AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT” – Sindaci e sindaca tentano la svolta

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Sussidiarietà, potere ai comuni, partecipazione popolare. Mentre la Convenzione si avvia alla conclusione, la parte moderata della Svp cerca di cambiare rotta. Approfittando anche dell’assenza pasquale di molti intransigenti.

Venerdì 21 aprile. Partiamo dagli assenti, che stavolta fanno la differenza. Assente Durnwalder, il pontiere tra Svp e ala dura. Assente Florian von Ach,  Bundesgeschäftsführer degli Schützen impegnato in questo periodo a dare la scalata ai Freiheitlichen. Assente Renate von Guggenberg, inflessibile avvocata della Provincia nei contenziosi contro Roma. Assente il presidente Christian Tschurtschenthaler, il pusterese sensibile ai richiami di re Luis da Falzes. Assenti tutti questi (e anche l’altro presidente, Roberto Bizzo), il clima è già più disteso e la discussione più libera. La conduzione della seduta passa alle due vice presidenti donne, Laura Polonioli e Edith Ploner, e anche questo fa bene.

In più, evidentemente, nelle file della Svp comincia a serpeggiare una domanda: dove vogliamo andare a finire? Verso un documento di maggioranza lungo l’asse Svp-Schützen, approvato quasi esclusivamente da tedeschi, con Durnwalder grande burattinaio e la maggioranza degli italiani dall’altra parte? Chi vuole bene a Kompatscher non può che essere preoccupato. Quindi prova a cambiare rotta.
Si discute di rapporti interni all’autonomia. Che ruolo ai comuni, quanto contano i cittadini, quanto la Provincia. Come (quasi) sempre in due abbiamo mandato in anticipo documenti sul tema e così sui tavoli dei conventuali giacciono il “documento Dello Sbarba” e il “documento Polonioli”. Si muovono nella stessa direzione, anche se con linguaggi e approcci diversi. Tocca a me a illustrare il mio, perché Polonioli è impegnata a gestire la presidenza.

Parto da una premessa: finora i poteri dell’autonomia si sono concentrati sulla Provincia, col paradosso che nel territorio più autonomo d’Italia abbiamo i comuni meno autonomi della Penisola. Va rovesciata questa tendenza, trasferendo poteri verso il basso, ai comuni, alle istituzioni intermedie (es. scuole), ai cittadine e alle cittadine singole o associate.   L’autonomia va ripensata come “sistema delle autonomie”, applicando i tre principi costituzionali: primo, di sussidiarietà, per cui le cose si decidono meglio il più vicini possibile al cittadino e alla cittadina; secondo, di differenziazione, cioè di divisione chiara dei compiti tra istituzioni, per cui alla Provincia spetta la legislazione, ma l’amministrazione deve andare ai comuni (e non come ora, che fa tutto la Provincia, comportandosi praticamente come un unico grosso comune); terzo, infine, di adeguatezza, per cui questa divisione dei compiti trova il limite nella capacità dell’ente “più basso”, cioè il singolo comune, di esercitare davvero la competenza amministrativa (altrimenti è  preferibile la comunità comprensoriale, o la Provincia stessa). Tutti principi introdotti dalla riforma costituzionale del 2001 all’articolo 118 della Costituzione, ma mai recepiti in Alto Adige.

Se siamo d’accordo su questo, dico, le proposte vengono da sole. Partiamo dai cittadini e dalle cittadine. La sovranità dell’autonomia appartiene a loro, ricordo, non ai partiti né all’ente Provincia. Provo anche formulare l’articolo: “L’autonomia appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti dello Statuto”. Nel quale Statuto andrebbero indicate esplicitamente le forme di esercizio della sovranità popolare: la democrazia diretta (con i diversi tipi di referendum e almeno alcuni principi riguardo a firme, quorum ecc…), la democrazia partecipativa (propongo i modelli del “bilancio partecipativo” e del “Bürgerrat”, il “consiglio della cittadinanza” sperimentato in alcune regioni europee) e la democrazia rappresentativa, che ha al centro il Consiglio provinciale, che va rafforzato (per esempio facendogli esprimere un parere sulle norme di attuazione prima che vengano approvate dalle commissioni dei sei e dei dodici).

Passando ai poteri dei comuni, propongo che questi ricevano la “competenza amministrativa generale”, sottraendola alla Provincia, e ricevano per Statuto le finanze e il personale necessario per poterla esercitare. Propongo anche che sia previsto il principio dell’intesa tra Provincia e Comuni interessati a grandi progetti.
Va tolto a Trento l’anacronistico ruolo di “capoluogo della Regione” e nello Statuto vanno esplicitamente indicati Trento e Bolzano come i due capoluoghi delle due province autonome. Per questa via alla “Landeshaupstadt Bozen” va attribuito “lo status particolare di capoluogo”, in base alle funzioni che svolge al servizio di tutto il territorio. Visto che su questo so che quasi nessuno è d’accordo, ricordo che sbaglia chi considera Bolzano la “città italiana”, poiché in nessun’altra città del Sudtirolo vive un numero così alto di persone di lingua tedesca (26.000).   Anche il Consiglio dei Comuni va introdotto nello Statuto (ora non c’è) e rafforzato nei suoi poteri: ora emette pareri che la Provincia raramente rispetta. Bisogna prevedere forme di intesa, almeno sulle questioni più rilevanti.

Il documento di Laura Polonioli, che l’autrice illustrerà nella seconda parte della seduta (ma ne do conto qui), si muove in una direzione parallela: trasferimento delle competenze amministrative ai comuni (applicando i tre principi costituzionali), rafforzamento del Consiglio dei comuni addirittura prevedendo un diritto di veto che è superabile a livello provinciale solo con maggioranze rafforzate, più peso al voto del comune di Bolzano dentro il Consiglio dei Comuni per le scelte che riguardano il capoluogo, partecipazione dei comuni alla programmazione provinciale (con partecipazione dei sindaci interessati alle sedute della Giunta provinciale), introduzione dell’istituto dell’“istruttoria pubblica” tra gli strumenti di democrazia partecipata e, già che ci siamo, introduzione del principio della “parità di genere” nello Statuto di autonomia (art. 47).

Questi i documenti scritti. Visto il tema, prendono subito la parola uno dopo l’altro i due sindaci e la sindaca Svp Joachim Reinalter (Perca), Stefan Gufler (Vizze) e Beatrix Mairhofer (Ultimo) e a sorpresa si dichiarano d’accordo “con molte cose proposte dal collega Dello Sbarba”. In particolare su due punti: competenze da trasferire ai comuni e rafforzamento del Consiglio dei comuni, che va inserito nello Statuto, gli va dato su alcune materie diritto di veto e su altre va resa obbligatoria l’intesa Provincia-Comuni per poter deliberare progetti di un certo impatto. Unanime lo scontento per come i comuni sono trattati dalla Provincia: poteri scavalcati, margini di manovra minimi, pareri ignorati o aggirati. Qui la ferita è aperta, e si sente.

Meno simpatia i due primi cittadini e la prima cittadina hanno verso le forme popolari di democrazia: meglio indicare solo principi generali, senza entrare troppo nei dettagli. Su questo danno loro man forte il professor Toniatti e la professoressa Happacher (“non si può scrivere troppo in Statuto”) e resterà un punto di dissenso anche a fine seduta, puntualmente segnalato dalla vicepresidente Polonioli.

Contro le istanze dei sindaci, seconda sorpresa, parte il “fuoco amico” della consigliera provinciale Maria Hochgruber Kuenzer, anche lei Svp. Mette in guardia dal “contrapporre Provincia e comuni”, a eccedere nelle autonomie comunali con la conseguenza di creare disuguaglianze tra comuni più forti e più deboli e esagera l’accenno fatto da un sindaco sulla possibilità dei comuni di decidere imposte proprie come se fosse la pretesa (suicida oltre che impraticabile) di completo autofinanziamento dei municipi. “E’ evidente che c’è scontento tra i sindaci – conclude Kuenzer – ma questo si risolve sedendosi a un tavolo con la giunta provinciale e semmai correggendo qualche legge, non con modifiche allo Statuto”. Anche Magdalena Amhof, consigliera dell’Ala sociale” Svp, dà ragione alla collega, e anche questo mi sorprende.

L’ala destra è piuttosto silenziosa, in assenza del comandante von Ach. Si limita a sparare a palle incatenate contro Bolzano capoluogo (Reinhold ed Ewald Rottensteiner, Tschenett della Asgb, Feichter, che non vogliono che Bolzano nello Statuto sia neppure citata). Wolfi Niederhofer dice cose interessanti sull’urbanistica (evitare ulteriore consumo di suolo, cui si unisce Walter Eccli, e che io propongo vada come principio nel preambolo), aggiungendo che chi è per la democrazia diretta prima o poi si deve confrontare col tema dell’”autodecisione del Sudtirolo”. Poche cose insomma, le solite.

Alla ripresa Andreas Widmann spezza una lancia per Bolzano: è vero che la ricetta vincente è stata quella dello sviluppo della periferia, ma bisogna anche riconoscere che negli ultimi 20 anni a Bolzano “non è stato consentito di esprimere tutte le sue potenzialità”.

La seduta è finita. L’impressione è che stavolta su alcuni punti vi sia un accordo trasversale, reso possibile da un certo movimento interno alla Svp, cui evidentemente l’abbraccio con l’ala filo- Schützen comincia ad andare stretta. Si discute di come e chi redigerà il documento finale. Lo farà il trio giuridico Toniatti, Appacher, von Guggenberg su incarico della presidenza. Lo farà – dico io perché non ci si nasconda dietro un dito – evidentemente raccogliendo gli orientamenti della maggioranza (con i cui esponenti il trio già si consulta da tempo), che numericamente è Svp, se si mette d’accordo con se stessa.    Vedremo poi dal testo che verrà proposto quali alleanze sceglierà, quanto terrà conto di altre opinioni e di quali. E solo allora, a metà giugno, si saprà se ci saranno anche documenti di minoranza (io mi tengo pronto).

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