Migranti, la legge della paura

Con 20 anni di ritardo, anche il Sudtirolo avrà la sua legge sull’ “Integrazione delle cittadine e dei cittadini stranieri”. Ma quello presentato dalla Giunta è un testo dettato dalla paura, che  cita esplicitamente come principio ispiratore lo slogan “Fordern und Fördern” (pretendere e sostenere, – dove pretendere viene prima) che è il titolo del programma sull’immigrazione della CSU in Baviera (benché l’assessore firmatario della legge sia  del PD). Questa è la relazione di minoranza che ho letto in aula come consigliere dei Verdi-Grüne-Verc

 Deludente, debole, inefficace: questi sono alcuni tra gli aggettivi con cui il disegno di legge provinciale nr 89/11 “Integrazione delle cittadine e dei cittadini stranieri” è stato definito dalla maggioranza delle associazioni, degli enti e delle istituzioni che hanno partecipato all’audizione tenuta in Consiglio provinciale il 2 maggio scorso.

AUDIZIONE INASCOLTATA – Tra i tanti intervenuti all’audizione, voglio citare il presidente della Caritas diocesana Heiner Schweigkofler che così si è espresso:

“Una legge (…) nel migliore dei casi può contribuire a che tutte le forze sociali agiscano insieme per raggiungere l’obbiettivo dell’integrazione. In questo modo il pregiudizio verso gli stranieri potrebbe trasformarsi in accoglienza verso nuovi cittadini. Ma per adempiere a questa funzione questa legge, nell’attuale testo, ci appare troppo debole e troppo poco articolata.

Il tema dell’integrazione, che in Austria, Germania e Svizzera è curato da specifici uffici federali, qui viene sottovalutato. Un esempio di questo è il finanziamento di un massimo di 50.000 euro previsto nella legge. Un altro esempio è la collocazione del Coordinamento in una posizione subordinata all’interno della ripartizione lavoro e un ultimo esempio è il modo in cui viene trascurato il livello locale (cioè comuni e comprensori, ndr).

Questa legge – continua Schweigkofler –  non considera il cittadino immigrato come un nuovo cittadino fin da subito, ma come membro di un gruppo sociale che, certo, si può aiutare, ma al quale – in forza della sua posizione giuridicamente svantaggiata – possono essere addossati anche speciali doveri. Questo modo di vedere le cose indebolisce la solidarietà tra le persone, trasferisce lo svantaggio giuridico dello status di “straniero” anche nella dimensione sociale e trasmette l’impressione che i conflitti vadano ricondotti a quel gruppo e non rappresentino invece un comune problema sociale ([1])”.

Mi scuso per la lunga citazione del presidente della Caritas diocesana, ma meglio di così – e da una fonte migliore di questa –  un giudizio sulla legge che stiamo per affrontare non potrebbe essere espresso.

Durante l’audizione del 2 maggio tutte le persone intervenute hanno portato proposte di miglioramento: un elenco lunghissimo che avrebbe potuto costituire una base preziosa per migliorare la legge. Ciò purtroppo non è accaduto.

Su indicazione della giunta, la maggioranza della commissione legislativa non ha accettato nessuna – nessuna! – delle proposte avanzate non solo dai sindacati, dalle associazioni degli stranieri, dal volontariato, dalla Caritas, dalle associazioni dei lavoratori cattolici, dagli imprenditori; ma neppure sono state accettate le 4 precise proposte arrivate dai Comuni e dalle Comunità comprensoriali. Esse erano e sono:

  1. collocare il Centro tutela antidiscriminazioni non presso la ripartizione lavoro, ma presso la Difesa Civica (art. 5);
  2. promuovere l’integrazione linguistica soprattutto a livello locare e mettere per questo a disposizione i finanziamenti che servono a comuni e comprensori;
  3. alleggerire le discriminazioni sull’accesso ai benefici per il diritto allo studio (art. 15);
  4. mettere più personale a disposizione delle scuole per il lavoro con gli alunni stranieri (art. 14).

Ebbene, anche a queste 4 semplici richieste la risposta della maggioranza è stata: no, no, no e no.

NESSUNA RISORSA IN PIÙ Si è voluto approvare una legge che – per esplicita dichiarazione della Giunta provinciale – “non deve costare un euro in più rispetto a quanto già c’è”. Per questo sono state pervicacemente respinte tutte quelle proposte – presentate da noi Verdi con una serie di emendamenti – che prevedevano strumenti, denaro e personale aggiuntivi per vincere la sfida della convivenza. Queste nostre proposte consentivano di:

1°.    aumentare (anche di poco) di quei miseri 50.000 euro di finanziamento; la proposta è stata respinta dicendo che per quel la legge prevede 50.000 euro sono già troppi;

2°.    prevedere finanziamenti e personale aggiuntivi a quelle scuole con una media di alunni stranieri superiore a quella provinciale;

3°.    dotare di maggior personale i “centri linguistici”, che oggi riescono a malapena a coprire il 35% delle richieste delle scuole;

4°.    sostenere con più risorse, nonché con adeguata formazione di operatori e volontari, i Centri giovanili e il Servizio giovani extrascolastico nell’importantissimo lavoro con le seconde generazioni di migranti;

5°.    sostenere e accompagnare l’avvio dell’imprenditoria immigrata;

6°.    offrire sostegni aggiuntivi a comuni e comunità comprensoriali a particolare “densità migratoria”, non solo con finanziamenti per progetti di integrazione, ma anche con un incremento della loro quota pro-capite. Su questo argomento noi Verdi abbiamo presentato un emendamento che la Commissione – con una votazione a dir poco curiosa – ha accolto solo nel suo primo comma, diventato l’articolo 14 bis,  che riconosce il ruolo di comuni e comunità comprensoriali, respingendo però gli altri due commi che prevedevano gli interventi concreti. In aula riproporremo queste misure, per dare corpo ad un articolo che, così com’è, rischia il ridicolo.

Giunta e maggioranza hanno respinto tutte queste proposte di miglioramento affermando che la legge non vuole prevedere spese aggiuntive, né interventi ulteriori rispetto a quanto già fanno i diversi assessorati, cui in sostanza è demandata la politica per l’integrazione. In realtà, si è dimenticato il principio secondo cui “è meglio investire oggi per favorire l’integrazione, che non dover spendere molto di più domani per riparare ai danni di una fallita integrazione”.

Di fronte a una legge “a impatto zero” viene piuttosto da domandarsi: se non aggiunge nulla di nuovo, che senso ha questa legge?

INTEGRAZIONE A SENSO UNICO – Questa legge, in realtà, mette il compito dell’integrazione interamente a carico delle persone immigrate: sono loro che devono adattarsi a noi e nel far questo devono farsi notare il meno possibile e costare il meno possibile.

Per questo motivo, giunta e maggioranza non hanno accettato le nostre proposte di buon senso che che avrebbero consentito di:

1°.    riconoscere e sostenere le associazioni degli stranieri;

2°.    sostenere il mantenimento della lingua d’origine;

3°.    promuovere la partecipazione dei/delle migranti alla vita pubblica (per es. col diritto di voto almeno nei referendum comunali);

4°.    impegnare la Provincia a garantire il diritto costituzionale alla libertà di culto e alla sua pratica in forma dignitosa.

E’ positivo che sia stata aggiunto all’articolo 1 – su nostra proposta – che “l’integrazione è un processo di scambio e dialogo reciproco”, ma da questo principio non si trae le dovute conseguenze: l’integrazione resta in tutti gli articoli successivi un processo a senso unico che somiglia piuttosto all’assimilazione, un cammino di cui la legge si preoccupa di fissare le tappe e a ogni tappa stabilire ostacoli differenziati che consentano di graduare i diritti di accesso in base a una serie ostacoli da superare e di doveri da adempiere da parte dei nuovi arrivati. Non è così che si facilita e si accelera l’integrazione.

DIRITTI NON RICONOSCIUTI – Che lo spirito sia questo, lo dimostrano gli articoli che istituiscono quegli organi e quei servizi che sono l’unica novità introdotta dalla legge. Sotto questo aspetto, la Giunta provinciale ha voluto dare un indirizzo preciso: le persone migranti non godono di alcuna autonomia, i servizi loro dedicati sono totalmente subordinati all’amministrazione e non godono del necessario prestigio.

Infatti:

1°.    A coordinare tutti gli interventi è un semplice “servizio” della Ripartizione lavoro: non è stato accettato di dare al “cuore” del sistema nemmeno la dignità di un Ufficio (art. 3).

2°.    Viene istituita una consulta per gli immigrati dove gli immigrati sono in minoranza (8 su 19), sono nominati dalla giunta provinciale e non possono convocare la Consulta con le loro sole firme, poiché serve la metà dei membri. E’ stata respinta perfino la proposta che la Giunta, se ignora – come può – i pareri della Consulta, abbia almeno l’obbligo di spiegare perché. Rifiutata anche la proposta di non sottoporre alla proporzionale almeno le rappresentanze di sindacati, imprenditori e volontariato (art. 6).

3°.    E’ stata respinta la proposta che il programma pluriennale sull’immigrazione sia elaborato consultando Comuni, Comunità comprensoriali, sistema scolastico, sociale e sanitario, associazioni ecc… Respinta anche la proposta di una conferenza triennale sull’immigrazione che faccia il bilancio del programma (art. 4).

4°.     Il Centro Antidiscriminazione è sottoposto alla Provincia: è stata respinta la proposta di collocarlo presso la Difesa Civica, come tutti chiedevano, comuni compresi. Respinta anche l’idea che il Centro invii ogni anno una relazione a Consiglio provinciale e Comuni (art. 5).

Su tutti questi punti noi Verdi riproporremo le nostre proposte attraverso emendamenti in aula.

Durante l’audizione, infatti, molti interventi hanno sottolineato il fatto che l’integrazione si ottiene soprattutto con la partecipazione, dando alle persone migranti la possibilità di “Mitbestimmung”, di contribuire a costruire la società in cui sono venute a vivere. Invece quella che viene offerta loro è una cittadinanza di grado inferiore e una partecipazione subordinata perfino negli organi a loro dedicati.

Da qui discende anche una visione confusa del mondo della migrazione, senza le necessarie specificazioni previste invece dalle norme sia statali che europee.

La legge provinciale, per esempio, non cita riferimenti a specifici impegni da prendere verso i rifugiati, gli apolidi, i richiedenti asilo e le persone tutelate da protezione internazionale, un tema particolarmente attuale con l’emergenza in Nord Africa e oggetto della direttiva comunitaria 2004/83/CE. Che la Provincia cerchi in ogni modo di tenere più basso possibile il profilo su questo argomento lo dimostra l’atteggiamento avuto dalla Giunta provinciale sull’attuale emergenza umanitaria in Nord Africa. La preoccupazione è stata fin dall’inizio di ridurre il più possibile il numero dei profughi da accogliere, prima nessuno, poi numeri ridicoli come 30, o 40, finché la forza dei fatti – che si poteva fin dall’inizio prevedere – ha costretto la Provincia a preparare l’accoglienza di un numero molto più alto di persone.

Ugualmente, nella legge non si tiene nel dovuto conto, a meno che un tribunale ci costringa, le particolari – e più favorevoli – condizioni di accesso ai benefici riconosciute dalla direttiva comunitaria 2003/109/CE ai migranti in possesso di permesso di soggiorno UE per  soggiornanti di lungo periodo, recepita in Italia dal Decreto Legislativo nr. 3 dell’8 gennaio 2007.

Tale permesso ha validità a tempo indeterminato, si ottiene dopo aver soggiornato e lavorato legalmente e ininterrottamente per cinque anni nel paese e dà diritto di “usufruire delle prestazioni di assistenza sociale, sanitaria, scolastica, di quelle relative all’accesso a beni  e servizi” in condizioni più favorevoli e in certi casi di parità coi cittadini comunitari.

E’ in base a questa norma che una cittadina canadese esclusa dai contributi provinciali per corsi di lingua ha vinto nel giugno 2009 il processo contro la Provincia, costretta ora a mettersi in regola (con 2 anni di ritardo) con l’articolo 15 della presente legge: corretto, ma non è tutto.

Infatti, è proprio questa stessa direttiva europea che la Corte dei Conti ha citato mettendo in guardia la Provincia a proposito di politica della casa. Nel marzo del 2010, commentando l’istituto delle “liste separate per immigrati”, il giudice ha avvertito:

“Si coglie l’occasione per evidenziare le perplessità di ordine internazionale e comunitario che suscita l’articolo 5 comma 7 della legge provinciale 13/1998 (Ordinamento dell’edilizia abitativa agevolata) nella parte in cui prevede per i cittadini di stati non appartenenti all’Unione Europea e per gli apolidi requisiti e procedure parzialmente diverse rispetto ai restanti cittadini per accedere ai benefici pubblici. Andrà assicurata in ogni caso la prevalenza del diritto comunitario nei confronti di eventuali norme interne contrastanti”.

La presente legge sarebbe stata l’occasione buona per eliminare le norme sulla casa in contrasto con le direttive europee: ma non si è voluto.

Così – nonostante le norme “riparatorie” su temi oggetto di sentenza giudiziaria – restano in questa legge alcuni limiti che contrastano con la normativa europea e nazionale, come il requisito del reddito minimo richiesto per il ricongiungimento familiare, identico a quello richiesto ai cittadini residenti, che è in contrasto con quanto prevede l’articolo 29, comma 3 lettera b) del Decreto legislativo 286/1998, cioè il Testo Unico sull’immigrazione.

Inutilmente più restrittive rispetto alla legislazione vigente sono anche le norme previste per l’assistenza economico-sociale all’articolo 10, laddove si cancella l’attuale possibilità di ricevere l’aiuto minimo di due sole mensilità all’anno per chi ha tre mesi di residenza. Per tutti la residenza viene innalzata a 5 anni. E’ vero che al comma successivo si introduce la possibilità di “periodi più brevi” per casi particolari, ma così facendo quello che prima era un diritto diventa ora un favore che l’amministrazione può fare o non fare a sua discrezione.

Restrittive oltre il dovuto sono anche le norme agli articoli 14 e 15, riguardanti il requisito di residenza di 5 anni per il diritto allo studio, un diritto fondamentale per le seconde generazioni. La legge chiede 5 anni di residenza ininterrotta allo studente o studentessa, ma sarebbe stato più ragionevole accogliere la proposta del Consiglio dei Comuni di prevedere questo requisito rispettato anche se, invece dello studente o della studentessa, lo ha almeno uno dei genitori. Il timore espresso dalla Giunta è che un immigrato paghi coi soldi della Provincia gli studi di suo figlio rimasto nel paese d’origine. Ebbene, per evitare questo possibile abuso, noi riproporremo la norma sui 5 anni di residenza rispettabile anche da almeno uno dei genitori, limitandola però a quei e quelle giovani che frequentano scuole o università in Italia o in Austria.

Sia concesso di notare, comunque, che in questa legge la preoccupazione prevalente è quella di evitare possibili abusi che non quella di riconoscere diritti e offrire opportunità, come se in ogni immigrato si nascondesse un possibile imbroglione.

UNA LEGGE DETTATA DALLA PAURA – Viene dunque da chiedersi perché la Giunta provinciale abbia voluto una “legge minima”, che delude chi ogni giorno lavora sui temi dell’accoglienza e della migrazione. Una legge con cui la Giunta, a partire dai toni (ma sono i toni che fanno la musica), vuole dimostrare di “saper fare la faccia cattiva”, per evitare l’accusa di indulgenza o di “buonismo”.

Da questo punto di vista, i principali interlocutori di questa legge non sono le persone migranti: questa legge è rivolta alla popolazione locale pensando che debba essere rassicurata e in questo senso è a suo modo una legge “elettorale” (sull’immigrazione la campagna elettorale purtroppo non finisce mai), è stata scritta per schivare (più che per sconfiggere) il populismo, per rincorrere i voti perduti.

A questo fine una Giunta e un assessorato che sono in grado di fare molto di più e meglio hanno scelto la strada del profilo bassissimo. Ma è dubbio che sia una strategia vincente.

Conservare un basso profilo, fare una legge tanto per fare, sperando che sia inattaccabile perché priva di ogni contenuto, rischia di essere ancor più attaccabile proprio perché è vuota e non suscita alcun entusiasmo tra le persone di buona volontà e buon senso.

Noi valutiamo in altro modo la sfida che, di fronte alla migrazione, sta di fronte alla politica. Passato il primo impatto, infatti, quel che ci chiede la società altoatesina sono ora strumenti adeguati per vincere la sfida della convivenza. Una legge debole non parerà i colpi della destra, non contribuirà a sfatare i pregiudizi e neppure mobiliterà le tante energie dell’Alto Adige solidale.

TROPPO TEMPO PERSO – La vera causa delle incertezze che questa legge rispecchia stanno nel tempo che la Giunta provinciale ha fatto passare senza prendere le dovute iniziative. La storia di questa legge provinciale sull’integrazione comincia infatti molto tempo fa, all’inizio della scorsa legislatura, quando l’assessora Luisa Gnecchi insediò un apposito gruppo di lavoro. Questo produsse diverse versioni della legge, puntualmente recapitate alle parti sociali per raccoglierne i pareri. Ma la legislatura finì senza che alcun testo venisse approvato nemmeno in Giunta.

Altre Regioni, intanto, erano arrivate già alla prima o alla seconda riforma di leggi approvate già 20 anni fa. L’elenco che segue dà la misura del ritardo che abbiamo accumulato.

La REGIONE LOMBARDIA è la prima a legiferare già nel 1988 (LR 38, Interventi a tutela degli immigrati extracomunitari). Seguono il PIEMONTE nel 1989 (LR 64, Interventi regionali a favore degli immigrati extra–comunitari), il VENETO nel gennaio 1990 (LR 9) e la LIGURIA nel febbraio 1990 (LR 7), che nel 2007 ne vara la riforma (LR 7, Norme per l’accoglienza e l’integrazione sociale delle cittadine e dei cittadini stranieri immigrati). Anche il LAZIO muove il primo passo nel 1990 (LR 17, Provvidenze a favore degli immigrati da paesi extracomunitari), aggiorna nel 1992 (LR 8, Strutture di prima accoglienza per immigrati extracomunitari) e ancora nel 2008 (LR 10, Disposizioni per la promozione e la tutela dell’esercizio dei diritti civili e sociali e la piena uguaglianza dei cittadini stranieri immigrati).

La TOSCANA comincia nel 1990 (LR 22, Interventi a sostegno dei diritti degli immigrati extracomunitari) e promulga nel 2009 la LR 29 (Norme per l’accoglienza, l’integrazione partecipe e la tutela dei cittadini stranieri) che è unanimemente considerata tra le migliori.

Nel 1990 legiferano anche CALABRIA (LR 17), l’UMBRIA (LR 18), la SARDEGNA (LR nr. 46, Norme di tutela e di promozione delle condizioni di vita dei lavoratori extracomunitari) e la PUGLIA  (LR 29), che poi perfeziona nel 2009 con la LR  32, Norme per l’accoglienza, la convivenza civile e l’integrazione degli immigrati.

La CAMPANIA legifera nel 1994 (LR 33, Interventi a sostegno dei diritti degli immigrati stranieri extra comunitari), la BASILICATA nel 1996 (LR 21), le MARCHE nel 1998 (LR 2, Interventi a sostegno dei diritti degli immigrati) e ancora nel 2009 (LR 13, Disposizioni a sostegno dei diritti e dell’integrazione dei cittadini stranieri immigrati), l’ EMILIA-ROMAGNA nel 2004 (LR 5, Norme per l’integrazione sociale dei cittadini stranieri immigrati), l’ABRUZZO anche nel 2004 (LR 46, Interventi a sostegno degli stranieri immigrati), il FRIULI-VENEZIA GIULIA nel 2005 (LR 5, Norme per l’accoglienza e l’integrazione sociale delle cittadine e dei cittadini stranieri immigrati).

E i nostri vicini Trentini? La PROVINCIA DI TRENTO legifera 21 anni prima di Bolzano, nel 1990, con la LP 13, Interventi nel settore dell’immigrazione straniera extracomunitaria.

Dunque Bolzano si muove con 20 anni di ritardo. E’ da questo ritardo della politica, e non dal “buonismo” di una minoranza, che nasce la forza del populismo.

QUANDO LA GIUNTA CI METTE LE MANI – Ho fatto l’elenco delle diverse leggi regionali perché vorrei che tutti riflettessimo anche sui termini usati dagli organi legislativi delle altre regioni. Non si ha paura di usare parole come “sostegno”, “accoglienza”, “convivenza civile”, “integrazione partecipe”, “diritti civili e sociali”, “piena uguaglianza”  e infine, ripetutamente, il termine “interventi” che suggerisce quel valore aggiunto che manca alla legge altoatesina.

Il tono fa la musica e la musica è il messaggio della politica alla società.

Nella storia della legge altoatesina c’è anche, nell’ultima fase, un improvviso cambio di tono. Si verifica quando dall’assessorato competente la bozza di legge passa all’esame della giunta, tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. In quel momento viene importato dalla Baviera – come se noi non sapessimo inventare qualcosa di originale –  lo slogan “Fordern und Fördern” (esigere e sostenere, – dove esigere viene prima) che è il titolo del programma sull’immigrazione del partito conservatore della CSU (l’assessore ne può chiedere conferma al partito fratello del PD che dovrebbe essere – credo – la SPD).

Con questa filosofia del pretendere prima di sostenere, la legge è stata riscritta radicalmente e decisamente peggiorata: vengono ridotte al minimo le finalità della legge all’articolo 1 e cancellato ogni riferimento a norme e direttive europee, scompare ogni accenno a diritti e impegni di spesa, espressioni come “la Provincia promuove, sostiene ecc…” vengono cancellate, insieme a frasi come “parità d’accesso” (ex comma 1 dell’articolo 10); è cancellato l’articolo 7 sulle associazioni degli stranieri, cancellata l’assunzione di spese per i corsi di lingua, cancellati i 14 punti sui compiti del Servizio coordinamento immigrazione, delegati ora – come quasi tutto – a un regolamento di esecuzione; scompare l’impegno a “favorire l’accesso ai servizi” (art. 8), a “promuovere l’accesso all’abitazione” (art. 12) e infine la ciliegina sulla torta: nella composizione della Consulta provinciale gli immigrati, che nelle precedenti versioni erano 10 su 19, dunque la metà più uno, passano a 8 su 19 e finiscono in minoranza.

Questa è la “faccia cattiva” che la riscrittura della Giunta ha dato alla legge.

Ho parlato con molti operatori del settore, che si consolano dicendo di essersi visti passare tra le mani ipotesi molto peggiori, in termini di ulteriori restrizioni nell’accesso ai benefici. Non ci si dimentichi che in qualche conferenza stampa la Giunta si è mostrata addirittura convinta di poter condizionare la concessione di benefici a test linguistici. Fantasie che facevano a pugni con la Costituzione e che sono state accantonate. Tuttavia, lo “scampato pericolo” non cancella la sensazione che  la legge sia stata svuotata e, nel tono, incattivita. E che sia diventata un’occasione persa.

UNA BUONA LEGGE È ANCORA POSSIBILE – La legge sull’Integrazione delle cittadine e dei cittadini stranieri era attesa da tempo, ha suscitato speranze, è stata discussa da tantissime persone ed elaborata in tanti uffici provinciali che fanno un ottimo lavoro sul campo. Si tratta di una delle poche leggi chiamate a regolare un ambito ancora inesplorato della nostra autonomia.

Certo sarebbe stato meglio affrontare il tema quando lo fecero i Trentini, 20 anni fa, quando i migranti da noi erano appena 5.000. Ma allora, davanti ai primi flussi dei profughi in fuga dalla Bosnia o dal Kosovo, la politica sì è cullata nell’illusione che se ne sarebbero andati finita la guerra. Invece sono rimasti – come rimarranno anche gli attuali profughi dal Nord Africa, sui quali la Provincia si fa le stesse illusioni.

Ancora nel 2000 i migranti erano meno di 15.000 e venivano in cerca di lavoro, che da noi abbonda. E anche allora la politica ha preferito illudersi che prima o poi sarebbero tornati al loro paese. Ma anche questi sono rimasti.

Oggi abbiamo oltre 41.000 migranti sul territorio della provincia, un numero comunque inferiore rispetto alle regioni vicine e gestibile con le risorse di cui disponiamo. Di questi migranti, due terzi hanno un regolare contratto di lavoro. L’immigrazione clandestina è un fenomeno che non ci riguarda. È stato calcolato che i nostri migranti, con i loro lavori regolari, versano in tasse e contributi 4 volte di più di quanto ricevono in spesa pubblica provinciale.

Buona parte della popolazione ha capito che queste persone ci sono indispensabili. Nel 2015, infatti, il saldo tra morti e nati nella popolazione autoctona diventerà negativo: ci saranno più morti che nati. Da soli non riusciamo a mandare avanti l’Alto Adige: abbiamo bisogno di loro.

Noi riteniamo che l’inclusione (termine che preferiamo a “integrazione”) si fa innanzitutto puntando sul potenziale e le capacità dei migranti, valorizzando le forze di ciascuna e ciascuno di loro, abbattendo le barriere che impediscono loro di realizzarsi e le discriminazioni che li colpiscono. Non si fa invece preoccupandosi solo delle barriere da erigere e degli abusi da sventare, non si fa senza i migranti e senza investire risorse.

Quella che ci serve è una buona legge concepita “in spirito di equità e generosità“.

Spero che le colleghe ed i colleghi abbiano riconosciuto questa frase tra virgolette: non è “buonismo”. È il punto 3, lettera a, dell’Accordo di Parigi, fondamento della nostra autonomia. Un punto che riguardava anche allora dei migranti: gli optanti. A cui veniva riconosciuto, “in spirito di equità e generosità” appunto, il diritto di poter scegliere dov’era la propria casa. Su quello spirito si è costruita la nostra convivenza.

Oggi la sfida della convivenza coinvolge migliaia di persone che vengono da tutti i continenti, non per approfittare di noi, ma per costruire insieme a noi, per lavorare nelle nostre imprese, per far marciare ristorazione e turismo, per assistere i nostri malati e i nostri anziani, per raccogliere i frutti delle nostre campagne, per mettere a posto ogni sera questo stesso edificio del Consiglio provinciale che si appresta ad approvare una legge che li riguarda.

Noi siamo convinti – pur da gruppo di opposizione – che la Giunta è in grado di fare molto di meglio di questa legge e se non l’ha fatto è per eccessivo timore. Per questo noi ripresenteremo in aula le nostre proposte e con fiducia facciamo appello a chi ha sensibilità sociale e senso di responsabilità: miglioriamo questa legge, arricchiamola di impegni, di risorse, di segnali positivi.

Restituiamogli la lingua dell’equità e della generosità.

Bolzano, 15 settembre 2011.

Il relatore, consigliere provinciale

Riccardo Dello Sbarba


([1]) “Ein Gesetz (…) könnte im besten Fall dazu beitragen, dass alle gesellschaftlichen Kräfte gemeinsam auf das Ziel der Integration hinwirken. Damit könnten ablehnende Haltungen gegenüber Ausländern zu einer bejahenden Haltung gegenüber neuen Bürgern werden. Um diese Funktion zu erfüllen, erscheint uns das Gesetz in der vorliegenden Fassung zu schwach und zu wenig artikuliert.

Das Thema “Integration”, das in Österreich, Deutschland und in der Schweiz von eigenen Bundesämtern behandelt wird, wird unterschätzt. Ein Beispiel dafür ist die Finanzierung von maximal 50.000 Euro, wie es im Gesetz vorgesehen ist. Ein weiteres Beispiel ist die Ansiedlung der Koordinationsstelle an untergeordneter Stelle im Ressort Arbeit und ein letztes Beispiel ist die Vernachlässigung der lokalen Ebene.

Dieses Gesetz sieht den ausländischen Bürger nicht unmittelbar als einen neuen Bürger an, sondern als Teil einer sozialen Gruppe, der zwar geholfen werden darf, die aber aufgrund ihrer rechtlichen Unterprivilegierung auch mit (Sonder-) Pflichten belegt werden kann. Diese Sichtweise schwächt die Solidarität der Einwohner untereinander, verlängert die rechtliche Unterprivilegierung des Status Ausländer ins Soziale und erweckt den Eindruck, dass Konflikte auf die Gruppe zurückgehen und nicht ein allgemeingesellschaftliches Problem darstellen“.

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2 pensieri riguardo “Migranti, la legge della paura

  1. “Lo stesso impero romano cadde a causa dell’immigrazione e del fatto che si era persa la volontà di lottare per la propria cultura”.
    Pius Leitner, Freiheitlichen

    “L’egoismo del gruppo e la xenofobia sono costanti antropologiche che precedono ogni motivazione. Il fatto che siano universalmente diffuse dimostra inequivocabilmente che sono più antiche di ogni forma di società conosciuta. Per porre loro un argine, per evitare continui spargimenti di sangue, per rendere possibile un minimo di scambi e di relazioni fra diversi clan, tribù, etnie, le società più antiche hanno inventato i tabù e i rituali dell’ospitalità. Queste misure tuttavia non annullano lo status dello straniero. Anzi lo circoscrivono entro rigidi limiti. L’ospite è sacro, ma non può rimanere”.
    Hans Magnus Enzensberger

  2. Ma forse la morale è un’altra, una morale vecchia quanto l’Odissea: l’arrogante (Antinoo) non concederà nulla, il savio e giusto (Eumeo) concederà ciò che può, consapevole del fatto che i rovesci del destino, la vulnerabilità, la mortalità e, più in generale, la precarietà e la transitorietà accomunano tutti gli esseri umani.

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