AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT”. Ascoltare i sindacati? Njet!

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Si litiga su un documento di CGIL CISL e UIL: respinta la proposta di un’audizione. Commissioni dei 6 e dei 12: trasparenza e democrazia sono lussi che non possiamo permetterci?

Venerdì 17 febbraio. La seduta è appena cominciata e Florian von Ach, Bundesgeschäftsführer degli Schützen chiede subito la parola. Si vede che ha un diavolo per capello. Ha in mano un documento e ne è scandalizzato. Per lui si tratta di affermazioni inaccettabili, un attentato all’autonomia perpetrato da “filiali locali di organizzazioni nazionali”, come dire estranee alla realtà del Sudtirolo. Gli dà man forte Wolfgang Niederhofer: “Questo testo è pieno di spirito nazionalista!”. E che sarà mai?

Il documento incriminato (che pubblico in appendice) sono tre paginette inviate poche ore prima da Cgil-Agb, Cisl-Sgb e Uil-Sgk, con cui i sindacati confederali cercano di riportare la Convenzione coi piedi per terra. Primo punto, scuola plurilingue sul modello della Università di Bolzano. Secondo: politiche attive per il lavoro, qui l’autonomia dovrebbe dimostrare quanto vale. Terzo punto (e qui tutta la destra va fuori dai gangheri): un richiamo a non dimenticare che l’Alto Adige sta dentro un quadro statale e europeo da cui non si può prescindere in campi come la sicurezza sul lavoro, la previdenza sociale, la contrattazione collettiva (che è riservata alle parti sociali), l’immigrazione, il fisco. Insomma, un richiamo al realismo contro i voli pindarici dell’autonomia ultra-integrale. Ed è questo che urta. Uno dei più arrabbiati è Toni Tschenett, del sindacato etnico ASGB. “Con questi sindacati nazionali l’autonomia non fa un passo avanti!”.

A questo punto m’incavolo anch’io. Ma come, intervengo, la Convenzione doveva essere un processo aperto alla società e quando arriva un documento di tre sindacati gli sbattete la porta in faccia? Queste organizzazioni hanno migliaia di iscritti! (90.000 precisa Laura Senesi della Uil, unica loro rappresentante nel Konvent). Migliaia di persone di lingua tedesca italiana e ladina ben radicate sul territorio: considerare come provocazioni le loro proposte equivale a una censura stalinista! (li faccio arrabbiare ancora di più, lo sapevo, ma insomma). Infine, visto che lo prevede anche la legge, propongo di svolgere un’audizione coi firmatari del documento, in modo che possiamo confrontarci. La proposta viene bocciata, dalla destra e dal gruppo Svp: si schiera contro anche il presidente Tschurtschenthaler. “Il Konvent siamo noi 33 – dice Durnwalder – se qualcuno di voi vuol far sue queste tesi, prego, ma niente audizioni”. Confronto? non sia mai!

Dopo questa sfuriata si passa all’ordine del giorno. Si discute di rapporti Provincia-Stato e il primo punto è il modo di lavorare delle Commissioni dei 6 e dei 12. “Su questo ci sono proposte sia di Laura Polonioli che di Riccardo Dello Sbarba” annuncia il Presidente. Così intervengo per spiegare: l’idea sarebbe quella di far passare le norme di attuazione, prima della loro approvazione, anche dal Consiglio provinciale che dovrebbe discuterle pubblicamente e esprimere un proprio parere in merito. Così prevede già lo Statuto della Val d’Aosta (art. 48-bis: le norme di attuazione “sono sottoposte al parere del Consiglio”) e della Sardegna, due regioni speciali come noi.
I motivi sono evidenti: l’autonomia viene costruita a colpi di norme di attuazione elaborate da commissioni che non si confrontano con nessuno, sebbene i loro membri vengano eletti dai Consigli regionale (attualmente Steger) e provinciale (Bizzo e Zeller). Di cosa discutano le Commissioni – racconto – il Consiglio provinciale non è informato, se non a giochi fatti, o poco e male dai giornali. Di fatto le commissioni rispondono solo alla giunta provinciale, e i singoli membri ai loro partiti di riferimento. Cito la norma sulla toponomastica che gira e rigira nel Pd e nella Svp. Ma i Consigli, in quanto tali, sono completamente esclusi: neppure l’ordine del giorno delle sedute delle Commissioni ci viene inviato! Quindi, un passaggio ufficiale in Consiglio delle norme prima della approvazione porterebbe trasparenza, più democrazia, e anche più correttezza.
Diverse voci, le solite, si levano contro quest’idea. La più autorevole è quella del professor Roberto Toniatti. Il quale annuncia: dirò alcune cose che possono sembrare brutali. E in effetti…

In effetti, dice Toniatti, Dello Sbarba ha ragione: accade proprio come dice lui. “Ma qui ci sono due principi da considerare: quello dell’autonomia integrale e quello della democrazia integrale. E bisogna decidere qual’è quello prioritario”. Mi inserisco timidamente a precisare che non pretendo nessuna “democrazia integrale”, ma un minimo di democrazia e trasparenza, questo sì. Lui annuisce, sì certo, Dello Sbarba non pretende molto, ma c’è un ma.   L’autonomia del futuro, dice il professore, verrà costruita sempre più con norme di attuazione e le Commissioni paritetiche avranno un ruolo sempre più importante (appunto, si inserisce Laura Polonioli). Per cui la richiesta di trasparenza è comprensibile, prosegue Toniatti, ma va sacrificata al criterio della trattativa tra Roma e le autonomie, trattativa che ha bisogno di confronti riservati, insomma: di diplomazia segreta (la definizione è mia, ma ci sta).
Del resto, argomenta Toniatti, le norme di attuazione sono sottratte sia al dibattito in parlamento, sia a referendum abrogativi. Sono “patti blindati” tra governo di Roma e governo di Bolzano. Quindi, brutalmente: “le norme di attuazione sono sottratte alle regole della democrazia”, perché si privilegia il principio dell’efficienza nel rapporto autonomie-Stato. Cavoli, per essere brutale, l’argomentazione è brutale.

Durnwalder si accoda: “Se le norme di attuazione dovessero passare dal Consiglio provinciale, allora Roma pretenderebbe di farle passare anche dal parlamento, mettendo a rischio l’autonomia!”. Von Ach cita la norma sulla toponomastica: “Vedrete, con tutto questo dibattito sui giornali nemmeno questa volta andrà in porto!”  Per il passaggio in Consiglio argomenta in dettaglio Laura Polonioli (le commissioni hanno cambiato natura, da consultive sono diventate luogo di intesa e produzione i norme,  e un passaggio nei Consigli prevede di proporlo anche la Consulta del Trentino che ne ha discusso a novembre con un’ampia relazione del prof. Matteo Cosulich). A favore si esprime anche Bizzo.

Io intervengo di nuovo per sfatare gli allarmismi. “In parlamento le norme della Val d’Aosta non sono mai passate, eppure passano dal loro Consiglio regionale – argomento – E questo per una semplice ragione: i membri statali delle Commissioni paritetiche li nomina il governo, non il parlamento. E infatti le norme tornano poi nel governo, che le deve approvare. Mentre da noi non tornano mai nei Consigli provinciali, sebbene qui siamo noi del Consiglio a eleggere i membri delle commissioni!”.
“Se è così, allora facciamoli eleggere dalla Giunta provinciale ed è chiusa la discussione”: la proposta arriva da Eshter Happacher e Renate von Guggenberg, le due giuriste della Provincia, che portano il discorso alle estreme conseguenze. Cavoli, mi chiedo, dicono sul serio? Loro sono convinte: quel che succede in Commissione paritetica è affare dei poteri esecutivi, non del legislativo provinciale. Non del Consiglio: chiedere una cosa simile, dice von Guggenberg, “equivale a far saltare tutto l’impianto dell’autonomia”.

Intanto Toniatti, conclusa la parte brutale, cerca di venirci un po’ incontro. Dice che una certa maggiore trasparenza si potrebbe ottenere anche in altri modi. Per esempio: inserendo nelle Commissioni paritetiche anche una persona delle opposizioni (oggi ci andrebbe uno dei Freiheitlichen, figurati), oppure con l’emanazione di indicazioni da parte del Consiglio al momento di eleggere i componenti, oppure dando al Consiglio la possibilità di revocare il nominato “se per esempio Bizzo fa il birichino” (lo sento solo io il gelo che cala nella sala?).
Il Konvent discute anche l’altro punto: come evitare i conflitti Stato-Provincia davanti alla Corte costituzionale. Laura Polonioli propone un iter di conciliazione preventiva da parte della Commissione dei 6 (rieccoci al punto). Altri invece una “Corte costituzionale provinciale” con metà giudici nominatidallo Stato e metà dalla Provincia. Non si capisce bene come la pensa la maggioranza.

Esco dalla seduta impressionato dalla discussione sulle norme di attuazione. Che lo sviluppo dell’autonomia possa equivalere a meno democrazia e trasparenza, essendo sostanzialmente un “affare riservato” tra Stato e Provincia, non l’avevo mai sentito teorizzare con tanta lucidità. A dir la verità penso che tutto quello che non funziona nella convivenza dipenda proprio da questa concezione dell’autonomia “sequestrata” da una ristretta élite. L’autonomia la faranno in sei persone? E con la tante volte promessa ”autonomia partecipata”, quella delle cittadine e dei cittadini, come la mettiamo?

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Tagebuch aus dem Konvent

 

riccardo-ff

DIARIO DALLA CONVENZIONE – L’intervista al settimanale ff su riforma dello Statuto, le promesse non mantenute e che fare, a questo punto, del “Konvent”.
ff: Sind Sie eigentlich ein sehr geduldiger Mensch, Herr Dello Sbarba?
Riccardo Dello Sbarba: Ja doch, das bin ich. Warum fragen Sie?
Man muss schon einen sehr langen Atem oder ein gutes Sitzleder haben, Stunden um Stunden in diesem Autonomiekonvent zu sitzen.
Oder aber man muss sehr motiviert sein. Und das bin ich. Ich gebe aber auch zu, dass der Konvent meine Geduld oft strapaziert. Wir Grüne haben immer schon gesagt, dass es eine gute Idee ist, das Autonomiestatut mittels eines Konvents zu reformieren. Wir waren auch die Ersten, die zu Beginn dieser Legislatur einen entsprechenden Gesetzesentwurf eingebracht haben. Im Grunde sagen wir bereits seit 1992, seit der Streitbeilegung, dass es eine dritte Phase der Autonomie braucht. Wir dachten, dass dieser Konvent die Gelegenheit dazu wäre.
Das klingt enttäuscht.
Die SVP konzipiert die Entwicklung der Autonomie leider noch immer als Kampf gegen Rom. So bleibt das, was das Herz dieses Autonomiekonvents hätte sein sollen, auf der Strecke: nämlich die horizontale Ebene der Südtiroler Gesellschaft. Dass man gemeinsam mit den Südtiroler BürgerInnen die Autonomie der Zukunft aufbaut, auch im Hinblick auf die Italiener in unserem Land. Wie wollen wir künftig zusammenleben? Welche Ideen und Vorstellungen haben wir für unsere Autonomie? Welche Rolle spielen darin Zusammenleben, Migration und Ökologie? Wir dachten, mit dem Wechsel Durnwalder-Kompatscher und mit dem viel zitierten neuen politischen Stil der Partizipation sei die Zeit reif für diese Diskussion.
Was also ist Ihr Resümee nach einem knappen Jahr Konvent?
Der Konvent ist Beispiel dafür, was mit einer guten Idee passiert, wenn sie schlecht umgesetzt wird. Es gab ein großes Versprechen seitens Arno Kompatschers bereits während des Wahlkampfes 2013. Vieles von dem, was er damals hinsichtlich Autonomiekonvent sagte, war auf der Linie von uns Grünen. Dann aber verabschiedete die SVP ihr eigenes Konvent-Gesetz, dessen Väter und Mütter im Laufe der Zeit jedoch verloren gingen. Es wurde zwar ein partizipativer Prozess versprochen, die politische Mehrheit war jedoch selbst nicht völlig überzeugt davon beziehungsweise wusste nie so richtig, was ein solcher Prozess tatsächlich beinhalten sollte.
Ist der Konvent ein Total-Reinfall?
Der partizipative Prozess ist jedenfalls im Laufe der Zeit verloren gegangen. Es fehlt eine Koordinierungs- und Moderationsgruppe, was für einen partizipativen Prozess unabdingbar ist. Das Ganze ist eine Art kleines Parlament geworden, nur ohne Entscheidungsbefugnis.
Aber es gibt mit Christian Tschurtschenthaler doch einen Konventspräsidenten?
Tschurtschenthaler ist als SVP-Abgeordneter parteiisch, das geht gar nicht anders, und der Präsident ist nicht für die Moderation zuständig, dafür muss eine externe Gruppe gewonnen werden. Dieser Konvent wurde nie mit den nötigen personellen Mitteln ausgestattet: Neben der Moderation fehlt es auch an einem unterstützenden Rechtsamt. Das Steger-Bizzo-Gesetz hat die Gestaltung des Prozesses in der Anfangsphase an den Landtagspräsidenten delegiert, der Thomas Widmann hieß, dieser hat nie einen Hehl daraus gemacht, dass er nicht an partizipative Prozesse glaubt und von diesen auch ebensowenig versteht. Das Tüpfelchen auf dem i war dann, dass die SVP jene Person in den Konvent geschickt hat, die am wenigsten dafür geeignet ist: Altlandeshauptmann Luis Durnwalder. Bereits in der ersten Sitzung zeigte er sich verwundert und sagte: „Wer in Südtirol zählt, ist nicht hier.“ Also – wir alle, die da mittun, zählen nicht.
Der Konvent – eine Partizipationssimulation?
Ja. Es ist ein „parlamentino“. Selbst die acht Vertreter aus dem Forum der 100 haben enorme Schwierigkeiten, die Stimme des Forums einzubringen.
Wie ergänzen sich das Forum der 100 und der Konvent der 33?
Bis jetzt arbeiten das Forum der 100 und der Konvent der 33 parallel, aber nicht gemeinsam. Es ist nicht klar, ob sich die Wege ihrer Arbeiten bis zum Ende der Konventsarbeiten kreuzen werden. Das gravierenste ist jedoch, dass beide Gremien nur unter sich arbeiten, weil die Gesellschaft auf dem Weg des Prozesses verlorengegangen ist. Es kommen keine Rückmeldungen, keine Kommentare, keine Reaktionen, nichts. Das sieht man auch auf der Webseite des Konvents. Einige Zeitungen haben sogar gefordert: „Macht den Konvent zu!“
Besteht Hoffnung, dass aus der schönen Idee Konvent doch noch etwas wird?
Es ist schwierig. Auch, weil die politischen Signale sehr schnell sehr klar waren – nämlich dahingehend, dass dieser Konvent nicht viel Konkretes bringen wird, da er eine Art Workshop, ein kulturelles Seminar ist. Und parallel dazu werden in Rom von Parlamentariern Gesetzentwürfe zur Überarbeitung des Statuts eingebracht. In Bozen wird also geredet, während in Rom Fakten geschaffen werden. Der Konvent wird im Sommer ein Papier an die Politik übergeben, wenn die meisten schon in den Startlöchern zum Landtagswahlkampf sein werden und sich die Legislatur dem Ende neigt.
Man produziert im Grunde genommen also ein Dokument für die Schublade?
Wie gesagt, das war bald klar. Das SVP-PD-Gesetz sah – im Gegensatz zum Vorschlag von uns Grünen – nicht vor, dass der Konvent einen richtigen Gesetzentwurf erarbeitet. In der ersten Fassung sollte ein „in Artikel gegliedertes Dokument“ produziert werden und jetzt nach der Abänderung vom Dezember nur ein „Dokument mit Vorschlägen an den Landtag“.
Das klingt alles ziemlich deprimierend. Warum kehren Sie dem Ganzen nicht den Rücken?
Erstens bin ich mittels Gesetz ernannt worden. Zweitens hoffe ich, dass der Konvent zumindest ein Ziel erreicht: Dass im Protokoll die unterschiedlichen Visionen für das künftige Südtirol festgehalten werden.
Welche Vorstellungen der künftigen Südtiroler Autonomie zeichnen sich ab?
Die erste Vision ist jene der SVP, und das ist die Vollautonomie, die im Grunde genommen nur darauf ausgerichtet ist, so viele Kompetenzen wie möglich von Rom nach Bozen zu bringen. Seit sechs Sitzungen geht es allein um die neuen Zuständigkeiten. Die letzte Version ist eine Liste mit 120 Punkten und Unterpunkten! Dabei machen die Kompetenzen im Autonomiestatut gerade einmal vier von 115 Artikeln aus. Die starke Gruppe rund um die Schützenspitze wiederum lässt die SVP gewähren und zielt darauf ab, dass sich ab einem bestimmten Moment zeigen wird, dass diese Linie der Vollautonomie sowieso in eine Zukunft ohne den italienischen Staat münden wird. Diese zwei Blöcke beherrschen die Stimmung des Konvents. Dazu hat von Anfang an eine gewisse Angst seitens der SVP beigetragen.
Die SVP und Angst? Wovor denn bitte?
Dass die deutschen Rechtsparteien und die Schützen den Konvent boykottieren oder sogar einen parallelen Konvent, sagen wir „einen Freiheits- oder Selbstbestimmungskonvent“, initiieren. Um sie im Konvent zu behalten, hat ihnen die SVP von Anfang an einen großen politischen und personellen Raum eingeräumt.
Sie und Altlandeshauptmann Luis Durnwalder führen die Liste an mit den Wortmeldungen im Konvent. Wie sehen Sie seine Rolle?
Durnwald ist sehr aktiv im Konvent, obwohl er es ein bisschen als Bestrafung ansieht, dort zu sitzen. Und ich vertrete die alternative Stimme zu ihm, wie damals im Landtag. Aber Ping-Pong-Spielen unter Politikern ist nicht Sinn des Konvents.
Sie sind auch einer der wenigen Italiener im Konvent. Welchen Part haben diese im Konvent?
Ich bin Teil einer interethnischen Partei und deshalb kenne ich die politische Diskussion innerhalb der deutschen Parteien. Aber nehmen wir einen Italiener aus Bozen, der sich nur mit der italienischsprachigen Parteienlandschaft auseinandersetzt: Der fühlt sich von dieser Zentriertheit über die Vollautonomie und von der Achse SVP-Schützen vor den Kopf gestoßen. Daher nehmen die Italiener selten an der Debatte teil, wichtige politische Exponenten fehlen oft oder melden sich selten zu Wort. Man muss aufpassen, dass man sie nicht irgendwann auf dem Weg völlig verliert – sie und die Landeshauptstadt.
Warum die Landeshauptstadt?
Bozen ist ebenso völlig aus der Debatte draußen wie die Italiener es sind. Ich merke eine besorgniserregende Tendenz: Die Deutschen verdeutschen immer mehr und die Italiener veritalianisieren immer mehr. Die Themen, die die Italiener wieder verstärkt in die Diskussion mit hinein nehmen würden, wären ganz andere, z.B. die interne Demokratie der Autonomie.
Das heißt konkret?
Autonomie so viel wie möglich – in Ordnung. Aber wie organisieren wir intern diese Macht? Welche Rollen sollen die BürgerInnen und die Gemeinden darin haben? Und gesteht man auch der Landeshauptstadt per Statut eine besondere Rolle zu, ähnlich wie es ein solches für Rom auf Staatsebene gibt? Die Autonomie, die wir von Rom erhalten, soll nicht Halt machen im Palais Widmann. Auch die Gemeinden sollen davon profitieren. Und für die Italiener braucht es schnellstens einen Ausweg.
Wie könnte so ein Ausweg aussehen?
Statt alles auf den Kampf gegen Rom zu fokussieren – denn in diesem Kampf sind die hiesigen Italiener nur Zuschauer – sollte über Demokratie, Partizipation und soziale Gerechtigkeit gesprochen werden und vor allem über ein neues offeneres Konzept des Zusammenlebens. Beispiel zweisprachige Schule. Oder Abschaffung des vierjährigen Wohnsitzes, um wählen zu dürfen. Oder die Ralativierung der Erklärung zur Sprachgruppenzugehörigkeit. Geben wir denen, die es wollen, die Möglichkeit sich über die Sprachgruppen hinaus frei zu entwickeln.
Inwieweit ist die neue politische Generation auch innerhalb der SVP offen für diese Themen?
In diesen rund 13 Jahren seit ich im Landtag sitze, habe ich viele Hochs und Tiefs bei der SVP gesehen. Die SVP von Achammer und Kompatscher hat sich durchaus ein Profil der Öffnung gegeben. Und ich bevorzuge diese neue SVP auch im Vergleich zu jener aus der Ära Durnwalders mit ihren sturen Schädeln. Das Problem ist nur: Zunächst gab es eine erste Phase der Ankündigungen, des neuen Stils und der angeblichen Öffnung. Um sich zu profilieren ermöglicht sie dann diesen Diskurs auf Ebene des Konvents. Und zeigt dann aber trotzdem in jedem Moment ihre Macht als ethnische Partei. Jedes Mal wenn sie die Öffnung vollziehen will, stößt sie auf diese alte Macht der SVP. Sie wirken dann wie der Hase vor der Schlange, verängstigt, verunsichert, blockiert. Sie reden und reden, bewegen sich aber trotzdem kaum. Ich glaube nicht, dass die neue Führungsriege der SVP eine neue Politik machen kann ohne eine interne Krise meistern zu müssen.
Wie könnte denn so eine SVP-Krise aussehen?
Eine Krise, die zu einer Neugründung führt. Es gibt keinen Kitt mehr, der die SVP zusammenhält und der ethnische Kitt ist nur ein kurzfristiger Automatismus. Diese Legislatur wird leider noch eine Legislatur des Übergangs bleiben. Hoffen wir, dass die nächste dann jene des Wandels wird.
Der Konvent wird noch bis Juni tagen. Trotz aller Kritik – was gibt es Positives?
Es ist trotzdem ein spannendes Experiment und die Debatte ist sehr interessant. Es gibt einen offenen Schlagabtausch, man lernt die unterschiedlichen Positionen kennen, mit all ihren Stärken und Schwächen. Es kommt klar eine Art Landkarte der politischen Geografie Südtirols hervor. Das Beste, was man jetzt machen kann ist, diese unterschiedlichen Vorstellungen von Südtirol festzuhalten und der Politik zu übergeben. Was versagt hat, ist, wie gesagt, die Methode. Zwischendurch hat man das Gefühl, der Konvent ist vom Weg abgekommen.
Und wie bringt man ihn wieder auf den Weg?
Der partizipative Prozess ist auf der Strecke geblieben. Im Meer der Politik ist der Konvent ein treibendes Boot. Und im kleinen See des Konvents ist das Forum der 100 ein treibendes Boot. Das ist schade.
Interview: Alexandra Aschbacher

AUTONOMIA: Diario dal “Konvent” – Il Sudtirolo lo fa meglio?

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Continua la maratona sugli elenchi di competenze. La Svp tenta di assorbire la destra nella “Vollautonomie”. I punti caldi: toponomastica, sicurezza sul lavoro, radio-tv provinciale, autonomia statutaria.
Gli elenchi di competenze da “strappare” allo Stato sono lo sport preferito della maggioranza dei conventuali, l’esercizio sessantennale di una Svp che non concepisce sviluppo dell’autonomia se non “im Kampf gegen Rom”. Quindi il nuovo patto di convivenza tra sudtirolesi di ogni lingua sull’asse orizzontale della società civile, che doveva essere il cuore della riforma partecipata dell’autonomia, va a farsi benedire. Che poi la Convenzione sia un semplice organo consultivo del Consiglio provinciale non suggerisce purtroppo alcuna moderazione. Anzi, lì nella solitudine del Konvent, in assenza di interlocutori in carne ed ossa – la Giunta se ne sbatte, Roma è il nemico evocato ma assente, l’Europa un muto conglomerato – è facile far correre la fantasia, colla Svp intenzionata ad inglobare l’ala che fa più o meno capo agli Schützen (se gli dici “destra” si offendono) nell’”autonomia integrale” come surrogato del “Freistaat”. Stavolta un eroico minigruppo di lavoro ha sintetizzato i lavori di altri tre gruppi di lavoro (nel vuoto pneumatico la moltiplicazione delle istanze è tendenzialmente infinita) si presenta in aula con uno schema di quasi 120 nuove competenze, tra le quali su 58 c’è unanimità, su 17 non c’è consenso e su oltre 40 c’è accordo in un solo gruppo di lavoro e negli altri non si sa. I 58 punti di consenso sarebbero già un bel pacchetto – per esempio: aeroporti, concessioni, energia, ambiente, paesaggio, politiche sociali… – su cui l’autonomia potrebbe evolversi per i prossimi 30 anni. Ci accontentiamo (propongo io) e passiamo ad altri temi (tipo: convivenza)? Macché, la maggioranza non si accontenta e allora si riparte dall’inizio della scaletta. Si riaprono i conflitti già vissuti nei gruppi di lavoro. Ne racconto qui (dal mio punto di vista che non pretendo esaustivo né – vedrete – oggettivo) alcuni che mi sembrano i più importanti.
La toponomastica, ovviamente. Alla dizione dello Statuto (“competenza provinciale fermo restando l’obbligo della bilinguità”) viene proposto di aggiungere: “assicurando i principi dell’accordo Fitto-Durnwalder” del 2010. Cioè: mettere il nome Durnwalder in una legge costituzionale? Mi pare esagerato. E poi ‘sto accordo, che roba è? si chiede chi allora non c’era. Durnwalder ne dà la sua interpretazione: “Restano solo i nomi storici”. Cavoli, non è quello che volevate? occhieggia sornione l’ex Landeshauptmann verso destra (intesa come lato dell’aula). A me, che c’ero e ho tutto l’archivio, questa interpretazione non risulta e lo dico: “Ma scusa – mi rivolgo al Luis – non ti ricordi nemmeno quel che hai firmato?”. L’accordo, cito a memoria, si basava sul principio dell’uso, cioè dei “nomi diffusamente utilizzati” che dovevano restare bi e tri-lingui! Solo dove non esiste altro nome in uso, si lascia solo quello storico in tedesco e ladino, aggiungendo i sostantivi come malga, monte, fiume ecc… in diverse lingue. Lui smentisce decisamente, dice anzi che il bilinguismo al massimo è limitato ai comuni e a parte delle frazioni. Figurati. Nell’intervallo mi tocca salire al gruppo Verde e portare in aula 33 fotocopie dell’accordo Fitto-Durnwalder, distribuendole come un volantino (anche al suo firmatario). Gli Schützen lo scorrono, trovano la dizione “denominazioni diffusamente utilizzate” e protestano. Ora almeno si sa di cosa si discute.
L’autonomia statutaria: cioè, qualcuno chiede di togliere al parlamento la competenza di approvare lo Statuto d’Autonomia, e passarla alla legge della Provincia. Qui ho gioco facile: “Così già fanno le regioni ordinarie – intervengo – però attenzione: se viene approvato con legge provinciale lo Statuto perde il carattere costituzionale e viene sottoposto non solo alla Costituzione, ma a ogni norma di rango superiore. Vogliamo questo?”. No che non lo vogliamo, si affretta a dire la Svp, puntellata dalle giuriste. E così le parolone ”Autonomia statutaria” si sgonfiano come un palloncino comprato alla fiera.
Sicurezza sul lavoro e contratti collettivi del settore privato. Si vorrebbe far diventare tutto competenza esclusiva provinciale, tentativo già fatto e già bocciato dalla Corte costituzionale. Qualche voce ingenua approva dicendo che “così possiamo aumentare le norme di sicurezza”. Ma molti interventi (esponenti Svp, Tschenett del sindacato ASGB, qualche Schütze imprenditore…) chiariscono subito dove si vuole andare: ridurre le pratiche burocratiche, ridurre i controlli, trasformare ispettori e ispettrici in “consulenti”, perché l’Italia “ha norme che vanno addirittura oltre le indicazioni dell’Unione europea!”. Qui davvero è il momento che mi arrabbio. Il Sudtirolo da solo fa meglio? Balle! E gli cito in faccia un paio di titoli di giornali: “Incidenti sul lavoro, Bolzano resta maglia nera. Con 13 morti è la provincia del Nord Est con il maggior numero di infortuni. A livello nazionale è ottava accanto alle province di Lecce e a Palermo” (Alto Adige di un anno fa). Se volete fare da soli, dico, intanto dimostrate di fare meglio di Palermo. E sui contratti del settore privato: si tratta di materia affidata alle parti sociali, la Provincia può facilitarli (per esempio i contratti territoriali, e non fa neppure quello pur potendo), mica può imporre. Comunque, dico, io sono d’accordo solo se su queste materie tutti e quattro i sindacati (CGIL-AGB, CISL-SGB, UIL-SGK e ASGB) ci danno il via libera. Tschenett intrerviene: “Lo sai che gli altri non saranno mai d’accordo!”. E allora che facciamo, chiedo, imponiamo noi alle parti sociali? Ma che idea di democrazia avete?
Tv e radio provinciali. Qui c’è gran confusione e ancora una volta un’idea molto – diciamo così – sovietica della società e dell’informazione. Durnwalder parla e spiega cosa vuole: in pratica una Tele-Durnwalder. Cioè una stazione radio-tv della Provincia, pagata dalla Provincia e al servizio della Provincia. L’attuale convenzione sui programmi tedeschi e ladini non basta. Un possibile nuovo contratto di servizio con la Rai, che comprenda anche la parte in lingua italiana, non basta. Ci vuole “competenza anche sulle frequenze” (figurati). Ci vuole “la possibilità di istituire una emittente provinciale” come succede in Austria e Germania. Sì, ma per questo bisognerebbe riformare tutta la Rai, da Palermo al Brennero. La Rai, ricordo, è un’azienda privata: che si vuole, che la Provincia compri Piazza Mazzini? Che paghi in proprio impianti, antenne, ponti radio, satelliti, eveline (cioè i servizi informativi da tutto il mondo trasmessi su canali internazionali) eccetera? E come la mettiamo con l’autonomia delle redazioni giornalistiche, sancita dai codici etici e dalle leggi europee? Invece di quest’idea sovietico-proprietaria (compro e comando) non è meglio un contratto di servizio più ampio con la Rai così com’é per regolare e ampliare il servizio pubblico locale? No, vogliono la Tv di stato in salsa sudtirolese.
Tre ore passano in fretta e siamo solo a metà delle famose 120 competenze. La seduta si chiude lì, col timore di non finire più.

AUTONOMIA: Diario dal “Konvent” – Statuto sì, Costituzione ni

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Venerdì 2 dicembre 2016 – La Convenzione comincia a prendere le sue prime decisioni. Dal metodo del consenso si passa al principio di maggioranza, mentre il Consiglio provinciale sta per modificare la legge istitutiva.

Dopo due sessioni dedicate ai lavori di gruppo, i e le “conventuali” si ritrovano in plenaria a riferire sul tema “Ampliamento dell’autonomia e competenze”. E’ quello che più sta a cuore a chi concepisce la riforma dell’autonomia ancora come “Kampf gegen Rom”, l’ennesimo episodio della lotta contro Roma. Non che sia cosa da poco, lo riconosco, ma è ancora un ragionamento tutto orientato in verticale, cioè sul tiro alla fune tra Provincia e Stato, molto lontano da quel piano orizzontale dell’autonomia partecipata, del nuovo patto di convivenza tra cittadine e cittadini, che doveva essere la cifra della “terza fase dell’autonomia”. Ma i tempi si sono fatti più duri e spingono a serrare le fila. Così anche il processo partecipativo che doveva animare la Convenzione sbiadisce nel ricordo e piano piano si scivola verso la logica delle maggioranze, mentre in Consiglio provinciale una modifica portata dalla Svp alla legge istitutiva annacqua il prodotto finale del Konvent. Dunque siamo a un momento cruciale. Ma andiamo con ordine.

I risultati dei gruppi di lavoro. La vice Laura Plonioli ha preparato una tavola sinottica dei temi discussi e per stasera c’è solo il tempo di affrontare i primi due.

Il primo tema: tutti i gruppi sono d’accordo di trasformare tutte le competenze della Provincia in esclusive, ampliandole e aggiungendo nuove materie. Così più o meno la formulazione. Che costa un’ora di discussione. E avviene alla vigilia di un referendum su una riforma costituzionale che elimina, sì, le materie concorrenti e le trasforma tutte in esclusive, ma esclusive in capo allo Stato. Il Konvent però con questo pensa di non dover fare i conti: la famosa “clausola di garanzia” viene dai più trasformata in “clausola di esclusione”, che detto in parole povere suona: “tanto a noi non ci riguarda”. Wir schauen auf Südtirol, come dice la Svp che intanto si è ricompattata, ha scoperto che nel Konvent è maggioranza e – guidata da Andreas Widmann – si comporta come un vero e proprio gruppo consiliare – pardon, konventuale.

Ma l’asino comincia a cascare – o diciamo ad inciampare – già sul secondo tema. La domanda è: questa super autonomia ha qualche limite da rispettare? Qui la discussione prende le successive due ore.

Tre i punti e sui primi due tutti siamo d’accordo: anche la Vollautonomie non può ignorare “i vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali”. Cioè, si resta in Europa. Si resta nell’Onu. Si resta nella Nato. E così via. Diciamo così: siamo partiti dai fondamentali.

Il problema è se e come si resta nell’ambito della Costituzione della Repubblica italiana. E qui ci sono tre opinioni. La prima è quella che prende la Costituzione tutta intera. Le dizioni variano, da “nel rispetto della Costituzione”, al mio tentativo di trovare un accordo con “in armonia con la Costituzione”, che è la dizione del “gruppo dei saggi” istituito un anno fa dai presidenti Rossi e Kompatscher. Quindi, penso, funzionerà! Nulla, la Costituzione tutta intera non va giù alla maggioranza che invece preferisce un più generico “nel rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale” proposto dalle giuriste von Guggenberg ed Happacher e vivacemente sostenuto dal profe Toniatti appena arrivato da Barcellona. Andreas Widmann fa capire che la Svp converge su questa dizione. E anche la pattuglia degli Schützen preferisce coprirsi sotto questo ombrello, lasciando al solo Bundesgeschäftsführer Florian von Ach il compito di rendere visibile una soluzione senza Costituzione: “Non posso approvare se non si definisce quali siano questi principi fondamentali (e lui intende solo quelli che si ritrovano anche nelle carte dell’Onu), altrimenti meglio citare solo il diritto europeo e i trattati internazionali”. Ma la sua è una testimonianza, perché il resto della destra preferisce mantenere l’asse col gruppo Svp.

Dunque, ci sono tre opinioni diverse. E adesso, che si fa? La legge istitutiva dice che “La Convenzione opera secondo il principio del consenso”. Che è l’opposto del principio di maggioranza (leggi qui su Wikipedia). Il “consenso” è caratteristico dei processi partecipativi e necessita di metodologie, moderazioni e supporti di cui nessuno però ha pensato di dotare la Convenzione. Così questo “metodo del consenso” nessuno sa bene cosa voglia dire e il profe Toniatti la risolve così: “Il consenso è quello su cui si ritrova la maggior parte, chi non è d’accordo è il dissenso”. Di fatto è una votazione? chiedo io. Sì, no, forse, boh. “Chi dissente lo dice e si mette a verbale nome e cognome” aggiunge il profe. Così mi trovo tra i dissidenti insieme a sette-otto, non so bene quanti. Quindi da oggi ci sono i/le consezienti e i/le dissidenti. Dissidenti? Accidenti, ma quando l’ho sentita questa parola? Erano forse i dissidenti sovietici, o quelli cinesi? Mah.

Intanto ciò che riguarda la Convenzione non avviene solo nelle quattro mura del Konvent. C’è una novità in arrivo dal Consiglio provinciale. Lo stesso konvet-presidente Tschurtschenthaler ha inserito nella finanziaria che va in aula tra dieci giorni una modifica alla legge istitutiva della Convenzione che ne cambia radicalmente il prodotto finale. Mi spiego riportando il testo della legge com’era e come sarà.

Attualmente la legge istitutiva dice che la Convenzioneelabora un documento definitivo, suddiviso in articoli e con relazione accompagnatoria. Il documento definitivo è trasmesso alle/ai presidenti dei Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano e alla/al presidente del Consiglio regionale ai sensi dell’articolo 103 dello Statuto di autonomia. Possono essere redatte e trasmesse anche relazioni di minoranza” (art. 1, comma 2 lettera c).

La modifica proposta da Tschurtschenthaler, e sostenuta dalla Svp, invece recita: la Convenzione “elabora un documento contenente suggerimenti al Consiglio in ordine alla revisione dello Statuto di autonomia. Il documento è trasmesso alle/ai presidenti dei Consigli delle Province autonome di Trento e Bolzano e alla/al presidente del Consiglio regionale.” Punto. (art. 10 okties legge stabilità 2017)

La modifica, dicevo, a me sembra radicale. Mi spiego. Le parole che ho sottolineato nei due testi indicano le novità:

  1. Da “un documento definitivo suddiviso in articoli e con relazione accompagnatoria”, che rimanda dunque a una sorta di disegno di legge di riforma dello Statuto, si passa a un “documento contenente suggerimenti”, cioè a una specie di minestrone neppure di proposte, no – di semplici suggerimenti. Cioè poco più che nulla. (Faccio notare che una legge di solito rispetta le regole del linguaggio giuridfico, che impone termini chiari e impegnativi: la parola “suggerimenti” non l’ho mai trovata in nessuna legge).

  2. Scompare la frase “ai sensi dell’articolo 103 dello Statuto di autonomia”, cioè la finalità che è quella di avviare un processo di riforma dello Statuto (regolato appunto dal 103). In parole povere: i suggerimenti potranno finire in un cassetto.

  3. Scompare la frase: “Possono essere redatte e trasmesse anche relazioni di minoranza”. Qui non faccio commenti. C’è da dedurre (o sperare) quindi che le posizioni “di dissenso” verranno riportate nel documento principale. Su questo insisterò.

Ecco comunque come la Convenzione, scappata di mano agli stessi partiti che l’hanno istituita, sovra-rappresentata sul fianco destro, assolutamente carente sul lato partecipativo, ora viene avviata sul binario morto.

Post Scriptum: grazie alla nostra opposizione in consiglio, la Legge di Stabilità è stata leggermente modificata: non più “suggerimenti”, ma “proposte” e la possibilità di presentare al Consiglio provinciale anche “documenti di minoranza”. Un lieve miglioramento che cambia poco la sostanza di un “insabbiamento” della Convenzione.

AUTONOMIA: Diario dal “Konvent” Democratizzare l’autonomia: Provincia, Comuni, cittadinanza. E Bolzano capoluogo

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VENERDI’ 4 NOVEMBRE – In una Convenzione decimata dalla settimana di vacanza autunnale (presenti una ventina su 33, al lumicino la componente italiana) si arriva al punto decisivo: quanto è democratica l’autonomia? Si discute finalmente dei rapporti interni al territorio: quale ruolo devono avere i comuni, quale potere le cittadine e i cittadini. Molto passa di qui: le relazioni tra i gruppi linguistici, tra centro e periferia, tra vecchi e nuovi cittadini.

Ho preparato un testo di due pagine e, visto che non comincia nessuno, parto io. Parto da una considerazione: finora l’autonomia è stata costruita sul conflitto Provincia-Stato e sul trasferimento di poteri dallo Stato alla Provincia. Poteri che si sono fermati e concentrati sulla Provincia intesa sia come ente, sia come organi al vertice: Giunta provinciale e Landeshauptmann. E’ stata l’era Durnwalder, l’era dei Comuni meno autonomi d’Italia, l’era dei cittadini che fanno la fila alle cinque del mattino. L’era del centralismo provinciale (contestato a Roma e riprodotto bonsai a Bolzano) e del deficit di democrazia. L’era in cui, se parlavi di “federalismo interno”, ti rispondevano “federalismo che?”. Quel System Südtirol è ancora qui.

Un nuovo sistema va fissato in un nuovo Statuto e la Convenzione è l’occasione per farlo. Bisogna passare dalla logica verticale della “lotta contro Roma” a quella orizzontale di un “sistema delle autonomie” (al plurale!), in cui la conquista di più potere per la Provincia si accompagna il trasferimento di maggiori poteri verso il basso. E’ l’idea di un’autonomia partecipata, una autonomia dei cittadini e delle cittadine, che proprio la Convenzione doveva inaugurare, ma che ancora non si vede. Non va inventato nulla: bisogna solo introdurre anche da noi i principi delle costituzioni europee più avanzate:

  • la sussidiarietà, cioè il trasferimento dei poteri agli organi più vicini alla popolazione;
  • la differenziazione, che vuol dire che la Provincia deve fare le leggi, ma l’amministrazione va trasferita ai Comuni;
  • e l’ adeguatezza, che vuol dire che ogni problema va affrontato nella dimensione ottimale.

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AUTONOMIA – Diario dalla “Convenzione”. La via per l’Europa passa dal referendum

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La Provincia potrà avere un maggiore “potere estero”? Dipende soprattutto da quale Costituzione avrà l’Italia.

21 0TT0BRE 2016 – Il tema stavolta era piuttosto ostico: il potere estero delle province autonome. Quindi l’hanno fatta da padrone le giuriste. Il quadro in sintesi è questo:

  • Lo Statuto non dice nulla sull’Europa, e neppure sull’Euregio. E’ stato scritto in altra epoca. La riforma del 2001 della Costituzione ha dato alle Regioni e Province autonome il potere “nelle competenze loro riconosciute” di attuare direttamente le direttive europee.
  • Ma l’Unione Europea riconosce gli Stati: è attraverso gli stati, per esempio, che anche le regioni sono rappresentate (il Comitato delle Regioni è di 350 membri, ha potere solo consultivo e capo delegazione di ogni nazione – l’Italia ha 20 membri – è il rappresentante del Governo). E’ attraverso gli Stati che una Regione può rivolgersi alla Corte europea, e sono gli Stati che subiscono le procedure di infrazione, anche se riguardano un atto di una loro Regione.

Messa così, quindi, ciccia. Però ovviamente siamo qui per elaborare “visioni” e andare oltre l’esistente è lecito.

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AUTONOMIA – Diario dalla “Convenzione”. Autodeterminazione? Superflua.

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Un’intera sessione della Convenzione dedicata alla Selbstbestimmung. Per scoprire che in Sudtirolo c’è già e si chiama autonomia. Nel nuovo Statuto meglio inserire l’accordo Degasperi Gruber.

Venerdì 23 settembre 2016: Scocca l’ora dell’indipendenza. Per dimostrare che nessun tema è tabù, la Convenzione dedica una intera sessione tematica (su 5) alla Selbstbestimmung. La squadra dell’autodecisione è al gran completo, dal Bundesgeschäftsführer degli Schützen Florian von Ach alla Kulturreferentin Margareth Lun. Dunque “Iatz!, es isch Zeit”.

Apre le danze la giovanissima Verena Geier, Bundesmarketenderin: quello all’autodeterminazione è un diritto inalienabile dei popoli, sancito dall’Onu e recepito dall’Italia con la legge 881 del 1977. Nel Risorgimento le regioni italiane entrarono nel nuovo stato coi plebisciti, mentre ai Sudtirolesi la possibilità di decidere è sempre stata negata. Adesso questo diritto va inserito nello Statuto per aprire un percorso che l’avvocato Ewald Rottensteiner descrive così: “Qualcuno propone un referendum, si raccolgono un certo numero di firme e poi si vota”.

La prima risposta è (troppo) semplice: “Siete fuori tema”. Viene da Vezzali (“Metto una pregiudiziale”), da Bizzo (“Non ci si può sposare e allo stesso tempo divorziare”), da Corrarati (“Prospettiva affascinante, parliamone una volta all’osteria”). Però il tema della serata è stato deciso a suo tempo anche col loro consenso. Quindi ciccia. Come al solito è Wolfgang Niederhofer, anima dell’agenzia di viaggi ecologici “Vai e via” e della piattaforma “Brennerbasisdemokratie”, a fare il discorso più raffinato. L’autodeterminazione non è solo un voto sì-no, ma un processo sociale che va visto come occasione affinché chi vive in questo territorio, qualunque lingua parli, possa riflettere con gli altri sul proprio futuro, se meglio l’autonomia o l’indipendenza o quale. Un confronto che potrebbe creare un’identità condivisa: “eine win-win Situation”. Insomma, la via interetnica alla Selbstbestimmung. Affascinate, no? Vero, signor Corrarati?

Adesso tocca a me a parlare. Segnalo che per l’Onu autodeterminazione non è sinonimo di secessione, che distingue tra autodeterminazione “interna” ed “esterna” e solo quest’ultima è secessione e viene riconosciuta solo se la prima è impraticabile. L’autodeterminazione interna consiste nella libertà di ogni popolazione di “determinare liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale e la propria piena partecipazione politica”. E’ evidente che per la minoranza linguistica sudirolese l’autonomia è la forma della propria “autodeterminazione interna”. O qui qualcuno – ho chiesto – pensa che al Sudtirolo sia negato lo sviluppo, o la rappresentanza nelle istituzioni, quando a Roma abbiamo in proporzione più senatori e deputati di tutte le altre regioni? In queste condizioni come giustificare la secessione? E questo è un primo punto. Poi sono passato alle proposte. Ho chiesto: che cosa dovrebbe contenere il nuovo Statuto per consolidare il quadro dell’autonomia? E ho proposto tre punti:

  • Primo, l’accordo Degasperi-Gruber. Perché rappresenta l’ancoraggio internazionale dell’autonomia. Se il parlamento dicesse sì a questo punto, la tutela internazionale per Bolzano e Trento sarebbe “costituzionalizzata”.
  • Secondo, l’integrazione europea, importante citarla proprio ora che vacilla. L’autonomia ha senso e futuro solo in un’Europa senza frontiere.
  • Terzo, la cooperazione transfrontaliera, per dare sostanza a questa Europa dai confini aperti. Questi tre punti dovrebbero stare nel nuovo Statuto e hanno possibilità di essere accolti, non l’autodeterminazione.

Mi risponde subito Margareth Lun: “Questo diritto ci spetta, o avete paura di far esprimere il popolo?”. A questo punto fa il suo esordio in Convenzione il prof. Roberto Toniatti, fresco di nomina. Dice che “quanto detto da Dello Sbarba va attentamente valutato” e poi gioca il suo asso pigliatutto: “Se è vero che l’autodeterminazione è un processo, ed è così, allora questo è già in corso!”. Stupore in sala: come come professore? Spiega Toniatti: se ne discute da anni, ci sono partiti che ce l’hanno al primo punto del programma, partecipano alle elezioni e eleggono propri rappresentanti. E questo non lo considerate un “processo aperto”? – non ha senso chiedere qualcosa che c’è già. Se poi gli indipndentisti non hanno convinto la maggioranza, beh, affari loro (l’ultima frase è mia).

A metà serata finalmente si risveglia la Svp, finora rimasta alla finestra. Parte Andreas Widmann, ala economica, avvocato: “Prima di dire che sono d’accordo totalmente con le proposte di Dello Sbarba, una premessa…”. La premessa è che il confine del Brennero fu ingiusto, ma finché regge l’autonomia non c’è ragione per abbandonarla. Poi torna alla sua “totale condivisione dei 3 punti di Dello Sbarba”: sono proprio quelli giusti per una nuova fase dell’autonomia. Rincara Magdalena Amhof: “L’autodeterminazione è un diritto e nessuno ce lo toglie, non serve una frase nello Statuto”. Ma proponendolo al parlamento italiano – ribatte Niederhofer si avvierebbe la trattativa per un accordo bilaterale come tra Gran Bretagna e Scozia! Beatrix Mairhofer, sindaca della val d’Ultimo, lo riporta sulla terra: “Ma che accordo blaterale. Con l’autonomia di cui godiamo nessuno capirebbe la richiesta di secessione, finiremmo nel totale isolamento internazionale!”.

A questo punto la pattuglia autodecisionista si divide: tra chi calca la mano e dipinge un Sudtirolo come una colonia “fremdbestimmt” e chi invece suggerisce che “chiedendo l’autodecisione magari otteniamo più competenze”. Sperano così di riacchiappare la Svp, parlando una lingua che capisce, ma senza Durnwalder (assente per compleanno) che gli tira la volata, restano soli. L’ultimo tentativo lo fa Ewald Rottensteiner, che ai “tre punti che condivido” (l’accordo Degasperi-Gruber? dai, figuriamoci) vorrebbe aggiungere “il quarto”: indovinate quale? Ma la proposta cade nel vuoto.

Siamo agli sgoccioli, l’autodeterminazione ha ancora un paio di colpi di coda. Il primo glielo regala Urzì. Il consigliere provinciale chiede di intervenire – diritto che gli dà la legge – si sdegna che di certe cose solo si parli e minaccia “conseguenze penali”. T’immagini che paura. Regala agli altri la possibilità di fare le vittime: loro paladini della libertà, lui dello Stato – ed entrambi sono contenti così. Il secondo scivolone lo fa il buon Christoph Perathoner, avvocato e Obmann Svp. Riprende gli ormai famosi “tre punti”, ma poi si infila in un discorso complicato su una “demokratische Selbstbestimmung” che forse, riferita a tutti i gruppi linguistici, forse forse potrebbe entrare – furbo anche lui, però… L’ultimo tentativo lo fa Niederhofer: “Forse sarà necessario convocare un Konvent 2.0, tutto dedicato alla Selbstbestimmung”. Un secondo Konvent? Oh mamma mia.

Così la questione è esaurita. Per parlarne se n’è parlato. E si è scoperto che, più che sacrosanta o vietata, affascinante o minacciosa, è semplicemente superflua. Tranquilli: non ci sarà alcuna Selbstbestimmung nel prossimo Statuto di autonomia.