Convenzione, ma la società è ben altro

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di Riccardo Dello Sbarba e Laura Polonioli.

Ci sono migliaia di persone che vivono in un Sudtirolo non più diviso. Queste persone nella Convenzione sono state messe in minoranza, ma non è detto che siano la minoranza nel paese”. Editoriale pubblicato dal quotidiano Alto Adige giovedì 22 giugno 2017.

La Convenzione per l’autonomia non poteva finire peggio: con la spaccatura etnica su un documento finale che ha messo in minoranza la delegazione di lingua italiana. Ha vinto l’asse Svp-Schützen, cui ha incessantemente lavorato l’ex presidente Durnwalder, e che, vincendo, ha contemporaneamente affondato la Convenzione. Chi andrà a Roma, o a Trento, con un documento simile?

L’insistenza sull’autodeterminazione da mettere nel preambolo dello Statuto non è che la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Anche senza quella parola, tutto il testo finale è percorso dalla tesi di una autonomia talmente integrale da somigliare parecchio a uno stato indipendente. E’ la linea del “guardare oltre l’autonomia”, che molte componenti politiche hanno perseguito fin dall’inizio fino a prevalere con una maggioranza che parla una lingua sola. Il metodo quindi corrisponde alla sostanza: se De Gasperi e Gruber avessero usato la stessa intransigenza, se Moro e Magnago avessero calato la stessa mannaia, la seconda autonomia non sarebbe mai nata.

La seconda autonomia ha portato la pace perché è stata costruita sulla regola responsabile dell’intesa, secondo la quale nessun gruppo linguistico può decidere da solo, infischiandosene di che cosa pensa l’altro, oppure limitandosi a scrivere tra parentesi: “su questo gli italiani non sono d’accordo”, pensando che finire in una nota a margine potesse bastare a consolare un intero gruppo linguistico, che invece esige pari dignità. Adesso è inutile cercare il capro espiatorio.

Ed è sbagliato scaricare la colpa su una società civile che sarebbe indietro rispetto alla politica, per cui bisogna rimettere tutto nelle mani di chi ci capisce, attaccando il cartello: “non disturbate il conducente”. Perché è proprio questo conducente che ha portato l’autobus della Convenzione contro il muro. E’ particolarmente inaccettabile che questo scaricabarile su una fatidica società civile “immatura” venga proprio da quella politica che dovrebbe farsi l’esame di coscienza. Società e politica nella vicenda del “Konvent” condividono un destino comune.

La scommessa della Convenzione era una riscrittura partecipata dello Statuto, dove proprio società civile e politica si ricongiungessero in un progetto condiviso. Se è fallimento, è fallimento di entrambe. La stessa Convenzione è stata voluta e istituita dal Consiglio provinciale con una legge firmata dalla maggioranza. Nella Convenzione sedevano numerosi esponenti politici, sia di maggioranza che di opposizione. Se la Convenzione è fallita, è perché sia la politica che la società civile hanno fatto male il proprio mestiere. La Convenzione è stata lasciata andare alla deriva dagli stessi che l’avevano creata e dovevano guidarla, salvo cercare di rimediare all’ultimo, quando ormai era troppo tardi.

Non crediamo però che l’esito della Convenzione sia lo specchio dell’intera società altoatesina. Tra gli specchi, esistono anche quelli che distorcono l’immagine. La Convenzione è stata lo specchio solo di una parte della società e della politica sia tedesca che italiana, quella che non si interessa, o che farebbe volentieri a meno degli altri. Non è detto che questa parte sia la maggioranza del nostro Alto Adige-Südtirol. Ci sono infatti migliaia di persone in Alto Adige, di tutte le lingue, che desiderano una autonomia più moderna e europea, una convivenza aperta e accogliente. E che ogni giorno varcano i confini ristretti dei gruppi linguistici. Ci sono migliaia di persone che questi valori li vivono ogni giorno nel bilinguismo delle scuole, nella solidarietà senza confini, nelle iniziative culturali in comune, nell’incontro quotidiano tra persone, tra famiglie, nei gruppi misti di amiche e amici, nel favorire la conoscenza reciproca tra i propri figli e figlie. Ci sono migliaia di persone che vivono in un Sudtirolo non più diviso. Queste persone nella Convenzione sono state messe in minoranza, ma non è detto che siano la minoranza nel paese.

Un’ultima cosa vogliamo dire. In oltre un anno di Convenzione abbiamo avvertito un enorme vuoto: il venir meno di un baricentro che tenga in equilibrio l’Alto Adige-Südtirol. Quel baricentro, per dire, che invece si è sentito nella giornata di Merano che celebrava la quietanza liberatoria insieme ai due presidenti Mattarella e Van Der Bellen. Ma una celebrazione di un giorno è troppo poco e troppo facile. Nella Convenzione abbiamo visto quanto sia difficile far vivere quell’equilibrio autonomistico nell’esperienza quotidiana.

Ci sembra che a troppe persone, che dovrebbero essere un punto di riferimento sicuro, manchi il coraggio di dire che l’autonomia è la migliore e l’unica soluzione e che la strada dell’autonomia va perseguita senza troppi aggettivi, perché spesso questi aggettivi nascondono riserve mentali. Inoltre, bisogna abbandonare l’idea che l’autonomia sia solo una eterna “lotta contro Roma”, mentre invece avrebbe dovuto diventare da tempo (fin dal rilascio della “quietanza liberatoria”!) un lavoro paziente di costruzione della convivenza qui, tra noi cittadine e cittadini dell’ Alto Adige-Südtirol. Se restano queste incertezze, se resta questa visione limitata dell’autonomia, allora ha buon gioco chi invece sa bene cosa vuole quando parla di “maggior indipendenza possibile” e di “lotta contro Roma”. E che nella confusione riesce a trascinarsi dietro la maggioranza incerta e tentennante.

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