L’Autonomia: più diritti, o più cubature?

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SFIDA AD ARNO KOMPATSCHER. Con le norme urbanistiche “made in Südtirol” approvate in parlamento siamo alla solita musica: deroghe e regali di cubature per i costruttori, meno luce e aria per i comuni cittadini. Il tutto difeso dall’attuale Presidente del Consorzio dei Comuni e (probabile) futuro Landeshauptmann. Ma se lui è il “nuovo”, come può continuare sulla stessa strada del “vecchio”?

(Intervento pubblicato sul Corriere dell’Alto Adige del 13 agosto 2013)

Arno Kompatscher si preoccupa per chi ha realizzato „centinaia di edifici negli ultimi vent’anni“ in violazione delle norme statali sulle distanze minime. Io mi preoccupo molto di più delle migliaia di persone vicine e confinanti che si sono viste spuntare davanti al naso palazzi e condomini che hanno rubato loro aria, luce e panorama e hanno diminuito il valore della loro casa.

Per me autonomia non è sinonimo di più cubatura, ma di maggiore garanzia dei diritti. E il diritto di respirare e di vedere un raggio di sole che entra dalla finestra, o di poter guardare lontano dal balcone, appartiene a quella „superiore civiltà urbanistica“ in nome della quale il legislatore nel 1968 formulò il Decreto ministeriale 1444. Decreto di cui Provincia di Bolzano e comuni altoatesini hanno pensato di potersi infischiare, rilasciando licenze a costruire in deroga e ritrovandosi infine le norme provinciali impugnate dal Governo.

E’ bene anche ricordare che il Decreto – lo scriveva domenica l’architetto Thomas Demetz sul Corriere dell’Alto Adige – non contiene solo la norma sulle distanze minime che i nuovi edifici devono rispettare nei confronti delle case preesistenti, ma anche altre importanti criteri che riguardano la realizzazione di aree collettive, il verde urbano, i parchi, i servizi e così via – insomma, tutto ciò che rende una città non un semplice insieme di cubi di cemento, ma un luogo di relazioni tra persone. Per queste relazioni gli spazi liberi, quelli verdi e quelli collettivi sono altrettanto importanti degli edifici. Ma anche su questi importanti criteri già dal 1994, col Lerop, la Provincia di Bolzano si sentì in diritto di derogare.

Eppure questi criteri, approvati non a caso nel 1968 dopo lunghe riflessioni sulle esperienze – e sugli errori – degli anni ’50-’60 e frutto del pensiero urbanistico più avanzato, sono il fondamento di una “superiore civiltà dell’abitare” e di una migliore qualità della vita in città.

La mia domanda è: l’autonomia speciale è fatta per garantire a tutte le cittadine e i cittadini ancor meglio e ancora di più questi diritti, o è fatta per poterli ignorare a piacimento, sacrificandoli alla logica delle cubature, dell’interesse privato o di chi ha i santi in paradiso?

Io scelgo la prima opzione. Mi indigna ovviamente che addirittura un ente pubblico come la Provincia progetti i propri palazzoni (vedi il nuovo assessorato al personale in via Renon) in spregio delle distanze minime, ma qui do ragione a Arno Kompatscher: non si tratta solo o soprattutto di palazzi provinciali.

Ancora più preoccupate è l’ondata di cantieri privati che non aspettava altro che l’emendamento taglia-distanze per partire a tirar su edifici in faccia ai confinanti e in barba ai diritti di cui godono i cittadini del resto della Repubblica. I casi sono molti e questi – Kompatscher lo sa bene – non riguardano il passato, ma il futuro delle nostre città. Portare le distanze minime da 10 metri a 6,4 significa guadagnare 3,6 metri per lato: un “bonus cubatura” che fa gola a parecchi, ma che penalizza i più.

Chiede Kompatscher (che come sindaco ne porta la responsabilità): “Dovremo far demolire centinaia di edifici costruiti in passato in buona fede”?

Gli rispondo: se il problema è limitato al passato (siamo nell’Italia dei condoni, no?), allora chiedo a Arno Kompatscher di emanare, in quanto Presidente del Consorzio dei Comuni, una direttiva ai sindaci secondo la quale la deroga alle distanze minime non valga per il futuro, per il quale invece sia garantito il rispetto dei 10 metri.

Chiedo a Arno Kompatscher un segno di svolta. Lui si presenta come “il nuovo” e questo suscita speranza. Ma può “il nuovo” proseguire nelle scelte del “vecchio”?

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