AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT”. Ascoltare i sindacati? Njet!

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Si litiga su un documento di CGIL CISL e UIL: respinta la proposta di un’audizione. Commissioni dei 6 e dei 12: trasparenza e democrazia sono lussi che non possiamo permetterci?

Venerdì 17 febbraio. La seduta è appena cominciata e Florian von Ach, Bundesgeschäftsführer degli Schützen chiede subito la parola. Si vede che ha un diavolo per capello. Ha in mano un documento e ne è scandalizzato. Per lui si tratta di affermazioni inaccettabili, un attentato all’autonomia perpetrato da “filiali locali di organizzazioni nazionali”, come dire estranee alla realtà del Sudtirolo. Gli dà man forte Wolfgang Niederhofer: “Questo testo è pieno di spirito nazionalista!”. E che sarà mai?

Il documento incriminato (che pubblico in appendice) sono tre paginette inviate poche ore prima da Cgil-Agb, Cisl-Sgb e Uil-Sgk, con cui i sindacati confederali cercano di riportare la Convenzione coi piedi per terra. Primo punto, scuola plurilingue sul modello della Università di Bolzano. Secondo: politiche attive per il lavoro, qui l’autonomia dovrebbe dimostrare quanto vale. Terzo punto (e qui tutta la destra va fuori dai gangheri): un richiamo a non dimenticare che l’Alto Adige sta dentro un quadro statale e europeo da cui non si può prescindere in campi come la sicurezza sul lavoro, la previdenza sociale, la contrattazione collettiva (che è riservata alle parti sociali), l’immigrazione, il fisco. Insomma, un richiamo al realismo contro i voli pindarici dell’autonomia ultra-integrale. Ed è questo che urta. Uno dei più arrabbiati è Toni Tschenett, del sindacato etnico ASGB. “Con questi sindacati nazionali l’autonomia non fa un passo avanti!”.

A questo punto m’incavolo anch’io. Ma come, intervengo, la Convenzione doveva essere un processo aperto alla società e quando arriva un documento di tre sindacati gli sbattete la porta in faccia? Queste organizzazioni hanno migliaia di iscritti! (90.000 precisa Laura Senesi della Uil, unica loro rappresentante nel Konvent). Migliaia di persone di lingua tedesca italiana e ladina ben radicate sul territorio: considerare come provocazioni le loro proposte equivale a una censura stalinista! (li faccio arrabbiare ancora di più, lo sapevo, ma insomma). Infine, visto che lo prevede anche la legge, propongo di svolgere un’audizione coi firmatari del documento, in modo che possiamo confrontarci. La proposta viene bocciata, dalla destra e dal gruppo Svp: si schiera contro anche il presidente Tschurtschenthaler. “Il Konvent siamo noi 33 – dice Durnwalder – se qualcuno di voi vuol far sue queste tesi, prego, ma niente audizioni”. Confronto? non sia mai!

Dopo questa sfuriata si passa all’ordine del giorno. Si discute di rapporti Provincia-Stato e il primo punto è il modo di lavorare delle Commissioni dei 6 e dei 12. “Su questo ci sono proposte sia di Laura Polonioli che di Riccardo Dello Sbarba” annuncia il Presidente. Così intervengo per spiegare: l’idea sarebbe quella di far passare le norme di attuazione, prima della loro approvazione, anche dal Consiglio provinciale che dovrebbe discuterle pubblicamente e esprimere un proprio parere in merito. Così prevede già lo Statuto della Val d’Aosta (art. 48-bis: le norme di attuazione “sono sottoposte al parere del Consiglio”) e della Sardegna, due regioni speciali come noi.
I motivi sono evidenti: l’autonomia viene costruita a colpi di norme di attuazione elaborate da commissioni che non si confrontano con nessuno, sebbene i loro membri vengano eletti dai Consigli regionale (attualmente Steger) e provinciale (Bizzo e Zeller). Di cosa discutano le Commissioni – racconto – il Consiglio provinciale non è informato, se non a giochi fatti, o poco e male dai giornali. Di fatto le commissioni rispondono solo alla giunta provinciale, e i singoli membri ai loro partiti di riferimento. Cito la norma sulla toponomastica che gira e rigira nel Pd e nella Svp. Ma i Consigli, in quanto tali, sono completamente esclusi: neppure l’ordine del giorno delle sedute delle Commissioni ci viene inviato! Quindi, un passaggio ufficiale in Consiglio delle norme prima della approvazione porterebbe trasparenza, più democrazia, e anche più correttezza.
Diverse voci, le solite, si levano contro quest’idea. La più autorevole è quella del professor Roberto Toniatti. Il quale annuncia: dirò alcune cose che possono sembrare brutali. E in effetti…

In effetti, dice Toniatti, Dello Sbarba ha ragione: accade proprio come dice lui. “Ma qui ci sono due principi da considerare: quello dell’autonomia integrale e quello della democrazia integrale. E bisogna decidere qual’è quello prioritario”. Mi inserisco timidamente a precisare che non pretendo nessuna “democrazia integrale”, ma un minimo di democrazia e trasparenza, questo sì. Lui annuisce, sì certo, Dello Sbarba non pretende molto, ma c’è un ma.   L’autonomia del futuro, dice il professore, verrà costruita sempre più con norme di attuazione e le Commissioni paritetiche avranno un ruolo sempre più importante (appunto, si inserisce Laura Polonioli). Per cui la richiesta di trasparenza è comprensibile, prosegue Toniatti, ma va sacrificata al criterio della trattativa tra Roma e le autonomie, trattativa che ha bisogno di confronti riservati, insomma: di diplomazia segreta (la definizione è mia, ma ci sta).
Del resto, argomenta Toniatti, le norme di attuazione sono sottratte sia al dibattito in parlamento, sia a referendum abrogativi. Sono “patti blindati” tra governo di Roma e governo di Bolzano. Quindi, brutalmente: “le norme di attuazione sono sottratte alle regole della democrazia”, perché si privilegia il principio dell’efficienza nel rapporto autonomie-Stato. Cavoli, per essere brutale, l’argomentazione è brutale.

Durnwalder si accoda: “Se le norme di attuazione dovessero passare dal Consiglio provinciale, allora Roma pretenderebbe di farle passare anche dal parlamento, mettendo a rischio l’autonomia!”. Von Ach cita la norma sulla toponomastica: “Vedrete, con tutto questo dibattito sui giornali nemmeno questa volta andrà in porto!”  Per il passaggio in Consiglio argomenta in dettaglio Laura Polonioli (le commissioni hanno cambiato natura, da consultive sono diventate luogo di intesa e produzione i norme,  e un passaggio nei Consigli prevede di proporlo anche la Consulta del Trentino che ne ha discusso a novembre con un’ampia relazione del prof. Matteo Cosulich). A favore si esprime anche Bizzo.

Io intervengo di nuovo per sfatare gli allarmismi. “In parlamento le norme della Val d’Aosta non sono mai passate, eppure passano dal loro Consiglio regionale – argomento – E questo per una semplice ragione: i membri statali delle Commissioni paritetiche li nomina il governo, non il parlamento. E infatti le norme tornano poi nel governo, che le deve approvare. Mentre da noi non tornano mai nei Consigli provinciali, sebbene qui siamo noi del Consiglio a eleggere i membri delle commissioni!”.
“Se è così, allora facciamoli eleggere dalla Giunta provinciale ed è chiusa la discussione”: la proposta arriva da Eshter Happacher e Renate von Guggenberg, le due giuriste della Provincia, che portano il discorso alle estreme conseguenze. Cavoli, mi chiedo, dicono sul serio? Loro sono convinte: quel che succede in Commissione paritetica è affare dei poteri esecutivi, non del legislativo provinciale. Non del Consiglio: chiedere una cosa simile, dice von Guggenberg, “equivale a far saltare tutto l’impianto dell’autonomia”.

Intanto Toniatti, conclusa la parte brutale, cerca di venirci un po’ incontro. Dice che una certa maggiore trasparenza si potrebbe ottenere anche in altri modi. Per esempio: inserendo nelle Commissioni paritetiche anche una persona delle opposizioni (oggi ci andrebbe uno dei Freiheitlichen, figurati), oppure con l’emanazione di indicazioni da parte del Consiglio al momento di eleggere i componenti, oppure dando al Consiglio la possibilità di revocare il nominato “se per esempio Bizzo fa il birichino” (lo sento solo io il gelo che cala nella sala?).
Il Konvent discute anche l’altro punto: come evitare i conflitti Stato-Provincia davanti alla Corte costituzionale. Laura Polonioli propone un iter di conciliazione preventiva da parte della Commissione dei 6 (rieccoci al punto). Altri invece una “Corte costituzionale provinciale” con metà giudici nominatidallo Stato e metà dalla Provincia. Non si capisce bene come la pensa la maggioranza.

Esco dalla seduta impressionato dalla discussione sulle norme di attuazione. Che lo sviluppo dell’autonomia possa equivalere a meno democrazia e trasparenza, essendo sostanzialmente un “affare riservato” tra Stato e Provincia, non l’avevo mai sentito teorizzare con tanta lucidità. A dir la verità penso che tutto quello che non funziona nella convivenza dipenda proprio da questa concezione dell’autonomia “sequestrata” da una ristretta élite. L’autonomia la faranno in sei persone? E con la tante volte promessa ”autonomia partecipata”, quella delle cittadine e dei cittadini, come la mettiamo?

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