AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT” – Fisco, il federalismo in una regione sola

chiavaSchermata 2017-05-06 a 19.49.00

In uno stato a fiscalità centralizzata, Trento e Bolzano hanno ottenuto un sistema tipico degli stati federali e sono riusciti a ricevere più di quanto danno. Un equilibrio che conviene trattare con prudenza.

Venerdì 5 maggio. Si parla di autonomia finanziaria, sono invitati due professori e il segretario generale della Provincia e le tre relazioni occupano quasi tutto il tempo. La questione fondamentale: il Sudtirolo e il Trentino danno al resto d’Italia più di quanto ricevano, oppure prendono più di quel che danno? E’ la domanda che si pongono tutte le regioni intorno a noi, guardandoci in cagnesco. E’ la domanda sui cosiddetti “privilegi” delle autonomie speciali. Dalla risposta dipende il futuro del finanziamento dell’autonomia.

Il professor Gianfranco Cerea, dell’università di Trento, i conti li ha fatti e li presenta con una raffica di tabelle. Usa come criterio quello del residuo fiscale, che considera due voci: da un lato tutte le tasse e imposte pagate da un territorio, dall’altro tutta la spesa pubblica (di comuni, provincia, regione e stato) che si riversa su quel territorio. Dal totale delle tasse si sottrae il totale della spesa pubblica: se il risultato è positivo (più tasse che spesa), vuol dire che quella regione è una “pagatrice netta”, se il risultato è negativo (più spesa che tasse), quella regione sarà “beneficiaria netta”. Di solito nei sistemi federali (vedi Germania) le regioni più ricche sono pagatrici nette e le regioni più povere sono beneficiarie nette, grazie a meccanismi di solidarietà che garantiscono equità tra i diversi territori e la tenuta dell’insieme dello stato.

E il Sudtirolo? Il Sudtirolo, col Trentino, spiega Cerea, sono “beneficiari netti” insieme alle altre “speciali” e insieme alle regioni più svantaggiate del centro-sud. Di qui l’ostilità delle altre regioni ordinarie, soprattutto delle (poche) “pagatrici nette” che tengono in piedi la baracca Italia.

Cerea quantifica anche questo dare-avere: il residuo fiscale annuale del Trentino è di 3.017 € per abitante di spesa pubblica in più rispetto alle tasse pagate, quello del Sudtirolo di 1.679 € (il Friuli, altra speciale, ha un vantaggio di 3.504 €). Al confronto, la Lombardia ha invece un’uscita di 3.021 € per abitante e il Veneto di 4.446 €, denaro che serve a finanziare il resto del Paese.

Cerea ha calcolato anche quanto dovrebbe essere il nostro contributo alla fiscalità italiana se anche a noi venissero applicati i criteri che valgono per le regioni ordinarie del Nord: il Sudtirolo dovrebbe dare al resto del paese 3.783 € all’anno per abitante (che sommate ai 1.679 che invece riceve fa una differenza rispetto alla situazione attuale di 5.462 €) e il Trentino 875 € (che sommato a quanto invece riceve, e perderebbe, fa 3.892 €).

Insomma, l’autonomia speciale si è tradotta in un vantaggio finanziario. Si capisce perché Lombardia e Veneto hanno convocato per l’autunno referendum in cui chiedono la specialità anche per loro (e di trattenere il 75% delle loro tasse, mentre noi ne tratteniamo circa l’80% – ed era il 90% fino a poco tempo fa).

Secondo Cerea, tuttavia, questo “beneficio speciale” almeno per Trento e Bolzano ha una giustificazione nei maggiori costi che deve affrontare un territorio di montagna che voglia avere un’economia sostenibile. Di qui la sua proposta da scrivere nello Statuto: che Trento e Bolzano concorrono agli obbiettivi di finanza pubblica in base al calcolo del residuo fiscale armonizzato con le regioni del Nord, ma tenendo conto “dei maggiori costi che comporta l’intervento pubblico in territori di montagna”; il calcolo, inoltre, andrebbe adeguato all’andamento dell’economia, per cui al peggiorare della congiuntura dovrebbe anche diminuire il nostro contributo al resto dello Stato. Cerea ha anche calcolato quanto tutto questo ci costerebbe: circa 900 milioni all’anno da cedere al resto dello Stato.

La cifra fa sorridere Eros Magnago. L’onnipotente segretario generale (“il vero Landeshauptmann è lui”, dicono alcuni) è un pragmatico: “Il professor Cerea – dice – fa un ragionamento molto raffinato, ma arriva alla stessa cifra a cui siamo arrivati noi nelle trattative degli ultimi anni con lo Stato”. Infatti, il “patto di garanzia” firmato nel 2014 da Bolzano, Trento e la Regione con il Ministero di Economia e Finanza prevede esattamente 905 milioni di euro all’anno (di cui 476 da Bolzano) come contributo al risanamento della finanza pubblica del “sistema territoriale regionale integrato” (Magnago sottolinea questo concetto, che consente di affrontare solidarmente il confronto con lo Stato e distribuire equamente i sacrifici). Il “patto” firmato da Kompatscher nel 2014 è stato il secondo tempo del braccio di ferro con Roma, dopo l’”accordo di Milano” firmato da Durnwalder nel 2009, che comportò per Bolzano un ulteriore esborso di 518 milioni annui.

Poiché in entrambi i casi si tratta di misure strutturali, ciò significa che la Provincia di Bolzano rinuncia a circa un miliardo all’anno a favore dello Stato – spiega Magnago – e questo ci mette a posto sia con Roma che con le altre regioni: non siamo più beneficiari netti. Facciamo il nostro dovere”. Ora resta il problema di spiegarlo al resto d’Italia.

In sostanza, noi ci facciamo carico dello 0,6% degli oneri del debito pubblico statale, che sono oltre 80 miliardi” conclude il segretario generale. E con questo pensa che la cosa sia comprensibnile anche fuori. Alle incognite dopo il 2019 accenna solo di sfuggita: al calo dopo quella data, alla possibilità che il contributo aumenti del 10% se vi sono esigenze eccezionali del debito interno, e di un altro 10% se imposto da manovre europee. Il 2019 è lontano, soprattutto viene dopo le prossime elezioni provinciali, che è il traguardo della attuale maggioranza.

Qual’è l’obbiettivo di lungo periodo per una riforma dello Statuto? “Che la Provincia acquisisca più autonomia fiscale, con la possibilità di operare su una parte almeno delle entrate fiscali”. Magnago si ferma qui. Che cosa intenda glielo chiedo quando ha finito di parlare: mi siede accanto e sono avvantaggiato. “Sulla parte delle imposte che tornano alla Provincia dovremmo poter operare” mi risponde. In parole povere: garantita allo Stato la sua parte, se la Provincia vuole rinunciare a una parte delle sue entrate (che ora sono tra gli 8 e i 9 decimi del gettito) chi può avere qualcosa in contrario? Ma minori entrate significa minore spesa pubblica provinciale. E dove tagliare? La domanda resta per aria.

Alla fine è la volta del professor Christian Keuschnigg, dell’università di San Gallo, parlare degli altri sistemi fiscali in Europa. Dal professore che è un tifoso del federalismo spinto l’Austria viene portata come esempio negativo. I Länder non possono aumentare né ridurre le tasse, hanno una sensibile dipendenza finanziaria dal governo centrale, sono obbligati a spendere fino all’ultimo euro quel che arriva da Vienna, in più il sistema austriaco è poco trasparente e non consente di chiarire chi dia più di altri e chi riceva. Una cosa è certa: Vienna paga più di tutti gli altri e riceve di meno. E’ “pagatrice netta” per eccellenza, e senza che nessuno le dica grazie. Di qui il contrasto permanente tra la capitale (che fa Land) e tutti gli altri Länder.

All’opposto c’è l’esempio della Svizzera: lì le tasse le stabiliscono i cantoni, salvo un certo meccanismo di compensazione e alcuni freni istituzionalizzati per impedire che un cantone vada in bancarotta (come invece rischiava di finire la Carinzia in tempi recenti).

Alla fine della relazione di Keuschnigg i commenti dell’ala secessionista del Konvent sono unanimi: nel caso, meglio annettersi alla Svizzera. E l’Austria? Meglio evitare (meglio lo Stato libero, poi concludono, ma – sebbene si parli di finanza – nessuno sa quanto costerebbe).

Il dibattito è fatto soprattutto di domande. Durnwalder difende il “suo” accordo di Milano e critica il “patto di garanzia” firmato dal successore. Magnago lo contraddice: “L’accordo di Milano era un numero, 518 milioni, e non ha retto. Il patto di garanzia è un metodo, e infatti regge da tre anni”. L’ex Landeshauptmann incassa e tace. Dopo tre ore di relazioni neppure lui ha voglia di insistere.

AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT” – Sindaci e sindaca tentano la svolta

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Sussidiarietà, potere ai comuni, partecipazione popolare. Mentre la Convenzione si avvia alla conclusione, la parte moderata della Svp cerca di cambiare rotta. Approfittando anche dell’assenza pasquale di molti intransigenti.

Venerdì 21 aprile. Partiamo dagli assenti, che stavolta fanno la differenza. Assente Durnwalder, il pontiere tra Svp e ala dura. Assente Florian von Ach,  Bundesgeschäftsführer degli Schützen impegnato in questo periodo a dare la scalata ai Freiheitlichen. Assente Renate von Guggenberg, inflessibile avvocata della Provincia nei contenziosi contro Roma. Assente il presidente Christian Tschurtschenthaler, il pusterese sensibile ai richiami di re Luis da Falzes. Assenti tutti questi (e anche l’altro presidente, Roberto Bizzo), il clima è già più disteso e la discussione più libera. La conduzione della seduta passa alle due vice presidenti donne, Laura Polonioli e Edith Ploner, e anche questo fa bene.

In più, evidentemente, nelle file della Svp comincia a serpeggiare una domanda: dove vogliamo andare a finire? Verso un documento di maggioranza lungo l’asse Svp-Schützen, approvato quasi esclusivamente da tedeschi, con Durnwalder grande burattinaio e la maggioranza degli italiani dall’altra parte? Chi vuole bene a Kompatscher non può che essere preoccupato. Quindi prova a cambiare rotta.
Si discute di rapporti interni all’autonomia. Che ruolo ai comuni, quanto contano i cittadini, quanto la Provincia. Come (quasi) sempre in due abbiamo mandato in anticipo documenti sul tema e così sui tavoli dei conventuali giacciono il “documento Dello Sbarba” e il “documento Polonioli”. Si muovono nella stessa direzione, anche se con linguaggi e approcci diversi. Tocca a me a illustrare il mio, perché Polonioli è impegnata a gestire la presidenza.

Parto da una premessa: finora i poteri dell’autonomia si sono concentrati sulla Provincia, col paradosso che nel territorio più autonomo d’Italia abbiamo i comuni meno autonomi della Penisola. Va rovesciata questa tendenza, trasferendo poteri verso il basso, ai comuni, alle istituzioni intermedie (es. scuole), ai cittadine e alle cittadine singole o associate.   L’autonomia va ripensata come “sistema delle autonomie”, applicando i tre principi costituzionali: primo, di sussidiarietà, per cui le cose si decidono meglio il più vicini possibile al cittadino e alla cittadina; secondo, di differenziazione, cioè di divisione chiara dei compiti tra istituzioni, per cui alla Provincia spetta la legislazione, ma l’amministrazione deve andare ai comuni (e non come ora, che fa tutto la Provincia, comportandosi praticamente come un unico grosso comune); terzo, infine, di adeguatezza, per cui questa divisione dei compiti trova il limite nella capacità dell’ente “più basso”, cioè il singolo comune, di esercitare davvero la competenza amministrativa (altrimenti è  preferibile la comunità comprensoriale, o la Provincia stessa). Tutti principi introdotti dalla riforma costituzionale del 2001 all’articolo 118 della Costituzione, ma mai recepiti in Alto Adige.

Se siamo d’accordo su questo, dico, le proposte vengono da sole. Partiamo dai cittadini e dalle cittadine. La sovranità dell’autonomia appartiene a loro, ricordo, non ai partiti né all’ente Provincia. Provo anche formulare l’articolo: “L’autonomia appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti dello Statuto”. Nel quale Statuto andrebbero indicate esplicitamente le forme di esercizio della sovranità popolare: la democrazia diretta (con i diversi tipi di referendum e almeno alcuni principi riguardo a firme, quorum ecc…), la democrazia partecipativa (propongo i modelli del “bilancio partecipativo” e del “Bürgerrat”, il “consiglio della cittadinanza” sperimentato in alcune regioni europee) e la democrazia rappresentativa, che ha al centro il Consiglio provinciale, che va rafforzato (per esempio facendogli esprimere un parere sulle norme di attuazione prima che vengano approvate dalle commissioni dei sei e dei dodici).

Passando ai poteri dei comuni, propongo che questi ricevano la “competenza amministrativa generale”, sottraendola alla Provincia, e ricevano per Statuto le finanze e il personale necessario per poterla esercitare. Propongo anche che sia previsto il principio dell’intesa tra Provincia e Comuni interessati a grandi progetti.
Va tolto a Trento l’anacronistico ruolo di “capoluogo della Regione” e nello Statuto vanno esplicitamente indicati Trento e Bolzano come i due capoluoghi delle due province autonome. Per questa via alla “Landeshaupstadt Bozen” va attribuito “lo status particolare di capoluogo”, in base alle funzioni che svolge al servizio di tutto il territorio. Visto che su questo so che quasi nessuno è d’accordo, ricordo che sbaglia chi considera Bolzano la “città italiana”, poiché in nessun’altra città del Sudtirolo vive un numero così alto di persone di lingua tedesca (26.000).   Anche il Consiglio dei Comuni va introdotto nello Statuto (ora non c’è) e rafforzato nei suoi poteri: ora emette pareri che la Provincia raramente rispetta. Bisogna prevedere forme di intesa, almeno sulle questioni più rilevanti.

Il documento di Laura Polonioli, che l’autrice illustrerà nella seconda parte della seduta (ma ne do conto qui), si muove in una direzione parallela: trasferimento delle competenze amministrative ai comuni (applicando i tre principi costituzionali), rafforzamento del Consiglio dei comuni addirittura prevedendo un diritto di veto che è superabile a livello provinciale solo con maggioranze rafforzate, più peso al voto del comune di Bolzano dentro il Consiglio dei Comuni per le scelte che riguardano il capoluogo, partecipazione dei comuni alla programmazione provinciale (con partecipazione dei sindaci interessati alle sedute della Giunta provinciale), introduzione dell’istituto dell’“istruttoria pubblica” tra gli strumenti di democrazia partecipata e, già che ci siamo, introduzione del principio della “parità di genere” nello Statuto di autonomia (art. 47).

Questi i documenti scritti. Visto il tema, prendono subito la parola uno dopo l’altro i due sindaci e la sindaca Svp Joachim Reinalter (Perca), Stefan Gufler (Vizze) e Beatrix Mairhofer (Ultimo) e a sorpresa si dichiarano d’accordo “con molte cose proposte dal collega Dello Sbarba”. In particolare su due punti: competenze da trasferire ai comuni e rafforzamento del Consiglio dei comuni, che va inserito nello Statuto, gli va dato su alcune materie diritto di veto e su altre va resa obbligatoria l’intesa Provincia-Comuni per poter deliberare progetti di un certo impatto. Unanime lo scontento per come i comuni sono trattati dalla Provincia: poteri scavalcati, margini di manovra minimi, pareri ignorati o aggirati. Qui la ferita è aperta, e si sente.

Meno simpatia i due primi cittadini e la prima cittadina hanno verso le forme popolari di democrazia: meglio indicare solo principi generali, senza entrare troppo nei dettagli. Su questo danno loro man forte il professor Toniatti e la professoressa Happacher (“non si può scrivere troppo in Statuto”) e resterà un punto di dissenso anche a fine seduta, puntualmente segnalato dalla vicepresidente Polonioli.

Contro le istanze dei sindaci, seconda sorpresa, parte il “fuoco amico” della consigliera provinciale Maria Hochgruber Kuenzer, anche lei Svp. Mette in guardia dal “contrapporre Provincia e comuni”, a eccedere nelle autonomie comunali con la conseguenza di creare disuguaglianze tra comuni più forti e più deboli e esagera l’accenno fatto da un sindaco sulla possibilità dei comuni di decidere imposte proprie come se fosse la pretesa (suicida oltre che impraticabile) di completo autofinanziamento dei municipi. “E’ evidente che c’è scontento tra i sindaci – conclude Kuenzer – ma questo si risolve sedendosi a un tavolo con la giunta provinciale e semmai correggendo qualche legge, non con modifiche allo Statuto”. Anche Magdalena Amhof, consigliera dell’Ala sociale” Svp, dà ragione alla collega, e anche questo mi sorprende.

L’ala destra è piuttosto silenziosa, in assenza del comandante von Ach. Si limita a sparare a palle incatenate contro Bolzano capoluogo (Reinhold ed Ewald Rottensteiner, Tschenett della Asgb, Feichter, che non vogliono che Bolzano nello Statuto sia neppure citata). Wolfi Niederhofer dice cose interessanti sull’urbanistica (evitare ulteriore consumo di suolo, cui si unisce Walter Eccli, e che io propongo vada come principio nel preambolo), aggiungendo che chi è per la democrazia diretta prima o poi si deve confrontare col tema dell’”autodecisione del Sudtirolo”. Poche cose insomma, le solite.

Alla ripresa Andreas Widmann spezza una lancia per Bolzano: è vero che la ricetta vincente è stata quella dello sviluppo della periferia, ma bisogna anche riconoscere che negli ultimi 20 anni a Bolzano “non è stato consentito di esprimere tutte le sue potenzialità”.

La seduta è finita. L’impressione è che stavolta su alcuni punti vi sia un accordo trasversale, reso possibile da un certo movimento interno alla Svp, cui evidentemente l’abbraccio con l’ala filo- Schützen comincia ad andare stretta. Si discute di come e chi redigerà il documento finale. Lo farà il trio giuridico Toniatti, Appacher, von Guggenberg su incarico della presidenza. Lo farà – dico io perché non ci si nasconda dietro un dito – evidentemente raccogliendo gli orientamenti della maggioranza (con i cui esponenti il trio già si consulta da tempo), che numericamente è Svp, se si mette d’accordo con se stessa.    Vedremo poi dal testo che verrà proposto quali alleanze sceglierà, quanto terrà conto di altre opinioni e di quali. E solo allora, a metà giugno, si saprà se ci saranno anche documenti di minoranza (io mi tengo pronto).

AUTONOMIA, Diario dal Konvent – Lettera a Babbo Natale

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La Convenzione si avvia alla conclusione, la maggioranza Svp si sveglia e tira fuori la soluzione finale: l’”autonomia integrale”. Ma per un copia-incolla del programma di partito serviva un anno e mezzo di Konvent?

Venerdì 24 marzo. Per l’ennesima volta si torna a discutere di competenze da trasferire dallo Stato alla Provincia. E’ l’asse verticale dell’autonomia: Bolzano contro Roma. E’ l’unico terreno di gioco in cui la Svp si trova a suo agio. Per capire: su 16 sedute svolte finora, 9 avevano questo ordine del giorno. Tra cui sei sedute di seguito tra novembre 2016 e febbraio 2017. Tutte dedicate all’ “elenco della spesa” da fare a Roma e portare in Sudtirolo. Poi uno si chiede: ma per far questo serve una Convenzione? Non bastavano i tre disegni di legge parlamentare già firmati Zeller? Ma tant’è. Quindi, di nuovo, competenze! Toniatti, von Guggenberg ed Happacher hanno preparato un documento che, scrivono, esprime “il consenso espresso dalla Convenzione”.

Consenso un cavolo, mi preme di precisare: diciamoci chiaramente che questa è la linea della maggioranza, com’è giusto che sia, ma non pretendete che siamo tutti d’accordo. Infatti, subito poche righe dopo, si afferma che il documento si muove sul concetto di “Vollautonomie”, l’ “autonomia integrale”. Non mi ci vuole molto a cercare sul sito della Svp la stessa parola d’ordine: Die Südtiroler Volkspartei fordert die Vollautonomie, annuncia nel 2012 l’Obmann (allora) Richard Theiner. “E voi volete appiccicare sulla Convenzione il vostro programma di partito alle elezioni del 2013?” chiedo rivolto ai colleghi della Volkspartei. Imbarazzo. Poi ammettono: beh, forse, effettivamente…

Si apre un breve dibattito sulla paternità del concetto. Il professor Toniatti ne rivendica il copyright, annunciando che lui già da tempo all’università di Trento ha fondato un “Laboratorio di innovazione istituzionale per l’autonomia integrale”. Wolfi Niederhofer va più indietro, a metà degli anni ’90: fu la corrente Svp della “neue Mitte” (do you remember?) che faceva capo ad Hosp e Peterlini, ricorda, che coniò questo termine. Comunque sia: adesso è il programma della Svp. A quel punto anche l’Obmann bolzanino Perathoner riconosce che, forse, “si può trovare un’altra formulazione”.

Il documento l’ha scritto Toniatti: si vede dal fatto che la traduzione in tedesco fa acqua da tutte le parti. Nelle 9 pagine c’è una lunghissima lista della spesa, che sarebbe noioso qui elencare: c’è tutto, proprio tutto quel che potete immaginarvi. E quel che non c’è, può essere aggiunto ad libitum: l’autonomia integrale è autonomia totale. Tutte le competenze concorrenti Stato-Provincia diventano esclusive della Provincia e tutte le competenze della Regione passano alla Provincia. Toponomastica, polizia, ordine pubblico, comitato olimpico, passaggio della Rai in toto alla Provincia, appalti, sicurezza sul lavoro, rapporti con l’UE, relazioni internazionali, contratti del settore privato e chi più ne ha più ne metta.

Contenti? No, non tutti. Contento non è per esempio Luis Durnwalder. Per l’ex Landeshauptmann il documento è troppo timido. Trova due volte citata la Regione (per dire che bisogna toglierle tutte le competenze) e si incavola, perché lui la Regione vuole che scompaia. Trova la parola “coordinamento” tra Provincia e Stato, e si incavola ancora di più. Perché lui il “potere statale di coordinamento” non lo accetta né ora né mai. Qui però l’ex principe del Sudtirolo ha preso un abbaglio. Cerco di spiegarglielo come posso: “Guarda Presidente – gli dico – che non c’è scritto che lo Stato ci coordina, ma che Provincia e Stato concordano tra loro le reciproche legislazioni”.

Roberto Toniatti naturalmente lo spiega meglio, e per una volta con grande chiarezza: “Noi possiamo avere tutte le competenze primarie che vogliamo, ma non possiamo scordarci che siamo dentro un ordinamento giuridico unitario che è quello della Repubblica italiana (evidente disappunto dai banchi alla mia destra) e quindi a questo ordinamento almeno ci dobbiamo coordinare”. Toniatti dice che questo si fa con norme di attuazione “obbligatorie”. Poi richiama a un po’ di realismo: “Se voi credete a Babbo Natale, invece di una riforma dello Statuto possiamo anche scrivere una lettera a Babbo Natale. Ma quel che ci scriviamo dentro sarebbe praticabile?”. No, non lo sarebbe. Durnwalder però insite: “Non subito, ma magari tra qualche anno. Non possiamo limitare l’espressione dei nostri desideri!”. Tirare la corda il più possibile, chiedere mille per avere dieci, questo il suo credo.

Laura Polonioli dice che il concetto di “autonomia integrale” è politico e non giuridico, quindi lei non lo condivide. Toniatti ne approfitta per chiarire un altro concetto: “Bisogna riconoscere – dice – che l’autonomia speciale non basta più, è un concetto fragile, bisogna andare oltre. L’autonomia integrale è questo andare oltre”. Integrale, per esempio, vuol dire che la legislazione provinciale non deve più essere “in armonia con la Costituzione” (com’è scritto nell’attuale Statuto), ma solo “coi principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale”; non deve rispettare “gli impegni internazionali”, ma solo “il diritto internazionale”. E così via.

Più avanti Niederhofer afferma che il concetto di Vollautonomie deve comprendere anche la possibilità di decidere liberamente sulla appartenenza del Sudtirolo all’Italia. Dall’altro versante, a proposito delle norme di attuazione “obbligatorie di coordinamento” Polonioli chiede che cosa si fa se non si trova l’accordo con lo Stato (per esempio su polizia, ordine pubblico e così via). Risposta di Toniatti: “Allora niente norme di attuazione”. Sì, ma allora le competenze acquisite come si esercitano? Mah, boh, nessuno risponde. Questo il quadro verso cui si avvia a conclusione la Convenzione.

Perché una cosa è chiara, in questa seduta: siamo arrivati all’ultimo tratto dei lavori. La Svp, che è maggioranza numerica del Konvent, si è svegliata dal torpore e tenta di determinare l’ultimo miglio. Il processo partecipativo è fallito, il confronto ormai gira su se stesso, le 9 pagine di Toniatti (che nel Konvent è stato nominato da Bizzo) sono il canovaccio del finale di partita. Con la Vollautonomie.

Così è arrivato anche per me il momento di annunciare che potrei presentare una relazione di minoranza (com’è previsto dalla legge). “Doveva essere una riforma partecipata e dal basso, la firma di un nuovo patto di convivenza tra cittadine e cittadini di ogni gruppo linguistico – dico – e invece siamo rimasti al confronto Provincia-Stato. Sulla convivenza non c’è alcuna svolta”.

Mi riferisco al njet pronunciato dalla maggioranza Svp+Schützen a tutte le proposte di allentamento dei meccanismi di separazione: no alla scuola bilingue, no all’abolizione dei 4 anni di residenza per votare, no alla riforma della proporzionale, no a procedure più democratiche e trasparenti per le norme di attuazione, no alla delega dei poteri ai comuni, no al federalismo interno, no alla democrazia diretta e a quella partecipata, no al ruolo di Bolzano come capoluogo. No, no e no su tutti i punti centrali.

Si può essere d’accordo nello spostare più potere possibile verso la Provincia – concludo – ma ogni passo in questa direzione deve corrispondere a un passo verso più democrazia, più trasparenza, maggiori contrappesi interni, maggior voce in capitolo per i cittadini, maggiore convivenza e minore divisione. Altrimenti al centralismo statale si sostituisce il centralismo provinciale e la cooperazione interetnica viene di nuovo rinviata. Aspetto il documento finale completo, avverto, ma se non ci sono aperture su questi punti, io questa ”autonomia integrale” non la condivido.

AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT” – La Regione che resta

CONSIGLIO REGIONALE SEDUTA DEL 11.02.2015. ©FOTO MATTEO RENSI.

Abolirla o riformarla? Sul rapporto col Trentino la Svp si spacca. Durnwalder con gli abolizionisti. Ma l’ala responsabile gli volta le spalle e batte il suo primo colpo.

Venerdì 17 marzo. Si torna sulla patata bollente: che farne della Regione? Sul fatto che non funziona tutti d’accordo. Ma poi? Le possibilità sono due: riformarla o abolirla (e addio Trentini). Sui banchi dei conventuali sono depositati due documenti, quello di Laura Polonioli (comune di Bolzano) e quello del professor Roberto Toniatti. Si muovono nella stessa direzione: quella della riforma. Riforma radicale, sia chiaro: ma riforma. E’ la direzione in cui io mi riconosco al 100% e che avevo già proposto nella sessione del luglio 2016 sotto il titolo di “Regione leggera”. Polonioli e Toniatti questa Regione leggera l’hanno messa nero su bianco.

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AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT”. “Pech gehabt!”

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Scuola bilingue? non se ne parla. Proporzionale, residenza? Nemmeno per sogno. Migranti? Per carità. Dichiarazione etnica? Giù le mani. Quando la Convenzione parla di convivenza, si schiera l’esercito dei “Signornò”.

Venerdì 24 febbraio. La seduta è dedicata alla “Tutela delle minoranze”, che per me significa: quale convivenza? Davanti a ogni partecipante alla Convenzione la segreteria ha messo due documenti: uno presentato da me (che ha anche un titolo: “Per un’autonomia più moderna ed europea”) e l’altro da Laura Polonioli, vicepresidente, giurista e rappresentante del comune di Bolzano. I documenti sono simili, anche se scritti con diverso stile. Altri non ce ne sono. Dunque si discute di questi.

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AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT”. Ascoltare i sindacati? Njet!

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Si litiga su un documento di CGIL CISL e UIL: respinta la proposta di un’audizione. Commissioni dei 6 e dei 12: trasparenza e democrazia sono lussi che non possiamo permetterci?

Venerdì 17 febbraio. La seduta è appena cominciata e Florian von Ach, Bundesgeschäftsführer degli Schützen chiede subito la parola. Si vede che ha un diavolo per capello. Ha in mano un documento e ne è scandalizzato. Per lui si tratta di affermazioni inaccettabili, un attentato all’autonomia perpetrato da “filiali locali di organizzazioni nazionali”, come dire estranee alla realtà del Sudtirolo. Gli dà man forte Wolfgang Niederhofer: “Questo testo è pieno di spirito nazionalista!”. E che sarà mai?

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Tagebuch aus dem Konvent

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DIARIO DALLA CONVENZIONE – L’intervista al settimanale ff su riforma dello Statuto, le promesse non mantenute e che fare, a questo punto, del “Konvent”.
ff: Sind Sie eigentlich ein sehr geduldiger Mensch, Herr Dello Sbarba?
Riccardo Dello Sbarba: Ja doch, das bin ich. Warum fragen Sie?
Man muss schon einen sehr langen Atem oder ein gutes Sitzleder haben, Stunden um Stunden in diesem Autonomiekonvent zu sitzen.
Oder aber man muss sehr motiviert sein. Und das bin ich. Ich gebe aber auch zu, dass der Konvent meine Geduld oft strapaziert. Wir Grüne haben immer schon gesagt, dass es eine gute Idee ist, das Autonomiestatut mittels eines Konvents zu reformieren. Wir waren auch die Ersten, die zu Beginn dieser Legislatur einen entsprechenden Gesetzesentwurf eingebracht haben. Im Grunde sagen wir bereits seit 1992, seit der Streitbeilegung, dass es eine dritte Phase der Autonomie braucht. Wir dachten, dass dieser Konvent die Gelegenheit dazu wäre.

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