Sowohl, als auch

passaporti

AGGIORNAMENTO UN ANNO DOPO.

QUANDO UN’IDEA SI E’ RIVELATA SBAGLIATA, BISOGNA AMMETTERLO.

Bolzano, 20 gennaio 2010.

“Sarebbe una nuova opzione, spaccherebbe il Sudtirolo tra Optanti (per la cittadinanza austriaca aggiuntiva) e Dableiber (nella sola cittadinanza italiana), e in entrambi i fronti starebbero anche persone di lingua tedesca e ladina. In più, sarebbe la disdetta dell’accordo di Parigi, fondamento dell’autonomia, che prevedeva per gli optanti del 1939 il riacquisto della cittadinanza italiana, non una doppia cittadinanza. Su questa proposta non ci sarà mai consenso in Austria”.

Questa argomentazione di Andreas Kohl, da sempre “padrino” della causa sudtirolese nel parlamento di Vienna, sono definitive: le fantasie sulla doppia cittadinanza si sono rivelate delle stupidaggini. Certo, quelle che io feci un anno fa erano ben diverse da quelle prospettate dalla Svp: per me la doppia cittadinanza doiveva essere data a tutti i cittadini della provincia di Bolzano che avessero qui diritti elettorali, dunque italiani e immigrati compresi. Era l’idea di una cittadinanza mista, che poteva essere estesa a tutte le aree d’Europa contese tra stati e mistilingui. Ben diversa l’idea della Svp: la cittadinanza austriaca riconosciuta solo a chi può vantare origini storiche austriache pre-1919, che dividerebbe anche il mondo tedesco e ladini in persone di serie A e di serie B, oltre ad escludere totalmente gli italiani e gli immigrati.

Ma anche nella mia versione, territoriale e per tutti, invece che storica e per pochi, c’era un vizio di origine: quello di dare rilievo, ancora una volta, agli stati nazionali. Due cittadinanze nazionali invece di una non cambia il quadro, cioè il muoversi dentro categorie ottocentesche, anche se diluite e di “condominio” (ma anche il termine condominio, usato da Sergio Romano per avanzare una simile proposta, nasconde un concetto “proprietario” della realtà: i due stati “proprietari” del Sudtirolo).

Erhard Busek, ex vicecancelliere austriaco, avanza sulla ff la proposta di una “cittadinanza europea”: cioè non una doppia statualità, ma una cittadinanza continentale da dare a zone simili al Sudtirolo. Una specie di “territorio europeo”. Idea interessante, che recepirebbe il buone della mia idea togliendo il cattivo (il protagonismo degli stati nazionali), ma purtroppo in questo momento fumosa ed irrealistica: una cittadinanza europea non esiste attualmente e non vorrebbe dire nulla. Potrà esistere solo quando l’Europa avrà più solide fondamenta politiche e democratiche. Oggi un “passaporto europeo” non darebbe alcun diritto in più a chi lo ha, ma molti diritti in meno.

Resta da capire perché oggi dall’Austria arrivano smentite così radicali ed unanimi alla proposta Svp. L’impressione è che a Vienna si giudichi ormai questo un parytito allo sbando, diventato da fattore di stabilità fattore di istabilità del confine sud e delle relazioni tra Vienna e Roma e tra Vienna e l’Europa. Spaventa a Vienna la superficialità con cui i dirigenti Svp passano da una trovata all’altra, dando solo spazio alla destra tedesca. E circola il dubbio che ormai la Svp sia un partito da rottamare, cominciando a pensare al “dopo” (e forse ad accelerare il “dopo”).

Naturalmente ci sono anche preoccupazioini meno nobili: per esempio il timore di Vienna che gli si apra una vertenza interna sulla minoranza slovena e che anch’essa possa pretendere una doppia cittadinanza. Vienna ha sempre tenuto separata la questione sudtirolese da quella slovena: un gioco di prestigio che potrebbe essere mandato in rovina dalle trovate dei “cugini” a sud del Brennero.

Questo il testo del vecchio post, datato 24 febbraio 2009.

ITALIANO O AUSTRIACO? ENTRAMBI, MEIN GOTT!

NON UNA NUOVA MICRONAZIONE, MA DOPPIA CITTADINANZA PER TUTTI.

PER PRENDERE IL MEGLIO DALLA DISCUSSIONE SUL “FREISTAAT SÜDTIROL” SENZA CADERE NEL NAZIONALISMO BONSAI

Ho capito. La discussione che da una settimana infiamma questo blog (vedi post precedete)  mi ha dimostrato che tra chi parla di Selbstebestimmung non ci sono solo nostalgici mangia-italiani. Non c’è solo chi è rimasto con la testa al 1918 e vorrebbe cancellare il Novecento in un colpo solo. C’è anzi chi vede questo “Sudtirolo indipendente” come una nuova entità pacifica, indivisa e condivisa, transfrontaliera, plurilingue e multiculti, libera dai conflitti della storia e dai rimproveri reciproci, libera forse anche da una Sammelpartei oppressiva che non avrebbe più ragion d’essere (e libera da Berlusconi, che non è poco) con scuole bilingui, senza censimenti nominativi e proporzionali. Visione troppo bella per essere vera. Ma se viene presentata a colpi di citazioni di Alexander Langer, a noi vecchi langheristi ci viene il batticuore.

Per esempio per questa citazione dell’Alex del 1995: “L’idea che in una regione, intesa anche al di là dello spartiacque alpino, dei confini statali o delle differenze linguistiche, si possano coltivare progetti ed iniziative comuni e rafforzare legami antichi e costruirne di nuovi, non è patrimonio nè di austriacanti nè di sognatori. Il disegno di un’Europa unita avrà bisogno di zone di sutura, in cui i vecchi confini statali si diluiscano più generosamente che altrove ed in cui l’artificiosità delle frontiere nette tra lingue e popoli possa invece dissolversi gradualmente in territori comuni, in aree di più intenso scambio e di frequentazione transconfinaria. Aree-ponte, territori che anticipino e garantiscano legami che oggi ancora le sovranità statali circondano sempre di qualche diffidenza e qualche complicazione amministrativa in più”.

Bello. Ma che cosa può voler dire “zone di sutura, territori comuni, aree ponte?”

Questi concetti pongono la questione dei confini, non c’è dubbio. Ma queste parole sono state scritte per abolirli, questi confini, farli via via più invisibili ed ininfluenti. Non per spostarli semplicemente, come nel caso di un nuovo stato libero del Sudtirolo. Che nessuno ci garantisce che possa diventare più libero, Berlusca-frei e Durni-frei, più interetnico e democratico. E poi, l’idea di dover scegliere una nuova appartenenza statale non è proprio un passo verso l’Europa senza frontiere. In ultimo, se non sono d’accordo Italia e Austria, e italiani, tedeschi e ladini (almeno nelle loro maggioranze “qualificate”), non se ne farà mai di nulla.

Ma se Italia e Austria fossero d’accordo nel rivedere lo status del Sudtirolo, non si potrebbe pensare a qualcosa di meglio di una San Marino alpina (o una città del Vaticano in miniatura? Non scherzo, avete presente il papa in vacanza, la Bischofsstadt, l’Opus Dei locale, i christliche Brüder usw…?).

Arrivo al punto: se Italia e Austria fossero d’accordo a rivedere lo status del Sudtirolo, io chiederei che a tutti e tutte le cittadine del Sudtirolo sia riconosciuta la doppia nazionalità: italiana e austriaca. Doppio passaporto. Doppio diritto elettorale: di votare ed essere eletti ed elette sia a Vienna che a Roma. Possibilità di muoversi liberamente sia in Italia che in Austria godendo di tutti i diritti di cittadinanza riconosciuti nei due paesi.

E ancora più forte autogoverno del territorio, con possibilità di adottare nella legislazione locale quanto di meglio c’è in quella austriaca e in quella italiana. Permanenza formale all’interno della Repubblica italiana, ma proclamazione di regione smilitarizzata, denuclearizzata, ogm-frei, ecologicamente sensibile e dunque autorizzata a imporre regole e tariffe adeguate ai transiti. E’ la visione di una “autodeterminazione nell’autonomia” che potrebbe essere il passo ulteriore nello sviluppo di un cammino partito 60 anni fa e che non viene rinnegato, ma evoluto e che, chiudendo per sempre ferite e contro-ferite che due guerre hanno provicato, diventa l’esempio di un’Europa che, tra le grandi aree nazionali, preveda aree cuscinetto, di lenta transizione, di piena e plurima cittadinanza per tutti, aperte verso tutti i punti cardinali.

Questa regione plurinazionale sarebbe una evoluzione dell’attuale sistema autonomistico, mentre lo staterello indipendente rischia di esserne l’involuzione. Sarebbe Europa del futuro. E sarebbe accettabile da moltissimi, se non da tutti. Non chiederebbe rinunce, come lo stato indipendente, ma darebbe a ciascuno qualcosa in più, una cittadinanza aggiuntiva e moltiplicata. Il Freistaat ti costringe alla logica dell’entweder-oder, dell’aut-aut, e ti costringe all’opzione; la doppia cittadinanza non ti obbliga a scegliere, ma ti regala un mondo in più, se lo vuoi vivere. Chi potrebbe rifiutare un così bel dono?

E inoltre: si affermerebbe concretamente un’altra idea di cittadinanza, non sciovinista, non sangue e suolo, ma aperta, plurale: vivo in una terra che mi consente di essere contemporaneamente e italiano e austriaco. Sono speciale. Sono fortunato. Non sarebbe la base per un mite e pacifico “patriottismo sudtirolese”? E sarebbe un regalo reciproco, consentito dal fatto che qui vivono anche “gli altri”: ciascuno “regala” la sua vecchia madrepatria all’altro, e ne riceve in cambio lo stesso dono.

L’idea mi è venuta anche in seguito al viaggio che ho appena fatto in Amazzonia. Con la nuova legge sulla doppia cittadinanza, in tutto il Sudamerica figli, nipoti e pronipoti di immigrati italiani fanno la fila ai consolati per ottenere la cittadinanza italiana aggiuntiva, con parificazione di diritti, voto incluso. E spesso – ci ho parlato – è gente che in italiano non sa dire nemmeno una parola! Se la doppia cittadinanza è possibile per gente distante 10 mila chilometri e un oceano, perché non dovrebbe essere pensabile per tutti noi che viviamo in questa intersezione di mondi e nazioni?

Una regione plurinazionale, con abitanti dotati/e di doppia cittadinanza e nessuna patria da servire in armi. Non sarebbe in fondo la ripresa delle vecchie “libertà tirolesi”, ma coniugate nel lessico del pacifismo contemporaneo? Una regione plurinazionale: forse somiglierebbe a quella “nazione senza nazione” di cui parlava Gabriele Di Luca in un suo intervento su questo blog, anche se, aggiungeva: “non sono mai riuscito a capire cosa volevo dire”. Te lo spiego io, cosa potevi voler dire.

Ovviamente tutto ciò in questo momento è pura speculazione, forse un modo per sopravvivere all’anno hoferiano. E’ una visione, appunto. Ma come visione la preferisco a quello di un Sudtirolo indipendente, cioè “weder-noch”. O, detto in italiano: “né-né”.

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77 pensieri riguardo “Sowohl, als auch

  1. Caro Riccardo,
    oggi o la politica riprende a postulare visioni o non ne usciremo mai più dalla logica della sopravvivenza partitocratica o di corrente dentro un partito con tutto l’armamentario burocratico che questo significa e con le lotte intestine per mantenere poltrone e poltroncine per i sudditi fedeli. Ci sono stati politici visionari, anche pragmatici. Ricordo La Pira che fu un visionario ma aveva anche il senso del reale. La Pira aveva lanciato il motto “gli stati passano, le città restano”. Aveva sognato che la sua amata Firenze fosse un po’ come La Gerusalemme celeste e che attraverso l’azione di un sindaco fosse possibile l’unificazione del genere umano e il blocco di tutte le guerre a partire da quella del Vietnam dove La Pira andò a cercare la pace e parlò con Ho Chi Minh come sindaco di una città planetaria che parla ad un presidente di uno stato in guerra. Visioni di mondo possibile.
    Ora tu ci poni una visione. E fai bene. Bisogna uscire dalle logiche degli staterelli perché gli stati passano e i popoli restano. Altrimenti si dà ragione a Sabino Acquaviva che nel Sessanta – e lo pensa tuttora – aveva lanciato l’ipotesi che per salvare le popolazioni dell’Alto Adige (e soprattuto quella italiana) fosse doveroso porre dei confini di protezione (per gli italiani, per i tedeschi e poi uno staterello per i ladini che egli chiamava con il termine Ladinia). Ricordo che Langer si scagliò contro questa ricetta che tagliava radicalmente le gambe ad una società interetnica (direbbe Panikkar: intra-etnica) e dava forza i vigore ad un corpo sociale diviso, scisso, intruppato in territori omogenei culturalmente e linguisticamente.
    Ma ora c’è un’Europa che sempre più impone di aprire cancelli, di allargare gli sguardi, di condividere gli orizzonti. C’è l’Europa dei popoli e non degli stati, c’è l’Europa della mutua fecondazione e non della separazione, c’è l’Europa della mescolanza e non della segregazione. I piccoli regni padani, le ronde leghiste, i muri e i confini, la caccia agli altri sono i colpi di coda, secondo me, di un mondo in rapida trasformazione che impone una dilatazione antropologica che non riusciamo a fare perchè ancora compressi nella cultura moderna da cui discendiamo (una cultura nata con il rifiuto degli altri in America Latina e con la guerra come strumento per la soluzione delle controversie fra i popoli). Ma Obama è lì a dimostrare che il cambio non solo è possibile ma è veloce, fisicamente e culturlmente parlando. In un lampo è passato Bush, è finito lo scontro fra le civiltà, si è esaurita la guerra infinita e permanente. Davanti al giuramento di Obama perfino l’11 settembre sembra ormai lontano. Ora c’è il primo nero della storia, si sentono parole come “responsabilità”, fine della “tortura”, mano tesa all’Iran, chiusura di Guantanamo.
    Insomma, caro Riccardo, in questo scenario la tua visione è molto di più di una visione… potremmo dire che è con queste visioni che facciamo la storia, costruiamo un mondo di persone che si incontrano nella “convivialità delle differenze” di cui questa nostra terra ha grande bisogno
    un saluto
    Francesco Comina

  2. Carissimo Riccardo,

    la citazione di Alexander Langer postata a guisa di commento dal sottoscritto nel precedente articolo – e mi assumo la “paternità” di quel gesto – non ha nulla a che vedere con un sostegno esplicito alla prospettiva dello Stato indipendente. Anzi. Mi pare che quel testo di Alex parli fin troppo chiaro: l’idea di “riesumare” l’area alpina del Tirolo storico (non è la “zona di sutura” cui si riferisce?) in funzione “anti-patriottico/nazionalista” sta alla base di istanze (anche e soprattutto da parte “nostra”) per una maggiore cooperazione transfrontaliera tra Land Tirol, Südtirol/Sudtirolo e Trentino (da estendere poi a zone limitrofe), nell’ambito della auspicata integrazione europea delle regioni (Euregio). Quello spazio esiste già: andrebbe solo riempito di idee, con un progetto chiaro e fattibile. Inoltre, l’idea della “doppia cittadinanza” non è affatto nuova. Sergio Romano, qualche anno fa, propose sul Corriere della Sera un’analoga gestione italo-austriaca; la definì “condominio”, come forma di comunione dei beni in cui tutto si [con]divide – e perciò moltiplica. Suggerimento diplomatico che non andò aldilà di qualche articolo di giornale. Vedi: http://archiviostorico.corriere.it/2006/febbraio/01/Bolzano_Italia_matrimonio_malriuscito_co_9_060201100.shtml

    In ogni caso, riaprire la vertenza sudtirolese in ambito internazionale su questo tema (perché la giurisdizione in materia compete a Roma e Vienna, la decisione non spetta certo alla sola Bolzano – e qui ritornerebbe la questione degli equilibri tessuti dall’Autonomia) non mi pare meno irrealistico della proposta secessionista. La seconda cittadinanza rinvigorirebbe nel gruppo linguistico tedesco (la cui Selbstbewusstsein di una cittadinanza “sudtirolese indivisa” priva di Schutzmächte/Mutterländer andrebbe rafforzata anziché indebolita con doppioni) un riferimento NAZIONALE esplicito alla Repubblica austriaca in quanto tale, che a mio modesto parere non ha più alcuna ragion d’essere, mentre non vieterebbe all’italiano medio di qui il costante ricorso alla protezione romana, tutt’al più con un nuovo soggetto col quale doversi confrontare.

    Inoltre: come la mettiamo con quella neonata generazione di Gesamtsüdtiroler che rinuncia ad identificarsi nelle due entità ma (in teoria) costruisce su di sé un nuovo patriottismo sudtirolese? Dove gettare il patrimonio identitario indiviso dei plurilingue? In un progetto di duplicazione forzata dei passaporti per dare un contentino ai gruppi omogenei italiano E tedesco (e ladino?!)?

    Una proposta antistorica, pietra tombale sul progetto euroregione, che ci riporterebbe indietro all’Austria-Ungheria, rappresentando un’intollerabile giustificazione alle pretese filo-asburgiche dei nostalgici e innescando così un effetto polarizzante nella popolazione sudtirolese (con questo doppio riferimento statuale) dal potenziale esplosivo. Non credo risolverebbe i nostri problemi, bensì non farebbe altro che moltiplicare gli attori del conflitto (aggiungendo l’euroscettica Vienna alla scacchiera) delegando responsabilità geopolitiche nuovamente agli Stati nazionali anziché alle aree cuscinetto stesse, così come sognava Alexander Langer. Il Freistaat è utopia forse maligna, la doppia cittadinanza un possibile errore in buona fede.

    Sull’argomento “Gesamtsüdtirol”/“Gesamttirol” leggi anche:
    http://blaun.wordpress.com/2008/12/11/le-due-aquile/

  3. post scriptum:

    – Domanda a lato: come creare una giurisdizione basata su due sistemi legislativi diversi? Si prende un po’ qua e un po’ là? Allora perché non legiferare in proprio anziché portare avanti un’innaturale scelta tra normativa austriaca e legge italiana? Sono ipotesi da fantadiritto internazionale.

    – “Il Freistaat ti costringe alla logica dell’entweder-oder, dell’aut-aut, e ti costringe all’opzione; la doppia cittadinanza non ti obbliga a scegliere, ma ti regala un mondo in più, se lo vuoi vivere.”
    …non capisco: cosa obbligherebbe a scegliere in uno Stato dove tutti sono cittadini eguali davanti ad una legge? Inoltre: ad una “nazione non nazione” si risponde mediante due nazioni anziché una? All inclusive? Strana operazione.

    – Il contributo di Alexander Langer è patrimonio di tutti, perciò credo fermamente nel valore delle diverse interpretazioni, qualunque esse siano. L’importante è che se ne parli, vista la sua “scomparsa” dal discorso pubblico sudtirolese. C’è ben altro per cui farsi venire il batticuore, e la presunzione dei “langeriani” di essere detentori della sua conoscenza è (a mio parere) piuttosto discutibile.

    Mi auguro che questo post fosse uno scherzo di carnevale…

  4. Piccola notazione terminologica. “Langherista” è un termine messo in circolazione da L. Giudiceandrea per definire i “parolai” d’ispirazione pseudo-verde. Sarebbe dunque meglio definirsi “langheriani” (o “langeriani”).

    Per il resto mi pare che Valentino abbia rimesso sul giusto binario una discussione che minacciava di deragliare in direzioni a dir poco sconcertanti…

    Un’ultima cosa. Non pensavo che anche Comina fosse un amante delle “visioni”. La prossima volta, a Bressanone, invitiamo lui.

  5. Visto che ci sono. Ringrazio Riccardo, se sarà in grado di spiegarmi che cosa intendevo parlando di “nazione senza nazione” si sarà conquistato la mia stima imperitura. Anche perché il compito è davvero meno facile di quel che sembra.

    Anch’io, comunque, mi sono applicato nel mio piccolo a cercare una soluzione. Più o meno tre anni fa (TRE ANNI FA) scrissi un pezzo sul giornale che fu accolto dalla più completa indifferenza (legittima, per carità). I “visionari” à la Comina a quel tempo ancora dormivano.

    Il pezzo si intitolava “Nation building” e lo ripropongo qui (mi pare urgente farlo).

    Nation building

    Dopo aver letto alcune reazioni al mio editoriale sul referendum catalano, pubblicate su questo giornale lo scorso 23 giugno, vorrei tornare brevemente sul tema. Lo farò cercando di sgombrare il terreno da una serie d’incomprensioni o equivoci originati sia dall’eccessiva rapidità con la quale ho schizzato, nell’occasione, le analogie tra il modello autonomistico catalano ed il nostro, sia dal meccanismo per così dire automatico che viene sempre attivato quando si tenta di porre al centro della riflessione un argomento sul quale ognuno è perfettamente addestrato a svolgere considerazioni di “maniera”, senza mostrare poi un effettivo interesse a cogliere eventuali novità o a sospendere anche per un momento il proprio consolidato punto di vista. In questo senso non ho nessuna difficoltà a dare ragione a Franco Bernard, il quale ha detto che l’autodeterminazione “è più uno slogan che una realtà concreta” e “nessuno si è mai soffermato a valutarne bene le conseguenze”.

    Non so quanto serva affermarlo, ma avevo scritto quell’articolo proprio per oppormi all’uso sloganistico del tema dell’autodeterminazione e per invitare a riesaminarne la possibilità (anzi, la pensabilità) alla luce dell’idea di dar vita ad un processo di “nation building” provvisoriamente (e problematicamente) individuato dalla formula “nazione senza nazione”. In realtà, per evitare le reazioni “pavloviane” che il termine “autodeterminazione” suscita, avrei anche potuto parlare della necessità di una riformulazione del criterio di legittimità con il quale la società sudtirolese dovrebbe, a mio avviso, ripensare la sua architettura istituzionale ed il suo orizzonte (lo dico un po’ pomposamente, ma lo dico) geopolitico. Alcuni eventi recenti (la petizione dei sindaci a favore della menzione del diritto all’autedeterminazione nel preambolo della Costituzione austriaca; il progetto di legge costituzionale, sempre sull’autodeterminazione, presentato da Francesco Cossiga; la pubblicazione di un sondaggio commissoniato dallo “Heimatbund”, secondo il quale la maggioranza dei sudtirolesi di lingua tedesca vorrebbe dissolvere il vincolo d’appartenenza allo Stato italiano) hanno comunque chiaramente evidenziato che in Sudtirolo questa necessità esiste, nonostante il buon funzionamento degli ingranaggi autonomistici e il livello di irrinunciabile “convivenza” (Bernard converrà, più “nebeneinander” che “miteinander”) raggiunto .

    Nell’accezione politica del termine, la legittimità è quell’attributo dello Stato consistente nella presenza in una parte rilevante della popolazione di un grado di consenso tale da assicurare il riconoscimento delle norme che regolano e danno significato alla vita associata. Precedente il piano dell’ordine giuridico, tale consenso discende generalmente da un gesto, storicamente e simbolicamente fondativo, al quale è possibile riferirsi come una vera e propria matrice o serbatoio di senso. Ma se per il Sudtirolo cercassimo un tale gesto, reale o immaginario, che cosa troveremmo? Erede di una lacerazione territoriale mai completamente rimarginata, la storia di questa terra ha così continuato a svilupparsi lungo quella faglia originaria. Ed esattamente alla stessa maniera di una faglia, i suoi lembi si muovono senza poter mai giungere ad un assestamento definitivo. In questo modo, anche la carta costituzionale della quale disponiamo, lo Statuto d’Autonomia, non ha alla base una simbologia condivisa, un fatto capace di legittimarne il castello di norme. Considerato alla stregua di un risarcimento parziale dagli uni, e come una progressiva sottrazione di spazio d’influenza dagli altri, l’edificio autonomistico nasconde al suo interno un nucleo vuoto e crepato e accostandovi l’orecchio si riesce a percepire ancora il vecchio verme del nazionalismo integralista e monoidentitario.

    Ora, com’è possibile schiacciare quel verme, o almeno riconoscere senza infingimenti la sua pericolosità? Una sottolineatura più marcata del contesto transnazionale, del quale il Sudtirolo è ad un tempo vittima ed erede, ci aiuterebbe senza dubbio a correggere lo strabismo istituzionale che si esaurisce nella dialettica tra Stato, Provincia e, all’occorrenza, Madrepatria, ridando respiro e finalità ad una visione strategica impostata su un concetto di cittadinaza “europea”, oggi un po’ appannato. Per fare ciò, ed era questo il suggerimento contenuto nella formula “nazione senza nazione”, potrebbe risultare interessante cominciare intanto a rendere nuovamente fluido il riferimento “nazionale” di una realtà che, localizzata in una zona di confine, non ha ancora effettivamente puntato sulla valorizzazione e l’integrazione delle diversità esistenti. Questo sarebbe anche il luogo nel quale far finalmente crescere e sviluppare un’identità plurale, composita, da opporre alla rigida consegna monocolore e unanimistica delle appartenenze etno-linguistiche.

    Per concludere. Mi ero servito dell’esempio catalano per evidenziare alcune caratteristiche di un’operazione di “nation building” senz’altro interessante dal punto di vista della sua dimensione processuale (per così dire “di laboratorio”). Tali caratteristiche si esprimono nel reciso rifiuto della violenza, nella partecipazione collettiva, nel comune interesse territoriale e, soprattutto, dalla prevalenza di un atteggiamento più votato al compromesso e alla mediazione che al fanatismo o al feticismo identitario. Il “patriottismo costituzionale” trova qui un ancoraggio nel modello di un’identità non sottrattiva, bensì additiva e progressiva. Pur con tutti i distinguo del caso (pur non rischiando di mettere in pericolo quello che fin qui abbiamo raggiunto e restando realisticamente consapevoli delle difficoltà che ciò presenterebbe) continuo a credere che un investimento simbolico capace di ridare nuovi contenuti al nostro Statuto d’autonomia, cioè in definitiva al nostro “stare insieme” (questa volta magari più “miteinander” che “nebeneinander”), potrebbe anche servirsi di un approfondimento o di una riformulazione del progetto autodeterministico.

  6. Ciao Riccardo,

    visto che oggi è Carnevale spero sia una battuta scherzosa 😉 comunque, tornando sul serio: concordo pienamente con i commenti precedenti di Valentino e Gabriele.

    Dunque, la visione del passaporto aggiuntivo mi sembra un po’ difficoltosa e poco concreta nel senso della effettiva realizzazione, ed è proprio questo il rimprovero mosso da sempre nei confronti dell’idea del Freistaat (almeno lì di burocrazia intesa come il molteplicarsi di carte-documenti non ce ne sarebbe di aggiuntiva), ovvero che si tratta di un’idea che non tiene conto della realtà – leggi attuali, situazione internazionale, tutta la storia della nostra autonomia…

    E poi mi sa molto di un altro “monumento”, e cioé il mero fatto di “imporci” una nuova legislazione, sia essa un passaporto o tutto quello che ci sta dietro per la sua sola esistenza non porta ad una vera convivenza, cioè, se la convivenza non è sentita e voluta non credo che sia un ulteriore “passaporto” a farcela desiderare…?

    Anzi, ora mi viene pure di proporre un fioretto: rinunciare a troppi passaporti (visto che di fioretti ne faccio già tre, ora sta a voi… 😉 )!

  7. À la Comina…
    Mi sono abbeverato alla cultura planetaria, al sogno della città pianeta… sono sempre stato un amante dell’utopia come di quell’orizzonte che forse non raggiungeremo mai ma almeno ti indica che hai le gambe per camminare (Galeano, il grande Galeanio che in giugno con ogni probabilità inviterò a Bolzano). Fosse per me allargherei la visione di Riccardo alla città pianeta, al passaporto planetario, al parlamento mondiale (che i realisti del realismo non possono tollerare perchè sarebbe raoppresentato per la maggiotr parte da un partito che si chiama il partito degli affamati) ma capisco che in politica si cambia per gradi, per scalini, per passaggi…
    saluti

  8. Concordo perfettamente von Valentino, col quale anzi avevo scambiato qualche opinione sulla proposta di Dello Sbarba.

    Proposta che trovo a dir poco angosciante, per i risvolti pratici (burocrazia, legislazione, istituzioni…) e meno pratici. Facciamo un’ipotesi: La doppia cittadinanza non può essere un obbligo, e quindi si dovrebbe lasciar libertà di scelta. O italiano, o austriaco, o entrambi. E quindi gli estremisti di entrambi i gruppi (tralasciamo i ladini) andrebbero a prendersi il passaporto italiano (gli uni) o austriaco (gli altri). Non vedo come questo possa ricucire le fratture interne alla società sudtirolese; vedo invece il pericolo reale di un’istituzionalizzazione e cementazione della separatezza. Non più la dichiarazione d’appartenenza linguistica, segreta, ma la dichiarazione pubblica, sottolineata da un documento, il passaporto.

    Nello sport, magari, alcuni sceglierebbero di gareggiare per l’Austria, alcuni per l’Italia. Sarebbe utile, questo, a fondare una società sudtirolese plurilingue, postetnica? O sarebbe, piuttosto, la morte definitiva di quel sogno?

  9. Caro Riccardo, la mia prima battuta sarebbe stata: RICCARDO DELLO SBARBA SANTO SUBITO !!!
    ma poi – come illustrano ampiamente i commenti letti – è emersa la complessità di architettare una operazione del genere… bella ma impossibile..
    I soliti commentatori piumati non si sono ancora visti… ..stanno caricando gli schioppi.
    Ma, dico da inesperto, non sarebbe più realistico fare un discorso come quello della regione Alpe-Adria? Ossia un discorso economico, che abbia a cuore gli interessi più diretti della popolazione e del territorio, Nord e Sudtirolo, lasciando perdere quei discorsi di stato che sono superati ? Se per Alpe Adria qualcuno continua a mettere i bastoni tra le ruote a Roma, vediamo chi non sarebbe favorevole a questa Regione Europea….a Bolzano.

  10. Trovo invece che l’idea di Riccardo sia una bella ispirazione da proporre come programma verde (se condiviso dalla maggioranza) e ancora più stimolante sè vissuta come passaggio verso un passaporto europeo e ancora oltre come auspica Francesco verso un passaporto planetario, e ancora oltre per non avere un giorno più bisogno di carte che certifichino il nostro essere umani, utopia concreta per chi cerca le ragioni e regioni del cuore. In die Richtung einer Hiematlosigkeit, in der zum Beispiel für Simone Weil mehr Wahreit lag als in irgendeiner Zugehörigkeit. In fondo è proprio questa la domanda, creare nuove identità geografiche verso cosa e perchè? Per condividere un’identità con gli abitanti di un territorio, sembra rispondano gli entusiasti. Ma con quale territorio ci si identifica? A quale territorio pensiamo, a quali abitanti? Simone Weil scelse d’identificarsi con i sofferenti del mondo e approdò all’idea di Heimatlosigkeit. Questione di scelte appunto, di orizzonti, di identificazioni o non identificazioni, ecco ci siamo! Entlassen zu werden, dalle identità! Dimettersi suggeriva sempre Simone, ma che vuol dire anche rimettersi in libertà! L’idea di Riccardo è un passo che invita ad aprire gli sguardi, di moltiplicare, allargare le identità già esistenti, non restringendole, tenendo presente la storia, senza cercare di fermarsi all’infanzia, a possibili passaporti di cortili (chi ha fissato il numero minimo di esseri viventi per una patria?) o meglio all’adolescenza (nell’infanzia l’identità geografica non ha alcuna importanza) dove chi non cresce tifa Bolzano o Südtirol tutta la vita e ne fa il centro della sua esistenza. Non penso ci sarebbe nessuno che rifiuta il doppio passaporto, fosse solo per un discorso di doppie opportunità che nascerebbero a cui solo pochi fanatici nazionalisti di entrambe le parti rinuncerebbero… fatti loro! tschüss adieu a tutti

  11. Calma, ragioniamo. E soprattutto evitiamo gli equivoci.

    Forse mi sono addentrato troppo nella strada del confronto con chi vuole la Selbstbestimmung e la creazione di un Freistaat Südtirol. Ma questa musica – lo dobbiamo riconoscere – è suonata nelle orecchie di molti sudtirolesi alle ultime elezioni (avreste previsto il raddoppio della SF, più il Pöder, più i 5 azzurri targati F?) e continuerà a suonare per tutto l’anno Neun. Dunque, ho pensato, meglio confrontarsi con questo problema e cercare di dare qualche risposta che evochi „emozioni geopolitiche“ (Gabriele, giusto? – a proposito: ho usato langherista per autoprendermi in giro, hai forse perso il senso dell’umorismo, senza il quale questa discussione non è nemmeno da cominciare?)

    Ora, si può anche dire come mi ha scritto un amico di Merano: Riccardo, lascia perdere, non inseguire i vaneggiamenti dei nipotini di Hofer, fai solo il gioco della destra. Se siete convinti di questo, allora chiudiamo subito e io sono anche più tranquillo.
    Ma se non ne siete convinti, e mi pare che nè Gabriele nè Valentino ne siano convinti visto che discutono da anni di queste cose, allora bitte cerchiamo di capirci.

    L’ipotesi della doppia cittadinanza in un Sudtirolo smilitarizzato (cioè senza obblighi di leva, che in Austria ci sono ancora, se non mi sbaglio) voleva appunto andare nella direzione di offrire „un’identità non sottrattiva, bensì additiva e progressiva” (Gabriele).

    E infatti io “addizionavo” una cittadinanza ad un’altra. Cioè cercavo di portare un passo più in là l’obbiettivo della scomparsa dei confini, dilatando anche la dimensione di “competenza condivisa” tra Italia e Austria, prevista dagli accordi di Parigi e dalle risoluzioni Onu.

    Ma qui faccio un passo indietro. Perché questo ragionamento presuppone alcune preoccupazioni che ho per il nostro futuro.

    Ho la preoccupazione che l’Europa sia, fuori dalla retorica, un costrutto molto fragile, che potrebbe fare anche un passo indietro sotto i colpi della crisi economica (che sarà di lungo periodo) e dei rinascenti protezionismi nazionali.

    Che cosa facciamo, ragazzi e ragazze mie, se di colpo ci ritroviamo un ritorno delle logiche degli stati nazionali? Del resto tutti i governi l’hanno sempre detto: l’Europa unita la fanno gli stati, non altre entità. I discorsi sull’Europa delle regioni sono chiacchiere. Per il 2014 la Catalogna prepara il referendum sull’indipendenza (ho parlato coi politici catalani appena 6 mesi fa, e i baschi gli andranno dietro).

    Allora, che facciamo? A quel punto gli “indipendentisti” nostrani daranno fiato alle loro trombe. E forse allargheranno la loro audience tra la gente. Tutti gli altri contro-reagiranno impauriti chiamando mamma Roma.

    Possiamo dire loro qualcosa di diverso? Possiamo mettere il Sudtirolo al riparo da questa fluttuazione pericolosa?

    L’idea di una doppia cittadinanza, di una sovranità condivisa, mi parrebbe una alternativa accattivante, non nazionalista, mite, pacifica. Naturalmente, non sarebbe prevista alcuna opzione, non si dovrebbe scegliere: ciascuno di noi si ritroverebbe automaticamente cittadino di due nazioni, punto e basta. Poi sta a ciascuno muoversi tra queste due cittadinanze come vuole.
    Lo so che ci sono mille questioni tecniche (mi dice un’amica: votare per due parlamenti? Orrore!), ma per favore, mettiamole un attimo da parte e consideriamo la visione che una simile idea trasmette. A me pare l’idea di una autonomia portata alla massima potenza, l’idea di una pacificazione definitiva, l’idea di una Europa nuova.

    Lo status di doppia cittadinanza infatti si dovrebbe accompagnare anche al rafforzamento dell’autonomia e dell’autogoverno (sarebbe una necessità: mica possiamo applicare meccanicamente due legislazioni diverse) e darebbe buoni argomenti a una de-etnicizzazione di norme, istituti e relazioni.

    Il mantenimento delle norme di divisione etnica viene infatti giustificato dall’appartenenza del Sudtirolo alla sola Italia, dunque allo status di minoranza della popolazione tedesca e ladina. Ma con la doppia cittadinanza, il concetto di minoranza non avrebbe più molto senso.

    Insomma, questa “cittadinanza cumulativa” avrebbe anche un effetto di liberazione dei rapporti interni. Insisto sulla fortissima autonomia che al Sudtirolo dovrebbe essere riconosciuta, credo necessariamente, dai due stati. Più ampia di quella di oggi, quasi un autogoverno completo. Però senza strappare gli italiani dall’Italia, per dirla un po’ con rozzezza. E dunque facendo in qualche modo sentire a casa, tranquillo e rispettato ciascuno. In una casa comune e plurale.

    Dite: sviluppiamo l’Euregio. Benissimo, in fondo non è che sia una cosa molto diversa. Chi però ha frequentato l’Euregio come me (due volte al Dreierlandtag, una come presidente e dunque nel Präsidium dell’Euregio) sa bene quanto questa istituzione sia un pallone pieno d’aria. Le decisioni non vincolano nessuno e i rispettivi governi se ne fanno beffe. Le relazioni che le giunte scrivono sulla loro attuazione (è l’unica costrizione che hanno) gridano vendetta al cielo, sono delle pure prese in giro. L’Euregio agli occhi di molti/e ha perso in credibilità.

    D’altra parte a me dell’idea del Freistaat dà fastidio la ristrettezza. Mi pare l’esaltazione dell’egocentrismo di questa provincia. Lo so che parliamo da anni di un patriottismo sudtirolese, ma attenti a non chiuderci in una gabbia che si pretende autosufficiente. Non lo siamo.

    Dunque, riassumendo.
    1. Il presupposto è l’autogoverno spinto e lo smantellamento della divisione etnica.
    2. Il quadro è quello di una terra cui è riconosciuta una doppia cittadinanza dagli stati che le stanno intorno, e tra i quali è stata contesa.
    3. L’obbiettivo è mettere fine per sempre a questa contesa di confine, liberando le dinamiche interne alla società locale.
    4. Il contesto è un’Europa non così semplice da costruire, dove gli stati non hanno alcuna intenzione di abdicare, e anzi rischiano di tornare più aggressivi.
    5. Il pensiero collaterale è che se l’Europa viene, questo regime di doppia cittadinanza, questa regione cuscinetto, ne può essere un anticipo; e se non viene, un antidoto al ritorno dei nazionalismi, anche quelli formato bonsai.

    Infine Alexander Langer. Valentino, forse non l’ho capito, ma ti giuro che quel capitolo (che sta nel libro che io e Siegfried abbiamo pubblicato) l’ho letto e riletto mille volte. E anche altri pezzi di Alex, il quale come tutti noi su questi delicati temi oscillava, faceva delle prove e poi tornava indietro, provava ad andare al Brennero a “pensare sul Tirolo” e poi quando non lo facevano parlare in quella terribile tenda bianca piena di gente che beveva birra (perché a quel convegno, cui io lo accompagnai, caro Gabriele, ad Alex fu negata la parola) ci restava male e sospettava che gli interlocutori che aveva scelto fossero quelli sbagliati.

    Restano di quella ricerca concetti come “integrazione nell’integrazione, territori comuni, aree di più intenso scambio e di frequentazione transconfinaria, aree-ponte” eccetera, concetti la cui realizzazione Alex cercava un po’ qua un po’ là, a seconda dello spirito prevalente del momento, mai soddisfatto del tutto delle soluzioni via via trovate, sempre pronto a correggerle.

    Ma quei concetti, come quello che ho provato a formulare di “doppia cittadinanza”, col corollario concreto del “doppio passaporto”, servono come orientamenti per il cammino. Sono prove che faccio insieme a voi. Nessuno si illude che siano soluzioni definitive e forse neppure realistiche.

  12. Caro Riccardo,
    mi piace questa idea, perchè non è rivolta contro nessuno e riflette l’idea europea, ma anche i principi dei verdi. Si, ma la prassi, la realizzazione, sarebbero un percorso difficilissimo!
    E per quanto riguarda la discussione sui Panzer, Freistaat ecc.: mi piacerebbe se riuscissimo a vivere il nostro pacifismo anche nelle discussioni e nelle nostre parole, con rispetto verso chi vede le cose diversamente, a volte anche molto diversamente.
    Non dobbiamo chiedere tolleranza agli altri, mentre noi ci buttiamo in discussioni (spesso anonime) senza avere (o avendo poco) rispetto verso opinioni diverse.

    Purtroppo si è verificato anche il mio sospetto: tanti di noi hanno paura a toccare i monumenti fascisti, o per non perdere voti o per non svegliare un leone dormente.

    Il fatto che sia “pericoloso” contestualizzare i monumenti, spegnere lo spreco d’ energia per l’illuminazione di questi relitti, mi dimostra – al contrario di quello che spesso viene affermato – che l’ideologia fascista è ancora viva!
    Sarei contento di sbagliarmi.
    Basta, non dirò più niente sui monumenti. Forse un giorno mi metterò a piantare un’edera e andrò a parlare con i giovani neonazisti per convincerli a cambiare rotta.
    Vi farò sapere l’esito: se sopravivo!

  13. Forse mi sono addentrato troppo nella strada del confronto con chi vuole la Selbstbestimmung e la creazione di un Freistaat Südtirol. Ma questa musica – lo dobbiamo riconoscere – è suonata nelle orecchie di molti sudtirolesi alle ultime elezioni (avreste previsto il raddoppio della SF, più il Pöder, più i 5 azzurri targati F?) e continuerà a suonare per tutto l’anno Neun. Dunque, ho pensato, meglio confrontarsi con questo problema e cercare di dare qualche risposta che evochi „emozioni geopolitiche“. […] Ora, si può anche dire come mi ha scritto un amico di Merano: lascia perdere, non inseguire i vaneggiamenti dei nipotini di Hofer, fai solo il gioco della destra. Se siete convinti di questo, allora chiudiamo subito e io sono anche più tranquillo. Ma se non ne siete convinti, e mi pare che nè Gabriele nè Valentino ne siano convinti visto che discutono da anni di queste cose, allora bitte cerchiamo di capirci.

    Benissimo. Sono rallegrato dalla scelta – affatto scontata – di cominciare a parlare senza sottovalutare la materia, prendendone le “giuste misure” onde evitare la cantilena autodeterminista delle destre “teteske”, anzi, rilanciando finalmente una proposta alternativa alla loro. Posso assicurarlo: per i Verdi-Grüne-Verc sarebbe uno storico passo in avanti, che verrebbe riconosciuto da tutti.

    L’ipotesi della doppia cittadinanza in un Sudtirolo smilitarizzato (cioè senza obblighi di leva, che in Austria ci sono ancora, se non mi sbaglio) voleva appunto andare nella direzione di offrire „un’identità non sottrattiva, bensì additiva e progressiva” (Gabriele).

    Io credo – se ho ben interpretato il ragionamento di Gabriele Di Luca – che nella “addizione di identità” si tenessero a mente sempre e solo i tre grandi blocchi identitari presenti in Sudtirolo, che (nel pensiero interetnico) “interagiscono” tra loro in modo tale da creare progressivamente una “nuova identità” condivisa e indivisa. Non credo che tale dinamica sia fallita, per cui necessiti di nuove/vecchie identità “esterne” in soccorso alla nostra. Altrimenti nemmeno i Verdi/Grüne ed il loro linguaggio politico avrebbero ragione di esistere.

    Che cosa facciamo, ragazzi e ragazze mie, se di colpo ci ritroviamo un ritorno delle logiche degli stati nazionali? Del resto tutti i governi l’hanno sempre detto: l’Europa unita la fanno gli stati, non altre entità. I discorsi sull’Europa delle regioni sono chiacchiere. Per il 2014 la Catalogna prepara il referendum sull’indipendenza (ho parlato coi politici catalani appena 6 mesi fa, e i baschi gli andranno dietro). Allora, che facciamo? A quel punto gli “indipendentisti” nostrani daranno fiato alle loro trombe. E forse allargheranno la loro audience tra la gente. Tutti gli altri contro-reagiranno impauriti chiamando mamma Roma. Possiamo dire loro qualcosa di diverso? Possiamo mettere il Sudtirolo al riparo da questa fluttuazione pericolosa L’idea di una doppia cittadinanza, di una sovranità condivisa, mi parrebbe una alternativa accattivante, non nazionalista, mite, pacifica. Naturalmente, non sarebbe prevista alcuna opzione, non si dovrebbe scegliere: ciascuno di noi si ritroverebbe automaticamente cittadino di due nazioni, punto e basta. Poi sta a ciascuno muoversi tra queste due cittadinanze come vuole.

    La tua analisi (condivisibile) non preclude però la bontà della soluzione Freistaat. Purtroppo (perché, ribadisco, anch’io sono tendenzialmente scettico all’ipotesi dello Stato indipendente) non scorgo argomenti abbastanza solidi e credibili per rendere più allettante la “doppia cittadinza” rispetto ad una nuova entità magari “inter/postetnica” ed europeista dotata di una autonoma regolamentazione-legislazione (senza delegare a terzi importanti decisioni).

    Lo status di doppia cittadinanza infatti si dovrebbe accompagnare anche al rafforzamento dell’autonomia e dell’autogoverno (sarebbe una necessità: mica possiamo applicare meccanicamente due legislazioni diverse) e darebbe buoni argomenti a una de-etnicizzazione di norme, istituti e relazioni. Il mantenimento delle norme di divisione etnica viene infatti giustificato dall’appartenenza del Sudtirolo alla sola Italia, dunque allo status di minoranza della popolazione tedesca e ladina. Ma con la doppia cittadinanza, il concetto di minoranza non avrebbe più molto senso. Insomma, questa “cittadinanza cumulativa” avrebbe anche un effetto di liberazione dei rapporti interni. Insisto sulla fortissima autonomia che al Sudtirolo dovrebbe essere riconosciuta, credo necessariamente, dai due stati. Più ampia di quella di oggi, quasi un autogoverno completo. Però senza strappare gli italiani dall’Italia, per dirla un po’ con rozzezza. E dunque facendo in qualche modo sentire a casa, tranquillo e rispettato ciascuno. In una casa comune e plurale.

    Non vedo il nesso tra la cd. “doppia cittadinanza” e tali benefici effetti. Tutto questo si potrebbe ottenere pure mediante una “nazione aperta”, ovvero capace di mettersi in relazione con le aree vicine senza farne parte politicamente – leggi: Comunità europea. Anche perché, più dell’attuale forma di Autonomia, vedo solo l´indipendenza de facto dell´amministrazione. In cosa consisterebbe esattamente un maggiore “autogoverno” per la Provincia Autonoma di Bolzano/Bozen? E la solita lagnosa domanda: e Trento?

    Dite: sviluppiamo l’Euregio. Benissimo, in fondo non è che sia una cosa molto diversa. Chi però ha frequentato l’Euregio come me (due volte al Dreierlandtag, una come presidente e dunque nel Präsidium dell’Euregio) sa bene quanto questa istituzione sia un pallone pieno d’aria. Le decisioni non vincolano nessuno e i rispettivi governi se ne fanno beffe. Le relazioni che le giunte scrivono sulla loro attuazione (è l’unica costrizione che hanno) gridano vendetta al cielo, sono delle pure prese in giro. L’Euregio agli occhi di molti/e ha perso in credibilità.

    Ciò non toglie che si possa lavorare ad un miglioramento di quel concetto, per donare nuova credibilità al progetto ambizioso, più lungimirante di quanto si possa credere, della Regione alpina con l’Euregio “[già] tirolese” come prototipo.

    2. Il quadro è quello di una terra cui è riconosciuta una doppia cittadinanza dagli stati che le stanno intorno, e tra i quali è stata contesa.
    3. L’obbiettivo è mettere fine per sempre a questa contesa di confine, liberando le dinamiche interne alla società locale.
    4. Il contesto è un’Europa non così semplice da costruire, dove gli stati non hanno alcuna intenzione di abdicare, e anzi rischiano di tornare più aggressivi.

    Io avrei timore di subire l’aggressività pure dell’Austria, in un’Europa simile. Inoltre, non escluderei su due piedi che andando nella direzione da te indicata non si riapra la questione dello spostamento dei confini. D’altronde, verrebbe riconosciuta all’Austria la sovranità territoriale sul Sudtirolo sino a Salorno (mai esistita prima nella storia).

    Infine Alexander Langer. Valentino, forse non l’ho capito, ma ti giuro che quel capitolo (che sta nel libro che io e Siegfried abbiamo pubblicato) l’ho letto e riletto mille volte. E anche altri pezzi di Alex, il quale come tutti noi su questi delicati temi oscillava, faceva delle prove e poi tornava indietro, provava ad andare al Brennero a “pensare sul Tirolo” e poi quando non lo facevano parlare in quella terribile tenda bianca piena di gente che beveva birra (perché a quel convegno, cui io lo accompagnai, caro Gabriele, ad Alex fu negata la parola) ci restava male e sospettava che gli interlocutori che aveva scelto fossero quelli sbagliati. Restano di quella ricerca concetti come “integrazione nell’integrazione, territori comuni, aree di più intenso scambio e di frequentazione transconfinaria, aree-ponte” eccetera, concetti la cui realizzazione Alex cercava un po’ qua un po’ là, a seconda dello spirito prevalente del momento, mai soddisfatto del tutto delle soluzioni via via trovate, sempre pronto a correggerle. Ma quei concetti, come quello che ho provato a formulare di “doppia cittadinanza”, col corollario concreto del “doppio passaporto”, servono come orientamenti per il cammino. Sono prove che faccio insieme a voi. Nessuno si illude che siano soluzioni definitive e forse neppure realistiche.

    Ottimo. E mi fa enorme piacere intraprendere assieme questo difficile cammino di approfondimento e conoscenza.

  14. Non ho tempo per un commento diffuso (che quindi rimando). Però una cosa la vorrei dire. Sono contento che si discuta di questo (e non solo per scherzo). Come ho ripetuto spesso (anche e soprattutto alla Klausur dei Verdi), il tema dell’autodeterminazione (o, per dirlo altrimenti, il tema della revisione della nostra autonomia) non può essere semplicemente liquidato CONSEGNANDOLO alla destra tedesca. Ciò sarebbe un clamoroso sbaglio perché – pur non giungendo sicuramente a realizzare nessun risultato immediato – un riflessione piu approfondita sul piano “geo-politico” offre una straordinaria piattaforma per riposizionare molti delle questioni (anche Verdi) che oggi sembrano appannate (prima fra tutte: la qualità della convivenza tra gruppi linguistici diversi e dell’appartenenza territoriale). Io penso che i Verdi abbiano il DOVERE (ma anche l’opportunità) di confrontarsi con questi temi, uscendo dall’angolo nel quale si sono cacciati da tempo (generico assenso all’autonomia, senza quindi una vera prospettiva di sottrarne il governo alla SVP). Bene così.

  15. Sono perfettamente d’accordo con gadilu. Noi verdi dobbiamo aprire almeno tentare a trovare delle risposte ai giovani che altrimenti corrono ai ripari e trovano l’appoggio nei partiti della destra! Se non ci occupiamo in maniera seria di queste tematiche: ancora -10% nelle prossime elezioni! E non per colpa di una singola persona o di volantini malfatti. Queste sono le tematiche di primo ordine nella nostra provincia! Complimenti a Riccardo di toccarli. Si, la doppia cittadinanza è una bella visione, purtroppo non realizzabile. Però preferisco una visione non fattibile ad un silenzio pericoloso!

    Wir denken zumindest ernsthaft darüber nach, suchen den Dialog und Wege, die für alle akzeptabel sein könnten! Und wir sind uns des chronischen Problems bewußt, der Schwierigkeit des Zusammenlebens in einem immer mehr nach rechts driftenden Zentralstaates. Es war vorher schon schwierig und wird durch Berlusconi nicht unbedingt leichter.

    Già che stiamo sognando, perchè non pensiamo ad uno stato europeo ed aperto che comprenda tutti i territori e i loro residenti che vivono in una situazione simile: i baschi, i catalani, la corsica ecc.? Chi ci obbliga a pensare che uno stato debba avere un territorio geograficamente continuo? Non sono invece più importanti gli interessi che i loro residenti abbiano in comune? Potrebbe essere una grande regione europea delle vittime della storia e delle decisioni prese senza chiedere i residenti.

    Ein gemeinsames Parlament, eingebettet in die EU post Schengen, ein Europa der Minderheiten, aber ein Modell für eine Welt der Völker anstatt der Nationalstaaten. Kooperation statt Abgrenzung.

    Ich weiß. Frankreich, Spanien, GB (Nordirland), Dänemark (Grönland), Österreich (slowenische Minderheit in Kärnten), Tschechei (Suddentendeutsche), Rumänien (Siebenbürgen)…. und fast alle europäischen Nationalstaaten wären dagegen, weil niemand auf ein Stück Landkarte verzichten will. Wenn ich da so aufzähle: vielleicht fände sich halb Europa in einem Staat der Minderheiten wieder! Ein Gedanke ist es aber Wert!

  16. Im Gegensatz zu anderen Grünen, zeigt Riccardo Dello Sbarba hier, dass er sich Gedanken gemacht hat und versucht das Unbehagen der deutschen Volksgruppe in diesem Staat zu verstehen.

    Ein großes Kompliment dafür!

    Diese Idee ist mir auch schon vor einigen Monaten im Kopf herumgegeistert, es würde uns nämlich territorial gesehen ein Stück unabhängiger von beiden Nationalstaaten machen und gleichzeitig müssten weder die Deutschen noch die Italiener darauf verzichten ihrer “Nation” angehören zu dürfen und nicht in die Rolle gedrängt werden die Staatsbürgerschaft eines als fremd gesehenen Landes tragen zu müssen.

    Die Umsetzbarkeit wäre natürlich schwierig aber es wäre ein Anfang in Richtung “Gleichbehandlung” zwischen den Volksgruppen.

    @Roland Keim

    Die Beispiele die Sie bringen sind veraltet.

    Nordirland hat das Recht über die Unabhängigkeit abzustimmen, das Friedensabkommen sieht dies vor. Nur wollen die Nordiren nicht abstimmen, da nur 30% der Bewohner Nordirlands katholische Iren sind, der Rest sind protestantische Unionisten. Die IRA hat nicht für ein Referendum gekämpft, sie wussten sie waren mittlerweile in der Minderheit. Deshalb sahen sie nur die Gewalt als Lösungsweg an, demokratisch konnten sie nicht gewinnen.

    Die Spanier geben sowohl den Basken als auch den Katalanen in den nächsten Jahren das Recht auf eine Volksabstimmung zur politischen Zukunft (2012 und 2015).

    Die slowenischen Kärnter sind eine Minderheit in ihren Städten, genau wie die Sudetendeutschen und die Siebenbürgner. Wir Südtiroler haben aber immer noch die Mehrheit in unserem Land, das ist der große Unterschied – wir würden ein Referendum gewinnen.

  17. Ich glaube nicht, dass das eine gute Idee ist. Sie klingt zwar im ersten Moment ganz nett und ist als grüne Provokation auch interessant, weil sie Diskussionen anregt.

    Aber wenn man konkreter denkt, muss man die Befürchtungen von pervasion ernst nehmen. Die Umsetzung des Vorschlages könnte also mehr negative Ergebnisse für das Zusammenleben bringen als der Status Quo, ein Freistaat oder die Eigenstaatlichkeit.

  18. Ja, es ist entscheidend, dass sich die Grünen der Diskussion öffentlich stellen. Solche Diskussionen wurden zwar schon öfters geführt, aber kaum jemand weiß davon. Das mit den zwei Pässen ist eine schöne Idee, eine Vision in eine gute Richtung, insbesondere weg von einem nationalstaatlichen Denken, hin zu einem europäischen Geist. Aber leider wird diese Idee auf Grund der vielen praktischen Hindernisse nicht umsetzbar sein. Und sei es wegen unserer Sportler, die nicht für zwei Länder an den Start gehen können oder der FC Südtirol nicht in der österreichischen und italienischen Liga mitspielen kann. Absurd, aber vermutlich wahr. So weit ist das nationalstaatliche Denken in uns verankert! Welcher Gerichtshof soll für letztinszanliche Entscheidungen verantwortlich sein, der römische Kassationsgerichtshof, Wien, das italienische oder österreichische Verfassungsgericht? Wer erlässt die Verordnungen, welche Gesetze gelten, (welche Promillegrenze beim Autofahren???) beide? Bereits innerhalb italiens stimmen diese oft nicht miteinander überein, geschweigedenn über die Nationalstaaten hinaus. Vielleicht gibt es eine Lösung hierfür, kenne sie aber nicht. Aber trotzdem, Kompliment an Riccardo, weil das wichtige Fragen sind und damit zeigt, dass diese Themen ernst genommen werden! Also nicht wegschauen!!! Wir von den Grünen sind geradezu prädestiniert, mehr als alle anderen Parteien hierfür Lösungen mit Weitblick zu suchen und zu finden. Und das sollte bei den Menschen auch so ankommen. Das ist kein Monopol der Freiheitlichen! Die haben nur Scheinlösungen, die nicht in ein Europa des 21. Jh. passen und nur neue Probleme hervorbringen würden. Nicht als Ideallösung, aber über den Ausschluss anderer Möglichkeiten scheint mir zum aktuellen Zeitpunkt eine Ausweitung der Autonomie, eine Störkung der interregionalen Zusammenarbeit und eine Verbesserung des Zusammenlebens im Lande ein gangbarer Weg. Auf diesem Weg gäbe es noch viel zu tun. Solche Diskussionen können aber dazu beitragen, weil sie gegenseitiges Verständnis zeigen. Vielleicht sollten wir auch das mal zum Diskussionsthema machen: die gegenseitigen Ängste, Wünsche, konstruktive Vorschläge für ein besseres Miteinander. Respekt und Unterstützung der jeweiligen Kulturen. Und auch Schutz der Kulturen. Südtirol hat eine reiche Kultur auf italienischer, ladinischer und deutscher Seite. Volkstumspolitik muss von nationalstaatlichem Denken losgelöst werden. Das Europa der Zukunft wird ohnehin in diese Richtung denken müssen, wenn es die kulturelle Vielfalt nicht verlieren und gleichzeitig ein vereintes Europa stärken will. Staatsgrenzen werden schon in Anbetracht der globalisierten Probleme immer unwichtiger werden. Weder die Umwelt- noch die Sozial- oder Wirtschaftspolitik machen Halt an den Grenzen, wie uns die aktuelle Krise zeigt und in Zukunft noch mehr zeigen wird. Andere Lösungen werden daher bedeutsamer. Können wir vorausdenken, Akzente setzen, nicht nur die Natur, sondern auch die lokalen Kulturen schützen? Das ist doch grüne Politik! Damit würde die Diskussion um Freistaat usw. an Brisanz verlieren.

  19. An Michi,

    hehe, ja, dann haetten wir ja schon ein Problem weniger, bzw., konkret, eine Partei weniger wenn sich die Gruenen und die STF schon so aehnlich sind, also wuerde die Parteienzersplitterung ja abnehmen… 😉

    Spass bei Seite… wenn ihr euch aber alle als “Volksgruppenbeschuetzer” ausgebt, dann denkt bitte an alle, wir haben hier keine Volksgruppen, sondern 3 Sprachgruppen (und ich weiss, ich kaempfe gegen Windmuehlen, aber wenn wir schon von Minderheiten, von historischen Minderheiten sprechen, dann beachtet bitte alle drei, und nicht nur zwei, weil es fuer euch so einfacher ist oder es euch vielelicht nicht interessiert?), und wie meistens werden die Ladiner mal wieder unter den Tisch gekehrt… habt ihr euch schon einmal gefragt, bzw. gar sie gefragt, welchen “Pass” (um konkret ein Beispiel des oben genannten Vorschlags herzunehmen) diese Sprachgruppe moechte? Oder darf auch Ladinien ihr Recht auf Selbstbestimmung ausueben und einen eigenen Staat im “Staatenduo” Suedtirol (duo wegen der zwei Paesse) bilden, mit eigenem Pass?

    Se invece si sta parlando di visioni, di utopie, per fare dei bei discorsi, per fantasticare un po’, sono la prima a dire che si tratta di una bella cosa, visioni sono necessarie, anche solo per esercitare la nostra capacità dialettica!
    Ma se vogliamo fare un discorso serio, sulla effettiva e concreta possibilità di cambiare confini ecc., un discorso così improntato secondo me rischia di perdere di vista la nostra situazione concreta, la situazione giuridica, internazionale, 60 anni di autonomia buttati via…

  20. @Riccardo

    Deine Idee/Vorschlag/Vision ist echt gut! Meine Unterstützung hast du.

    @Michaela Verena Abate

    ich habe mich nie als “Volksgruppenbeschuetzer” ausgegeben… frag den Gadilu

  21. Frage mal provokativ:
    wie stehen wir zu unterschiedlichen Kulturen, sollen sie nebeneinander bestehen oder wollen wir eine Verschmelzung der Kulturen (was wir aber in anderem Kontext beispielsweise als Amerikanisierung weltweit ablehnen, McDonalds Kultur ist eben auch eine, Hamburger überall, Einheitssprache, Einheitsgeschmack bei Kleidung, für die Werbung standardisierte Menschen)?
    Schützen wir Natur, unsere Landschaft oder auch die Kultur der dort lebenden Menschen?
    Treten wir für die Indianer in Amerika und Aboriginies in Australien ein, wollen aber eine Verschmelzung der Südtiroler Kulturenlandschaft?
    Wie stehen wir dann zu Brauchtum, zur endemischen Kultur, die es hierzulande gibt, zu den historischen Ensembles, Denkmälern, Trachten, Volksmusik, Schlössern usw.?

    Das sind zentrale Themen, die sich in Zukunft weltweit mehr und mehr stellen werden. Die Frage wird sein, wie können wir Nationalismen vermeiden und trotzdem Kulturen pflegen, um nicht in einem Widerspruch zu enden, unsere eigenen grünen Werte pervertieren. In Südtirol ist das nicht einfach. Die Rigidität mancher (vieler), Nationalismus….

  22. Lorenz, tut mir Leid, wenn Du Dich betroffen fühlst, wie konntest Du auch gemeint sein, wenn Du doch nach meinem Eintrag zum ersten mal einen Kommentar hinterlässt??
    Das war aber ganz augenscheinlich NICHT meine Frage, sondern meine Frage war, was geschieht dann mit den LADINERN, oder werden die wie üblich bei solchen gesprächen einfach “übergangen”? (so, jetzt war´s hoffentlich deutlich genug, was meine eigentliche Frage war…)

  23. @ Roland, Deinen post verstehe ich überhaupt nicht….. du bist gegen die Verschmelzung, darf ich auch den gern gebrauchten Begriff “Assimilierung” verwenden? So weit so gut… auch weil MITEINANDER nicht mit ASSIMILIERUNG, also ÜBEREINANDER gleichzusetzen ist…. (für mich bedeutet Zusammenleben nicht Assimilierung Roland, sondern BEREICHERUNG, wenn man es versteht, respektvoll miteinander umzugehen und sich durch die andere Kultur bereichern lässt, was nicht bedeutet, auf die eigenen Traditionen, den eigenen Glauben zu verzichten… bereits Buber sagte, dass es in der Beziehung zwischen zwei Menschen, zwei Kulturen, usw., immer das inter-esse gibt, was man als respekt vielleicht bezeichen könnte? Also nicht Absorption des anderen, sondern Beziehung mit Rücksichtnahme auf die Differenzen…)
    Du bist also gegen ein Miteinander weil Du sagst, das sei Verschmelzung, das heißt also, in einem freistaat oder wie auch immer Du Dir das hier vorstellst, schmeißen wir italienischsprachige Südtiroler und die ladinischsorachigen raus, damit es nicht zur Verschmelzung kommt? Das wär ja wie wenn wir Südtirol dreiteilen würden, ein Teil kommt zu Österreich, ein Teil bleibt bei Italien, der dritte Teil wird zu Ladinien?
    Denn das Nebeneinander haben wir jetzt ja bereits, da wir zwar friedlich leben, aber eben NEBENeinander, nicht MITEINANDER, also müsste das Deiner Meinung nach ja bereits so wie es ist ausreichen?

    Ps, das mit den Indianern war auch der Lega-Spruch “Früher waren sie frei, jetzt sind sie in ihre Reservate zurückgedrängt” (in Anspielung auf ihre Furcht vor und Hetze auf Ausländer…)

  24. Michaela,

    will nicht missverstanden werden! Im Gegenteil, glaube wie du, dass wir mehr MITEINANDER leben sollten, ohne Assimilierung, mit Respekt füreinander! Habe einfach manchmal den Eindruck, dass man das nicht so ernst nimmt. Meine sogar, dass damit die Diskussion um Freistaat usw. hinfällig würde!!! Habe genau das Gegenteil davon gemeint, was du schreibst! Auch der Lega-Vergleich hinkt. Es geht hier nicht um Reservate, sondern um einen Respekt gegenüber den jeweiligen Kulturen, auch die ladinische! Entschuldigung, dachte es wäre klar was ich meine. Ansonsten nochmals: jede Kultur verdient Respekt, samit Brauchtum und allem was dazugehört. Egal ob ladinisch, italienisch oder deutsch! Eine Vielfalt ist eindeutig ein Gewinn, ein Verlust einer Kultur – egal ob ladinisch, italienisch oder deutsch – wäre ein Schaden!

    Hoffe, dass ich mich hier klar ausgedrückt habe. Das ist mir wichtig.

    Die Frage ist, wie können wir das Miteinander verbessern, ohne zu assimilieren. Das hat nichts mit Grenzverschiebung, Freistaat, rausschmiss u.ä.m. zu tun – und schon gar nicht mit der Lega!

  25. Hallo Roland,

    ok, dann entschuldige mich bitte vielmals (ich hatte ja im ersten Satz angedeutet, dass ich Dich glaub ich missverstanden hatte… :)!) also ziehe ich alles zurück und behaupte das Gegenteil und werde Dir sogar sagen “endlich einer, der die Situation versteht”, genau das ist nämlich unser Problem… bevor wir uns auf Irrpfaden damit beschäftigen, in welchem Staat, und wie, wir leben möchten uns mit unserem eigentlichen “Problem” beschäftigen…und zwar mit der Tatsache, dass wir mehr zusammenleben (im Respekt aller Kulturen) statt nebeneinander leben sollten… ich denke, dass wir das zu allererst verstehen sollten, bevor wir an einen anderen Staat denken. Wenn wir es jetzt schon nicht schaffen- Provokation, weil wir es nicht wollen?- wieso sollten wir es dann plötzlich in einem anderen Staat, oder, mit einem weiteren Pass, können/wollen?

  26. @ Michaela und Roland. Eppure mi sembra così semplice, insisto: è solo la libertà nel campo culturale che può azzerare le paure del futuro. Libertà individuale, che vuol dire poter scegliere di frequentare o meno chi si vuole, promuovere le proprie tradizioni o visitarne e sposarne di nuove, lasciarsi “contaminare” oppure no. Scegliere cosa seminare e far crescere nel proprio giardino. Nessuno può dirmi che fiori devo far crescere sul balconcino. Sostituite ai fiori le lingue, le scuole, le tradizioni, le religioni, gli spettacoli, le usanze del vivere e le diverse volontà del MORIRE. Sta ad ognuno di noi scegliere le composizioni che desidera, se avere una monocultura o cercare anche altri colori. La politica dovrebbe assicurare e promuovere sempre più questa libertà di scelta. Solo pensando alla scuola, all’informazione, ai luoghi di culto, alla volontà del morire, ci accorgiamo che sono libertà tutt’altro che scontate e che viviamo in una società monopolista o al massimo oligopolista. Certo se continuiamo ad aver paura (consiglio di leggere o rileggere il “Noi e loro” di Brigitte, molto chiaro e intenso sul tema paura dell’altro e/o consapevolezza di sé) il giardino prima o poi diventerà un deserto ciao graz

  27. Fein Michaela,

    das sind wichtige Fragen mit viel Klärungsbedarf und Spielraum für Verbesserung, damit alle zufriedener sind und weniger Ängste aufkommen! Angst bewirkt Abgrenzung, Abschottung, Polarisierung! Die Wahlergebnisse zeigen es. Und da können/müssen wir etwas tun! Nicht einfach zusehen.

    Bin froh, dass Riccardo diese Fragen öffentlich und ernsthaft anspricht, auch wenn wir zu keiner schnellen Lösung kommen. Aber es ist auf jeden Fall ein guter Schritt zum Respekt füreinander. Und das erreichen wir über die ernsthafte Diskussion.

    Wir könnten zum Gedenkjahr an Andreas Hofer ein alternatives Fest organisieren. Ein Fest mit ladinischer, italienischer und deutscher alter und neuer Volksmusik (nicht volkstümlicher Musik, meine die hier gewachsene Musik) und deren Weiterentwicklung durch südtiroler Künstler, Literatur, Kulinarischem aus den drei Kulturkreisen. Das wäre ein echtes Miteinander, ohne Kitsch und ohne Angst vor dem Anderen, manchmal leider noch Fremden. Es wäre ein tolles Signal. Eine gemeinsame Feier, eine echte friedliche Alternative zu dem, was ansonsten geplant wird. Das verbindet ohne Assimilation. Wir könnten zeigen, dass es auch anders geht.

  28. Ja Roland, Du hast vollkommen Recht, das wäre nicht nur eine gute sondern eine SUPER-Idee, das einyige, das ih wichtig finden würde, ist, dass so ein Fest nicht von Politik “bestimmt” werden sollte… es sollten also nicht Abgeordnete oder “Parteiler” sein, sondern eben “Zivilpersonen” (die sicherlich auch ihr politisches Credo und eine bestimmte Einstellung haben) aber eben ein “politikfreies” Fest, das macht das ganze dann auch glaubwürdiger bze. wirklich von den Menschen mitgetragen und unterstützt bzw.gewollt?

    Wie gesagt, solang es nur ein Denkanstoss, eine Utopie, eine Idee sein soll, über die man diskutiert, dann finde ich es auch gut, aber wenn es ein konkreter Vorschlag sein sollte, dann hab ich eben doch meine Bedenken (also Riccardos Vorschlag zum Thema zwei Pässe usw. …) 🙂

    a Graziano…. mi piace molto la tua metafora del giardino e soprattutto la frase “Scegliere cosa seminare e far crescere nel proprio giardino. Nessuno può dirmi che fiori devo far crescere sul balconcino. ”
    é vero, si dovrebbe appellare allo spirito di libertá della gente, che non si lascia rinchiudere e togliere questa libertá di scelta… purtroppo non sempre basta o, ancora di piú, serve anche la garanzia di poter “praticare” suddette libertá…
    e questo secondo me é quasi un diritto/dovere di noi cittadini, di cercare di far percepire questa visione di libertá, e serve gente attiva, impegnata…che si interessa di ció che la circonda…

  29. ps, gerade zum Gedenkjahr unseres André Hofer sollten wir mit einem Fest zeigen, dass wir alle einen Bezug, und auch ein Recht auf Heimat haben, nicht nur der “deutschsprachige” Teil der bei den letzten Wahlen so gut abgeschnitten hat… wir alle dürfen sähen und pflanzen, um Grazianos Metapher aufzunehmen…

    und Andreas Hofer ist ja gerade ein gutes (wenn auch gewagtes ;)!) Beispiel dafür, dass Zusammenleben funktioniert, dass Mehrsprachigkeit geht… 😉

  30. Doppelstaatsbürger

    sono nato a merano come cittadino austriaco, perche anche i miei genitori lo erano e sono venuti a vivere nel sudtirolo solo nel 1958. con un termine moderno ero “extracomunitario”! (lo sentivo quando dovetti rinnovare il permesso di soggiorno al commissariato della polizia!)

    quando avevo 18 anni lo stato italiano mi offriva generosamente la sua cittadinaza, che presi, visto che il mio futuro si svolgerá con tutta la probabilitá nel sudtirolo.
    cosí sono diventato cittadino di quei due stati dei quali stiamo discutendo in questo blog.
    mi sono dovuto sottoporre a tutte due le visite di leva: quella a innsbruck ha durato 3 ore, quella di trento: tre giorni!
    non ho fatto peró nessun servizio militare: per láustria non ero abile, per l´italia si, ma “scappai” per la germania, dove restavo fino a 27 anni.

    so. ws soll ich jetzt sagen, mit zwei pässen in der hand? ( wobei ich in wirklichkeit nur den österreichischen habe, weil der italienische einer jährlichen steuer unterliegt, das muss man sich mal vorstellen!)

    ich unterliege damit trotzdem der italienischen gesetzgebung, die ich mir erlaube als – im vergleich zu anderen staaten europas – als “suboptimal” zu bezeichnen. da hilft mir keine autonomie, weil bei entscheidenden gesetzen, die z.b. bürgerrechte, steuern, atomkraft, verwaltungsabläufe etc. betreffen, südtirol einfach nicht zuständig ist.

    ich stelle einfach fest, dass österreich – trotz der dort herrschenden brüssel-skeptik – weit europäischer ist, als italien. ed é proprio l´attuale “premier” (!) che allontana l´italia dall europa civilizzata.

    ich habe 1989 in deutschland (brd) gelebt und arbeite seit 1992 in der slowakei. beide länder haben in dieser zeit friedliche grenzänderungen hinter sich gebracht, die niemand in europa anzweifelt oder als falsch bezeichnen würde. von dem her macht mir der gedanke an eine grenzänderung keine grösseren sorgen.

    wie riccardo festhält, müsste bei einer eventuellen grenzänderung im falle südtirols natürlich eine qualifizierte mehrheit jeder der sprachgruppen voraussetzung für eine wirksamkeit einer eventuellen abstimmung sein.

    die hier im blog oft angesprochene “flucht” nach europa ist insofern eine illusion, weil sich am horizont nicht auch nur der geringste schimmer von einer auflösung der nationalstaaten zeigt.

    die europaregion bleibt deshalb nur ein sedativum ohne wirkliche wirkung. nur wenn dieses politische gebilde gesetzeskraft auf ein bestimmtes territorium (TN, ST, NT) bekäme, wäre es eine in die diskussion einzubeziehende alternative.

    von diesen überlegungen aus muss ich leider sagen, dass die idee der doppelstaatsbürgerschaft für alle südtirolerinnen zwar neu und ungewöhnlich, aber nicht wirklich weiterbringend ist, tut mir leid, riccardo.

    ich hänge mehr der idee an, dass (wenn wir die nationalstaaten schon als so unwichtig betrachten, wie das hier im blog der fall ist) es letztlich der bevölkerung eines territoriums frei steht zu entscheiden, welchem staat sie angehören will. das wäre die wirkliche entwertung der staaten als machtgebilde und würde eine konkurrenz der guten verfassungen und gesetzeswerke fördern!

  31. Muss korrekterweise sagen, dass es nicht meine Idee ist, sondern ich habe sie am Rande der Klausur der Grünen im Dezember gehört. Sie hat mir aber gleich gefallen.

  32. Ich bin gerade ziemlich erstaunt, dass es bei den Grünen doch einige mit sehr vernünftigen und durchdachten Ideen gibt!

    Bravo Sigmund Kripp – Sie sehen die Situation objektiv und zeigen sich als wahrer Demokrat.

    Das Grün der Umwelt und der Demokratie muss nämlich wichtiger sein als das Grün in der Trikolore 😉

  33. @sosigis

    und trotzdem ist nicht jeder hier in südtirol, der für die sogenannte selbstbestimmung eintritt, ein “wahrer demokrat” !

    nicht jeder, der auf die faschistischen denkmäler schimpft oder gegen sie marschiert, ist deswegen garantiert ein antifaschist.

    zu oft ist das ein total oberflächlicher (antiitalienischer) pseudo-antifaschismus, der nur dazu dient, die eigenen, verschrobenen ansichten zu kaschieren.

  34. zu oft ist das ein total oberflächlicher (antiitalienischer) pseudo-antifaschismus, der nur dazu dient, die eigenen, verschrobenen ansichten zu kaschieren.

    Oh… ma queste cose il nostro “sosigis” le sa… 🙂

  35. Antifaschismus darf nicht zum Pronational(sozial)ismus werden.

    Alle diese Diskussionen, von den Denkmälern über den Freistaat bis hin zum doppelten Pass hängen zusammen und zeugen von einem Versuch, die aktuelle Lage zu verbessern. Und es gibt viel zu verbessern.

    @sosigis,

    ja, bei den Grünen gibt es viele vernünftige Menschen, Menschen, die sich ernsthaft Gedanken darüber machen, wie wir ALLE, unabhängig von der Sprachgruppe, Bürger dieses Landes, eine bessere Zukunft gestalten können. KEINE andere Partei stellt sich auf eine solch differenzierte Art diesen Diskussionen, auch nicht STF, Union, Freiheitlichen. Dort wird nur eine Seite gesehen, zweifellos geschehenes Unrecht durch erneutes Unrecht ersetzt. Das ist nicht Respekt und würde auch nur mehr Probleme als Nutzen nach sich ziehen. Übrigens auch für die deutsschsprachige Bevölkerung. Das sind keine Lösungen, die den Grünen Werten entsprechen. Und ich bin stolz auf diese Werte.
    Jede Lösung muss von allen drei Sprachgruppen akzeptiert werden und nicht einer oder beiden anderen aufgezwungen werden. Das ist mein Demokratieverständnis.

    Ja, es stimmt, es gibt sehr sehr viele Probleme im Berlusconi Zeitalter. Probleme, die uns alle betreffen. Es ist eine Illusion anzunehmen, dass Rom weit weg sei und wir kaum was davon abkriegen würden. Manche davon würden uns auch bei einer Unabhängigkeit von Italien in welcher Form auch immer weiter verfolgen (z.B. Atomeinstieg), andere wären aufgehoben (Militärpräsenz mit all den besetzten Arealen) oder abgeschwächt (Transit, undurchsichtige Gesetzgebung, schlechte Staatsverwaltung….), aber durch neue ersetzt (je nach Form: Machtkonzentration in einer Person bei Freistaat, noch mehr Fremdbestimmung bei Anschluss an Österreich, Aufbau neuer Grenzen bei Alpenregion usw.). Das Thema ist noch lange nicht ausdiskutiert, bin daher froh, dass Riccardo den Mut hat, diese Punkte zu lancieren.

    Egal was das Ergebnis dieser Diskussion sein wird: wir werden nur dann eine Lösung finden, wenn wir hierzulande das Zusammenleben verbessern können. Da können wir alle etwas Konkretes beitragen. Benzin ins Feuer gießen, wie das die deutschen und italienischen Rechtsparteien machen, ist da kontraproduktiv und verhindert in Wirklichkeit jede Lösung!!! Und das für alle drei Seiten! Da fehlt nämlich ein wichtiges Element: Gerade weil diese Probleme nur gemeinsam bewältigt werden können, ist Dialog und Respekt füreinander Voraussetzung. Das wird oft vergessen, auch in unseren Diskussionen!

    Und nochmals an sosigis: Vielleicht können gerade wir von den Grünen über solche ehrliche Diskussionen eine (gemeinsame!) Lösung finden. Wir vereinen nämlich alle drei Sprachgruppen und sind (hoffentlich) in der Lage, aufeinander zuzugehen. Manche werden dies vielleicht als gutgläubigen oder blinden Pazifismus betrachten. Das ist aber meine Vision und mit Sicherheit der einzig gangbare Weg.

  36. Caro Riccardo, il fascino della tua suggestione per molti di noi è fortissimo. Finalmente un’ idea che guarda al futuro della nostra terra con tutti e due gli occhi. Senz’altro difficile da realizzare ma acquisisce forza più se ne discute.
    In questa tua visione mi ritrovo pienamente.
    Ciao Enzo

  37. caro Riccardo,
    vedo che il dibattito sulle identità plurime si è fatto torrentizio. Reduce da una visita al nuovo allestimento hoferiano di S.Leonardo, e da un dibattito a RTTR sul bicentenario della rivolta vista dai trentini( Titolo: siamo sudtirolesi o italiani?) mi sono fatto l’idea che è il caso di allargare la discussione. Se mettiamo anche i trentini nel conto dell’area geopolitica di cui si discute, il doppio passaporto ingenererebbe confusione nella mente dei trentini che, sostenendo già di essere degli “italiani d’Austria”, finirebbero per perdere quella “coscienza nazionale positiva”per il conseguimento della quale il buon Degasperi aveva sudato le proverbiali sette camicie. Meglio puntare direttamente ad una cittadinanza europea, magari cominciando a fondare nell’Euregio un partito che candidi al Parlamento europeo propri rappresentanti.Scelta perdente nell’immediato, visto lo sbarramento invalicabile da noi e in Austria, ma capace di dare visibilità politica ad una questione cruciale: dar vita a partiti europei e non nazionali (vecchia proposta di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli ai tempi del manifesto antifascista di Ventotene). L’alternativa, a Trento come a Bolzano e a Innsbruck, è quella di portar acqua a qualche parlamentare europeo eletto grazie ad alchimie incomprensibili ai più e comunque ininfluenti riguardo la rappresentanza territoriale a Strasburgo. Sarebbe un piccolo passo per dare rappresentanza in Europa, almeno simbolicamente, a quella straordinaria umanità plurale che gli interventi sul tuo blog ci testimoniano. L’idea ad Alex, l’uomo delle utopie concrete, sarebbe piaciuta.
    Vincenzo

  38. Finalmente! Sono del suo stesso avviso, caro Vincenzo.
    Grazie per le sue sagge parole, che riportano sul piano della “responsabilità geopolitica” una discussione sconfinata nell’egoismo territoriale “à la sudtirolese” fatto di soluzioni da bacchetta magica.

  39. Porto su “sowohl als auch”, la discussione sorta in “Freistaat und Panzer”, chi volesse legga lì i contributi precedenti grazie
    @ les..Insisto, die Freiheit des Menschen in der Wirtschaft non può vigere (vorrebbe dire l’uomo che fa quel che vuole nell’economia, per es. non pagare le tasse, ma è solo questione d’intenderci), tu vorresti la solidarietà nel mondo economico e la consapevolezza nella società consumistica, sono d’accordo, ma libertà dalle costrizioni del consumismo ecc. non vuol dire libertà come principio nell’economia . Rimango di diverso avviso per la necessità della Selbstbestimmung che in altri contributi ho motivato. @ Se abbiamo vera libertà nella cultura le paure di assimilazione sono paure che non comprendo. Ma vogliamo uno stato nuovo per queste supposte paure o per che cosa? @Il Brennero non è un relitto fascista ma un confine posto, tragico errore, (voluto?) da una comunità internazionale. Vedi che facciamo di tutta l’erba un fascio? Va bene il monumento della vittoria, il bassorilievo in piazza tribunale, (che metterei in cantina) ma non si può definire fascista un confine (che in Europa ha sempre meno importanza) posto prima della venuta del fascismo e voluto da una comunità internazionale, non per ultimo da Wilson il presidente americano, proprio lui il fautore dei 14 punti per l’autodeterminazione dei popoli, che ha portato non a popoli liberi, ma ad un seguito di guerre infinite. Das Prinzip der Selbstbestimmung der Völker aus Wilson 14 Punkten von 1918, hat in Europa gegen einen dauerhaften Frieden gewirkt, und wurde von Hitler geschickt benutzt, (ricompattare un popolo frustrato da quella pace) um seine pervertierten völkischen und rassistische Ziele durchzusetzen. Oltretutto Wilson e gli angloamericani , disattesero in molti popoli il desiderio prima alimentato di creare nuovi stati , in Inghilterra in primis. Per non pensare ai recenti Balcani. Allargare i confini verso un universalità dei diritti è il futuro, oltretutto parlare di solidarietà nella vita economica e di autarchia nei diritti, nella legge non è contradditorio?

  40. E se la scelta “Entweder oder” fosse già digerita?
    Il paradosso del “Sowohl als auch” in chiave nazionale.

    Una breve riflessione a lato. Come sappiamo, Austria e Italia per un lasso di tempo relativamente breve si sono contese (entrambe senza grandi entusiasmi) la supremazia sul Sudtirolo/Alto Adige. La situazione fotografata tra il 1918 e il 1972, e per estensione oltre sino al 1992, vede il riferimento “nazionale” storico di noi Sudtirolesi (ovvero l’Austria, cui per diversi secoli abbiamo condiviso i destini) passare dal ruolo di “madrepatria” sottratta sul tavolo delle trattative “di pace” – dal quale uscì un’Austria dai confini stravolti per sempre – a quello contemporaneo di “potenza tutrice” attraverso il ricorso alle Nazioni Unite e la celeberrima “quietanza liberatoria”. Ai giorni nostri, quei sudtirolesi che propugnano la Selbstbestimmung si autodefiniscono nei loro interventi oltreconfine una “österreichische Minderheit”, volendo includere in tale status sia il gruppo linguistico tedesco che quello ladino – già uniti sotto la corona asburgica. Una verità storica data per certa, che assume a mio parere una connotazione negativa se non raffrontata con la natura odierna della società sudtirolese: io credo che la stragrande maggioranza dei nostri concittadini di lingua tedesca e ladina – ed i risultati elettorali lo attestano, nonostante tutto – non si riconosca oggi in quei sentimenti austriacanti; si considera una (doppia) minoranza linguistica all’interno della Repubblica italiana, certo, ma non per forza una minoranza austriaca. Semmai (se proprio dobbiamo cercare una cornice identitaria più ampia) prevale una più forte e diffusa matrice “tirolese”, attraverso cui i sudtirolesi superano il complesso del non volersi (o potersi) incasellare in una determinata nazione europea sulla carta continentale. I legami con Vienna (sempre deboli e sul punto di saltare, vedi l’epopea hoferiana) col passare degli anni, di generazione in generazione, si sono via via affievoliti. A meno che non si concretizzino improvvise virate secessioniste, è in atto un irreversibile allontanamento (progressivo e fisiologico) da Vienna e persino da Innsbruck, favorito dall’annessione all’Italia, processo che però procede di pari passo con l’evoluzione del “Los von Rom” (dato per scontato) in “Los von Trient”, effetto evidente dell’Autonomia dinamica – dimostrando quanto poco accattivante e desiderabile sia per i sudtirolesi l’incasellamento in ambiti regionali più ampi, Euregio compreso… Tornando a noi: la “doppia cittadinanza” rischia di elevare un’entità nella quale non si identifica più nessuno (qualche nostalgico a parte) al rango non solo di mediatore politico – già sancito da accordi bilaterali – bensì di garante “culturale”, fungendo da inutile stampella. Per questo la proposta di Riccardo ha ricevuto il plauso di adepti della Klotz, forse perché intravedono in essa la possibilità di riportare indietro le lancette della storia al 1918, rinnegando gli sviluppi successivi all’annessione attraverso cui siamo giunti sulla soglia d’un futuro senza nazioni. L’errore di fondo? Permettere una deriva (forzata?) verso nord e negare l’integrazione in atto spontaneamente tra i gruppi linguistici, vero laboratorio d’identità. Un autentico “Sowohl als auch” è possibile solamente all’interno di questo laboratorio.

  41. Io penso che la lunghezza di questo topic lo stia portando allo sproloquio. Inoltre, tanta energia spesa per questi temi mi lascia perplesso. La zona industriale sta cassintegrando a più non posso, le famiglie sono sul lastrico, l’inquinamento e l’approvvigionamento energetico stanno affliggendo il mondo e qui si parla di spinte secessioniste, ambiti regionali, laboratori d’identità, sovranità territoriali. Per carità, tutti temi rispettabilissimi. Peccato che mentre voi ne discutete nel salottino sorseggiando il tè, fuori (intendo nel mondo reale, cioè non quello del posticino al calduccio in Provincia, nel partito, nell’Azienda Servizi Sociali o in qualche altra paraprovinciale) la disperazione cresce. Forse proprio per questo nella nostra provincia sono questi i temi che importano, perché molti vivono in una incubatrice, in attesa (non certo frenetica e a volte mai soddisfatta) di vivere su questo pianeta. E allora giù a fare esercizi di stile sull’Euregio e gli ambiti regionali. Comunque, contenti voi contenti tutti. Rimane comunque positivo che ancora qualcuno si impegni a scrivere.

  42. “Per questo la proposta di Riccardo ha ricevuto il plauso di adepti della Klotz, ”

    Ich kann dir den wahren Grund dafür nennen, wir suchen nach Lösungen, nach Erneuerungen. Hier wird aber klar, dass viele der Grünen diese eben nicht wollen, wenn RDS hier einen Vorschlag bringt, bei dem wir Süd-Tiroler nichtmehr auf unsere eigene kulturelle Identität verzichten müssen dann wird das kritisiert.

    Für viele junge Grüne scheint der status quo erhaltenswert, ihr habt ja alles was ihr wollt, ihr seid Teil eines Staates mit dem ihr euch identifizieren könnt. Viele junge Süd-Tiroler können sich das aber mit Italien nicht! Das müsst ihr endlich akzeptieren, auch wir haben ein Recht darauf Teil eines Landes zu sein mit dem wir uns verbunden fühlen. Deshalb solltet ihr darüber nachdenken Kompromisse einzugehen, ihr wollt doch angeblich ein “postethnisches Südtirol”, aber jeder muss dabei einen italienischen Pass haben und der Vorschlag den Menschen die sich nciht als Italiener fühlen auch einen österreichischen zuzugestehen stößt euch sauer auf?

    Eine kleine Episode vom letzten Freitag, wir haben im Kolpinghaus in Meran die Junge Süd-Tiroler Freiheit Burggrafenamt gegründet, es kamen sehr viele junge Menschen von 12 bis 30 Jahren war alles vertreten. Als bei der Diskussionsrunde die jungen Mitglieder den Funktionären fragen stellten und Anregungen gaben, kam zum Ausdruck, dass unser größtes Problem das “Italienerfresser”-Image ist. Die Jugendlichen fühlen sich nicht als Italiener, sie sind nämlich keine – sie respektieren aber die italienische Bevölkerung in Süd-Tirol und möchten gerne konstruktiv mit Italiener zusammenarbeiten.

    Wenn Italiener wie RDS unsere Situation verstehen und Lösungsvorschläge bringen, dann bringt es der italienischen Bevölkerung einen großen Symphatiebonus ein. Aber diese Jugendlichen, die sich endlich wünschen einen Staat zu haben mit dem sie sich identifizieren können aber auch mit Italienern gut auskommen möchten werden ihre Meinung schnell ändern, wenn sie merken, dass sogar vermeitnlich linke Italiener wie die jungen Grünen auf eine Zugehörigkeit zu Italien beharren und ganz nach altbekannter Ideologie: keinen fußbreit italienischen Boden hergeben wollen.

    Diejenigen die ethnische Konflikte schüren sind also nicht wir, sondern diejenigen die keine Änderung des Ist-Zustands zulassen möchten. In einer Welt in der Werte immer mehr verlorengehen wünschen sich junge Menschen zu wissen woher sie kommen, die kulturelle Identität ist sehr wichtig, wenn man Menschen diese abzusprechen versucht dann verhärtet man die Fronten, man kann die ethnischen Fronten nur öffnen, wenn die Italiener akzeptieren, dass deutsche Süd-Tiroler eben keine Italiener sind!

    Schau, auch ich würde es mir wünschen, dass Süd-Tirol Teil Österreichs wird, so wie andere sich wünschen, dass es Teil Italiens bleibt. Im Gegensatz zu denen bin ich aber bereit dazu andere Lösungsvorschläge anzunehmen, einen Freistaat oder die doppelte Staatsbürgerschaft für alle Süd-Tiroler, jeder verzichtet auf etwas und man gewinnt dafür einen Kompromiss. Dieser Kompromiss muss langfristig aber den Süd-Tirolern die Chance geben sich nichtmehr als Italiener bezeichnen zu müssen (das müssen wir zwangsweise oft, da wir einen italienischen Pass haben).

  43. Ich kann dir den wahren Grund dafür nennen, wir suchen nach Lösungen, nach Erneuerungen. Hier wird aber klar, dass viele der Grünen diese eben nicht wollen, wenn RDS hier einen Vorschlag bringt, bei dem wir Süd-Tiroler nichtmehr auf unsere eigene kulturelle Identität verzichten müssen dann wird das kritisiert. Für viele junge Grüne scheint der status quo erhaltenswert, ihr habt ja alles was ihr wollt, ihr seid Teil eines Staates mit dem ihr euch identifizieren könnt. Viele junge Süd-Tiroler können sich das aber mit Italien nicht! Das müsst ihr endlich akzeptieren, auch wir haben ein Recht darauf Teil eines Landes zu sein mit dem wir uns verbunden fühlen. Deshalb solltet ihr darüber nachdenken Kompromisse einzugehen, ihr wollt doch angeblich ein “postethnisches Südtirol”, aber jeder muss dabei einen italienischen Pass haben und der Vorschlag den Menschen die sich nicht als Italiener fühlen auch einen österreichischen zuzugestehen stößt euch sauer auf? […] Wenn Italiener wie RDS unsere Situation verstehen und Lösungsvorschläge bringen, dann bringt es der italienischen Bevölkerung einen großen Symphatiebonus ein. Aber diese Jugendlichen, die sich endlich wünschen einen Staat zu haben mit dem sie sich identifizieren können aber auch mit Italienern gut auskommen möchten werden ihre Meinung schnell ändern, wenn sie merken, dass sogar vermeitnlich linke Italiener wie die jungen Grünen auf eine Zugehörigkeit zu Italien beharren und ganz nach altbekannter Ideologie: keinen fußbreit italienischen Boden hergeben wollen.

    Per caso, eigeneösterreichischekulturelle Identität? Quanti di “noi” sudtirolesi (pardon, ma “sudtirolese” mi sento a pieno titolo) considerano la nostra una sottoidentità austriaca e/o italiana, perciò non autosufficiente? Quanti di noi si commuovono nell´ascoltare l´inno austriaco o nell´alzabandiera a Vienna? E poi: Non eri tra i sostenitori della soluzione Freistaat/Libero Stato?

    La distinzione tra giovani elettori dei Verdi/Grüne/Verc e gioventù Sud-Tirolese (neanche fossero due mondi contrapposti) si commenta da sola: io non mi identifico propriamente nella “nazione Italia” (simboli, bandiera, inno, capitale, mentalità…), semmai in un´area culturale più ampia (“mediterranea”) cui va sommato il mio essere “mitteleuropeo” e cittadino delle Alpi. Ridicolo annoverarmi tra i difensori del colonialismo territoriale italiano (?) solo perché nella lingua di Dante considero fuori luogo uno scivolamento verso l´Austria, quanto insensata la dipendenza da Roma; mi sembra tu non abbia letto con grandissima attenzione il mio precedente posting “storico”-riassuntivo.

    Se un giorno qualcuno ci togliesse il passaporto italiano per sostituirlo con uno europeo, sarei la persona più felice del mondo. Ma sino a quel momento non ritengo soluzione migliore né più realistica una moltiplicazione di passaporti, tantomeno in presenza di garanzie legislative solidissime (leggi: Autonomia) per l´esercizio della cultura nonché lingua tedesca/tirolese e ladina in Sudtirolo. Mi sembra piuttosto lächerlich parlare dell´impossibilità attuale dei Sudtirolesi d´identificarsi in qualcosa di alternativo all´Italia. Riccardo Dello Sbarba ha capito (e reagito) alla percezione di “smarrimento identitario” presente tra i sostenitori della Süd-Tiroler Freiheit, ma la stragrande maggioranza dei Sudtirolesi possiede sufficienti elementi identificativi in loco (Tirolo storico?).

    Infine: cambiare atteggiamento verso gli italiani per la diversità di vedute con certi giovani Linke (non mi aggrego alla categoria, visto che mi batto da sempre per un cambiamento anche significativo dello status-quo) sarebbe un autogol imperdonabile. Senza gli italiani non arriverete mai alla condivisione di decisioni “separatiste” qualunque esse siano. Non è una minaccia, è un dato di fatto.

    Diejenigen die ethnische Konflikte schüren sind also nicht wir, sondern diejenigen die keine Änderung des Ist-Zustands zulassen möchten. In einer Welt in der Werte immer mehr verlorengehen wünschen sich junge Menschen zu wissen woher sie kommen, die kulturelle Identität ist sehr wichtig, wenn man Menschen diese abzusprechen versucht dann verhärtet man die Fronten, man kann die ethnischen Fronten nur öffnen, wenn die Italiener akzeptieren, dass deutsche Süd-Tiroler eben keine Italiener sind! Schau, auch ich würde es mir wünschen, dass Süd-Tirol Teil Österreichs wird, so wie andere sich wünschen, dass es Teil Italiens bleibt. Im Gegensatz zu denen bin ich aber bereit dazu andere Lösungsvorschläge anzunehmen, einen Freistaat oder die doppelte Staatsbürgerschaft für alle Süd-Tiroler, jeder verzichtet auf etwas und man gewinnt dafür einen Kompromiss. Dieser Kompromiss muss langfristig aber den Süd-Tirolern die Chance geben sich nichtmehr als Italiener bezeichnen zu müssen (das müssen wir zwangsweise oft, da wir einen italienischen Pass haben).

    Qui possiamo trovare dei punti di contatto. Non sono favorevole al ritorno all´Austria, ma per il resto concordo sulla necessità di ripensare le identità “nazionali” anche rinunciando alla propria “nostalgia”, e sono convinto che gli italiani (e pure i “tedeschi”) debbano lavorare intensamente su questo. Ma compierenno passi in avanti solo in totale autonomia e indipendentemente dalle spinte separatiste di una minoranza del gruppo linguistico tedesco/sudtirolese.

  44. Concordo e sottoscrivo con Luca Baroncini…anch’io vivo nella realtà dei nostri giorni e non in un maso in Alta Val Passiria ……scusate ma non ce la facevo più a tacere….

  45. Per caso, eigene “österreichische” kulturelle Identität? Quanti di “noi” sudtirolesi (pardon, ma “sudtirolese” mi sento a pieno titolo) considerano la nostra una sottoidentità austriaca e/o italiana, perciò non autosufficiente? Quanti di noi si commuovono nell´ascoltare l´inno austriaco o nell´alzabandiera a Vienna? E poi: Non eri tra i sostenitori della soluzione Freistaat/Libero Stato?

    Die meisten Süd-Tiroler bezeichnen sich als Tiroler, die Tiroler Identität ist eine österreichische. In den Schulen etc. wird das einfach bei Seite gekehrt, aber lass dir gesagt sein unsere Kultur in Süd-Tirol ist ohne Zweifel eine deutsch-österreichische.

    Ich bin für einen Freistaat, aber nicht weil ich mich nicht als Tiroler fühle, sondern weil ich es als die realistischste und beste Alternative in der Südtirolfrage sehe und dabei jede Volksgruppe profitieren könnte. Es ist Zeit hier gemeinsame Lösungen zu finden und sich nicht in nationalistische Fronten aufzuteilen.

    “Mi sembra piuttosto lächerlich parlare dell´impossibilità attuale dei Sudtirolesi d´identificarsi in qualcosa di alternativo all´Italia. Riccardo Dello Sbarba ha capito (e reagito) alla percezione di “smarrimento identitario” presente tra i sostenitori della Süd-Tiroler Freiheit, ma la stragrande maggioranza dei Sudtirolesi possiede sufficienti elementi identificativi in loco (Tirolo storico?).”

    Die Süd-Tiroler haben ein Identitätsproblem, besonders diejenigen die sich nicht trauen sich zu ihrer Tiroler Identität zu bekennen. Denn sie haben Angst in die rechte Ecke gestellt und ausgegrenzt zu werden, daran ist ohne Zweifel die Schule und die Medien schuld, die den jungen Menschen einreden sie wären Italiener und keine Tiroler. Daraus entsteht ein Identitätsproblem, dass oft in politischen Extremen endet. Der zunehmende Rechtsextremismus ist eine Folge dessen und wenn wir diesen verhindern wollen, müssen wir den Menschen endlich zeigen, dass Werte wie Heimat und Patriotismus nicht verwerflich sind sondern schön und wichtig, diese aber mit Extremismus nichts zu tun haben.

    Die Süd-Tiroler Freiheit bietet den jungen Menschen die Möglichkeit ihre kulturelle Identität zu leben und zu verteidigen, wer nämlich seine Kultur kennt und schätzt, respektiert auch andere Kulturen und wird sicher nicht zum Nazi oder Faschisten. Wenn jemand aber von jung auf in ein identitäres Rollenbild gedrängt wird, mit dem er sich nciht identifizieren kann, dann ist er ein leichtes Opfer für Rechtsextreme.

    Das Identitätsproblem haben die Süd-Tiroler die nicht wissen wo sie hingehören, sie sind hin- und hergerissen zwischen der aufgezwungenen Italianità und dem historischen Tirolertum.

    Auch die Grünen haben teilweise dieses Problem, ansonsten kann ich mir nicht erklären, warum einige von dieser Partei immer gegen die Selbstbestimmung wettern. Sie machen das nämlich aus Angst davor, ihren Bezugspunkt Italien zu verlieren, durch den sie sich von anderen abgrenzen können. Denn auch tief in vielen Grünen schlägt ein italonationalistisches Herz.

    Wenn Grenzen doch angeblich so unwichtig sind, warum ist es dann so schwer zu akzeptieren, dass diese Grenzen unseres Landes zurzeit Relikte des Imperialismus sind und berichtigt werden müssen.

    Qui possiamo trovare dei punti di contatto. Non sono favorevole al ritorno all´Austria, ma per il resto concordo sulla necessità di ripensare le identità “nazionali” anche rinunciando alla propria “nostalgia”, e sono convinto che gli italiani (e pure i “tedeschi”) debbano lavorare intensamente su questo. Ma compierenno passi in avanti solo in totale autonomia e indipendentemente dalle spinte separatiste di una minoranza del gruppo linguistico tedesco/sudtirolese.”

    Ich denke, die nationale Identität der Südtiroler und der Italiener ist erhaltenswert, es darf nicht eine Volksgruppe zu Lasten der anderen verschwinden. Das wäre sehr schade! Die kollektive Südtiroler Identität können auch deutsche, italienische und ladinische Südtiroler teilen, jedoch sollten sie sich auch auf ihre eigene Identität besinnen und ihre Kultur beibehalten. Diversität ist nämlich ein Gewinn. Diese Diversität ist aber in diesem Staat schwer zu erhalten, trotz Autonomie – besonders unter einer rechten italienischen Regierung wie zurzeit und vorraussichtlich auch in Zukunft.

  46. @ luigi e luca

    Dico solo: nessuno vi costringe a leggere questi “sproloqui”. E poi è inutile mettersi addosso i paraocchi: una buona parte dei nostri concittadini parla di questo quotidianamente. Mentre voi vi strappate le vesti per la crisi della Zona industriale, qualcuno dovrà pure curarsi del futuro politico del Sudtirolo come Provincia Autonoma, o no? Non dimenticate che qualsiasi proposta unilaterale metta in discussione l´Autonomia avrebbe pesanti ricadute anche sulle questioni da voi elencate. I “problemi” passano pure attraverso le paure “etniche” – cos´è altrimenti il cd. disagio degli italiani??!! Se i Verdi hanno perso consensi, è anche per un deficit di risposte convincenti. (p.s. non sono seduto in salottini bolzanini o in Provincia, ma a casa a studiare. Ho 19 anni.)

    @ Sosigis

    Hai illustrato con chiarezza la tua posizione, condivido alcuni passaggi (ci tornèrò in seguito con più calma), altri meno ma li comprendo e rispetto.

  47. Non ci strappiamo le vesti, Valentino, lavoriamo con impegno – da tanti anni – e non siamo mai stati preoccupati come lo siamo ora per il futuro dei figli, che tra l’altro – laurea e master in tasca – non riescono a portare a casa quanto servirebbe per mantenersi oggi in una Bolzano che è più cara di Roma o Berlino. E i giovani italiani che hanno girato il mondo non hanno certo disagi di origine etnica (casomai un giusto senso di superiorità).
    Di fronte alle drammatiche situazioni che avremo – se non cambia qualcosa – tra un paio di mesi, ti assicuro che non ci sarà anno hoferiano o autodeterminazione che tenga…gli argomenti saranno altri e molto duri.
    Però è anche giusto che a certe età sia più necessario l’idealismo che la concretezza.

  48. un giusto senso di superiorità?

    Ich glaube nicht, dass ein Überlegenheitsgefühl anderen gegenüber gut ist. Diese Überlegenheitsgefühle haben nie gutes vollbracht…

  49. @Valentin[o] Dico solo che ci sono momenti in cui bisogna tornare a questioni più terrene, perché la società si sta disgregando su problematiche molto più banali. Concordo sul fatto che le questioni inerenti l’autonomia e il disagio degli italiani hanno una loro rilevanza e si ripercuotono sul vivere quotidiano, ma il dibatterle ora mi pare quanto mai inopportuno (ma ovviamente è vostro diritto e gusto, e su questo non si discute) e pare un dibattito da salotto buono in spregio di chi ha il frigorifero vuoto. Mi creda, il disagio degli italiani (paure etniche o quant’altro), se va avanti così, sarà molto meno sentito, perché coperto dal rumore dello stomaco che brontola. Lasciamo perdere le ragioni storiche e le questioni legate alla fragilità dell’identità italiana, e parliamo piuttosto, con meno ipocrisie e intellettualismi, di come il potere sia sempre e comunque detenuto ed esercitato secondo meccanismi vergognosi nei quali le questioni etniche sono strumento scandaloso per la conservazione del potere e la sua distribuzione a chi fa più comodo. Liberi di scrivere e di fare quel che volete, di parlare di massimi sistemi e di cantarvele e suonarvele da soli, così come di lodarvi a vicenda o di criticarvi reciprocamente. Nessuno mi costringe a leggere questi “sproloqui”, ma ogni tanto capito su questo blog perché mi interessa capire se nel mondo della politica si riesce ancora ad interessarsi a questioni della “polis”.

  50. ich misch mich nur ungern in die diskussion ein, aber dieser luigi scheint südtirol so gut zu kennen wie ein chinese bayern.
    Er schreibt “a una certa etá” und weiß dabei nicht dass mindestens 90% der über 80 jährigen deutsch-und ladinischsprachigen südtiroler sofort von italien weg würden, bei den jungen menschen auch sehr sehr viele.
    wenn man heute in der stadt unterwegs ist hört man die leute jedenfalls sehr oft über die selbstbestimmung diskutieren, scheinbar ist das thema doch nicht so banal und unwichtig wie es uns diese herren glauben machen möchten. und man kann es nicht oft genug sagen:
    in katalonien und schottland werden referenden über die unabhängigkeit vorbereitet, wo bleibt südtirol, das sicher genauso viel recht darauf hätte?
    leben sie in südtirol, herr luigi, wenn ich fragen darf?

  51. Forse non sono stato chiaro. Il fatto che per strada chi ha la pancia bella piena parli spesso di autodeterminazione non significa che sia una cosa importante, o quantomeno seria. A questo punto anche il calcio lo sarebbe. Assicuro a “stiroler” che se Roma chiudesse i rubinetti e i partiti la smettessero di drogare l’elettorato offrendo posticini pubblici (tanti ai madrelingua tedesca, come proporz comanda), incarichi inutili, consulenze, sovvenzioni e chi più ne ha più ne metta, ecco che i nostri suedtiroler comincerebbero a rivolgere la loro attenzione alla politica locale, e si chiederebbero se questi paladini della difesa della perseguitata minoranza tedesca sono proprio così valorosi o piuttosto dei cialtroni raggruppati in un comitato d’affari, dotati di molta arroganza, poco stile e niente idee, che ammaestrano il loro elettorato distribuendo loro le monetine. Egregio stiroler, probabilmente un chinese bayern conosce meglio di noi la nostra realtà, perché la vede dall’esterno, le assegna il peso che merita e con una obiettività che questa provincia medioevale non ci permette. Di certo un chinese bayern non spende parole per rintracciare le cause del disagio degli altoatesini italiani quando la fame nera è alla finestra.

  52. @sosigis – Quando il sig. Luigi parla di un “giusto senso di superiorità”, io capisco – ma lui stesso preciserà – un giusto senso di superiorità rispetto alle questioni etniche, non superiorità rispetto agli altri esseri umani. Intende dire – a meno che lui mi smentisca – superiorità nel senso di elevarsi al di sopra di meschine questioni etniche, che invece paiono occupare i pensieri di chi vive in questa terra. Il termine giusto va inteso come “opportuno, calibrato, equilibrato”, come risultato di esperienze internazionali che portano a vedere le beghe interetniche come questioni misere e provinciali. Almeno io l’ho intesa così.

  53. Esatto, Luca, io intendevo che sono incomprensibili disagi etnici locali ai giovani che hanno la fortuna di essere stati all’estero, nei campus universitari che accolgono gente da tutto il mondo, dove tutti si impegnano per migliorarsi soltanto, nella più totale libera concorrenza di razza e di lingua, e che quando la mente è aperta è difficile capire certe realtà e sofisticarne, anche se bisogna prenderne atto e conviverci, dato che il progresso intellettuale è molto più lento e difficile da realizzarsi rispetto a quello materiale.

  54. “disagi etnici”

    der versteht das einfach net der typ ;). dieser disagio ethnico geht mir sowas von auf die nerven, der hat gar nix mit der selbstbestimmung zu tun. die selbstbestimmung hat auch nix mit geld zu tun. die selbstbestimmung MUSS mit allen DREI (lad. deu. ital.) Volksgruppen abgestimmt sein und nicht dass die drei gegeneinander sind. so blöd das für dich klingen mag, deutsche, italienische und ladinische südtiroler müssen zusammenhalten und gemeinsam die selbstbestimmung machen, nix “disagi etnici” wie du sie nennst.
    südtirol hat dieses recht von der geschichte her und geld, machtgier usw. darf dabei keine rolle spielen. lieber arm in der geldtasche als arm im geiste. arrivederci.

  55. Grazie Riccardo per tutte queste infos alle quali non si può altro che fare un no comment …. ci sono cose più importanti da discutere in Europa, sempre se abbiamo voglia di farne parte, o qualcuno vuole per forza ghettizzarzi ed involvere, come dici tu, ritornare all’inizio del quaternario, così possiamo anche risolvere in modo definitivo il problema del riscaldamento climatico globale! Silvia.

  56. ….tanti ai madrelingua tedesca, come proporz comanda….

    Na, da sieht man wieder woher der Wind dreht! Zum Glück gibt es den Proporz und die 5 Jahresklausel… sonst würden langfristig 70% der öffentlichen Posten mit Italienern besetzt werden.

  57. piccola differenza; l’idea di riccardo era rivolta a tutti i sudtirolesi, non solo a chi si dichiara tedesco!!! Così siete solo patetici otrechè confermarvi razzisti

  58. lies den artikel durch, auch die trentiner bekommen sie wenn sie wollen, auch die menschen in cortina d’ampezzo! Nicht nur die deutschen! – Ob die Trentiner sie wollen ist eine andere Frage, einige sicher!

  59. Ho l’impressione che chi vuole insistere per una diatriba etnica non si rende conto che rischia di mandare al macero il benessere degli ultimi 50 anni del Sudtirolo – o Altoadige che sia – e che questa provincia potrebbe diventare triste e povera. Mi sembra la politica dei talebani.

  60. Ja, in Österreich verhungern die Menschen auf den Straßen, jeder ist traurig, fast schon depressiv und es herrscht die Scharia!

    Deshalb ist jeder Einfluss aus Österreich böse, nur was aus Italien kommt ist gut, denn was kann schon schlecht sein, wenn es aus dem land des Duce kommt?

  61. Wenn du meinst… es gibt viele Menschen die so denken wie ich, immer mehr sogar, die Jugend fordert endlich was ihr zusteht und hält nichtmehr brav den Mund!

    Schau mal auf meinen Blog, dort findest du genug Leute die meine Meinung teilen.

  62. @luigi
    hören Sie endlich auf mit dem ethnischen Schmarrn, den will hier keiner (die alte geschichte deutsch-italienisch, italienisch-deutsch, man kann es nciht mehr hören), es müssen Lösungen für alle drei Volksgruppen möglich sein! Das historische Tirol war immer allen drei Sprachgruppen ein Zuhause, und so soll es auch bleiben, aber nichtsdestotrotz haben ALLE Tiroler das Recht auf Selbstbestimmung. Informieren Sie sich bevor sie immer so einen Stuss schreiben und lernen Sie Geschichte. Von daher, für ein gemeinsames Tirol für ALLE.

  63. Vista la ripresa della discussione dopo la storia di ff, pubblico qui l’articolo di Sergio Romano in cui risuona la proposta di doppia cittadinanza. Si trattava di una risposta a una lettera di un lettore, dopo la famosa sciocca petizione dei sindaci del 2006.
    Interessante il contesto e le considerazioni pessimistiche che accompagnalo la proposta. Siamo davvero al fallimento di un matrimonio?

    BOLZANO E L’ITALIA: UN MATRIMONIO MALRIUSCITO

    Caro Romano,
    Torna d’ attualità la questione mai risolta del Sud Tirolo. I borgomastri reclamano protezione dall’ Austria e chiedono che nella Costituzione austriaca sia inserito il principio di tutela della loro autodeterminazione. Il senatore Andreotti dice che il problema altoatesino è tutto italiano. Il ministro Pisanu indaga per verificare eventuali attentati all’ unità nazionale. Il presidente Ciampi rinvia la visita a Vienna, già prevista per marzo, lasciando al suo predecessore Scalfaro il primato di essere stato l’ unico capo di Stato italiano, dal dopoguerra a oggi, a visitare la capitale della Mitteleuropa. Le chiedo: non sarebbe venuto il momento di riconoscere che quella non è terra italiana? Che gran parte degli italiani sono stati mandati lì durante il ventennio e che, per coerenza, se i sudtirolesi reclamano l’ Austria come madrepatria, devono rinunciare una volta per tutte alle sovvenzioni che l’ Italia ha sempre loro concesso per «trattenerli»?
    Paolo Schmidt paoloschmidt@libero.it

    Caro Schmidt,
    mi chiedo se la principale ragione dell’ appello dei sindaci non sia proprio il timore di perdere il trattamento preferenziale che l’ Alto Adige ha conquistato all’ interno dello Stato italiano. L’ approvazione di due grandi riforme federali (quella del centrosinistra alla fine dell’ ultima legislatura e la più recente «devolution») hanno aperto la discussione su due esigenze difficilmente conciliabili: il federalismo fiscale e la solidarietà nazionale.
    La discussione è confusa, ma i sindaci della provincia di Bolzano sanno che il regime fiscale adottato per la loro regione (il 90% del reddito prodotto localmente resta sul posto) è diventato particolarmente visibile e suscita fastidio, irritazione, gelosia. È possibile che abbiano intravisto nella riforma della costituzione austriaca la possibilità di rafforzare le garanzie di cui godono.
    Che cosa accadrà? In pratica, probabilmente, nulla. A Vienna la riforma della Costituzione si è arenata, mentre a Roma il governo, per quanto irritato, non potrà fare quello che sarebbe stato possibile in altri tempi: denunciare i sindaci per sedizione o attentato alla integrità dello Stato. Potrà invece legittimamente dire a Vienna che l’ Austria ha già ottenuto dall’ Italia ciò che desiderava.
    Vi sono stati due accordi internazionali (il primo a Parigi nel 1946, il secondo a Copenhagen nel 1969) con cui l’ Italia ha assunto un certo numero di impegni. E vi è una dichiarazione liberatoria del 1992 con cui il governo austriaco riconosce che il governo italiano li ha mantenuti. Sino a quando una delle due parti non decida di rompere il patto, la questione è chiusa. Il senso politico di ciò che sta accadendo, tuttavia, è evidente. Sono passati quasi ottant’ anni dall’ annessione del Tirolo meridionale, ma l’ Italia, nella provincia di Bolzano, continua a essere male amata e trattata con sospettosa diffidenza. È colpa nostra o è colpa dei tirolesi? Ho l’ impressione che ogni discussione, a questo punto, sarebbe oziosa. Piaccia o no, il matrimonio è fallito. Dovremmo pensare al divorzio? Confesso di essermi chiesto più volte se non fosse opportuno inventare formule nuove.
    Potremmo, per esempio, proporre all’ Austria (ormai membro dell’ Unione Europea e della «zona euro», quindi molto meno straniera di quanto fosse dopo la fine della guerra) una sorta di condominio italo-austriaco e creare in tal modo la prima regione europea a cavallo fra due Stati. Bolzano potrebbe essere rappresentata da due deputati, di cui uno siederebbe al parlamento di Roma e l’ altro al Parlamento di Vienna, mentre il commissario di governo verrebbe designato, a turno, dai due Paesi.
    Se facesse questa offerta, l’ Italia, beninteso, avrebbe il diritto di pretendere alcune fondamentali garanzie per la minoranza italiana e un negoziato per ripartire fra i condomini il costo dell’ autonomia, oggi sopportato soltanto da noi. Se la formula funzionasse, potremmo offrirla ad altre regioni contestate o contestabili: la Transilvania ungaro-romena, la Galizia ucraino-polacca, la Vojvodina serbo-ungherese, il Kosovo serbo-albanese, la Carelia russo-finnica, il Nagorno-Karabach armeno-azero. Troppo complicato? È possibile. Ma allora converrà lasciare le cose come stanno.

    Sergio Romano
    Pagina 31
    (1 febbraio 2006) – Corriere della Sera

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