La Convenzione senza i Trentini

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Come fu che Bolzano progettò una riforma dello statuto di autonomia infischiandosene di quel che succedeva a Trento. Il direttore del quotidiano l’Adige mi ha chiesto un racconto sui risultati della Convenzione, dal punto di vista dei rapporti col Trentino. L’editoriale è stato pubblicato ieri in prima pagina.

Con un documento approvato da una parte sola, che ha messo in minoranza la delegazione di lingua italiana quasi al completo, la Convenzione per l’autonomia di Bolzano ha negato nei fatti quello che era il suo compito: disegnare una nuova autonomia come patto costituzionale tra cittadine e cittadini di ogni gruppo linguistico, seguendo il metodo dell’intesa e del reciproco rispetto. La Convenzione di metodi ne ha seguito un’altro: quello della maggioranza, che in Sudtirolo diventa facilmente, se non ci si sta attenti, maggioranza etnica. E così è stato.

Il documento finale ha visto saldarsi l’asse Svp-Schützen sulla linea del “noi andiamo per la nostra strada”. Questo asse equivale a uno schiaffo alla attuale classe dirigente della Stella Alpina, Kompatscher in primis, e proprio per questo al ponte verso la destra ha lavorato incessantemente il campione della vecchia classe dirigente, cioè l’ex presidente Durnwalder. Perché Kompatscher abbia messo proprio l’ex Landeshauptmann nel Konvent per me resta un mistero, uno di quei boomerang che sfiorano l’autolesionismo. La Convenzione era una creatura di Kompatscher, il fallimento della Convenzione verrà fatto pagare all’attuale Presidente a tempo debito.

Quel che è grave è che di mezzo ci siamo andati tutti noi, noi componenti del Konvent dei 33, intendo, insieme ai generosi 100 cittadini e cittadine del “Forum” e insieme a tutte quelle persone di buona volontà che avevano sperato che fosse la volta buona per una riforma dell’autonomia che si aspetta da 25 anni (dalla “quietanza liberatoria”). Una riforma cioè che, compiuto il Pacchetto e la vertenza contro Roma, si dedicasse alla costruzione di un nuovo modello di convivenza, fondato sull’incontro e non sulla separazione, sulla fiducia e non sul sospetto, sul plurilinguismo e la pluralità culturale come marchio speciale di una terra capace di trasformare la frontiera in un progetto di pace. Resto convinto che la maggioranza che si è cristallizzata nella Convenzione non sia lo specchio del Sudtirolo di oggi. Ci sono infatti migliaia di persone in Alto Adige, di tutte le lingue, che desiderano una autonomia più moderna e europea e che ogni giorno la vivono varcando i confini dei gruppi linguistici. Se dunque la Convenzione è uno specchio, è uno specchio assai distorto, come quelli dei luna park. O è lo specchio di una sola parte. Dovremo a lungo domandarci perché ciò sia potuto accadere, per poter almeno imparare dagli errori ed evitarli la prossima volta.

E qui arrivo al Trentino. Come noto, il processo di riforma dell’autonomia comporta che i consigli di Trento e quello di Bolzano, e poi il consiglio regionale, approvino un testo di riforma dello Statuto in identica versione e poi lo inviino a Roma. Ebbene, ecco un errore: quello di aver separato fin da subito le strade di Trento e Bolzano e di essere andati ognuno per conto proprio. In questo modo si è evitato il confronto, o il semplice guardarsi in faccia e fare i conti gli uni con gli altri.

Noi del movimento interetnico di Bolzano lo sappiamo bene da decenni di pratica della convivenza plurilingue: la prima cosa che bisogna curare è impedire che si formi un’idea astratta dell’ “altro da sé” come qualcosa di estraneo, come qualcuno di cui si parla in sua assenza, senza mai dargli la parola. Senza mai provare a capire se oltre questa sua apparente estraneità non ci sia invece somiglianza, addirittura fratellanza. Figuriamoci tra Sudtirolesi e Trentini! Fuori dal gioco nazionalista del “noi” e del “loro” (e della colpa che è sempre “tutta loro”), siamo lo stesso popolo di montagna, siamo la stessa gente affacciata all’Adige e all’Isarco e ai tanti laghi in mezzo ai monti, parliamo due grandi lingue europee che funzionano nello stesso modo e condividiamo da secoli abitudini e costumi, adattati alle diverse altezze in modo a volte identico, in modo a volte creativamente diverso – e da questa diversità possiamo imparare ciascuno a fare meglio. Si capisce allora quanto sia stato assurdo percorrere strade separate proprio nel fondamentale e delicato cammino della revisione dello statuto di autonomia, il nostro comune patto costituzionale.

Eppure a Bolzano l’incontro coi Trentini era un tabù. Tutti sparati com’erano a chiedere l’abolizione della Regione, una parte della Svp (l’altra ha dormito o non ha avuto coraggio di dire basta) insieme alla destra sudtirolese hanno messo un veto a qualsiasi contatto coi Trentini e con la Consulta di Trento. Ricordo di avere io stesso proposto una seduta comune di Consulta e Convenzione, nel momento in cui – quasi subito – emerse il tema della Regione. Lo proposi dicendo: chi vuole cancellare la Regione e dire addio ai Trentini, per favore, almeno abbia il coraggio di dirglielo in faccia. Ci fu un veto assoluto, sia della destra che della Svp. Vade retro! Solo molti mesi dopo ci sono stati timidi incontri tra i due uffici di presidenza di Consulta e Convenzione, ma quasi puramente di cortesia.

E così è potuto accadere che nel documento finale della Convenzione di Bolzano non solo è annotata come posizione maggioritaria la eliminazione nei fatti della Regione, sostituita da incontri tra le giunte attraverso cui “le due province possono gestire materie di interesse comune tramite accordi interprovinciali” (cosa che si può fare con qualsiasi provincia d’Italia), ma addirittura nel preambolo approvato a maggioranza (e senza il mio voto) si toglie al Trentino la tutela internazionale derivante dall’Accordo De Gasperi-Gruber, che secondo la maggioranza bolzanina tutela solo “l’autonomia della Provincia autonoma di Bolzano”. Su questo ovviamente storici e giuristi si possono sbizzarrire in diverse interpretazioni, ma la portata politica di una simile affermazione, scritta al primo punto del preambolo proposto, è chiarissima e dalle conseguenze imprevedibili.

Sarebbero state approvate affermazioni simili, se Bolzano e Trento si fossero parlate apertamente, se avessero marciato insieme, pur con due organismi distinti? Era una questione innanzitutto di volontà politica farlo. E la volontà a Bolzano non c’è stata per nulla, mentre a Trento ci si è rinchiusi nella timidezza tipica dell’innamorato che tace per paura di sentirsi dire di no. Eppure la decisione era tata presa. E questo è il paradosso!

Me lo ricordo come fosse ora: attraverso una mozione di 13 pagine approvata solennemente il 13 aprile 2016 dal Consiglio Regionale, e firmata per primi dai presidenti Rossi e Kompatscher, nonché da quasi tutti i capigruppo, esclusa la destra tedesca. In quella mozione si impegnava l’ufficio di presidenza regionale a garantire il dialogo e il coordinamento dei lavori tra le due province, con la facoltà di prendere addirittura iniziative e fare proposte perché i lavori andassero di pari passo. 13 pagine di indicazioni, prescrizioni, incarichi. 13 pagine rimaste sulla carta su cui erano scritte: non conosco una mozione che sia stata meno applicata di questa. Anche questo lo ricordo bene: tornati a Bolzano, la destra tedesca fece una tale cagnara contro questa mozione, e la Svp si prese una tale paura, e Durnwalder & Co. protestarono talmente nella Convenzione contro questo “coordinamento della Regione”, che la maggioranza preferì non farne di nulla.

La mozione non fu mai applicata, le strade si divisero, i bolzanini poterono continuare a cuocere da soli la propria zuppa e il risultato è questo: una minestra difficilmente digeribile per una comunità regionale minimamente solidale.

PS: per chi voglia leggere la mozione meno rispettata del mondo, può trovarla qui: 398556_034_def(1)

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