Autonomia copernicana

Intervistando Silvius Magnago, a casa sua
Intervistando Silvius Magnago, a casa sua

L’autonomia ha un futuro? Il mio intervento nel dibattito aperto dal quotidiano Alto Adige (pubblicato il 14 febbraio 2015)

Arno Kompatscher non perde occasione per ammonirci: “Quella dell’Alto Adige non potrà mai essere un’autonomia territoriale”. L’ultima volta in Consiglio provinciale, mentre parlavamo del comune ladino di Voltago Agordino. “Autonomia territoriale? Errore gravissimo!” insisteva Kompatscher. Se qualcuno non lo convince a cambiare idea, una vera riforma dell’autonomia non si farà mai.

Perché, è inutile girarci intorno: la transizione da un’autonomia etnica a un’autonomia territoriale è la chiave di volta del cambiamento che l’istituenda “Convenzione” dovrebbe promuovere. Col che non si intende quel che Kompatscher teme: una banalizzazione dell’autonomia e il taglio della sua radice, cioè la tutela della minoranza tedesca e ladina. Nulla di tutto questo.

Con “autonomia territoriale” si intende una terza fase, più matura, del cammino autonomistico. Si deve finalmente prendere atto che Statuto e Pacchetto sono realizzati e che la minoranza linguistica è garantita dal solido autogoverno del territorio più che dalla obsoleta separazione in gruppi.

Oggi non sono più il censimento, la proporzionale etnica e le scuole separate a tutelare la minoranza, ma il fatto che tutte le più importanti decisioni che determinano la nostra vita quotidiana (sanità, casa, servizi sociali, scuola, trasporti, energia, uso del territorio, ecologia, cultura…) si prendono nella Giunta e nel Consiglio provinciale, democraticamente eletti dai cittadini e dalle cittadine dell’Alto Adige-Südtirol. E l’autogoverno democratico del territorio è un bene di tutti, dunque indiviso e indivisibile (e solo così anche non provvisorio, per rispondere all’utile provocazione lanciata su questo giornale dal direttore Faustini).

Per la storia dell’autonomia, il passaggio dal principio etnico al principio territoriale rappresenta la rivoluzione copernicana. Libera energie e consente di dare forza ai diritti individuali, sacrificati finora sull’altare del “gruppo”. Valorizza lo stare insieme di lingue e culture su un comune territorio, assegna ai “gruppi misti” il ruolo – come diceva Langer – di “piante pioniere della convivenza” e per questo li incoraggia e li sostiene – mentre finora si sono dovuti mimetizzare in ogni settore (cultura, sport, associazioni, mondo giovanile…) fingendosi tedeschi, italiani o ladini.

Rileggere l’autonomia in chiave “territoriale” consente di prendere atto dei mutamenti della società locale e reagirvi con creatività. Il cambiamento più forte è quello dell’immigrazione, tema che finora nessuno ha sollevato in questo dibattito, ma che a me pare di enorme importanza.

Quando parliamo di gruppi, di censimento, di proporzionale, continuiamo a parlare di tedeschi-italiani-ladini: una finzione a cui è sempre più difficile credere.

Oggi vivono con noi 50 mila persone provenienti da 140 paesi del mondo, e supereranno le 70 mila – prevede l’Astat – nel 2020. Sono molto più giovani e più prolifiche di noi, lavorano, sono residenti di lungo periodo, sostengono le nostre pensioni, la nostra vecchiaia, i nostri alberghi e ristoranti, la nostra agricoltura, le nostre fabbriche, le nostre scuole – ma che dico: queste scuole, queste fabbriche, questi ristoranti sono anche i loro, sono comuni.

E noi continuiamo a organizzare la nostra società e le nostre istituzioni secondo la santa trinità tedeschi-italiani-ladini. Continuiamo a costringere queste 50 mila persone – oltre il doppio dei ladini – a iscriversi ai tre gruppi “ufficiali”. Ma come facciamo a non sentire il ridicolo di questo incasellamento? Quanto crediamo che possa durare? E quante energie vengono sprecate sull’altare di questa finta trinità?

Autonomia territoriale significa riconoscere la pluralità del territorio e costruire un futuro comune in cui davvero si realizzi quell’articolo 3 della Costituzione citato dal nuovo Presidente della Repubblica: un’autonomia che promuova “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti (e tutte) all’organizzazione politica, economica e sociale” dell’Alto Adige-Südtirol. Non mi pare un concetto difficile.

Ma è anche fattibile? Sì, se sappiamo interpretare i segni dei tempi. In fondo, c’è già stato un salto di mentalità e un cambio di linguaggio: bisognerebbe trarne tutte le conseguenze. Cerco di spiegarmi meglio.

Ai tempi di Magnago si riteneva che la dichiarazione etnica esprimesse il culmine della propria identità, tanto che il vecchio leader della Svp considerava un marziano chi, come Alexander Langer, predicava identità personali (e non di gruppo), plurali (e non univoche), in mutamento (e non congelate).

Il mistilingue è solo uno con le idee confuse” diceva sempre Magnago. Nel linguaggio giuridico si diceva: quella etnica è una dichiarazione “di verità”. Voleva dire: lì si esprime l’essenza profonda di ogni persona. Il censimento etnico era la celebrazione di queste “identità autentiche” e la proporzionale un’appendice necessaria. Tempi di nazionalismo in piccola scala.

Oggi non è più così. Con 50 mila stranieri dichiarati tedeschi, italiani o ladini nessuno parla più di “verità”. Oggi il termine giuridico è: “volontà”. Cioè: la dichiarazione linguistica è una scelta soggettiva. Ci si dichiara per partecipare alla distribuzione proporzionale delle risorse pubbliche. La si fa a fini pratici e senza sventolarla troppo.

Ora è la proporzionale a stare in primo piano e il censimento è la sua appendice. Si ammette apertamente: è un sistema poco elegante. Però necessario. Perché di meglio non s’è trovato.

Ora potrei dire che il movimento interetnico qualche idea migliore negli anni l’ha lanciata, ma lascio perdere. Accetto l’idea che – per adesso – questo sistema dobbiamo tenercelo come metodo pragmatico di distribuzione delle risorse. Ma se è così – ed è così! – allora dobbiamo chiederci in quali dosi vada applicato. La riforma dell’autonomia è anche una questione di giusta misura.

Per esempio. Se non è più questione di identità, ma di pragmatismo, allora che c’entra la scuola? Perché continuare a dividere le scuole e costringere a optare anche chi non vorrebbe? Io credo che la istituzione di una “scuola comune” di persone (docenti e discenti) di ogni lingua e cultura riuniti nelle stesse classi sia un desiderio diffuso e non può più essere negato. Chi desidera la scuola monolingue se la tenga. Ma chi desidera crescere in una scuola comune lo deve poter fare. Questa è l’autonomia territoriale!

Altra riflessione: dove si lotta contro la povertà, dove c’è da garantire i diritti economici e sociali, che cosa c’entra il bilancino della proporzionale? E ancora: dove l’equilibrio proporzionale è ormai raggiunto, non si potrebbe sospendere almeno per un po’, e vedere l’effetto che fa?

Potrei continuare negli esempi. Ma riassumo tutto in questo modo: in fondo, basterebbe solo avere un po’ più fiducia nelle persone. Magari la società è in grado di autoregolarsi di più di quanto non pensi la politica.

Post scriptum: il concetto di “autonomia territoriale” ha molto a che fare col concetto di “comunità autonome” lanciato su questo giornale da Lorenzo Dellai. Ma su questo un’altra volta.

(Pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 14 febbraio 2015)

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