AUTONOMIA, Diario dal Konvent. L’asse Svp-Schützen seppellisce la Convenzione

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Documento conclusivo spostato ancora più a destra nello sprint finale. La bomba dell’autodeterminazione piazzata nel preambolo. Rigettata qualsiasi apertura per la convivenza. Via la Regione e, con essa, i Trentini. Ma non finisce qui: io e la vicepresidente Polonioli presenteremo insieme un documento di minoranza.

Venerdì 16 giugno – “Mi pare che la maggioranza di voi voglia che il termine autodeterminazione compaia esplicitamente nel documento finale. Noi giuristi avevano preferito indicarlo senza citarlo. Però, se volete l’autodeterminazione, allora avrete l’autodeterminazione”: sono passate le nove di sera quando il professor Roberto Toniatti rende esplicita la deriva a cui il Konvent è arrivato.

Nella volata finale l’asse Svp-Schützen si ricompone e sposta ancora più a destra il risultato, nonostante il tentativo del team giuridico (Toniatti, Happacher, Von Guggenberg) di moderare i toni. Il risultato è un documento approvato solo dalla parte tedesca con il dissenso di quasi tutta la parte italiana. Perfino Toniatti, alla fine, dichiarerà di non essere più d’accordo. Peggio di così, la Convenzione non poteva andare.

La seduta, la penultima, è convocata per discutere della bozza di documento conclusivo. Il team giuridico ha fatto il possibile per moderare i toni, almeno nella forma, ed evitare le provocazioni. La linea è quella della “Autonomia integrale”, tanto integrale da odorare di stato indipendente. Ma non basta ancora.

Ancora una volta è la coppia Durnwalder-Perathoner a guidare il gioco col sostegno del gruppone degli Schützen: il documento è ottimo, dice Perathoner, ma non è giusto che la parola autodeterminazione non vi compaia. “Possiamo magari registrare che la maggioranza dei colleghi italiani non è d’accordo”, aggiunge l’Obmann Svp di Bolzano (e presidente della società privata di trasporti SAD) senza neppure capire la gravità di quello che sta dicendo. Ma come, su una questione delicata come lo Statuto di autonomia si va a colpi di maggioranza etnica? Con i tedeschi che mettono in minoranza gli italiani? Se Silvius Magnago e Aldo Moro avessero agito così ai loro tempi, saremmo ancora agli anni delle bombe. Ma la nuova generazione Svp non ha di queste delicatezze.

Ma non solo la nuova generazione: Luis Durnwalder rincara la dose. L’ex Landeshauptmann (e consulente della società privata di trasporti SAD) pretende che quella parola, propria quella parola, sia messa nel preambolo dello Statuto: “Il diritto all’autodeterminazione è contenuto in trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia”, dice, facendo il finto tonto sulla potenzialità esplosiva di quel termine nel Sudtirolo e nell’Europa di oggi. Così la “SAD-Fraktion” guida il Konvent contro il muro, e gli altri e le altre Svp gli vanno dietro.

La destra va a nozze. Uno dopo l’altra, (Von Ach, Lun, Rottensteiner, Feichter, Tschenett, Niederhofer) il gruppo degli Schützen tesse le lodi del “documento equilibrato” e aggiunge che a renderlo perfetto ci manca solo quella parola, autodeterminazione. Magari esplicitando un po’ meglio che la Regione, sì, insomma, che la Regione va abolita.

La sterzata a destra getta sconcerto tra chi non aveva ancora capito dove si andava a parare. Claudio Corrarati dice che lui non ha ancora avuto tempo di leggere e valutare il documento, che poi ne deve parlare con la sua “rete economica”, che insomma chiede più tempo. Laura Senesi dice che lei deve discuterne coi suoi sindacati, e intanto chiede perché nel documento non si faccia alcun accenno al fatto che qualcuno (una minoranza, certo) aveva proposto anche la scuola bilingue. Anche Bizzo cerca di allungare la minestra, addirittura proponendo che prima di concludere si convochino in audizione i ministri degli esteri austriaco e italiano. Ti puoi immaginare.

La richiesta di rimandare tutto alle calende greche fa imbestialire i conventuali, che da un anno e mezzo si sentono le cavie di un esperimento claustrofobico, e non vedono l’ora di concludere. Le carte ormai sono sul tavolo, il gioco è chiuso, piaccia o non piaccia a chi fa il pesce in barile.

Poi tocca a noi. Per noi intendo il sottoscritto e Laura Polonioli, la vicepresidente. Ormai non è un segreto che noi due da settimane lavoriamo in tandem: abbiamo presentato nel corso della Convenzione ben sette documenti su tutti i punti essenziali, da un preambolo autonomista alle proposte per una convivenza moderna e europea: scuola bilingue, superamento della proporzionale, eliminazione della clausola dei 4 anni di residenza per votare, flessibilità della dichiarazione etnica, democrazia diretta e partecipativa, più poteri ai Comuni e status speciale per Bolzano capoluogo, Regione mantenuta in forma leggera ma conservando la funzione legislativa, giudici del Tar per concorso e non per nomina politica, norme di attuazione che devono passare dai Consigli provinciali e tante altre cose ancora. Abbiamo fatto questo lavoro costante e viene riconosciuto. Quando parliamo ci ascoltano e ci rispettano. E l’annuncio di una nostra comune relazione di minoranza è accolto come una cosa naturale e giusta.

Anche per questa seduta ci siamo preparati.

Parte Laura chiedendo, anche a mio nome, alcune rettifiche al documento finale, laddove sono citate, ma in modo scorretto, le nostre posizioni che il Konvent ha messo in minoranza. I punti sono: la riforma della Regione (da specificare che deve restare una funzione legislativa su materie comuni alle due province, stabilite con intese tra i due consigli), l’elenco di competenze (noi non siamo d’accordo nel complesso dell’elenco, non solo su alcuni punti) e una frase infelice sui magistrati locali. Il rispetto si vede da questo: il team giuridico prende nota e alla fine comunica che tutte e tre le proposte di modifica sono accettate.

Poi tocca a me. Dico grazie al team, ma non è un grazie formale. “Al contrario di chi è intervenuto prima di me – dico – io non credo che il lavoro fatto sia stato ottimo e meraviglioso. Anzi! Il processo della Convenzione è stato pieno di errori gravi, è mancata una moderazione indipendente, non è stato seguito il metodo della ricerca del consenso, ma la logica maggioranza-minoranza. A voi tre giuriste è stato chiesto di rimettere a posto tutto questo caos e tutti questi errori (sorriso di gratitudine sui volti di Happacher e von Guggenberg, sì con la testa di Toniatti) e voi l’avete fatto scrivendo un documento che mi sento di definire onesto. Sì, le cose sono andate così. E aggiungo: purtroppo. Ma ormai è andata così”.

E adesso come se ne esce? È la domanda di tutti. “Se ne esce senza pasticci ulteriori” aggiungo io. Il quadro è questo: c’è una maggioranza che va in una direzione chiara, e chi non è d’accordo è in minoranza e potrà redigere (non è obbligatorio, ma possibile per legge) una propria relazione di minoranza. A questo punto scopro le carte e annuncio che il sottoscritto e Laura Polonioli presenteranno una comune relazione di minoranza. Lo faremo restando fedeli al processo: non sarà una relazione campata per aria o inventata all’ultimo momento (come farà qualcuno che si fa rivedere dopo mesi di assenza o disimpegno). Sarà una relazione che riunirà i sette documenti che già abbiamo ufficialmente presentato, in una nuova redazione coerente e sintetizzata. Lo facciamo come componenti del Konvent che hanno lavorato sodo e seriamente e che nel lavoro hanno trovato convergenze sul contenuto. Per questo lo facciamo insieme. Non c’entrano appartenenze politiche o ideologie. Si tratta di concludere un percorso in cui siamo stati tra i più impegnati.

Il mio discorso viene seguito in silenzio e mi sembra che alla fine abbia rasserenato gli animi: si vede una via d’uscita chiara e leale, verso tutti. Fuori dai pasticci, fuori dalle ambiguità, fuori dai continui cambi di opinione di parecchi componenti della Convenzione (che hanno creato continue incertezze e nervosismi) e fuori anche dalla conduzione caotica del presidente del Konvent. Anche lui, il Tschurtschy, mi sembra sollevato: anche lui vede una via d’uscita e la imbocca senza indugi.

Magda Amhof, che mi siede accanto e ha fatto con Brigitte Foppa l’esperienza della elaborazione partecipata della legge sulla democrazia diretta, riprende il discorso così: “Il documento finale indica l’indirizzo di fondo (die Grundausrichtung) del Konvent. Chi non si riconosce in questo indirizzo lo dice e ha diritto a spiegarlo, se vuole, in una relazione di minoranza. Come si fa quando si discute una legge in Consiglio provinciale”.

A questo punto Tschurtschenthaler chiede chi farà relazioni di minoranza: si alzano come annunciato le mani di Riccardo Dello Sbarba e Laura Polonioli. Si alza la mano di Bizzo. Si alza la mano di Vezzali.

E, a sorpresa, si alza anche la mano del professor Toniatti, l’estensore del documento finale. Ma dopo le modifiche apportate stasera neppure lui è più d’accordo col testo. Cinque mani. Di persone di lingua italiana. Sulle nove totali del Konvent. Altri due, Corrarati e Senesi, si aspettavano che il presidente chiedesse se c’era anche chi non era d’accordo, pur senza scrivere la relazione di minoranza.

Ma il Tschurtschy non lo fa e chiude la seduta. Così Corrarati e Senesi restano appesi per aria, chiedendosi come faranno, di qui al 30 giugno (ultima seduta) a segnalare che non sono d’accordo. Corrarati spera ancora in una dichiarazione comune e critica col Wirtchaftsring. Vedremo.

Intanto stasera è stato approvato un documento col dissenso di 7 persone di lingua italiana sulle 9 presenti. La spaccatura etnica in materia di Statuto segna il clamoroso fallimento della Convenzione e della maggioranza SVP-PD che dopo averla istituita l’ha mandata alla deriva.

AUTONOMIA, Diario dal Konvent. Convenzione fallita?

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Ultimi fuochi prima della chiusura. I grandi della Svp si arrabbiano coi giornali che parlano di “asse secessionista”. Ma dovrebbero prendersela con se stessi.
Lunedì 29 maggio – La lettura dei giornali del giorno dopo deve aver rovinato la giornata a parecchi esponenti Svp dentro la Convenzione. Quelli cercano in extremis di rimediare ai pasticci combinati in un anno di corteggiamenti con Schützen e destra secessionista, e quei birichini dei giornalisti si mettono di traverso. “Questa Convenzione è fallita” (Dieser Konvent ist geschietert) titola la Tageszeitung pubblicando una intervista a due pagine al senatore Francesco Palermo, scontento di come i due partiti istitutori della Convenzione, Svp e Pd, hanno lasciato andare il Konvent alla deriva. Alla Tageszeitung si aggiunge la stampa italiana: “Convenzione, torna l’asse della secessione”, spara in prima pagina l’Alto Adige, mettendo in grane serie il partito di Kompatscher perché quell’asse, scrive il giornale, vedrebbe uniti tutti i grandi della Svp (Durnwalder, Widmann, Perathoner) e la pattuglia degli Schützen che presidia il Convento.
La trasmissione in streaming dei lavori ha impietosamente messo davanti alle redazioni la triste realtà di un dibattito che la maggioranza ha lasciato in mano alla destra. E a poco serve protestare e dire con l’indice alzato come i giornali dovrebbero scrivere. L’ha fatto ieri il presidente Tschurtschenthaler attaccando “le esagerazioni dei giornali” (senza ancora sapere quel che avrebbero scritto oggi!). Perché già due settimane fa il Dolomiten aveva titolato “Die Selbstbestimmung spaltet den Konvent”, e l’Alto Adige identico: “L’autodeterminazione spacca la Convenzione”. Tschurtschenthaler ha preferito criticare il solo titolo in italiano, ma la sua intenzione era chiara: buttare acqua sul fuoco e far finire la Convenzione in qualche modo, a questo punto, insabbiando il più possibile un processo ormai deragliato.
Questa deve anche essere l”indicazione del Landeshauptmann: un finale del Konvent che non lo metta in difficoltà. Lui il 13 giugno riceve in pompa magna Mattarella e Van Der Bellen a Merano per festeggiare i 25 anni della chiusura della vertenza sudtirolese davanti all’Onu, con la “quietanza liberatoria” inviata nel 1992 dall’Austria – e qui a Bolzano i suoi corteggiano l’idea dell’autodeterminazione, che della autonomia e della pacificazione è l’esatto opposto? E in un’Europa che diventa sempre più instabile e piena di incognite?
Ad Arno K. la cosa deve essere sembrata una follia (se ne poteva pre-occupare prima, però!) e dunque negli ultimi giorni ha richiamato all’ordine i suoi del Konvent. Il fatto è che quelli si sono spinti un po’ troppo avanti e ora fare inversione a U risulta un po’ difficile. Così all’elefante Svp, che si è fatto trascinare per mesi dal topolino della destra, non resta che agitare nevroticamente la proboscide e rendere l’acqua il più torbida possibile, per impedire che si veda quel che sta sul fondo.
Dunque ieri si è discusso per due ore della metodologia delle relazioni finali, allo scopo di depotenziare il più possibile il Konvent e le eventuali posizioni alternative. Per cui qualcuno ha tentato di far diventare il documento finale un semplice verbale che riportasse sia le opinioni di maggioranza che quelle di minoranza (e poi magari votarlo all’unanimità), qualcun altro ha tentato di ostacolare le relazioni di minoranza, dicendo che non devono essere firmate (figurati, un segreto di Pulcinella) e che devono seguire la scaletta del documento principale (e questo può andare anche bene), seguendone perfino il numero di righe per capitolo – e questo va meno bene, perché il disaccordo sta anche nelle priorità e nell’ampiezza con cui si trattano i singoli argomenti. Per dire: c’è chi, come la Svp, vorrebbe parlare solo di competenze da strappare a Roma e chi, come me o Laura Polonioli, nei documenti presentati ha dato molto più spazio a convivenza e scuole bilingui. Si tratta comunque di inutili e penosi tentativi di confondere le carte, dettati più che altro dalla paura. La legge istitutiva della Convenzione parla chiaro: documento finale con proposte e eventuali relazioni di minoranza. Stop. Per il resto, bisogna aver fiducia che ciascuna dei 33 è persona responsabile. Senza formalismi da azzeccagarbugli che, al dunque, si scioglieranno come neve al sole.
Ieri comunque c’è stata anche l’ultima discussione sui contenuti. C’era ancora una coda di confronto sul preambolo, e che coda! La parte del leone l’ha fatto il professor Toniatti, finora molto prudente e molto omogeneo alle posizioni della maggioranza. Ma stavolta no, per la miseria. Sull’autodeterminazione ha detto di considerare qualsiasi citazione nel preambolo dello Statuto una cosa sbagliata e inutile. Nell’assoluto silenzio della sala ha argomentato che il riferimento alla Carta dell’Onu è sbagliato, perché l’Onu prevede l’autodeterminazione solo per i popoli sottomessi a un oppressione dispotica (era il 1945), mentre tedeschi e ladini del Sudtirolo non sono un popolo ma una minoranza linguistica e alle minoranze linguistiche nessun trattato internazionale riconosce il diritto alla secessione.
Inoltre, ha aggiunto Toniatti, pretendere che il Parlamento italiano approvi una legge costituzionale dello Stato (tale è la riforma dello Statuto) con dentro la Selbstbestimmung “è un’autentica provocazione” (vivaci proteste alla mia destra). Infine, Toniatti ne ha avute anche per le “radici cristiane”: inserirle nello Statuto, ha detto, non è una neutrale considerazione storica, ma un muro ideologico contro i migranti. Semmai, nello Statuto, ci dovrebbe essere il riconoscimento della pluralità del territorio e la necessità di una cultura del dialogo e dell’accoglienza. Destra ed Svp non hanno gradito e hanno risposto irritati.
Perathoner, Obmann cittadino Svp e autore del preambolo sull’autodeterminazione soft su cui anche gli Schützen hanno fatto convergenza, ha contestato la non applicabilità della Selbstbestimmung alle minoranze linguistiche che comunque, ha detto, hanno il diritto di decidere il proprio sviluppo.
A me non restava che sostenere Toniatti. Ho detto che il Konvent non è un convegno culturale, ma un’assemblea nominata dal Consiglio provinciale per compiere delle scelte di indirizzo sul futuro del Sudtirolo. Quindi ogni parola non ha un valore puramente tecnico, ma politico, specialmente nel preambolo. La scelta è tra autodeterminazione o autonomia, tertium non datur, e questa scelta deve essere chiara, senza ambiguità, perché ci attende un’Europa sempre più instabile e tempestosa e il timone deve essere puntato su una rotta sicura. Ho aggiunto che è inutile sofisticheggiare su “autodeterminazione interna”: questa il Sudtirolo l’ha praticata democraticamente e l’ha chiamata autonomia. Per questo la cosa più importante da citare è l‘Accordo di Parigi, momento fondamentale della scelta per l’autonomia e garanzia del suo aggancio internazionale.
Anche le “radici cristiane” non sono una pura notazione storica: sono rivolte ai migranti, e questo basta per capire lo scopo per cui vengono proposte. Una terra che ha migliaia di campanili, ho detto, non ha bisogno di proclamare di essere cristiana, semmai di praticarlo cominciando da carità e accoglienza. A questo proposito, Olfa Sassi ha ricordato di aver fatto gli auguri a tutti noi per Natale, mentre nessuno ha fatto gli auguri a lei in questi giorni. A chi si chiedeva se per caso non avesse il compleanno, ha chiarito le idee Walter Eccli augurandole buon Ramadam.
Nel sudore dei 30 gradi la seduta si è conclusa con una superflua coda sul tema “Kultur”. Magdalena Amhof ha letto un generico documento proveniente dall’assessorato (un analogo proveniente da Tommasini non l’ha letto nessuno, anche perché era un comunicato stampa vecchio di un anno), mentre tutti si chiedevano che cosa c’entrasse quel minestrone con lo Statuto. La spiegazione era un’altra: il punto Kultur era stato aggiunto su richiesta di Florian von Ach, segretario organizzativo in trasferimento dagli Schützen ai Freiheitlichen e intenzionato a presentare un “Papier” sul tema. Così la Svp si era allarmata e aveva chiesto ad Achhammer un cotro-documento per “fare da tappo” a quello del Bundesgeschäftsführer. Il quale però alla fine di documenti non ne ha presentati nessuno. Così al Konvent è rimasto solo questo tappo in mano. E allora si è capito che era arrivata l’ora di andare a casa.
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PS: si sono però fissate le ultime tappe. Il documento finale “di presunta maggioranza” sarà pronto entro il 14 giugno. Il 16 sarà discusso dal Konvent e lì chi non è d’accordo dovrà annunciare la relazione di minoranza, che dovrà arrivare entro il 27 giugno. Il 30 giugno seduta e discussione finale. A fine settembre presentazione del tutto al Consiglio provinciale.

AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT” – Autodeterminazione, torna l’asse Svp- Schützen

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Il duo Durnwalder-Perathoner resuscita la Selbstbestimmung e la piazza addirittura nel preambolo dello Statuto, guadagnandosi l’appoggio della destra. E facendo l’ennesimo sgambetto a Kompatscher.
Venerdì 20 maggio. Il colpo di teatro arriva alla fine. In coda a una sessione dedicata in gran parte ai ladini, va in discussione l’ipotesi di aggiungere allo Statuto un preambolo. La pattuglia degli Schützen ha presentato la sua proposta puntando al massimo: si parla di “impegno alla riunificazione del Tirolo storico” e di “diritto all’autodeterminazione con cui poter definire liberamente lo status politico del Sudtirolo”. Ma è chiaro che è un modo per saggiare il terreno. Sul tavolo c’è un’altra proposta: quella di Christoph Perathoner. Anche qui si parla di “diritto all’autodeterminazione” citando la Carta delle Nazioni Unite. Ma è chiaro che non è un riferimento tecnico e che qui non siamo a un convegno di studiosi. Citare l’autodeterminazione nello Statuto e inviarlo come proposta al Parlamento italiano è l’equivalente di una netta dichiarazione politica. Verso Roma, ma anche verso Bolzano: contraddice infatti i ripetuti inviti fatti da Arno Kompatscher nelle ultime settimane, affinché la Convenzione approvi un documento “realistico, che può essere trattato con Roma, che può coinvolgere i Trentini, che non divida i 33 tra tedeschi e italiani”. E invece è proprio quello che accade.
Perché un attimo dopo che l’avvocato, e Obmann della Svp di Bolzano, ha finito di illustrare il suo preambolo, Florian von Ach, segretario organizzativo dei cappelli piumati e candidato ai vertici del partito dei Freiheitlichen, interviene per dire che la proposta Perathoner gli sta bene e che dunque il documento degli Schützen è ritirato. Per imbellettare un po’ l’operazione, che evidentemente è stata concordata prima, Perathoner dà a von Ach la soddisfazione di inserire le “radici cristiane” nei principi dello Statuto (e solo quelle, quindi non come riferimento storico-culturale – magari accanto all’umanesimo o all’illuminismo, come perfino gli Schützen avevano formulato – ma proprio come professione di fede, come “Leitkultur” del Sudtirolo). E von Ach finge (o almeno a me così sembra) che sia questa “importante aggiunta” a farlo convergere su Perathoner.
Così, sulla piattaforma offerta da Perathoner, che per la prima volta in un documento ufficiale che dovrebbe diventare Statuto cita l’autodeterminazione, si ricrea l’asse tra la Svp e la destra secessionista. Che l’operazione sia stata preparata lo dimostra il sorriso d’intesa tra Perathoner e Durnwalder alla dichiarazione di von Ach: missione compiuta. Il ponte verso gli Schützen era da sempre la linea dell’ex Landeshauptmann, opposta a quella del Landeshauptmann in carica, e il vecchio l’ha spuntata di nuovo.
La coppia Perathoner- Durnwalder è evidentemente affiatata, anche perché è rinsaldata da interessi comuni. Entrambi infatti li ritroviamo uniti nella SAD, la più grossa società privata appaltatrice di trasporti pubblici, che appartiene al pusterese (di Falzes come il Luis, e del Luis buon amico) Ingomar Gatterer. Nella SAD l’uno (il Christoph) è presidente e l’altro (il Luis) è consulente e da oltre un anno sono in lotta contro Kompatscher per il piano per gli appalti dei trasporti pubblici approvato dalla Giunta provinciale, che, spezzettando le gare in almeno 5 bacini (e assegnando in house alla SASA il bacino Bolzano-Merano-Laives) non dà alla SAD tutto lo spazio di espansione che la società vorrebbe. Non è detto che la mossa pro-Schützen di stasera della “SAD-Fraktion” (dai, mi concedo l’ironia) non voglia essere anche una stoccata a Kompatscher per partite molto più grosse del Konvent. Ma torniamo alla Convenzione.
Dunque, c’è l’autodeterminazione con le radici cristiane, e su questo si è saldato l’asse Svp-Schützen. Che tutto ciò rompa di nuovo con i rappresentati italiani del Konvent è automatico: uno dopo l’altra, Roberto Bizzo (Pd), Laura Senesi (sindacati), Claudio Corrarati (economia) e Laura Polonioli (vicepresidente) si dichiarano contrari al passo secessionista. In particolare, Polonioli fa notare che il riferimento alla Selbstbestimmung è incompatibile con uno Statuto che valga per tutta la Regione. Al solo sentire la Regione si leva un mormorio di disapprovazione.
Quando tocca a me, intervengo ricordando che dire a Roma che siamo per l’autodeterminazione è una pietra tombale sulla nostra credibilità verso il Parlamento e il Governo; che nella stessa Carta dell’Onu si parla di autodeterminazione come mezzo per la pace, quella pace che per noi è passata dall’Accordo De Gasperi-Gruber, cioè dall’autonomia come opposto dell’autodeterminazione, strada che invece avrebbe riaperto un conflitto nel cuore dell’Europa. Aggiungo, già che ci sono, che nel preambolo Perathoner quando si parla di diritti (e se ne parla a ogni riga) si parla sempre e solo di “gruppi” e mai di persone, perfino nel pomposo incipit: “Wir, die deutsche, italienische und ladinische Sprachgruppe in Südtirol”… (ha scritto proprio così, testuale). Io propongo di citare, almeno, qui, i cittadini e le cittadine come fondamento della sovranità e titolari dei diritti: Wir, Bürgerinnen und Bürger Südtirols, deutscher, italienischer und ladinischer Muttersprache…. Viene preso dal lato destro come un attentato alla tutela delle minoranze (ma la proposta viene sostenuta dalla costituzionalista Esther Happacher, che di diritto ne capisce più di tutti).
E i moderati della Svp? Andreas Widmann, che è stato incaricato da Kompatscher di riportare il Konvent su una via ragionevole, tace. Gli altri o sono distratti, o se ne sono già andati, oppure approvano, forse senza valutare il significato del passo. Chi prova a mettere qualche dubbio è Esther Happacher, la costituzionalista di Innsbruck su cui Kompatscher ripone la sua assoluta fiducia. Dice che un simile preambolo sembra scritto per il solo Sudtirolo (e nemmeno tutto): “Vogliamo uno Statuto solo per Bolzano – chiede – o anche per Trento ed i Trentini?”. Le risponde von Ach che queste non sono argomentazioni comprensibili. Nessun altro della Svp la difende. Così la seduta finisce, con il duo Durnwalder-Perathoner che è riuscito a portare a casa quel che voleva e a fare l’ennesimo sgambetto a Kompatscher. Del resto, l’ex Landeshauptmann aveva avvertito: “Che mi diano la massima onorificenza della SVP al prossimo congresso provinciale mi fa piacere, ma non mi impedirà di dire e agire come voglio”. Detto fatto: sabato 13 la medaglia, una settimana dopo la vendetta.
PS: Per la cronaca, nella prima parte della sessione si era discusso di tempistica e di ladini.
Sulla tempistica, il Konvent (e soprattutto la Svp) prende tempo. Doveva redigere i documenti entro fine giugno, adesso il presidente Tschurtschenthaler annuncia che “le conclusioni saranno consegnate al Consiglio provinciale l’ultimo venerdì di settembre”, che sarebbe il giorno 29. In mezzo c’è l’estate, e chissà che cosa potrà succedere (cioè: chissà se a Kompatscher riuscirà di cambiare di nuovo le carte in tavola).
Sui ladini è arrivato un documento ulteriore di Perathoner. Un po’ curioso, a dir la verità. Perché il bello del documento è che rivendica una serie di diritti, tutti sacrosanti, ma “solo per i ladini”. La scuola paritetica plurilingue, “ma solo per i ladini e limitata alle sole valli ladine”. Il fatto che nei concorsi pubblici non si tenga conto della proporzionale, ma del merito e dunque “vinca il migliore” – ma “solo nel caso che il candidato risultato migliore sia ladino”. Tante grazie! E gli altri, perché non potrebbero avere le stesse fortune? E’ quanto molti interventi rimproverano, bonariamente, alla “più piccola e antica minoranza”. Io chiedo che quando vengono fatte proposte, anche i ladini pensino non solo a se stessi, ma al sistema complessivo, e anche agli altri cittadini e cittadine. A me, per dire, piacerebbe estendere il modello ladino di scuola anche al resto della provincia. E anche ridiscutere un po’ la proporzionale.
La notizia che dà Perathoner mi sembra che confermi l’impossibilità di pensare solo a se stessi. L’avvocato comunica che la legge sui ladini è di nuovo bloccata in parlamento, e su cos’è che è inciampata? “Sulla la richiesta di aggiungere il giudice ladino al Tar”. Il Senato la trova “problematica”. Il deputato Svp Alfreider l’ha messa nella sua legge, ma non si è curato delle conseguenze. Questa aggiunta ladina, infatti, accanto ai 4 magistrati tedeschi e ai 4 italiani, fa saltare la composizione linguistica paritetica dei collegi giudicanti, in certi casi obbligatoria per Statuto. Una dimenticanza? Incidenti che succedono se si pensa troppo in piccolo.

AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT” – Fisco, il federalismo in una regione sola

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In uno stato a fiscalità centralizzata, Trento e Bolzano hanno ottenuto un sistema tipico degli stati federali e sono riusciti a ricevere più di quanto danno. Un equilibrio che conviene trattare con prudenza.

Venerdì 5 maggio. Si parla di autonomia finanziaria, sono invitati due professori e il segretario generale della Provincia e le tre relazioni occupano quasi tutto il tempo. La questione fondamentale: il Sudtirolo e il Trentino danno al resto d’Italia più di quanto ricevano, oppure prendono più di quel che danno? E’ la domanda che si pongono tutte le regioni intorno a noi, guardandoci in cagnesco. E’ la domanda sui cosiddetti “privilegi” delle autonomie speciali. Dalla risposta dipende il futuro del finanziamento dell’autonomia.

Il professor Gianfranco Cerea, dell’università di Trento, i conti li ha fatti e li presenta con una raffica di tabelle. Usa come criterio quello del residuo fiscale, che considera due voci: da un lato tutte le tasse e imposte pagate da un territorio, dall’altro tutta la spesa pubblica (di comuni, provincia, regione e stato) che si riversa su quel territorio. Dal totale delle tasse si sottrae il totale della spesa pubblica: se il risultato è positivo (più tasse che spesa), vuol dire che quella regione è una “pagatrice netta”, se il risultato è negativo (più spesa che tasse), quella regione sarà “beneficiaria netta”. Di solito nei sistemi federali (vedi Germania) le regioni più ricche sono pagatrici nette e le regioni più povere sono beneficiarie nette, grazie a meccanismi di solidarietà che garantiscono equità tra i diversi territori e la tenuta dell’insieme dello stato.

E il Sudtirolo? Il Sudtirolo, col Trentino, spiega Cerea, sono “beneficiari netti” insieme alle altre “speciali” e insieme alle regioni più svantaggiate del centro-sud. Di qui l’ostilità delle altre regioni ordinarie, soprattutto delle (poche) “pagatrici nette” che tengono in piedi la baracca Italia.

Cerea quantifica anche questo dare-avere: il residuo fiscale annuale del Trentino è di 3.017 € per abitante di spesa pubblica in più rispetto alle tasse pagate, quello del Sudtirolo di 1.679 € (il Friuli, altra speciale, ha un vantaggio di 3.504 €). Al confronto, la Lombardia ha invece un’uscita di 3.021 € per abitante e il Veneto di 4.446 €, denaro che serve a finanziare il resto del Paese.

Cerea ha calcolato anche quanto dovrebbe essere il nostro contributo alla fiscalità italiana se anche a noi venissero applicati i criteri che valgono per le regioni ordinarie del Nord: il Sudtirolo dovrebbe dare al resto del paese 3.783 € all’anno per abitante (che sommate ai 1.679 che invece riceve fa una differenza rispetto alla situazione attuale di 5.462 €) e il Trentino 875 € (che sommato a quanto invece riceve, e perderebbe, fa 3.892 €).

Insomma, l’autonomia speciale si è tradotta in un vantaggio finanziario. Si capisce perché Lombardia e Veneto hanno convocato per l’autunno referendum in cui chiedono la specialità anche per loro (e di trattenere il 75% delle loro tasse, mentre noi ne tratteniamo circa l’80% – ed era il 90% fino a poco tempo fa).

Secondo Cerea, tuttavia, questo “beneficio speciale” almeno per Trento e Bolzano ha una giustificazione nei maggiori costi che deve affrontare un territorio di montagna che voglia avere un’economia sostenibile. Di qui la sua proposta da scrivere nello Statuto: che Trento e Bolzano concorrono agli obbiettivi di finanza pubblica in base al calcolo del residuo fiscale armonizzato con le regioni del Nord, ma tenendo conto “dei maggiori costi che comporta l’intervento pubblico in territori di montagna”; il calcolo, inoltre, andrebbe adeguato all’andamento dell’economia, per cui al peggiorare della congiuntura dovrebbe anche diminuire il nostro contributo al resto dello Stato. Cerea ha anche calcolato quanto tutto questo ci costerebbe: circa 900 milioni all’anno da cedere al resto dello Stato.

La cifra fa sorridere Eros Magnago. L’onnipotente segretario generale (“il vero Landeshauptmann è lui”, dicono alcuni) è un pragmatico: “Il professor Cerea – dice – fa un ragionamento molto raffinato, ma arriva alla stessa cifra a cui siamo arrivati noi nelle trattative degli ultimi anni con lo Stato”. Infatti, il “patto di garanzia” firmato nel 2014 da Bolzano, Trento e la Regione con il Ministero di Economia e Finanza prevede esattamente 905 milioni di euro all’anno (di cui 476 da Bolzano) come contributo al risanamento della finanza pubblica del “sistema territoriale regionale integrato” (Magnago sottolinea questo concetto, che consente di affrontare solidarmente il confronto con lo Stato e distribuire equamente i sacrifici). Il “patto” firmato da Kompatscher nel 2014 è stato il secondo tempo del braccio di ferro con Roma, dopo l’”accordo di Milano” firmato da Durnwalder nel 2009, che comportò per Bolzano un ulteriore esborso di 518 milioni annui.

Poiché in entrambi i casi si tratta di misure strutturali, ciò significa che la Provincia di Bolzano rinuncia a circa un miliardo all’anno a favore dello Stato – spiega Magnago – e questo ci mette a posto sia con Roma che con le altre regioni: non siamo più beneficiari netti. Facciamo il nostro dovere”. Ora resta il problema di spiegarlo al resto d’Italia.

In sostanza, noi ci facciamo carico dello 0,6% degli oneri del debito pubblico statale, che sono oltre 80 miliardi” conclude il segretario generale. E con questo pensa che la cosa sia comprensibnile anche fuori. Alle incognite dopo il 2019 accenna solo di sfuggita: al calo dopo quella data, alla possibilità che il contributo aumenti del 10% se vi sono esigenze eccezionali del debito interno, e di un altro 10% se imposto da manovre europee. Il 2019 è lontano, soprattutto viene dopo le prossime elezioni provinciali, che è il traguardo della attuale maggioranza.

Qual’è l’obbiettivo di lungo periodo per una riforma dello Statuto? “Che la Provincia acquisisca più autonomia fiscale, con la possibilità di operare su una parte almeno delle entrate fiscali”. Magnago si ferma qui. Che cosa intenda glielo chiedo quando ha finito di parlare: mi siede accanto e sono avvantaggiato. “Sulla parte delle imposte che tornano alla Provincia dovremmo poter operare” mi risponde. In parole povere: garantita allo Stato la sua parte, se la Provincia vuole rinunciare a una parte delle sue entrate (che ora sono tra gli 8 e i 9 decimi del gettito) chi può avere qualcosa in contrario? Ma minori entrate significa minore spesa pubblica provinciale. E dove tagliare? La domanda resta per aria.

Alla fine è la volta del professor Christian Keuschnigg, dell’università di San Gallo, parlare degli altri sistemi fiscali in Europa. Dal professore che è un tifoso del federalismo spinto l’Austria viene portata come esempio negativo. I Länder non possono aumentare né ridurre le tasse, hanno una sensibile dipendenza finanziaria dal governo centrale, sono obbligati a spendere fino all’ultimo euro quel che arriva da Vienna, in più il sistema austriaco è poco trasparente e non consente di chiarire chi dia più di altri e chi riceva. Una cosa è certa: Vienna paga più di tutti gli altri e riceve di meno. E’ “pagatrice netta” per eccellenza, e senza che nessuno le dica grazie. Di qui il contrasto permanente tra la capitale (che fa Land) e tutti gli altri Länder.

All’opposto c’è l’esempio della Svizzera: lì le tasse le stabiliscono i cantoni, salvo un certo meccanismo di compensazione e alcuni freni istituzionalizzati per impedire che un cantone vada in bancarotta (come invece rischiava di finire la Carinzia in tempi recenti).

Alla fine della relazione di Keuschnigg i commenti dell’ala secessionista del Konvent sono unanimi: nel caso, meglio annettersi alla Svizzera. E l’Austria? Meglio evitare (meglio lo Stato libero, poi concludono, ma – sebbene si parli di finanza – nessuno sa quanto costerebbe).

Il dibattito è fatto soprattutto di domande. Durnwalder difende il “suo” accordo di Milano e critica il “patto di garanzia” firmato dal successore. Magnago lo contraddice: “L’accordo di Milano era un numero, 518 milioni, e non ha retto. Il patto di garanzia è un metodo, e infatti regge da tre anni”. L’ex Landeshauptmann incassa e tace. Dopo tre ore di relazioni neppure lui ha voglia di insistere.

AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT” – Sindaci e sindaca tentano la svolta

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Sussidiarietà, potere ai comuni, partecipazione popolare. Mentre la Convenzione si avvia alla conclusione, la parte moderata della Svp cerca di cambiare rotta. Approfittando anche dell’assenza pasquale di molti intransigenti.

Venerdì 21 aprile. Partiamo dagli assenti, che stavolta fanno la differenza. Assente Durnwalder, il pontiere tra Svp e ala dura. Assente Florian von Ach,  Bundesgeschäftsführer degli Schützen impegnato in questo periodo a dare la scalata ai Freiheitlichen. Assente Renate von Guggenberg, inflessibile avvocata della Provincia nei contenziosi contro Roma. Assente il presidente Christian Tschurtschenthaler, il pusterese sensibile ai richiami di re Luis da Falzes. Assenti tutti questi (e anche l’altro presidente, Roberto Bizzo), il clima è già più disteso e la discussione più libera. La conduzione della seduta passa alle due vice presidenti donne, Laura Polonioli e Edith Ploner, e anche questo fa bene.

In più, evidentemente, nelle file della Svp comincia a serpeggiare una domanda: dove vogliamo andare a finire? Verso un documento di maggioranza lungo l’asse Svp-Schützen, approvato quasi esclusivamente da tedeschi, con Durnwalder grande burattinaio e la maggioranza degli italiani dall’altra parte? Chi vuole bene a Kompatscher non può che essere preoccupato. Quindi prova a cambiare rotta.
Si discute di rapporti interni all’autonomia. Che ruolo ai comuni, quanto contano i cittadini, quanto la Provincia. Come (quasi) sempre in due abbiamo mandato in anticipo documenti sul tema e così sui tavoli dei conventuali giacciono il “documento Dello Sbarba” e il “documento Polonioli”. Si muovono nella stessa direzione, anche se con linguaggi e approcci diversi. Tocca a me a illustrare il mio, perché Polonioli è impegnata a gestire la presidenza.

Parto da una premessa: finora i poteri dell’autonomia si sono concentrati sulla Provincia, col paradosso che nel territorio più autonomo d’Italia abbiamo i comuni meno autonomi della Penisola. Va rovesciata questa tendenza, trasferendo poteri verso il basso, ai comuni, alle istituzioni intermedie (es. scuole), ai cittadine e alle cittadine singole o associate.   L’autonomia va ripensata come “sistema delle autonomie”, applicando i tre principi costituzionali: primo, di sussidiarietà, per cui le cose si decidono meglio il più vicini possibile al cittadino e alla cittadina; secondo, di differenziazione, cioè di divisione chiara dei compiti tra istituzioni, per cui alla Provincia spetta la legislazione, ma l’amministrazione deve andare ai comuni (e non come ora, che fa tutto la Provincia, comportandosi praticamente come un unico grosso comune); terzo, infine, di adeguatezza, per cui questa divisione dei compiti trova il limite nella capacità dell’ente “più basso”, cioè il singolo comune, di esercitare davvero la competenza amministrativa (altrimenti è  preferibile la comunità comprensoriale, o la Provincia stessa). Tutti principi introdotti dalla riforma costituzionale del 2001 all’articolo 118 della Costituzione, ma mai recepiti in Alto Adige.

Se siamo d’accordo su questo, dico, le proposte vengono da sole. Partiamo dai cittadini e dalle cittadine. La sovranità dell’autonomia appartiene a loro, ricordo, non ai partiti né all’ente Provincia. Provo anche formulare l’articolo: “L’autonomia appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti dello Statuto”. Nel quale Statuto andrebbero indicate esplicitamente le forme di esercizio della sovranità popolare: la democrazia diretta (con i diversi tipi di referendum e almeno alcuni principi riguardo a firme, quorum ecc…), la democrazia partecipativa (propongo i modelli del “bilancio partecipativo” e del “Bürgerrat”, il “consiglio della cittadinanza” sperimentato in alcune regioni europee) e la democrazia rappresentativa, che ha al centro il Consiglio provinciale, che va rafforzato (per esempio facendogli esprimere un parere sulle norme di attuazione prima che vengano approvate dalle commissioni dei sei e dei dodici).

Passando ai poteri dei comuni, propongo che questi ricevano la “competenza amministrativa generale”, sottraendola alla Provincia, e ricevano per Statuto le finanze e il personale necessario per poterla esercitare. Propongo anche che sia previsto il principio dell’intesa tra Provincia e Comuni interessati a grandi progetti.
Va tolto a Trento l’anacronistico ruolo di “capoluogo della Regione” e nello Statuto vanno esplicitamente indicati Trento e Bolzano come i due capoluoghi delle due province autonome. Per questa via alla “Landeshaupstadt Bozen” va attribuito “lo status particolare di capoluogo”, in base alle funzioni che svolge al servizio di tutto il territorio. Visto che su questo so che quasi nessuno è d’accordo, ricordo che sbaglia chi considera Bolzano la “città italiana”, poiché in nessun’altra città del Sudtirolo vive un numero così alto di persone di lingua tedesca (26.000).   Anche il Consiglio dei Comuni va introdotto nello Statuto (ora non c’è) e rafforzato nei suoi poteri: ora emette pareri che la Provincia raramente rispetta. Bisogna prevedere forme di intesa, almeno sulle questioni più rilevanti.

Il documento di Laura Polonioli, che l’autrice illustrerà nella seconda parte della seduta (ma ne do conto qui), si muove in una direzione parallela: trasferimento delle competenze amministrative ai comuni (applicando i tre principi costituzionali), rafforzamento del Consiglio dei comuni addirittura prevedendo un diritto di veto che è superabile a livello provinciale solo con maggioranze rafforzate, più peso al voto del comune di Bolzano dentro il Consiglio dei Comuni per le scelte che riguardano il capoluogo, partecipazione dei comuni alla programmazione provinciale (con partecipazione dei sindaci interessati alle sedute della Giunta provinciale), introduzione dell’istituto dell’“istruttoria pubblica” tra gli strumenti di democrazia partecipata e, già che ci siamo, introduzione del principio della “parità di genere” nello Statuto di autonomia (art. 47).

Questi i documenti scritti. Visto il tema, prendono subito la parola uno dopo l’altro i due sindaci e la sindaca Svp Joachim Reinalter (Perca), Stefan Gufler (Vizze) e Beatrix Mairhofer (Ultimo) e a sorpresa si dichiarano d’accordo “con molte cose proposte dal collega Dello Sbarba”. In particolare su due punti: competenze da trasferire ai comuni e rafforzamento del Consiglio dei comuni, che va inserito nello Statuto, gli va dato su alcune materie diritto di veto e su altre va resa obbligatoria l’intesa Provincia-Comuni per poter deliberare progetti di un certo impatto. Unanime lo scontento per come i comuni sono trattati dalla Provincia: poteri scavalcati, margini di manovra minimi, pareri ignorati o aggirati. Qui la ferita è aperta, e si sente.

Meno simpatia i due primi cittadini e la prima cittadina hanno verso le forme popolari di democrazia: meglio indicare solo principi generali, senza entrare troppo nei dettagli. Su questo danno loro man forte il professor Toniatti e la professoressa Happacher (“non si può scrivere troppo in Statuto”) e resterà un punto di dissenso anche a fine seduta, puntualmente segnalato dalla vicepresidente Polonioli.

Contro le istanze dei sindaci, seconda sorpresa, parte il “fuoco amico” della consigliera provinciale Maria Hochgruber Kuenzer, anche lei Svp. Mette in guardia dal “contrapporre Provincia e comuni”, a eccedere nelle autonomie comunali con la conseguenza di creare disuguaglianze tra comuni più forti e più deboli e esagera l’accenno fatto da un sindaco sulla possibilità dei comuni di decidere imposte proprie come se fosse la pretesa (suicida oltre che impraticabile) di completo autofinanziamento dei municipi. “E’ evidente che c’è scontento tra i sindaci – conclude Kuenzer – ma questo si risolve sedendosi a un tavolo con la giunta provinciale e semmai correggendo qualche legge, non con modifiche allo Statuto”. Anche Magdalena Amhof, consigliera dell’Ala sociale” Svp, dà ragione alla collega, e anche questo mi sorprende.

L’ala destra è piuttosto silenziosa, in assenza del comandante von Ach. Si limita a sparare a palle incatenate contro Bolzano capoluogo (Reinhold ed Ewald Rottensteiner, Tschenett della Asgb, Feichter, che non vogliono che Bolzano nello Statuto sia neppure citata). Wolfi Niederhofer dice cose interessanti sull’urbanistica (evitare ulteriore consumo di suolo, cui si unisce Walter Eccli, e che io propongo vada come principio nel preambolo), aggiungendo che chi è per la democrazia diretta prima o poi si deve confrontare col tema dell’”autodecisione del Sudtirolo”. Poche cose insomma, le solite.

Alla ripresa Andreas Widmann spezza una lancia per Bolzano: è vero che la ricetta vincente è stata quella dello sviluppo della periferia, ma bisogna anche riconoscere che negli ultimi 20 anni a Bolzano “non è stato consentito di esprimere tutte le sue potenzialità”.

La seduta è finita. L’impressione è che stavolta su alcuni punti vi sia un accordo trasversale, reso possibile da un certo movimento interno alla Svp, cui evidentemente l’abbraccio con l’ala filo- Schützen comincia ad andare stretta. Si discute di come e chi redigerà il documento finale. Lo farà il trio giuridico Toniatti, Appacher, von Guggenberg su incarico della presidenza. Lo farà – dico io perché non ci si nasconda dietro un dito – evidentemente raccogliendo gli orientamenti della maggioranza (con i cui esponenti il trio già si consulta da tempo), che numericamente è Svp, se si mette d’accordo con se stessa.    Vedremo poi dal testo che verrà proposto quali alleanze sceglierà, quanto terrà conto di altre opinioni e di quali. E solo allora, a metà giugno, si saprà se ci saranno anche documenti di minoranza (io mi tengo pronto).

AUTONOMIA, Diario dal Konvent – Lettera a Babbo Natale

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La Convenzione si avvia alla conclusione, la maggioranza Svp si sveglia e tira fuori la soluzione finale: l’”autonomia integrale”. Ma per un copia-incolla del programma di partito serviva un anno e mezzo di Konvent?

Venerdì 24 marzo. Per l’ennesima volta si torna a discutere di competenze da trasferire dallo Stato alla Provincia. E’ l’asse verticale dell’autonomia: Bolzano contro Roma. E’ l’unico terreno di gioco in cui la Svp si trova a suo agio. Per capire: su 16 sedute svolte finora, 9 avevano questo ordine del giorno. Tra cui sei sedute di seguito tra novembre 2016 e febbraio 2017. Tutte dedicate all’ “elenco della spesa” da fare a Roma e portare in Sudtirolo. Poi uno si chiede: ma per far questo serve una Convenzione? Non bastavano i tre disegni di legge parlamentare già firmati Zeller? Ma tant’è. Quindi, di nuovo, competenze! Toniatti, von Guggenberg ed Happacher hanno preparato un documento che, scrivono, esprime “il consenso espresso dalla Convenzione”.

Consenso un cavolo, mi preme di precisare: diciamoci chiaramente che questa è la linea della maggioranza, com’è giusto che sia, ma non pretendete che siamo tutti d’accordo. Infatti, subito poche righe dopo, si afferma che il documento si muove sul concetto di “Vollautonomie”, l’ “autonomia integrale”. Non mi ci vuole molto a cercare sul sito della Svp la stessa parola d’ordine: Die Südtiroler Volkspartei fordert die Vollautonomie, annuncia nel 2012 l’Obmann (allora) Richard Theiner. “E voi volete appiccicare sulla Convenzione il vostro programma di partito alle elezioni del 2013?” chiedo rivolto ai colleghi della Volkspartei. Imbarazzo. Poi ammettono: beh, forse, effettivamente…

Si apre un breve dibattito sulla paternità del concetto. Il professor Toniatti ne rivendica il copyright, annunciando che lui già da tempo all’università di Trento ha fondato un “Laboratorio di innovazione istituzionale per l’autonomia integrale”. Wolfi Niederhofer va più indietro, a metà degli anni ’90: fu la corrente Svp della “neue Mitte” (do you remember?) che faceva capo ad Hosp e Peterlini, ricorda, che coniò questo termine. Comunque sia: adesso è il programma della Svp. A quel punto anche l’Obmann bolzanino Perathoner riconosce che, forse, “si può trovare un’altra formulazione”.

Il documento l’ha scritto Toniatti: si vede dal fatto che la traduzione in tedesco fa acqua da tutte le parti. Nelle 9 pagine c’è una lunghissima lista della spesa, che sarebbe noioso qui elencare: c’è tutto, proprio tutto quel che potete immaginarvi. E quel che non c’è, può essere aggiunto ad libitum: l’autonomia integrale è autonomia totale. Tutte le competenze concorrenti Stato-Provincia diventano esclusive della Provincia e tutte le competenze della Regione passano alla Provincia. Toponomastica, polizia, ordine pubblico, comitato olimpico, passaggio della Rai in toto alla Provincia, appalti, sicurezza sul lavoro, rapporti con l’UE, relazioni internazionali, contratti del settore privato e chi più ne ha più ne metta.

Contenti? No, non tutti. Contento non è per esempio Luis Durnwalder. Per l’ex Landeshauptmann il documento è troppo timido. Trova due volte citata la Regione (per dire che bisogna toglierle tutte le competenze) e si incavola, perché lui la Regione vuole che scompaia. Trova la parola “coordinamento” tra Provincia e Stato, e si incavola ancora di più. Perché lui il “potere statale di coordinamento” non lo accetta né ora né mai. Qui però l’ex principe del Sudtirolo ha preso un abbaglio. Cerco di spiegarglielo come posso: “Guarda Presidente – gli dico – che non c’è scritto che lo Stato ci coordina, ma che Provincia e Stato concordano tra loro le reciproche legislazioni”.

Roberto Toniatti naturalmente lo spiega meglio, e per una volta con grande chiarezza: “Noi possiamo avere tutte le competenze primarie che vogliamo, ma non possiamo scordarci che siamo dentro un ordinamento giuridico unitario che è quello della Repubblica italiana (evidente disappunto dai banchi alla mia destra) e quindi a questo ordinamento almeno ci dobbiamo coordinare”. Toniatti dice che questo si fa con norme di attuazione “obbligatorie”. Poi richiama a un po’ di realismo: “Se voi credete a Babbo Natale, invece di una riforma dello Statuto possiamo anche scrivere una lettera a Babbo Natale. Ma quel che ci scriviamo dentro sarebbe praticabile?”. No, non lo sarebbe. Durnwalder però insite: “Non subito, ma magari tra qualche anno. Non possiamo limitare l’espressione dei nostri desideri!”. Tirare la corda il più possibile, chiedere mille per avere dieci, questo il suo credo.

Laura Polonioli dice che il concetto di “autonomia integrale” è politico e non giuridico, quindi lei non lo condivide. Toniatti ne approfitta per chiarire un altro concetto: “Bisogna riconoscere – dice – che l’autonomia speciale non basta più, è un concetto fragile, bisogna andare oltre. L’autonomia integrale è questo andare oltre”. Integrale, per esempio, vuol dire che la legislazione provinciale non deve più essere “in armonia con la Costituzione” (com’è scritto nell’attuale Statuto), ma solo “coi principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale”; non deve rispettare “gli impegni internazionali”, ma solo “il diritto internazionale”. E così via.

Più avanti Niederhofer afferma che il concetto di Vollautonomie deve comprendere anche la possibilità di decidere liberamente sulla appartenenza del Sudtirolo all’Italia. Dall’altro versante, a proposito delle norme di attuazione “obbligatorie di coordinamento” Polonioli chiede che cosa si fa se non si trova l’accordo con lo Stato (per esempio su polizia, ordine pubblico e così via). Risposta di Toniatti: “Allora niente norme di attuazione”. Sì, ma allora le competenze acquisite come si esercitano? Mah, boh, nessuno risponde. Questo il quadro verso cui si avvia a conclusione la Convenzione.

Perché una cosa è chiara, in questa seduta: siamo arrivati all’ultimo tratto dei lavori. La Svp, che è maggioranza numerica del Konvent, si è svegliata dal torpore e tenta di determinare l’ultimo miglio. Il processo partecipativo è fallito, il confronto ormai gira su se stesso, le 9 pagine di Toniatti (che nel Konvent è stato nominato da Bizzo) sono il canovaccio del finale di partita. Con la Vollautonomie.

Così è arrivato anche per me il momento di annunciare che potrei presentare una relazione di minoranza (com’è previsto dalla legge). “Doveva essere una riforma partecipata e dal basso, la firma di un nuovo patto di convivenza tra cittadine e cittadini di ogni gruppo linguistico – dico – e invece siamo rimasti al confronto Provincia-Stato. Sulla convivenza non c’è alcuna svolta”.

Mi riferisco al njet pronunciato dalla maggioranza Svp+Schützen a tutte le proposte di allentamento dei meccanismi di separazione: no alla scuola bilingue, no all’abolizione dei 4 anni di residenza per votare, no alla riforma della proporzionale, no a procedure più democratiche e trasparenti per le norme di attuazione, no alla delega dei poteri ai comuni, no al federalismo interno, no alla democrazia diretta e a quella partecipata, no al ruolo di Bolzano come capoluogo. No, no e no su tutti i punti centrali.

Si può essere d’accordo nello spostare più potere possibile verso la Provincia – concludo – ma ogni passo in questa direzione deve corrispondere a un passo verso più democrazia, più trasparenza, maggiori contrappesi interni, maggior voce in capitolo per i cittadini, maggiore convivenza e minore divisione. Altrimenti al centralismo statale si sostituisce il centralismo provinciale e la cooperazione interetnica viene di nuovo rinviata. Aspetto il documento finale completo, avverto, ma se non ci sono aperture su questi punti, io questa ”autonomia integrale” non la condivido.

AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT” – La Regione che resta

CONSIGLIO REGIONALE SEDUTA DEL 11.02.2015. ©FOTO MATTEO RENSI.

Abolirla o riformarla? Sul rapporto col Trentino la Svp si spacca. Durnwalder con gli abolizionisti. Ma l’ala responsabile gli volta le spalle e batte il suo primo colpo.

Venerdì 17 marzo. Si torna sulla patata bollente: che farne della Regione? Sul fatto che non funziona tutti d’accordo. Ma poi? Le possibilità sono due: riformarla o abolirla (e addio Trentini). Sui banchi dei conventuali sono depositati due documenti, quello di Laura Polonioli (comune di Bolzano) e quello del professor Roberto Toniatti. Si muovono nella stessa direzione: quella della riforma. Riforma radicale, sia chiaro: ma riforma. E’ la direzione in cui io mi riconosco al 100% e che avevo già proposto nella sessione del luglio 2016 sotto il titolo di “Regione leggera”. Polonioli e Toniatti questa Regione leggera l’hanno messa nero su bianco.

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