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Autonomia copernicana

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Intervistando Silvius Magnago, a casa sua

Intervistando Silvius Magnago, a casa sua

L’autonomia ha un futuro? Il mio intervento nel dibattito aperto dal quotidiano Alto Adige (pubblicato il 14 febbraio 2015)

Arno Kompatscher non perde occasione per ammonirci: “Quella dell’Alto Adige non potrà mai essere un’autonomia territoriale”. L’ultima volta in Consiglio provinciale, mentre parlavamo del comune ladino di Voltago Agordino. “Autonomia territoriale? Errore gravissimo!” insisteva Kompatscher. Se qualcuno non lo convince a cambiare idea, una vera riforma dell’autonomia non si farà mai.

Perché, è inutile girarci intorno: la transizione da un’autonomia etnica a un’autonomia territoriale è la chiave di volta del cambiamento che l’istituenda “Convenzione” dovrebbe promuovere. Col che non si intende quel che Kompatscher teme: una banalizzazione dell’autonomia e il taglio della sua radice, cioè la tutela della minoranza tedesca e ladina. Nulla di tutto questo.

Con “autonomia territoriale” si intende una terza fase, più matura, del cammino autonomistico. Si deve finalmente prendere atto che Statuto e Pacchetto sono realizzati e che la minoranza linguistica è garantita dal solido autogoverno del territorio più che dalla obsoleta separazione in gruppi.

Oggi non sono più il censimento, la proporzionale etnica e le scuole separate a tutelare la minoranza, ma il fatto che tutte le più importanti decisioni che determinano la nostra vita quotidiana (sanità, casa, servizi sociali, scuola, trasporti, energia, uso del territorio, ecologia, cultura…) si prendono nella Giunta e nel Consiglio provinciale, democraticamente eletti dai cittadini e dalle cittadine dell’Alto Adige-Südtirol. E l’autogoverno democratico del territorio è un bene di tutti, dunque indiviso e indivisibile (e solo così anche non provvisorio, per rispondere all’utile provocazione lanciata su questo giornale dal direttore Faustini).

Per la storia dell’autonomia, il passaggio dal principio etnico al principio territoriale rappresenta la rivoluzione copernicana. Libera energie e consente di dare forza ai diritti individuali, sacrificati finora sull’altare del “gruppo”. Valorizza lo stare insieme di lingue e culture su un comune territorio, assegna ai “gruppi misti” il ruolo – come diceva Langer – di “piante pioniere della convivenza” e per questo li incoraggia e li sostiene – mentre finora si sono dovuti mimetizzare in ogni settore (cultura, sport, associazioni, mondo giovanile…) fingendosi tedeschi, italiani o ladini.

Rileggere l’autonomia in chiave “territoriale” consente di prendere atto dei mutamenti della società locale e reagirvi con creatività. Il cambiamento più forte è quello dell’immigrazione, tema che finora nessuno ha sollevato in questo dibattito, ma che a me pare di enorme importanza.

Quando parliamo di gruppi, di censimento, di proporzionale, continuiamo a parlare di tedeschi-italiani-ladini: una finzione a cui è sempre più difficile credere.

Oggi vivono con noi 50 mila persone provenienti da 140 paesi del mondo, e supereranno le 70 mila – prevede l’Astat – nel 2020. Sono molto più giovani e più prolifiche di noi, lavorano, sono residenti di lungo periodo, sostengono le nostre pensioni, la nostra vecchiaia, i nostri alberghi e ristoranti, la nostra agricoltura, le nostre fabbriche, le nostre scuole – ma che dico: queste scuole, queste fabbriche, questi ristoranti sono anche i loro, sono comuni.

E noi continuiamo a organizzare la nostra società e le nostre istituzioni secondo la santa trinità tedeschi-italiani-ladini. Continuiamo a costringere queste 50 mila persone – oltre il doppio dei ladini – a iscriversi ai tre gruppi “ufficiali”. Ma come facciamo a non sentire il ridicolo di questo incasellamento? Quanto crediamo che possa durare? E quante energie vengono sprecate sull’altare di questa finta trinità?

Autonomia territoriale significa riconoscere la pluralità del territorio e costruire un futuro comune in cui davvero si realizzi quell’articolo 3 della Costituzione citato dal nuovo Presidente della Repubblica: un’autonomia che promuova “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti (e tutte) all’organizzazione politica, economica e sociale” dell’Alto Adige-Südtirol. Non mi pare un concetto difficile.

Ma è anche fattibile? Sì, se sappiamo interpretare i segni dei tempi. In fondo, c’è già stato un salto di mentalità e un cambio di linguaggio: bisognerebbe trarne tutte le conseguenze. Cerco di spiegarmi meglio.

Ai tempi di Magnago si riteneva che la dichiarazione etnica esprimesse il culmine della propria identità, tanto che il vecchio leader della Svp considerava un marziano chi, come Alexander Langer, predicava identità personali (e non di gruppo), plurali (e non univoche), in mutamento (e non congelate).

Il mistilingue è solo uno con le idee confuse” diceva sempre Magnago. Nel linguaggio giuridico si diceva: quella etnica è una dichiarazione “di verità”. Voleva dire: lì si esprime l’essenza profonda di ogni persona. Il censimento etnico era la celebrazione di queste “identità autentiche” e la proporzionale un’appendice necessaria. Tempi di nazionalismo in piccola scala.

Oggi non è più così. Con 50 mila stranieri dichiarati tedeschi, italiani o ladini nessuno parla più di “verità”. Oggi il termine giuridico è: “volontà”. Cioè: la dichiarazione linguistica è una scelta soggettiva. Ci si dichiara per partecipare alla distribuzione proporzionale delle risorse pubbliche. La si fa a fini pratici e senza sventolarla troppo.

Ora è la proporzionale a stare in primo piano e il censimento è la sua appendice. Si ammette apertamente: è un sistema poco elegante. Però necessario. Perché di meglio non s’è trovato.

Ora potrei dire che il movimento interetnico qualche idea migliore negli anni l’ha lanciata, ma lascio perdere. Accetto l’idea che – per adesso – questo sistema dobbiamo tenercelo come metodo pragmatico di distribuzione delle risorse. Ma se è così – ed è così! – allora dobbiamo chiederci in quali dosi vada applicato. La riforma dell’autonomia è anche una questione di giusta misura.

Per esempio. Se non è più questione di identità, ma di pragmatismo, allora che c’entra la scuola? Perché continuare a dividere le scuole e costringere a optare anche chi non vorrebbe? Io credo che la istituzione di una “scuola comune” di persone (docenti e discenti) di ogni lingua e cultura riuniti nelle stesse classi sia un desiderio diffuso e non può più essere negato. Chi desidera la scuola monolingue se la tenga. Ma chi desidera crescere in una scuola comune lo deve poter fare. Questa è l’autonomia territoriale!

Altra riflessione: dove si lotta contro la povertà, dove c’è da garantire i diritti economici e sociali, che cosa c’entra il bilancino della proporzionale? E ancora: dove l’equilibrio proporzionale è ormai raggiunto, non si potrebbe sospendere almeno per un po’, e vedere l’effetto che fa?

Potrei continuare negli esempi. Ma riassumo tutto in questo modo: in fondo, basterebbe solo avere un po’ più fiducia nelle persone. Magari la società è in grado di autoregolarsi di più di quanto non pensi la politica.

Post scriptum: il concetto di “autonomia territoriale” ha molto a che fare col concetto di “comunità autonome” lanciato su questo giornale da Lorenzo Dellai. Ma su questo un’altra volta.

(Pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 14 febbraio 2015)

A MALLES, LA SERA PRIMA DEL REFERENDUM ANTI-PESTICIDI

3 commenti

refemalles

Un trattore si muove lentamente tra i filari di mele. Si alzano nuvole bianche alte tre volte gli alberi, si allargano, si inclinano spinte dal vento, oltrepassano la strada, volano verso l’abitato. Il trattore passa e ripassa filare per filare. Le tracce dei pesticidi verranno ritrovate poi nei pachi pubblici, nei giardini privati, nei cortili delle scuole, nei torrenti, sulle coltivazioni biologiche che così rischieranno di perdere il loro marchio di qualità.
E’ la sera di martedì 19 agosto, sono a Malles, alla vigilia di un referendum che somiglia a una rivoluzione. E’ l’assemblea conclusiva della campagna e la Casa della Cultura è strapiena.

Dalle 8 di venerdì 22 agosto alle 12 di venerdì 5 settembre Malles vota se dichiararsi comune “libero da pesticidi” o no. Il quorum è fissato al 20%, le previsioni propendono per il sì. Lo dice anche il fronte del no: “Tra salute e mele, è chiaro che la maggioranza sceglierà la salute”. La potente lobby dei pesticidi si sente improvvisamente minoranza.
I filmati dei trattori che spruzzano giorno e notte dicono già tutto. Poi tocca ai promotori aggiungere argomenti difficilmente contestabili. Che i pesticidi fanno male alla salute. Che l’agricoltura va anche senza, anzi meglio. Che le nuvole di veleni non si fermano ai confini delle proprietà di chi spruzza, soprattutto in Alta Venosta, famosa per il suo vento forte e costante, il Vinschger Wind, da sempre simbolo di una valle disobbediente.
Anno dopo anno la (mono)coltura estensiva delle mele risale la valle e mangia il terreno per le coltivazioni biologiche, che qui, in questa sala, vengono considerate il futuro sostenibile dell’agricoltura. Anche il turismo è danneggiato. E la salute di tutti e tutte.

Parla Johannes Fragner Unterpertinger, il farmacista del paese, promotore del referendum, che ha subito attacchi di ogni genere, anche alla sua persona. Parla Günther Wallnöfer, giovane bio-contadino di Laatsch, lui la campagna la conosce. Parla Peter Gasser, veterinario di Malles. Parla Martina Hellrigl, architetta, voce di Hollawint, il “Netzwerk für nachhaltiges Leben”. Parla Elisabeth Viertler, pediatra, della salute di bambine e bambini e dei loro inquinati cortili scolastici. Parla Albert Prizzi, forestale, che vorrebbe avere la possibilità di fare prelievi e monitorare la deriva dei pesticidi, ma la Provincia gli ha detto che non è compito suo. Parla Josef Gruber, coltivatore di verdure e cereali (si punta al loro ritorno in quella che tradizionalmente era la “Kornkammer Vinschgau”). Parla il dottor Wallnöfer, decano dei medici di base dell’alta valle. Parla Koen Hertoge, che va e viene dalla Svizzera, informatissimo tramite PAN Italia (Pesticide Action Network). Parlano turisti, madri, cittadini.

Parla l’assessore Schuler, cerca di salvare capra e cavoli: “bisogna sedersi tutti a un tavolo!”, ma fa due gaffe: delegittima il referendum (“In Svizzera su una materia così non si potrebbe votare!”. Figuriamoci) e cerca di ridimensionare la pericolosità dei pesticidi (“le ricerche di cui dispone la Provincia non dimostrano un’incidenza di malattie superiore in Venosta rispetto alla Pusteria” (gli viene risposto ricordando che il campione usato era ridicolo). “Coraggio assessore, Lei potrebbe essere l’uomo della svolta nell’agricoltura sudtirolese!” lo incita Friedrich Haring, moderatore della serata.
I promotori e le promotrici del referendum sono molto fiduciosi, molto convinti e molto – moltissimo stanchi/e. Alle spalle hanno mesi di campagna e dall’inizio di agosto altre 7 serate in ogni frazione del comune: Schlinig, Planeil, Burgeis, Tartsch, Laatsch, Matsch, Schleis… Ora desiderano solo che si cominci a votare. Siamo al traguardo.

“Abbiamo voluto tenere i partiti fuori dalla porta – dice Johannes il farmacista – volevamo una discussione tra cittadini e cittadine su un tema concreto”. L’unico politico che ringraziano, oltre al sinsaco Ulrich Veith (che ha tenuto duro nonostante le pressioni della Provincia a far saltare la consultazione), è il nostro deputato verde Florian Kronbichler: “Con un’ora di colloquio ha convinto la Commissaria del Governo a dare il via libera al referendum”. Erano infatti scaduti dei termini e la prefettura voleva annullare il voto. Florian l’ha convinta a riaprirli, e così si vota, anche se 15 giorni dopo il previsto. “Danke Flor!” ringrazia il farmacista. E il deputato, in sala, gli rilancia un sorriso. Io gli siedo accanto e mi guardo intorno orgoglioso.
Poi la serata finisce. Ma le chiacchiere durano fino a tardi.

In Consiglio provinciale è arrivata una legge che contiene un articolo sui pesticidi. Io sono membro della 2 commissione legislativa, quella sull’agricoltura e l’ambiente, e ho portato le fotocopie. Le distribuisco. Si discute. Chiedo come si possa migliorare. Chiedo al sindaco, chiedo alle persone del comitato. Arrivano tante buone idee. Che la Provincia si impegni a monitorare la diffusione dei pesticidi con indagini almeno biennali. Che ai comuni venga riconosciuto il diritto di emanare regolamenti più restrittivi. Che ci siano sistemi di controllo efficaci. Tutto questo confluirà in un emendamento che presenterò in commissione, frutto di tante teste e di tante voci.
Ora a Malles guardano in tante e tanti in tutta la provincia, in Italia, in Germania, in Svizzera e Austria (vengono citati documenti e mail di solidarietà). Malles, esperienza pilota per un’agricoltura senza veleni.

Stasera anche la politica mi appare una bellissima avventura.

Scritto tra Malles e Bolzano, nella notte tra il 19 e il 20 agosto 2014

BBT ohne Nachhaltigkeit und CO2 Reduktion

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bbt1

 

Die Studie wurde bereits 2010 abgeschlossen, aber bis jetzt mit Bedacht zurück gehalten. Die Grüne Landtagsfraktion veröffentlicht die Untersuchung zur CO2-Bilanz des Brennerbasistunnels. Die Resultatte sind alarmierend: Nach der Untersuchung werden mindestens 20 Jahre Tunnelbetrieb notwendig sein, um die Treibhausgase zu kompensieren, die bei seinem Bau produziert wurden. Aber bei genauer Lektüre tritt die Wahrheit klar hervor: 20 Jahre reichen bei weitem nicht aus!

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BBT: UN TUNNEL INSOSTENIBILE

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BAUSTELLE BRENNER BASISTUNNEL

Ultimato nel 2010 ma finora tenuto ben chiuso nel cassetto. Il Gruppo Verde in Consiglio provinciale rende  ora pubblico lo studio “Bilancio della CO2” sul Tunnel del Brennero. I risultati sono allarmanti: lo studio afferma che ci vorranno almeno 20 anni di esercizio del Tunnel per compensare i gas serra prodotti per costruirlo. Ma se si legge bene, la verità è chiara: neppure vent’anni basteranno!

Altro

Kompatscher alla prova dei fatti

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nuova giunta prov

IL MIO INTERVENTO NEL DIBATTITO SUL PROGRAMMA DELLA NUOVA GIUNTA PROVINCIALE

Care colleghe e colleghi, egregio Presidente Kompatscher,

nel giorno della sua elezione abbiamo detto che alla sua offerta di dialogo avremmo risposto con un nuovo stile di fare opposizione: una opposizione costruttiva. Meglio detto: una opposizione cooperativa.  Un’opposizione che veda innanzitutto il buono e il condivisibile, ho annunciato una settimana fa. Comincio subito dicendo che del Suo programma, Presidente Kompatscher, noi Verdi potremo sottoscrivere il 90%. Dunque, nel commentarlo, vorrei indicare su alcuni punti il modo di andare avanti, di concretizzare, di realizzare davvero le tante affermazioni di principio che vi sono contenute. E’ sulla realizzazione del programma e sulla coerenza tra gli annunci e le cose fatte che giudicheremo il Suo governo.

Il suo governo, presidente Kompatscher, dovrà fare i conti con 5 anni difficili, per almeno tre ragioni:

  1. Continueranno a ridursi progressivamente le risorse finanziarie a disposizione della Provincia. Non è detto che sia un male: si tratterà di fare meglio con meno, e credo che questo sia possibile.
  2. Aumenteranno i bisogni sociali cui rispondere. Invecchiamento della popolazione, evoluzione dei modelli familiari verso nuclei più piccoli, più fluidi, più instabili; immigrazione di persone che coprono i vuoti generazionali nel mondo del lavoro. Tutti questi fenomeni portano una maggiore responsabilità a carico della dimensione pubblica e collettiva e ne mettono sotto pressione le risorse – molto di più di quanto si possa compensare facendo appello alla responsabilità individuale.
  3. La crisi italiana andrà avanti. Dico non solo “la  crisi”, ma “la crisi italiana” che è crisi istituzionale, sociale, politica prima ancora che economica. Abbiamo un’Europa a due velocità, l’Italia sta scivolando nella seconda classe e noi siamo ai confini tra le due aree. Crescerà dunque la conflittualità tra regioni e aree territoriali italiane – grazie anche a sceneggiate indegne come quella di Vespa in Tv – e crescerà da noi la spinta a “andare via da quest’Italia in bancarotta”. Il referendum autogestito della Südtiroler Freiheit può essere giustamente ridimensionato a “sondaggio”, ma le 60 mila persone che vi hanno partecipato sono una massa notevole che non può essere facilmente ignorata. Quel che succederà già quest anno in Catalogna o in Scozia terrà alto il tema del “via dall’Italia”.

Ci aspettano dunque tempi difficili. La domanda è: riuscirà l’autonomia speciale a reggere come la soluzione migliore per la popolazione di questa provincia?

CONVENZIONE PER L’AUTONOMIA

Il tema centrale è dunque la riforma dell’autonomia. Siamo d’accordo sull’istituzione di una “Convenzione per la riforma dell’autonomia” e ci piace che su questo vengano indicati tempi certi: 6 mesi per la legge istitutiva. Entro l’estate. Al proposito faremo proposte.

Due considerazioni per ora.

PRIMA CONSIDERAZIONE.

Quale riforma? Ci sono due interpretazioni.

La prima è esclusivamente giuridica: ci sono state innovazioni legislative e costituzionali (Titolo V, quadro europeo, crisi della Regione) e a queste l’autonomia va aggiornata. Un’opera ovviamente necessaria e importante, ma non basta a far tornare l’autonomia un progetto trascinante e condiviso.

La seconda guarda alla qualità della convivenza. Due punti da considerare:

1°. L’attuazione di Statuto e Pacchetto hanno dato alla minoranza linguistica solidità e certezza di sé. Oggi la garanzia della minoranza non sta più nella sua “protezione per separazione”, ma nell’ampio autogoverno che la fa essere “padrona a casa propria”. E l’autogoverno o è qualcosa di condiviso, o non è. Dunque i meccanismi della tutela per separazione appaiono oggi anacronistici e frenanti: possono e debbono essere ripensati per far avanzare la qualità della convivenza.

2° Dal 1972 la società è cambiata. Nella Sua relazione, presidente Kompatscher, viene sottolineato il bisogno di libertà e autonomia individuale che esprime una società dove formazione, cultura, accesso ai media, standard di vita, progressiva parità uomo-donna, protagonismo giovanile hanno rafforzato l’identità di ciascuna persona e il suo bisogno di spazio libero e di assunzione di responsabilità. In questo la sua è una relazione di impostazione liberale, nel senso migliore del termine.

Tutto ciò è molto diverso dal quadro del 1972, dove il sentimento di “appartenenza al gruppo” era  dominante e su questo era stato disegnata l’autonomia. Era un’epoca, anche internazionale, di “collettivismo”, di grandi identità collettive.

Ma la società è cambiata anche in un altro senso. I tre gruppi linguistici previsti dallo Statuto non sono più soli, ci sono 43.000 cittadine e cittadini di origine straniera che ai tre gruppi ufficiali mal si adattano.  Il sindaco Spagnolli mi ha raccontato di aver firmato giorni fa le liste degli scrutatori per il referendum e avervi trovato decine di cognomi stranieri con cittadinanza italiana. Le scuole di molti centri accolgono più di una madrelingua, anche se fanno finta di essere “di madrelingua”. La proporzionale è ampiamente derogata in diversi settori, prima la sanità. Altrimenti i servizi non funzionerebbero.

Conclusione: vanno affrontati i temi cruciali della convivenza, fa riformulato il rapporto tra tutela di gruppo e diritti e libertà della persona, va riesaminato il nodo cruciale: censimento-proporzionale.

L’idea di autonomia che vogliamo promuovere dipende dall’idea di quale Alto Adige – Südtirol vogliamo nei prossimi 40 anni.

SECONDA CONSIDERAZIONE:

Noi riteniamo che la „terza fase dell’autonomia“ debba essere quella dell’autonomia dei cittadini e delle cittadine. Dopo la quietanza liberatoria tra Austria e Italia del 1992, ora serve una quietanza liberatoria interna.  Così l’autonomia può sviluppare quel “patriottismo costituzionale” di cui abbiamo parlato in quest’aula una settimana fa.

Finora l’autonomia è stata una continua vertenza tra Bolzano e Roma, una sorta di confronto diplomatico tra governi. Una relazione verticale. Un “vado a Roma, prendo e porto a casa”. Un affare da avvocati e un pugno di politici. Una partita a colpi di furbizia.

Va rovesciata la prospettiva. L’autonomia deve diventare un patto orizzontale di convivenza tra cittadini/e stipulato sul territorio.

Per questo noi diamo grande importanza al processo di riforma dell’autonomia. La “convenzione dovrà essere larga e rappresentativa,  dovrà raccogliere le intelligenze diffuse che esistono nella nostra provincia. In questo modo potrà anche essere incubatrice di una nuova classe dirigente – cosa di cui ha bisogno soprattutto il mondo di lingua italiana.

Inoltre, la “Convenzione” non dovrà essere un luogo chiuso di elaborazione tra esperti, ma trovare il modo di aprirsi alla partecipazione di mote persone, associazioni, gruppi.

L’obbiettivo è appunto sviluppare un diffuso “patriottismo autonomistico”.

Bisogna avere fiducia nei cittadini e nelle cittadine. Se ci pensiamo bene, una serie di meccanismi tuttora vigenti sono basati sulla sfiducia nel cittadino. Le norme punitive che ancora accompagnano la dichiarazione linguistica e la proporzionale, per esempio, sono basate sulla lotta all’opportunismo, alla dichiarazione di comodo, ai furbi che ci imbrogliano. Dobbiamo dare fiducia e smantellare le norme punitive. Autonomia nella libertà e nel diritto.

Proseguo più sinteticamente con alcune rapide osservazioni su alcuni capitoli del programma, rinviando l’approfondimento a un confronto quando i diversi temi saranno affrontati singolarmente.

BILINGUISMO.

Il programma dedica molti passaggi all’obbiettivo di una formazione plurilingue. Benissimo. Abbiamo il paradosso di ragazze e ragazzi che ricevono migliaia di ore nella seconda lingua e non sono bilingui come potrebbero. Un enorme spreco. Si dice che non c’è la bacchetta magica. Benissimo. Ma la ricetta è allora una sola, ancora una volta la fiducia: lasciamo libero il sistema scolastico e le singole scuole di scegliere in piena autonomia e libere da catene i sistemi migliori di apprendimento.  Consentiamo ai genitori di scegliere liberamente il modello di scuola che preferiscono. L’ente pubblico accompagni e sostenga le scelte di ragazzi e famiglie garantendo le condizioni che servono, accompagnando il percorso formativo liberamente scelto con ricerca e consulenza. La Provincia registri la richiesta che esiste e vi risposta con offerte di qualità.

Anche qui deve valere la libertà e la responsabilità dei singoli. L’articolo 19 non può essere una prigione, deve garantire un diritto ma non imporre un dovere. Va reso possibile per chi lo desidera un modello di scuola plurilingue.

MIGRANTI

L’inclusione è l’obbiettivo, siamo d’accordo. Il capitolo è pieno di buone intenzioni, ma inciampa sul passaggio in cui si dice di voler condizionare “alcune prestazioni di sostegno all’impegno diretto all’apprendimento delle lingue provinciali”. Questo non va, lo ripeto: l’Europa e anche la restrittiva legge italiana vietano di condizionare qualsiasi prestazione cui gli immigrati avrebbero diritto all’apprendimento della lingua, figuriamoci all’apprendimento di due lingue che non è richiesto neppure ai locali.

A questa osservazione una settimana fa il Presidente ha risposto: non pensiamo alle prestazioni sociali. E allora, Presidente, a quali prestazioni pensate? Vorrei una risposta chiara e precisa. La questione è fondamentale.

Del programma di coalizione abbiamo ricevuto 5 testi in una settimana, discorso scritto e a voce del Presidente compresi, e a volte diversi: ma questa frase ricorre in tutti identica. A quali prestazioni pensate? E che vuol dire impegno concreto per l’apprendimento delle lingue provinciali? Quali condizioni pensate di imporre?

Ricordo che la Corte costituzionale ha messo fuori legge i 5 anni di residenza previsti dalla legge sull’immigrazione, anche se la Provincia fa finta di nulla e continua a prevederli nelle leggi di settore, sperando che nessuno faccia un ricorso che sicuramente vincerebbe.

E vi informo che la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione contro la Germania, chiedendo che le misure del programma Hartz IV, compreso Kindergeld e Arbeitslosengeld, siano estesi anche agli immigrati disoccupati, mentre gli immigrati da altri paesi europei devono avere pari trattamento come fossero cittadini tedeschi.

Ho visto che il Presidente vorrebbe istituire commissioni speciali sia sulla questione migrazione che sulle politiche familiari. Ma la prima cosa da fare è molto semplice: rifinanziare le due leggi di settore. Legge famiglia e legge integrazione hanno avuto una cosa in comune: dovevano essere leggi a costo zero. Ma non si fa politica di inclusione, non si fanno politiche familiari a costo zero.

BRENNER BASIS TUNNEL

Noi manteniamo le nostre riserve, ma prendiamo atto che si sta costruendo. Va bene. Tuttavia poniamo una condizione perché l’opera abbia un senso: che si adottino immediatamente misure che incentivino e impongano lo spostamento delle merci e delle persone dalla gomma alla rotaia. La ferrovia esistente potrebbe sopportare il doppio dell’attuale trasporto. Ci sono misure a costo zero che potrebbero invertire la tendenza alla continua perdita di trasporto su rotaia a favore della strada. Finché dura questo trend il BBT non ha credibilità di politica dei trasporti sostenibile, è solo un grande cantiere.  Sia nel programma di governo che nel programma elettorale Svp si legge che il BBT è condizione per lo spostamento da ruota a rotaia. Cioè si fa una politica dei due tempi: solo dopo che abbiamo il BBT possiamo adottare misure di trasferimento. Noi sfidiamo i fautori del BBT a dimostrare che l’opera ha un senso: e lo ha solo se già prima, già da subito, comincia il trasferimento di merci sulla rotaia. La sfida non è più BBT sì o no, è traffico crescente o decrescente sull’asse del Brennero. La sfida è invertire la tendenza, è avviare la decrescita del traffico su gomma. E’ cominciar da subito a liberare le nostre valli dai gas di scarico e dal rumore. Che è poi quello che conta per i cittadini e la loro salute.

ENERGIA

La manipolazione delle gare per le grandi concessioni idroelettriche è stato lo scandalo più grave dell’autonomia e nel programma non gli è dedicata neppure una parola. Come se nulla fosse stato. Come se chi ha scritto il capitolo energia avesse vissuto all’estero negli ultimi 15 anni, o fosse nato ieri.

Questa è un’osservazione valida un po’ per tutto il programma: sembra che il passato non esista. Che si parta da zero. Purtroppo da zero non si parte, dobbiamo fare i conti con la pesante eredità soprattutto degli ultimi 10 anni. Quella delle concessioni idroelettriche gestite da SEL sulla base di gare truccate è una, forse la più pesante eredità. Queste concessioni producono oltre la metà di tutta l’energia idroelettrica prodotta sul territorio. Riportare legalità nelle concessioni attualmente illegittime è la premessa necessaria per qualsiasi altro passo di politica energetica.

Per esempio: si auspica una sinergia, fino alla fusione, delle grandi aziende pubbliche dell’energia. Ma una fusione parte dalla definizione dei valori in gioco. Domanda: c’è qualcuno che può dirci quanto valga, oggi la SEL? Nessuno sa se le concessioni attualmente in capo alla SEL o alle sue partecipate lo rimarranno anche in futuro, se SEL dovrà restituirne alcune o tutte, se dovrà pagare penali o indennizzi o danni milionari. La sola AEW ha chiesto a SEL (e anche alla Provincia, con un atto di poche settimane fa) danni per oltre 800 milioni!

Dunque il tema della legalità nelle concessioni è tutto sul tappeto. L’ultimo atto della passata giunta provinciale fu la famosa “Delibera Caia”, la deliberà che approvò lo strampalato parere del professore secondo cui le concessioni andavano riassegnate riesaminando i progetti, riammettendo SEL con fantomatici “progetti originari”.

Ora, io ho approfondito abbastanza la materia e tutte le fonti, ma proprio tutte, mi confermano che non è possibile stabilire quali sono questi progetti SEL originari, visto che non esistono e non possono certo essere ricostruiti da qualcuno a posteriori. Nessuno è disposto a prendersi questa responsabilità.

Dunque, la delibera Caia è inattuabile. Che si fa? Le ipotesi sono due: o si esclude la SEL dalle concessioni e si assegnano le centrali ai migliori progetti rimasti in campo. Oppure si arriva a una transazione dove però SEL dovrà essere disposta a cedere una buona parte delle centrali che attualmente gestisce. AEW non è i comuni venostani, che avevano un interesse a una sola centrale, Lasa. Né è ASM di Bx, che aveva presentato alle gare progetti privi di piani ambientali, quindi sostanzialmente perdenti. Dunque né AEW né Frasnelli, che pretende per sé tutta S. Antonio, si accontenteranno di briciole. Che cosa pensa di fare la giunta provinciale? La risposta a questa domanda è cruciale, senza la risposta non si va da nessuna parte. Oppure decidono i magistrati e allora SEL può prepararsi a portare i libri contabili in tribunale.

EREDITA’

La vecchia Giunta provinciale – ma alcuni assessori transitano anche nella nuova – e soprattutto il LH uscente si sono – diciamo così – tolti alcune soddisfazioni di fine mandato. L’ex presidente Durnwalder, da vecchio cacciatore, si è voluto portare a casa i suoi trofei. Ci sono alcune delibere che la nuova Giunta, se vuole davvero essere nuova e mantenere fede a quanto scritto nel programma, dovrebbe revocare. Ne indico tre:

Prima, la citata delibera Caia sulle concessioni idroelettriche, nr. 562 del 15 aprile 2013, a cui l’assessore Theiner dichiarò di aver votato contro anche se la delibera riporta la dicitura: “approvata all’unanimità”.

Seconda, la delibera su Antersasc. Questa è una vera vendetta del vecchio LH, uno schiaffo finale a tutti i difensori delle montagne, dei parchi, delle Dolomiti UNESCO. Se il nuovo LH vuole difendere la propria dignità e mostrare la propria autorevolezza, non può nascondere la testa sotto la sabbia: la deve revocare.

Terza, la delibera sull’aeroporto nr. 16 approvata nell’ultima seduta della vecchia Giunta, l’8 gennaio 2014, che autorizza definitivamente i lavori di allungamento della pista e di attuazione di quanto previsto dal Masterplan, che contraddice tra l’altro gli impegni presi nel lungo processo di “mediazione” – a proposito di dialogo e coinvolgimento dei cittadini!

Nel programma di governo sta scritto che occorre un concetto nuovo chiaro e condiviso, rimettendo tutte le carte in tavola e da sottoporre eventualmente anche a consultazione popolare, per decidere il futuro dell’aeroporto. Ma questo non è possibile se si dà il via ai lavori di allungamento della pista: perché questo è il concetto vecchio e sbagliato cui viene data attuazione. Se il nuovo Presidente vuole davvero azzerare la questione e aprire il confronto per un nuovo concetto che riguardi l’aeroporto (“e se non l’abbiamo è meglio chiudere, visto che l’aeroporto così non ha senso” ha detto più volte Kompatscher in campagna elettorale) allora deve revocare la delibera che dà il via libera al Masterplan, poi sedersi a un tavolo con tutte le parti e lì discutere del nuovo concetto.

Chiudo dicendo che non si può costruire il futuro senza la consapevolezza critica del passato, non si può realizzare il nuovo senza citare ciò che nel vecchio non andava e senza eliminare gli errori fatti. Il nuovo LH dia il segno concreto di volersi liberare dal passato e revochi le tre delibere citate: ne guadagnerà in prestigio e dimostrerà  autorevolezza.

Bolzano, 16 gennaio 2014

Svp+Pd, la piccolissima coalizione

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Arno Kompatscher è stato eletto oggi nuovo presidente della Provincia di Bolzano. Chiusa l’era Durnwalder, alla Svp e al Pd manca il coraggio per imboccare una nuova strada. Questo è il mio discorso di capogruppo dei Verdi del Sudtirolo durante il dibattito sulla fiducia.

Egregio candidato Presidente Arno Kompatscher,

se i Verdi oggi voteranno contro la Sua candidatura, questo non dipenderà dalla nostra volontà, ma dalla vostra.

Siete stati infatti voi a respingere la nostra disponibilità a partecipare a pieno titolo e in pari dignità a una nuova maggioranza formata dalla Svp, dal Pd e dai Verdi del Sudtirolo. In questa nuova maggioranza noi avremmo portato le nostre idee e l’esperienza di 30 anni di opposizione rigorosa e competente in Consiglio provinciale. Chi come noi si è opposto così a lungo al vecchio sistema sa come esso ha funzionato, sa dove sono gli ostacoli al rinnovamento, sa di che cosa dobbiamo liberarci e cosa può essere riformato.

Questa nuova e più larga maggioranza Svp-Verdi-Pd sarebbe stata la prima vera innovazione di un’epoca nuova e avrebbe garantito la svolta politica che molte cittadine e cittadini della nostra provincia si attendono. Sarebbe stata davvero una “grande coalizione” con numeri solidi e un indirizzo politico chiaro.

Voi invece avete detto no, avete fatto i “Nein-Sager”, avete preferito la continuità. Avete preferito chiudervi nel bunker di una piccolissima coalizione dai numeri risicati, la vecchia coalizione che ha perso le elezioni – la Svp avendo perso la maggioranza e il Pd essendo rimasto al palo, dopo aver indicato l’obbiettivo del raddoppio dei seggi grazie a 5 anni di assessorati, si contributi, di cumulo di poltrone e di incarichi. Non avete tratto insegnamenti da questi risultati. Avete preferito ripiegare sull’usato sicuro. Non avete avuto il coraggio del nuovo, ma ripetete il vecchio e logoro schema sperando che stavolta vada meglio.

Noi Verdi abbiamo fatto tutto ciò che potevamo per rendere possibile un’alternativa di governo.

Abbiamo dato credito alla Sua dichiarata volontà, collega Kompatscher, di una svolta nello stile e nei contenuti della politica.

Lei, collega Kompatscher, ha avuto la fortuna e la capacità di diventare in pochi mesi lo schermo su cui tante elettrici e tanti elettori hanno proiettato la propria voglia di un cambiamento profondo nella politica come l’abbiamo conosciuta in questi 25 anni. Noi abbiamo apprezzato e valorizzato queste aspettative. Ci pareva energia positiva che sarebbe stato un delitto sprecare.

Meno arroganza e più ascolto, meno centralismo e più partecipazione, meno affarismo e più bene comune, meno ingiustizie e più pari opportunità, solidarietà invece che legge del più forte, verità invece che bugie, giustizia invece che lobbismo.

Il risultato elettorale ha registrato questo bisogno di svolta: non solo col suo successo in voti, collega Kompatscher, ma soprattutto con la punizione di tutti gli esponenti del vecchio sistema e il drastico ridimensionamento delle categoria e delle lobby, che avevano trasformato il Consiglio provinciale in una giungla di interessi corporativi.

Lei ha davanti a sé un Consiglio provinciale in parte bonificato e rinnovato, con una più forte rappresentanza dei Verdi Grüne Verc, premiati per le nostre battaglie per la trasparenza, la legalità, l’ambiente e la giustizia sociale.

A questo punto una “grande e nuova coalizione” Svp-Verdi-Pd ci è sembrata non solo possibile nei numeri, ma anche lo sbocco naturale della spinta arrivata dai cittadini e delle cittadine. La chance c’era e tutti lo sapevamo. Non avete avuto coraggio.

Lei, collega Kompatscher, voi colleghi e colleghe della Svp e del Pd, questa chance l’avete lasciata cadere.

E una cosa vorrei che fosse chiara: se avete deciso per la “piccola coalizione”, non è dipeso dal programma.

Anzi. Nell’incontro “di sondaggio” che abbiamo avuto, abbiamo registrato numerose convergenze. La prima e più importante: l’autonomia come la scelta giusta, non la seconda ma la prima e unica scelta giusta per la nostra terra e la sua gente, per il nostro passato e il nostro futuro comune in un’Europa dei diritti e della convivenza.

Ma anche su molti altri punti eravamo vicini: trasparenza, partecipazione, nuovo stile, politica sociale, riforma urbanistica, riscrittura del bilancio provinciale e altro ancora. Perfino sull’energia, un argomento a cui tengo molto e su cui ho – diciamo così – idee piuttosto precise, le posizioni tra noi non sembravano lontanissime.

Certo, noi poniamo accenti differenti. Ma, siamo sinceri: su nessun tema eravamo tra noi Verdi e Lei, collega Kompatscher, più distanti di quanto Lei non sia distante da altri e altre esponenti del suo stesso partito.

No, non è sul programma che ci avete detto no. La chiusura è dipesa da puri calcoli di potere sia della Svp che del Pd.

Comincio dalla Svp. La nostra presenza avrebbe segnato un orientamento della giunta che squilibrava gli assetti di potere e i compromessi tra le correnti interne alla Svp. Dava fastidio alle tante persone che dal vecchio regime vogliono traslocare indenni nel nuovo, mantenendo posizioni e potere. Disturbava chi vuol far finta di cambiare tutto per non cambiare nulla. E soprattutto: vi costringeva uscire dall’autosufficienza. Avreste dovuto riconoscere che la Svp non può più pretendere il monopolio della rappresentanza – cosa che le ultime elezioni hanno definitivamente sancito, ma che voi non volete ammettere. Anche Lei, collega Kompatscher, ha detto che per governare vi serviva solo un partner di lingua italiana, perché così vi obbliga lo statuto. Questo è il vecchio ritornello, maa non è più vero. Care colleghe e colleghi della Svp: voi avete perso la maggioranza, non potete più fare da soli, per governare dovete cercare alleati!

Invece insistete nella cocciuta pretesa di mantenere il monopolio del potere e della rappresentanza. Cambiano le facce, ma questa vecchia abitudine vi è rimasta.

E arrivo al Pd. Se sono chiare le ragioni per cui la Svp ha respinto i Verdi, non si capisce perché il Pd non abbia cercato di coinvolgerci rafforzando così l’ala di centro sinistra della coalizione. Appena in febbraio noi Verdi del Sudtirolo abbiamo sostenuto la candidatura Bersani al governo dell’Italia, anche a costo di rompere con i Verdi italiani e trentini, che sostenevano la candidatura alternativa di Ingroia. Potevate quindi considerarci i vostri naturali interlocutori ed alleati. Invece niente: in questi due mesi non ci avete cercato neppure una volta! Dalle elezioni in poi vi siete concentrati esclusivamente sulla difesa dei vostri assessorati, vedendo in noi Verdi solo un possibile concorrente da tenere fuori dalla porta. Anche la vostra battaglia sul secondo assessore italiano in realtà è apparsa come la pretesa di un secondo assessore al Pd e non ha scaldato i cuori di nessuno.

Mi preme ricordare che noi, al contrario, abbiamo sempre considerato il Pd parte essenziale e insostituibile di una nuova coalizione e mai abbiamo parlato di un’alleanza esclusiva Svp-Verdi. Eppure di governi nero-verdi in Europa, e specialmente nell’area tedesca ce ne sono, eccome! C’è nel Tirolo di Günther Platter e Ingrid Felipe, c’è a Salisburgo, c’è a Graz. C’è nel Land dell’Assia in Germania, c’è a Bonn, c’é a Darmstadt, c’è a Oldenburg, c’è a Francoforte!

A Bolzano non abbiamo mai avanzato questa ipotesi: vi abbiamo sempre considerato, cari colleghi del Pd, nostri partner privilegiati. Voi avete fatto il contrario e vi sietepreoccupati solo della vostra poltrona. Avete pensato: meno siamo, più contiamo. Invece vedrete: accadrà e sta già accadendo il contrario!

Stesso discorso, sia chiaro, anche per gli Arbeitnehmer nella Svp: avete visto nei Verdi solo una possibile concorrenza e nella vostra debolezza vi siete impegnati per escluderci. Una politica che non vi porterà da nessuna parte e su cui vi chiediamo di ripensare.

Torno a Lei, collega Kompatscher. Un allargamento ai Verdi della coalizione di governo non è fallita né per la persona del Presidente, né per il programma. E’ fallita perché se alcune facce sono cambiate, il sistema, il partito nelle sue ramificazioni territoriali, il groviglio di interessi e di gruppi di potere che in esso agisce, il blocco sociale costruito in 25 anni di era Durnwalder è cambiato poco o nulla. Per il cambiamento ci vuole più che una tornata elettorale. Il cambiamento non sta alle nostre spalle, ma ancora davanti a noi.

Io non so valutare oggi, collega Kompatscher, se con questa vecchia formula di governo di qui a 5 anni sarà riuscito Lei a cambiare il sistema, o sarà il sistema a cambiare Lei, o addirittura a farle fare un imprevisto capitombolo. Ho l’impressione che ci sia, anche nel suo partito, chi punta a questo: che il suo sia un esperimento dalla vita breve e che tra 5 anni si debba cercare un nuovo Presidente.

Noi ci auguriamo di no. Ci auguriamo che questa sia la legislatura che costruisce le condizioni per una svolta. Faremo di tutto perché tra 5 anni l’Alto Adige Südtirol sia diventato una provincia dove i cittadini e le cittadine siano più partecipi, dove la povertà sia efficacemente combattuta, dove l’ambiente sia più rispettato, dove l’energia sia dei cittadini, dove le persone migranti godano di pieni diritti, dove si viva una migliore convivenza, dove l’autonomia torni ad essere un progetto comune, aperto, europeo.

Noi faremo un’opposizione forte e rigorosa, ma positiva e propositiva e sosterremo tutte le proposte che vanno nella giusta direzione.

Lei ha annunciato un nuovo stile nel fare governo in questa provincia. Ebbene, noi Verdi annunciamo oggi un nuovo stile nel fare opposizione. Che consiste di due impegni:

IL PRIMO: ci impegniamo a valutare, in ogni proposta che verrà dalla maggioranza, innanzitutto i punti d’accordo e solo dopo i punti di disaccordo. Naturalmente cercheremo gestiremo il disaccordo in modo rigoroso, fino in fondo, perché noi l’opposizione la sappiamo fare e l’abbiamo dimostrato. Ma prima cercheremo gli aspetti positivi.

IL SECONDO IMPEGNO: accetteremo ogni possibile occasione di confronto e di collaborazione che ci verrà offerta, a patto naturalmente che le nuove forme di collaborazione siano trasparenti e democratiche, non creino zone grigie, non esautorino il Consiglio provinciale ma lo valorizzino.

Questi sono i nostri impegni, che sono anche l’apertura di una linea di credito nei suoi confronti, egregio candidato Presidente Kompatscher.

Con questo spirito oggi le votiamo contro. Il nostro obbiettivo è preparare la svolta del 2018.

Ambientalisti: no a Benko, sì all’Areale

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Alternativa a Benko: il progetto di recupero delle aree ferroviarie dismesse

Alternativa a Benko: il progetto di recupero delle aree ferroviarie dismesse

Si allarga il fronte del no al progetto Benko e del sì al progetto Areale. Dopo la protesta di ieri delle categorie economiche e dei sindacati, dopo l’opposizione di architetti/e e urbanisti/e, oggi prendono la parola i movimenti ambientalisti. Intanto è stato presentato il progetto esecutivo, lo studio di fattibilità e il modello economico della riqualificazione delle aree ferroviarie dismesse, una vera e propria “nuova Bolzano” progettata e voluta da anni. L’alternativa pubblica alla cementificazione privata.

In una conferenza stampa convocata simbolicamente presso l’Hotel Alpi (destinato alla demolizione) le associazioni ambientaliste dio Bolzano e provincia hanno presentato questo documento:

Le associazioni AMBIENTE e SALUTE, DACHVERBAND, ITALIA NOSTRA, LEGAMBIENTE e WWF intendono dichiarare la propria assoluta contrarietà al “Progetto Benko” attualmente in corso di discussione all’interno dell’Amministrazione Comunale di Bolzano.

Contrarietà alle procedure della Legge Urbanistica che consentono questo tipo di proposte ma anche al merito del progetto stesso.

Tale progetto viene spacciato per una semplice riqualificazione di un’area degradata e la fantasmagorica creazione di uno stupendo centro commerciale, il tutto senza spese per la collettività che anzi ne dovrebbe ricevere solo vantaggi.

In realtà si tratta di un’opera epocale che trasformerà in maniera drastica quella che è l’attuale porta di accesso al centro storico per chi proviene da fuori città favorendo interessi privati con l’ente pubblico supino e la cittadinanza lasciata in un angolo.

L’art 55 quinquies della Legge Urbanistica Provinciale ha dunque iniziato ha partorire i suoi primi mostri.

Stravolgendo completamente una prassi che vede assegnato il ruolo di guida delle trasformazioni urbane all’ente pubblico e quindi alla comunità tutta, ora, (lasciando tempi ridottissimi alle decisioni) qualunque privato dotato di ingenti risorse finanziarie potrà proporre e, vista la crisi finanziaria dell’ente pubblico, costruire in barba a tutta la normativa e programmazione esistente pagando  il prezzo da lui stesso determinato.

Il primo esempio di quello che può succedere in nome di una deregolarizzazione troppo spinta è proprio il “Progetto Benko”:

  • volumetrie spropositate (si andrebbero addirittura a raddoppiare le superfici di vendita attualmente esistenti in tutta la zona),
  • disinteresse per la città consolidata e storicamente determinatasi,
  • spregio del verde di qualità presente nell’area (una delle poche aree del centro storico),
  • nessun coordinamento con il progetto del vicinissimo areale ferroviario,
  • nessuna analisi di impatto sulla struttura socioeconomica della città intera,
  • interesse pubblico dell’intervento tutto da dimostrare.

Bisognerebbe chiedersi se Bolzano ha bisogno di questa enorme volumetria (si pensi solo all’immenso sfitto o non occupato esistente per non parlare dei cantieri infiniti sparsi per la città, anche in aree di pregio) e soprattutto se non si rischia di creare squilibri socioeconomici di portata non attualmente misurabili: centro sempre più attrattore di funzioni pregiate (e prezzi conseguenti) e gli altri quartieri residenziali che si svuotano delle funzioni qualificanti.

Ma anche entrando nel dettaglio del progetto si  trovano evidenti e gravi negatività: sparisce una bella fetta del secolare parco di Piazza Stazione per essere rimpiazzato da giardini pensili la cui qualità e possibilità di fruizione rimane assai dubbia.

Tutte le ingenti volumetrie sembrano concepite come occupazione ottimizzata delle aree disponibili senza un vero disegno urbano.

Si portano ulteriori auto in centro seppur collegando i vari parcheggi esistenti interrati con una viabilità ipogea che certo non risolve i problemi generali della viabilità. Anzi, vista la squilibrata forma urbis di Bolzano, nelle vie di accesso i problemi si aggraveranno.

Si propone una funivia del Virgolo che porta verso…aree private che probabilmente avranno bisogno anch’esse di ristrutturazione urbanistica…

Per quanto si è visto finora non si è ancora visto un bilancio energetico dell’operazione ne tantomeno una tempistica degli interventi.

Non si è poi tenuto conto degli aspetti sociali di tutta la città: le persone che attualmente occupano l’area si sposteranno in zone più periferiche dove le attività commerciali già asfittiche soffocheranno irrimediabilmente.

E il bilancio occupazionale non considera che Bolzano non è una metropoli e se si creano posti di lavoro di un certo tipo da una parte se ne perdono altrettanti negli altri quartieri danneggiando il tessuto sociale connettivo fatto di rapporti di vicinato e frammistione delle attività.

Non ultimo ci pare assai carente il coinvolgimento della cittadinanza che si ferma ad una piccola indagine sui media e ad una bacheca con un plastico. Riconosciamo il diritto di quanti vivono e lavorano in Bolzano ad essere coinvolti in decisioni di questa portata che possano soppesare i pro e i contro e decidere poi di conseguenza.

Dal momento che il Comune non si è dotato di strumenti di Democrazia Diretta che lascino ai cittadini il potere decisionale di fronte a progetti di grande impatto economico o urbanistico ci si aspetta che sia l’amministrazione stessa a chiederne il parere di fronte a proposte che stravolgono un’area di queste dimensioni con ricadute su tutto il tessuto urbano e sociale.

E infine si viene a costituire un precedente pericoloso: cosa potrà opporre l’Amministrazione Comunale quando le verranno proposti nuovi progetti?

 AMBIENTE e SALUTE – DACHVERBAND – ITALIA NOSTRA – LEGAMBIENTE – WWF

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