

Ora entrambe le strutture sono chiuse da reti e mura. Sono carceri, sebbene alla Loran ci siano minorenni e all’Imbriacola chi proviene dalla Libia abbia diritto allo status di rifugiato.

Già il giorno dopo cominciano i trasferimenti. 30 tunisini  vengono imbarcati sulla nave per la Sicilia da dove – secondo l’accorto con la Tunisia – saranno rimpatriati.

Li vediamo sulla banchina. Scendono dall’autobus dai vetri oscurati scortati dai carabinieri. A ciascuno viene dato un sacchetto azzurro col cibo e i pochi averi. Vengono spinti sulla nave e rinchiusi in un settore del ristorante requisito e sbarrato. “Ciao ragazza, come va?” ci saluta un giovane coi riccioli neri. “Come va a te?” risponde lei. Lui sorride come dire: io bene, sono arrivato. Non sa che lo aspetta il rimpatrio.

Se devono andare in bagno vengono accompagnati: “Ricordati che in Italia si tira lo sciacquone!” gli sibila un carabiniere.

I lampedusani no, i lampedusani hanno dato l’anima per questa gente, quando in primavera il governo li ha lasciati soli e loro, solo loro, hanno dato cibo, vestiti, riparo, assistenza e conforto ai migranti.

Non era la prima volta che qualcuno sbarcava a Lampedusa. Nell’estate di 5 anni fa arrivarono in 40 mila e non ci furono drammi. Sempre sono sbarcati, in quest’isola più a sud di Tunisi, più vicina all’Africa (113 km) che alla Sicilia (oltre 200 km), perfino geologicamente appartenente alla piattaforma continentale africana.

In primavera con la guerra ne sono arrivati tanti, è vero, ma la situazione poteva essere gestita. Il governo italiano ha preferito usare l’isola come capro espiatorio, l’ha abbandonata a se stessa e ha lasciato che i migranti – sotto l’occhio delle tv di tutto il mondo – si ammassassero in quella che ora chiamano “la collina della vergogna”, un’altura a lato del porto nei cui vecchi bunker migliaia di disperati hanno bivaccato, dormito, mangiato, defecato per settimane.

Così il ministro Maroni ha voluto provocare lo scandalo: per imporre alla Tunisia l’accordo sui rimpatri e all’Unione europea un aiuto finanziario. Avuto l’accordo, tutto si è normalizzato. Salvo il turismo di cui vive l’isola, che ora è al disastro.

Dopo di che, Berlusconi ha mandato l’esercito. L’isola è stata occupata da 500 tra finanzieri, carabinieri e polizia. Alcuni alberghi sono stati requisiti. Il centro delle operazioni è stato installato nella sede dell’”Area marina protetta”, sfrattando gli uffici del parco naturale. Ed è ricominciato anche il solito carnevale all’italiana: il presidente della cooperativa che gestisce il centro di accoglienza è ora indagato dalla magistratura che lo accusa di aver prolungato la permanenza dei migranti per gonfiare i rimborsi dello Stato – 45 euro al giorno per immigrato. I soggiorni gonfiati equivarrebbero a 12500 giorni: qualcuno specula sul sovraffollamento.

Al molo sud del porto sono ormeggiati gli ultimi barconi sequestrati, che nessuno chiederà indietro. Altri due enormi cimiteri di barche sono a terra, uno al campo sportivo e l’altro alla base Loran. Sulle prue si leggono nomi scritti in arabo.

Ai morti è stato dedicato un posto nel cimitero. I lampedusani per tradizione si fanno seppellire in cappelle in muratura: casette a tre, quattro piani in una caotica città dei defunti. I soli seppelliti in terra sono i migranti. All’ombra d’un grande oleandro bianco stanno croci di legno con un numero e l’anno d’arrivo. Su ogni croce un santino dal titolo “Morire di speranza”, affisso dalla comunità di Sant’Egidio in occasione della “preghiera per le vittime dei viaggi verso l’Europa”: “Amate dunque lo straniero, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”.

Il volontariato e la cultura sono gli unici sostegni per l’isola. Nessuno qui dimentica che, quando la Tunisia era Francia, erano i lampedusani ad emigrare laggiù per lavoro. Il più importante luogo sacro di Lampedusa è il santuario della “Madonna di Porto Salvo”, cioè del “porto che salva”, per secoli gestito insieme da monaci cristiani e musulmani, in cui naviganti arabi, turchi e cattolici hanno trovato asilo ripagandolo con doni.

Al festival del cinema di Venezia è in concorso un film che si chiama “Terraferma”, è stato girato sulla vicina Linosa da Emanuele Crialese e ha come protagonista della sua stessa storia una donna eritrea, Timnit, sbarcata a Lampedusa con un gommone nel 2009. Erano partiti in 78 dalla Libia e arrivarono in cinque, dopo essersi dissetati per 21 giorni con la propria urina.

A Linosa Mimmo Cuticchio, l’ultimo erede della tradizione del teatro dei “pupi”, i grandi burattini siciliani, ha messo in scena un Ulisse pellegrino e naufrago che nell’Ade incontra una madre affogata in mare col proprio figlio in un Mediterraneo che – secondo i dati dell’Onu – ha inghiottito finora 13.000 migranti.

La politica invece è latitante. I 24 milioni stanziati dall’Europa per Lampedusa nell’isola non sono mai arrivati. Né è più comparso Berlusconi, neppure nella meravigliosa “villa delle palme” a cala Francese che, con un colpo di scena, comprò a primavera per poter dire: anche io sono lampedusano. Poi ha scoperto che la villa è troppo piccola per lui e la sua scorta e ora il sindaco sta cercando di realizzare una permuta con un’altra villa, più grande: come se non avesse nulla di più importante da fare.

Lampedusa, da sempre luogo di arrivi e passaggi. Solo da quando la fortezza Europa ha chiuso le sue porte sono diventati viaggi della disperazione e della morte.

Lampedusa della solidarietà, della cultura, del mare tanto bello che commuove, del parco marino e dell’impegno ambientalista per la salvezza della spiaggia dove le tartarughe depongono le uova. Lampedusa dei pesci tropicali, i coloratissimi pesci pappagallo, i pesci civetta dalle grandi ali azzurre, gli inquietanti granchi dalle lunghe chele venuti dall’oceano indiano – esseri migranti pure loro. Lampedusa abbandonata, umiliata, sola.

A cala Sponsa, sulla costa sud, Lampedusa ha voluto erigere “La porta dell’Europa”, realizzata dall’artista Mimmo Palladino col sostegno dell’UNHCR, l’agenzia per i rifugiati dell’Onu. Alta 5 metri e larga 3, in ferro e ceramica, l’enorme porta si vede dal mare. Ha i colori della terra dell’isola, che poi sono quelli del deserto. E’ ricoperta di oggetti trovati sui barconi: scarpe, scodelle, bicchieri. Nel testo affisso all’inaugurazione, nel 2008, sta scritto: “In omaggio ai migranti che vengono dal Sud e dall’Est ad accudire i nostri anziani, pulire le nostre case, mandare avanti le nostre fabbriche e i nostri campi, portando lavoro, umiltà, energia e un enorme desiderio di riscatto”.

Lampedusa della pazienza e della civiltà.

(Pubblicato in tedesco sul settimanale “ff, die Südtiroler Wochenmagazin” il 25 agosto 2011)

“La baia dei Conigli a Lampedusa è la piscina di Dio” (Domenico Modugno, che lì decise di vivere le sue ultime ore di vita, guardando il mare).

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