AUTONOMIA, Diario dal Konvent. L’asse Svp-Schützen seppellisce la Convenzione

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Documento conclusivo spostato ancora più a destra nello sprint finale. La bomba dell’autodeterminazione piazzata nel preambolo. Rigettata qualsiasi apertura per la convivenza. Via la Regione e, con essa, i Trentini. Ma non finisce qui: io e la vicepresidente Polonioli presenteremo insieme un documento di minoranza.

Venerdì 16 giugno – “Mi pare che la maggioranza di voi voglia che il termine autodeterminazione compaia esplicitamente nel documento finale. Noi giuristi avevano preferito indicarlo senza citarlo. Però, se volete l’autodeterminazione, allora avrete l’autodeterminazione”: sono passate le nove di sera quando il professor Roberto Toniatti rende esplicita la deriva a cui il Konvent è arrivato.

Nella volata finale l’asse Svp-Schützen si ricompone e sposta ancora più a destra il risultato, nonostante il tentativo del team giuridico (Toniatti, Happacher, Von Guggenberg) di moderare i toni. Il risultato è un documento approvato solo dalla parte tedesca con il dissenso di quasi tutta la parte italiana. Perfino Toniatti, alla fine, dichiarerà di non essere più d’accordo. Peggio di così, la Convenzione non poteva andare.

La seduta, la penultima, è convocata per discutere della bozza di documento conclusivo. Il team giuridico ha fatto il possibile per moderare i toni, almeno nella forma, ed evitare le provocazioni. La linea è quella della “Autonomia integrale”, tanto integrale da odorare di stato indipendente. Ma non basta ancora.

Ancora una volta è la coppia Durnwalder-Perathoner a guidare il gioco col sostegno del gruppone degli Schützen: il documento è ottimo, dice Perathoner, ma non è giusto che la parola autodeterminazione non vi compaia. “Possiamo magari registrare che la maggioranza dei colleghi italiani non è d’accordo”, aggiunge l’Obmann Svp di Bolzano (e presidente della società privata di trasporti SAD) senza neppure capire la gravità di quello che sta dicendo. Ma come, su una questione delicata come lo Statuto di autonomia si va a colpi di maggioranza etnica? Con i tedeschi che mettono in minoranza gli italiani? Se Silvius Magnago e Aldo Moro avessero agito così ai loro tempi, saremmo ancora agli anni delle bombe. Ma la nuova generazione Svp non ha di queste delicatezze.

Ma non solo la nuova generazione: Luis Durnwalder rincara la dose. L’ex Landeshauptmann (e consulente della società privata di trasporti SAD) pretende che quella parola, propria quella parola, sia messa nel preambolo dello Statuto: “Il diritto all’autodeterminazione è contenuto in trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia”, dice, facendo il finto tonto sulla potenzialità esplosiva di quel termine nel Sudtirolo e nell’Europa di oggi. Così la “SAD-Fraktion” guida il Konvent contro il muro, e gli altri e le altre Svp gli vanno dietro.

La destra va a nozze. Uno dopo l’altra, (Von Ach, Lun, Rottensteiner, Feichter, Tschenett, Niederhofer) il gruppo degli Schützen tesse le lodi del “documento equilibrato” e aggiunge che a renderlo perfetto ci manca solo quella parola, autodeterminazione. Magari esplicitando un po’ meglio che la Regione, sì, insomma, che la Regione va abolita.

La sterzata a destra getta sconcerto tra chi non aveva ancora capito dove si andava a parare. Claudio Corrarati dice che lui non ha ancora avuto tempo di leggere e valutare il documento, che poi ne deve parlare con la sua “rete economica”, che insomma chiede più tempo. Laura Senesi dice che lei deve discuterne coi suoi sindacati, e intanto chiede perché nel documento non si faccia alcun accenno al fatto che qualcuno (una minoranza, certo) aveva proposto anche la scuola bilingue. Anche Bizzo cerca di allungare la minestra, addirittura proponendo che prima di concludere si convochino in audizione i ministri degli esteri austriaco e italiano. Ti puoi immaginare.

La richiesta di rimandare tutto alle calende greche fa imbestialire i conventuali, che da un anno e mezzo si sentono le cavie di un esperimento claustrofobico, e non vedono l’ora di concludere. Le carte ormai sono sul tavolo, il gioco è chiuso, piaccia o non piaccia a chi fa il pesce in barile.

Poi tocca a noi. Per noi intendo il sottoscritto e Laura Polonioli, la vicepresidente. Ormai non è un segreto che noi due da settimane lavoriamo in tandem: abbiamo presentato nel corso della Convenzione ben sette documenti su tutti i punti essenziali, da un preambolo autonomista alle proposte per una convivenza moderna e europea: scuola bilingue, superamento della proporzionale, eliminazione della clausola dei 4 anni di residenza per votare, flessibilità della dichiarazione etnica, democrazia diretta e partecipativa, più poteri ai Comuni e status speciale per Bolzano capoluogo, Regione mantenuta in forma leggera ma conservando la funzione legislativa, giudici del Tar per concorso e non per nomina politica, norme di attuazione che devono passare dai Consigli provinciali e tante altre cose ancora. Abbiamo fatto questo lavoro costante e viene riconosciuto. Quando parliamo ci ascoltano e ci rispettano. E l’annuncio di una nostra comune relazione di minoranza è accolto come una cosa naturale e giusta.

Anche per questa seduta ci siamo preparati.

Parte Laura chiedendo, anche a mio nome, alcune rettifiche al documento finale, laddove sono citate, ma in modo scorretto, le nostre posizioni che il Konvent ha messo in minoranza. I punti sono: la riforma della Regione (da specificare che deve restare una funzione legislativa su materie comuni alle due province, stabilite con intese tra i due consigli), l’elenco di competenze (noi non siamo d’accordo nel complesso dell’elenco, non solo su alcuni punti) e una frase infelice sui magistrati locali. Il rispetto si vede da questo: il team giuridico prende nota e alla fine comunica che tutte e tre le proposte di modifica sono accettate.

Poi tocca a me. Dico grazie al team, ma non è un grazie formale. “Al contrario di chi è intervenuto prima di me – dico – io non credo che il lavoro fatto sia stato ottimo e meraviglioso. Anzi! Il processo della Convenzione è stato pieno di errori gravi, è mancata una moderazione indipendente, non è stato seguito il metodo della ricerca del consenso, ma la logica maggioranza-minoranza. A voi tre giuriste è stato chiesto di rimettere a posto tutto questo caos e tutti questi errori (sorriso di gratitudine sui volti di Happacher e von Guggenberg, sì con la testa di Toniatti) e voi l’avete fatto scrivendo un documento che mi sento di definire onesto. Sì, le cose sono andate così. E aggiungo: purtroppo. Ma ormai è andata così”.

E adesso come se ne esce? È la domanda di tutti. “Se ne esce senza pasticci ulteriori” aggiungo io. Il quadro è questo: c’è una maggioranza che va in una direzione chiara, e chi non è d’accordo è in minoranza e potrà redigere (non è obbligatorio, ma possibile per legge) una propria relazione di minoranza. A questo punto scopro le carte e annuncio che il sottoscritto e Laura Polonioli presenteranno una comune relazione di minoranza. Lo faremo restando fedeli al processo: non sarà una relazione campata per aria o inventata all’ultimo momento (come farà qualcuno che si fa rivedere dopo mesi di assenza o disimpegno). Sarà una relazione che riunirà i sette documenti che già abbiamo ufficialmente presentato, in una nuova redazione coerente e sintetizzata. Lo facciamo come componenti del Konvent che hanno lavorato sodo e seriamente e che nel lavoro hanno trovato convergenze sul contenuto. Per questo lo facciamo insieme. Non c’entrano appartenenze politiche o ideologie. Si tratta di concludere un percorso in cui siamo stati tra i più impegnati.

Il mio discorso viene seguito in silenzio e mi sembra che alla fine abbia rasserenato gli animi: si vede una via d’uscita chiara e leale, verso tutti. Fuori dai pasticci, fuori dalle ambiguità, fuori dai continui cambi di opinione di parecchi componenti della Convenzione (che hanno creato continue incertezze e nervosismi) e fuori anche dalla conduzione caotica del presidente del Konvent. Anche lui, il Tschurtschy, mi sembra sollevato: anche lui vede una via d’uscita e la imbocca senza indugi.

Magda Amhof, che mi siede accanto e ha fatto con Brigitte Foppa l’esperienza della elaborazione partecipata della legge sulla democrazia diretta, riprende il discorso così: “Il documento finale indica l’indirizzo di fondo (die Grundausrichtung) del Konvent. Chi non si riconosce in questo indirizzo lo dice e ha diritto a spiegarlo, se vuole, in una relazione di minoranza. Come si fa quando si discute una legge in Consiglio provinciale”.

A questo punto Tschurtschenthaler chiede chi farà relazioni di minoranza: si alzano come annunciato le mani di Riccardo Dello Sbarba e Laura Polonioli. Si alza la mano di Bizzo. Si alza la mano di Vezzali.

E, a sorpresa, si alza anche la mano del professor Toniatti, l’estensore del documento finale. Ma dopo le modifiche apportate stasera neppure lui è più d’accordo col testo. Cinque mani. Di persone di lingua italiana. Sulle nove totali del Konvent. Altri due, Corrarati e Senesi, si aspettavano che il presidente chiedesse se c’era anche chi non era d’accordo, pur senza scrivere la relazione di minoranza.

Ma il Tschurtschy non lo fa e chiude la seduta. Così Corrarati e Senesi restano appesi per aria, chiedendosi come faranno, di qui al 30 giugno (ultima seduta) a segnalare che non sono d’accordo. Corrarati spera ancora in una dichiarazione comune e critica col Wirtchaftsring. Vedremo.

Intanto stasera è stato approvato un documento col dissenso di 7 persone di lingua italiana sulle 9 presenti. La spaccatura etnica in materia di Statuto segna il clamoroso fallimento della Convenzione e della maggioranza SVP-PD che dopo averla istituita l’ha mandata alla deriva.

AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT”. Ascoltare i sindacati? Njet!

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Si litiga su un documento di CGIL CISL e UIL: respinta la proposta di un’audizione. Commissioni dei 6 e dei 12: trasparenza e democrazia sono lussi che non possiamo permetterci?

Venerdì 17 febbraio. La seduta è appena cominciata e Florian von Ach, Bundesgeschäftsführer degli Schützen chiede subito la parola. Si vede che ha un diavolo per capello. Ha in mano un documento e ne è scandalizzato. Per lui si tratta di affermazioni inaccettabili, un attentato all’autonomia perpetrato da “filiali locali di organizzazioni nazionali”, come dire estranee alla realtà del Sudtirolo. Gli dà man forte Wolfgang Niederhofer: “Questo testo è pieno di spirito nazionalista!”. E che sarà mai?

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AUTONOMIA: Diario dal “Konvent” Democratizzare l’autonomia: Provincia, Comuni, cittadinanza. E Bolzano capoluogo

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VENERDI’ 4 NOVEMBRE – In una Convenzione decimata dalla settimana di vacanza autunnale (presenti una ventina su 33, al lumicino la componente italiana) si arriva al punto decisivo: quanto è democratica l’autonomia? Si discute finalmente dei rapporti interni al territorio: quale ruolo devono avere i comuni, quale potere le cittadine e i cittadini. Molto passa di qui: le relazioni tra i gruppi linguistici, tra centro e periferia, tra vecchi e nuovi cittadini.

Ho preparato un testo di due pagine e, visto che non comincia nessuno, parto io. Parto da una considerazione: finora l’autonomia è stata costruita sul conflitto Provincia-Stato e sul trasferimento di poteri dallo Stato alla Provincia. Poteri che si sono fermati e concentrati sulla Provincia intesa sia come ente, sia come organi al vertice: Giunta provinciale e Landeshauptmann. E’ stata l’era Durnwalder, l’era dei Comuni meno autonomi d’Italia, l’era dei cittadini che fanno la fila alle cinque del mattino. L’era del centralismo provinciale (contestato a Roma e riprodotto bonsai a Bolzano) e del deficit di democrazia. L’era in cui, se parlavi di “federalismo interno”, ti rispondevano “federalismo che?”. Quel System Südtirol è ancora qui.

Un nuovo sistema va fissato in un nuovo Statuto e la Convenzione è l’occasione per farlo. Bisogna passare dalla logica verticale della “lotta contro Roma” a quella orizzontale di un “sistema delle autonomie” (al plurale!), in cui la conquista di più potere per la Provincia si accompagna il trasferimento di maggiori poteri verso il basso. E’ l’idea di un’autonomia partecipata, una autonomia dei cittadini e delle cittadine, che proprio la Convenzione doveva inaugurare, ma che ancora non si vede. Non va inventato nulla: bisogna solo introdurre anche da noi i principi delle costituzioni europee più avanzate:

  • la sussidiarietà, cioè il trasferimento dei poteri agli organi più vicini alla popolazione;
  • la differenziazione, che vuol dire che la Provincia deve fare le leggi, ma l’amministrazione va trasferita ai Comuni;
  • e l’ adeguatezza, che vuol dire che ogni problema va affrontato nella dimensione ottimale.

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AUTONOMIA, Diario dalla “Convenzione”: Minoranza, tutele e libertà

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Venerdì 8 luglio 2016. Dunque oggi siamo arrivati al dunque: la “tutela delle minoranze”. Che sarebbe come dire: “convivenza”. Invece si parte dal “Minderheitenschutz” e questo la dice già lunga.

Quindi mi iscrivo al volo, scavalcando Durnwalder, che per una volta arriva secondo. Attacco con la domanda: “Che significa tutela delle minoranze nell’anno 2016, rispetto al 1972 dello Statuto?”. Semplice: è cambiato il mondo.

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AUTONOMIA. Diario dalla “Convenzione”: Regione no, Regione sì, Regione come?

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Sabato 2 luglio 2016. Oggi per la prima volta nella Convenzione per l’autonomia (quella con 33 componenti, per capirci) siamo entrati nel merito. Così comincio a redigere questo piccolo e soggettivo diario, per tenervi al corrente di quel che succede là dentro. Il tema era: che fare della Regione?

Il primo a intervenire è stato Luis Durnwalder. Per lui la Regione non ha senso, non l’ha mai avuto, e dunque va abolita. Al suo posto vanno istituite due regioni autonome: la Regione Trentino e la Regione Sudtirolo. Che poi potranno scegliere di collaborare, se lo vogliono, come con qualsiasi altra regione d’Europa.

Il secondo a intervenire sono stato io, annunciando un “controcanto” rispetto alla posizione di Durnwalder. Che la Regione così com’è non vada, siamo tutti d’accordo. Ma bisogna per questo rompere definitivamente il quadro regionale? Ho sostenuto che ci sono buoni motivi per non farlo e quel che ho proposto è una riforma radicale della Regione, una “Regione leggera”, una piattaforma di cooperazione istituzionale e rafforzata tra le due province basata sulla volontarietà, su meccanismi di intesa nella definizione dei temi da affrontare (che si stabiliscono volta per volta, senza definirli a priori) e delle “linee guida” da approvare con maggioranze qualificate (2/3?) di ciascun Consiglio provinciale.

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BBT ohne Nachhaltigkeit und CO2 Reduktion

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Die Studie wurde bereits 2010 abgeschlossen, aber bis jetzt mit Bedacht zurück gehalten. Die Grüne Landtagsfraktion veröffentlicht die Untersuchung zur CO2-Bilanz des Brennerbasistunnels. Die Resultatte sind alarmierend: Nach der Untersuchung werden mindestens 20 Jahre Tunnelbetrieb notwendig sein, um die Treibhausgase zu kompensieren, die bei seinem Bau produziert wurden. Aber bei genauer Lektüre tritt die Wahrheit klar hervor: 20 Jahre reichen bei weitem nicht aus!

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Ambientalisti: no a Benko, sì all’Areale

Alternativa a Benko: il progetto di recupero delle aree ferroviarie dismesse
Alternativa a Benko: il progetto di recupero delle aree ferroviarie dismesse

Si allarga il fronte del no al progetto Benko e del sì al progetto Areale. Dopo la protesta di ieri delle categorie economiche e dei sindacati, dopo l’opposizione di architetti/e e urbanisti/e, oggi prendono la parola i movimenti ambientalisti. Intanto è stato presentato il progetto esecutivo, lo studio di fattibilità e il modello economico della riqualificazione delle aree ferroviarie dismesse, una vera e propria “nuova Bolzano” progettata e voluta da anni. L’alternativa pubblica alla cementificazione privata.

In una conferenza stampa convocata simbolicamente presso l’Hotel Alpi (destinato alla demolizione) le associazioni ambientaliste dio Bolzano e provincia hanno presentato questo documento:

Le associazioni AMBIENTE e SALUTE, DACHVERBAND, ITALIA NOSTRA, LEGAMBIENTE e WWF intendono dichiarare la propria assoluta contrarietà al “Progetto Benko” attualmente in corso di discussione all’interno dell’Amministrazione Comunale di Bolzano.

Contrarietà alle procedure della Legge Urbanistica che consentono questo tipo di proposte ma anche al merito del progetto stesso.

Tale progetto viene spacciato per una semplice riqualificazione di un’area degradata e la fantasmagorica creazione di uno stupendo centro commerciale, il tutto senza spese per la collettività che anzi ne dovrebbe ricevere solo vantaggi.

In realtà si tratta di un’opera epocale che trasformerà in maniera drastica quella che è l’attuale porta di accesso al centro storico per chi proviene da fuori città favorendo interessi privati con l’ente pubblico supino e la cittadinanza lasciata in un angolo.

L’art 55 quinquies della Legge Urbanistica Provinciale ha dunque iniziato ha partorire i suoi primi mostri.

Stravolgendo completamente una prassi che vede assegnato il ruolo di guida delle trasformazioni urbane all’ente pubblico e quindi alla comunità tutta, ora, (lasciando tempi ridottissimi alle decisioni) qualunque privato dotato di ingenti risorse finanziarie potrà proporre e, vista la crisi finanziaria dell’ente pubblico, costruire in barba a tutta la normativa e programmazione esistente pagando  il prezzo da lui stesso determinato.

Il primo esempio di quello che può succedere in nome di una deregolarizzazione troppo spinta è proprio il “Progetto Benko”:

  • volumetrie spropositate (si andrebbero addirittura a raddoppiare le superfici di vendita attualmente esistenti in tutta la zona),
  • disinteresse per la città consolidata e storicamente determinatasi,
  • spregio del verde di qualità presente nell’area (una delle poche aree del centro storico),
  • nessun coordinamento con il progetto del vicinissimo areale ferroviario,
  • nessuna analisi di impatto sulla struttura socioeconomica della città intera,
  • interesse pubblico dell’intervento tutto da dimostrare.

Bisognerebbe chiedersi se Bolzano ha bisogno di questa enorme volumetria (si pensi solo all’immenso sfitto o non occupato esistente per non parlare dei cantieri infiniti sparsi per la città, anche in aree di pregio) e soprattutto se non si rischia di creare squilibri socioeconomici di portata non attualmente misurabili: centro sempre più attrattore di funzioni pregiate (e prezzi conseguenti) e gli altri quartieri residenziali che si svuotano delle funzioni qualificanti.

Ma anche entrando nel dettaglio del progetto si  trovano evidenti e gravi negatività: sparisce una bella fetta del secolare parco di Piazza Stazione per essere rimpiazzato da giardini pensili la cui qualità e possibilità di fruizione rimane assai dubbia.

Tutte le ingenti volumetrie sembrano concepite come occupazione ottimizzata delle aree disponibili senza un vero disegno urbano.

Si portano ulteriori auto in centro seppur collegando i vari parcheggi esistenti interrati con una viabilità ipogea che certo non risolve i problemi generali della viabilità. Anzi, vista la squilibrata forma urbis di Bolzano, nelle vie di accesso i problemi si aggraveranno.

Si propone una funivia del Virgolo che porta verso…aree private che probabilmente avranno bisogno anch’esse di ristrutturazione urbanistica…

Per quanto si è visto finora non si è ancora visto un bilancio energetico dell’operazione ne tantomeno una tempistica degli interventi.

Non si è poi tenuto conto degli aspetti sociali di tutta la città: le persone che attualmente occupano l’area si sposteranno in zone più periferiche dove le attività commerciali già asfittiche soffocheranno irrimediabilmente.

E il bilancio occupazionale non considera che Bolzano non è una metropoli e se si creano posti di lavoro di un certo tipo da una parte se ne perdono altrettanti negli altri quartieri danneggiando il tessuto sociale connettivo fatto di rapporti di vicinato e frammistione delle attività.

Non ultimo ci pare assai carente il coinvolgimento della cittadinanza che si ferma ad una piccola indagine sui media e ad una bacheca con un plastico. Riconosciamo il diritto di quanti vivono e lavorano in Bolzano ad essere coinvolti in decisioni di questa portata che possano soppesare i pro e i contro e decidere poi di conseguenza.

Dal momento che il Comune non si è dotato di strumenti di Democrazia Diretta che lascino ai cittadini il potere decisionale di fronte a progetti di grande impatto economico o urbanistico ci si aspetta che sia l’amministrazione stessa a chiederne il parere di fronte a proposte che stravolgono un’area di queste dimensioni con ricadute su tutto il tessuto urbano e sociale.

E infine si viene a costituire un precedente pericoloso: cosa potrà opporre l’Amministrazione Comunale quando le verranno proposti nuovi progetti?

 AMBIENTE e SALUTE – DACHVERBAND – ITALIA NOSTRA – LEGAMBIENTE – WWF