Per un’autonomia moderna ed europea

RiccardoDelloSbarba_LauraPolonioli

Pubblichiamo qui il documento di minoranza che abbiamo presentato a conclusione della Convenzione per l’autonomia, e che adrà in discussione in Consiglio provinciale in settembre insieme al documento della maggioranza. A settembre sarà disponibile la versione in tedesco e quella in ladino. Laura Polonioli e Riccardo Dello Sbarba.

Convenzione per la riforma dello Statuto di autonomia del Trentino-Alto Adige/Südtirol

Proposte in ordine alla revisione dello Statuto

Relazione di minoranza di

Riccardo Dello Sbarba e Laura Polonioli

1- CONSIDERAZIONI GENERALI

2- PREAMBOLO

3- TUTELA DELLE MINORANZE E CONVIVENZA

  • Nuove minoranze

  • Scuola

  • Libertà per la prima dichiarazione linguistica

  • Clausola di residenza

  • Una proporzionale più flessibile

  • Uso della lingua ladina

4- ORGANIZZAZIONE ISTITUZIONALE

  • Regione sì, ma leggera

  • Le autonomie dentro l’autonomia

  • Cittadine e cittadini

  • Democrazia rappresentativa

  • Democrazia partecipativa

  • Democrazia diretta

  • I comuni

  • Il comune capoluogo

  • Il consiglio dei comuni

5- AUTONOMIA LEGISLATIVA E AMMINISTRATIVA

  • Competenze legislative

  • Limiti alla funzione legislativa

6- NORME DI ATTUAZIONE

7- RAPPORTI CON LO STATO

  • Il contenzioso costituzionale

  • Organi giurisdizionali: le nomine al Tar di Bolzano

1 – CONSIDERAZIONI GENERALI

L’obbiettivo della Convenzione era la riscrittura partecipata dello Statuto, tramite l’incontro tra società civile e politica. La nuova autonomia doveva nascere come patto condiviso tra cittadine e cittadini di ogni gruppo linguistico, proseguendo col metodo dell’intesa con cui furono scritti il secondo Statuto e il Pacchetto e che si basa sulla regola non scritta secondo cui nessun gruppo può decidere da solo. Nel corso dei lavori della Convenzione si è invece affermato il criterio della maggioranza, che in Alto Adige-Südtirol rischia facilmente di diventare maggioranza etnica. Così è purtroppo successo, per diversi motivi.

  • La legge istitutiva aveva limiti evidenti. La composizione degli organi della Convenzione doveva rispecchiare di più la società locale e non solo la parte che si è più mobilitata. Il processo di partecipazione era previsto solo all’inizio e poi, senza più tornare alla società civile, si restringeva progressivamente come un imbuto, dagli open spaces al Forum dei 100, alla Convenzione dei 33.

  • La legge prevedeva il “metodo del consenso”, ma la Convenzione non è stata dotata degli strumenti necessari, come un gruppo di moderazione professionale e una consulenza giuridica esterna.

  • Non è stato attuato il coordinamento tra Convenzione e Consulta di Trento previsto dalla mozione n. 34 approvata il 13 aprile 2016 dal Consiglio regionale e firmata dai presidenti Rossi e Kompatscher, che prescriveva in ben 13 pagine: “Misure di coordinamento con i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano ai fini della revisione dello Statuto”. Questa mozione è stata totalmente ignorata dall’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale, che doveva attuarla.

Gran parte del lavoro della Convenzione si è concentrato sul consueto tema degli elenchi di competenze da strappare a Roma, invece che immaginare, sulla base dei mutamenti intercorsi dal 1972 ad oggi, un nuovo modello di convivenza fondato sull’incontro e non sulla separazione, sulla democrazia e non sul centralismo, sulla fiducia e non sul sospetto. E soprattutto: sul plurilinguismo e la diversità culturale come marchio speciale di una terra capace di trasformare la frontiera in un progetto di pace.

Il lavoro fatto è stato comunque prezioso, poiché ha approfondito e chiarito le diverse visioni presenti nel nostro Alto Adige/Südtirol, consegnandole al Consiglio provinciale e alla discussione nella società civile. Se non è potuta essere un punto di arrivo, la Convenzione è stata certamente un importante punto di partenza.

2 – PREAMBOLO

Un preambolo allo Statuto deve servire a chiarire la cornice dell’autonomia, citando esplicitamente:

  • L’accordo Degasperi-Gruber del 5 settembre 1946 e i suoi successivi sviluppi. Questo riferimento chiarisce l’ancoraggio internazionale per l’autonomia delle province di Bolzano e Trento e la comune responsabilità di Italia e Austria verso questi territori. Per questo non siamo d’accordo a limitare, come fa il documento finale, alla sola Provincia di Bolzano la copertura internazionale dell’Accordo del 1946. Lo Statuto del 1972, sua conseguenza diretta, è Statuto per entrambe le province e tale deve rimanere. Escludere Trento da tale quadro è una scelta dalle conseguenze molto gravi.

  • Il processo di integrazione europea, con l’obiettivo di partecipare ad esso. Proprio nel momento in cui l’integrazione europea viene messa in discussione, va sottolineata l’importanza di mantenere aperti tutti i confini della provincia, innanzitutto il Brennero.

  • La cooperazione transfrontaliera, una delle cui forme è l’Euregio.

  • La Convenzione delle Alpi come Magna Charta dello spazio regionale alpino che mette l’accento su due principi: la sostenibilità di un’area che è lo scrigno della biodiversità europea, nonché la sua riserva d’acqua; la pluralità di lingue e culture che si affacciano sulle Alpi, che le rende cerniera di pace.

Nel preambolo vanno indicati i valori e i principi che riteniamo fondanti per la nostra comunità e che danno sostanza all’autonomia:

  • La promozione della pace e della solidarietà tra i popoli.

  • L’impegno per una maggiore eguaglianza sociale ed economica, la lotta alla povertà, la garanzia di elevati diritti sociali, l’accoglienza. Oltre a questi principi, proponiamo di mettere l’accento su due aspetti particolarmente importanti (emersi anche dal Forum dei 100): “Tutte le cittadine e i cittadini hanno diritto a un lavoro stabile e di qualità e a un reddito di base che consenta una vita nella dignità. L’autonomia tutela questo diritto”.

  • L’impegno per l’uguaglianza e la pari dignità tra le persone e la parità tra gli uomini e le donne in ogni ambito.

  • L”impegno globale contro i cambiamenti climatici, la tutela dell’ambiente per le generazioni future e i “diritti della natura”, ad esempio scrivendo: “la natura, le piante, gli animali, la terra, le rocce, l’acqua e l’aria hanno il diritto di esistere, persistere, mantenersi, rigenerarsi attraverso i propri cicli vitali, la propria struttura, le proprie funzioni e i propri processi evolutivi. L’autonomia tutela questo diritto”.

  • La salvaguardia e la promozione delle peculiarità culturali, storiche, e linguistiche delle popolazioni qui insediate, la pacifica convivenza tra i gruppi linguistici e la parità di diritti per ciascuna persona indipendentemente dal gruppo linguistico.

  • La tutela e il rispetto delle nuove minoranze createsi in seguito ai movimenti migratori, favorendone la piena partecipazione alla vita sociale, culturale ed economica.

Siamo invece contrari a citare il principio di autodeterminazione dei popoli nello Statuto, che assumerebbe un chiaro significato politico, indicando la possibilità di avviare un percorso diverso dall’autonomia e così rimettere in discussione la soluzione sancita dall’Accordo De Gasperi-Gruber e da successive decisioni libere e democratiche.

Non riteniamo pertinente la citazione della Carta dell’Onu, che riconosce il diritto all’autodeterminazione solo se a un popolo è impedito di “determinare liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale e la propria piena partecipazione politica”. Non ci sembra che questo sia il caso dell’Alto Adige-Südtirol, in cui è ampiamente garantita la tutela delle minoranze, il loro pieno sviluppo, la loro completa partecipazione politica.

Seguendo il principio laico di tolleranza, libertà religiosa e separazione tra religione e stato, riteniamo incongruo ogni riferimento di tipo religioso nello Statuto.

3 – TUTELA DELLE MINORANZE E CONVIVENZA

Che significa tutela delle minoranze nell’anno 2017, 45 anni dopo l’approvazione dell’attuale Statuto? Da allora molto è cambiato:

Primo, la società sudtirolese da statica è diventata mobile. Sono arrivati quasi 50.000 migranti. Anche chi è nato qui studia all’estero, viaggia, va e torna e spesso si scontra con un sistema fondato sulla residenza. La scolarità si è innalzata, le donne sono entrate massicciamente nel lavoro, l’economia e le imprese si sono internazionalizzate. La stessa società locale richiede mobilità per funzionare, richiamando persone da fuori sia per le professioni elevate (ad es. medici) sia per le mansioni più basse.

Secondo: i poteri che nel 1972 erano concentrati su Stato e Regione sono stati per la maggior parte trasferiti alla Provincia, dove la minoranza tedesca e ladina è maggioranza assoluta della popolazione locale (74,16% in totale) e si autogoverna democraticamente. E’ dunque possibile pensare a una nuova fase, in cui a più autonomia corrisponda un disarmo delle forme di separazione a favore di spazi comuni di convivenza.

Terzo: in Europa si è affermato un nuovo concetto di tutela delle minoranze fondato sul principio di “libertà di scelta”. La “Convenzione-Quadro per la protezione delle minoranze nazionali” del Consiglio d’Europa del dicembre 1994 sancisce che «ogni persona che appartiene ad una minoranza nazionale ha diritto di scegliere liberamente se essere trattata o non trattata in quanto tale, e nessuno svantaggio dovrà risultare da questa scelta o dall’esercizio dei diritti ad essa connessi». Ciò significa che gli strumenti di tutela devono essere garantiti, ma ogni persona deve poter essere libera di scegliere se avvalersene o scegliere soluzioni per lei migliori.

Da questa analisi discendono le seguenti proposte.

NUOVE MINORANZE

Va preso atto dell’emergere di “nuove comunità minoritarie”, dovuta ai fenomeni migratori, e inserirle a pieno titolo nel quadro dell’autonomia.

L”articolo 2 dello Statuto potrebbe essere completato così: “i Comuni, le Province autonome e la Regione promuovono l’accoglienza, l’integrazione sociale e la tutela culturale delle persone appartenenti alle altre comunità minoritarie stabilite sul proprio territorio”.

SCUOLA

Rendere possibile la libertà di scelta significa affiancare alla scuola in madrelingua (che non viene messa in discussione ma anzi potenziata liberandola da compiti non suoi) l’offerta aggiuntiva di una scuola plurilingue da frequentare su base volontaria, vissuta insieme da bambini e docenti italiani, tedeschi, ladini e di altre provenienze. E’ un progetto non solo di apprendimento tecnico-linguistico, ma di socializzazione in un “Sudtirolo indiviso”. Condizioni: l’iscrizione volontaria, la formazione dei e delle docenti attingendo anche dalle diverse intendenze, accompagnamento scientifico di alto livello. Parallelamente a questo, dovrebbe essere assicurata alle scuole dei diversi gruppi linguistici la possibilità di adottare metodi innovativi di insegnamento linguistico. Entrambe queste misure sono da prevedere nell’ambito dell’autonomia scolastica.

Questa esigenza di innovazione è emersa con forza anche dai lavori del Forum dei 100, che hanno sottolineato l’importanza di costruire una società sempre più bilingue e mettere l’accento sul bilinguismo reale e praticato.

A titolo di esempio, proponiamo due possibili modifiche all’articolo 19 dello Statuto.

Al comma 1 può essere aggiunto: “Nell’ambito dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, sono comunque possibili all’interno delle scuole di ciascun gruppo linguistico diverse forme di insegnamento finalizzate ad un migliore apprendimento della seconda lingua e delle lingue straniere”.

Dopo il comma 2 può essere aggiunto un comma 2-bis: “Fermo restando quanto previsto al comma 1, la legge provinciale, nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, può prevedere che, anche attraverso la collaborazione di più intendenze scolastiche, anche fuori dalle località ladine siano istituite, autorizzate o riconosciute classi, sezioni o scuole, di ogni ordine e grado, nelle quali l’insegnamento è impartito su base paritetica di ore e di esito finale, in italiano e tedesco e, eventualmente, nella lingua ladina o in una o più lingue straniere. L’insegnamento è impartito da docenti per cui la lingua di insegnamento è madrelingua. L’iscrizione avviene su base volontaria. Le classi, sezioni o scuole istituite ai sensi del presente comma proseguono fino al completamento del proprio ciclo di istruzione”.

LIBERTA’ PER LA PRIMA DICHIARAZIONE LINGUISTICA

Riprendiamo una proposta del Forum dei 100, di rendere libera la scelta sul momento in cui fare la prima dichiarazione linguistica, garantendone l’immediata validità. Oggi se un diciottenne si dimentica di farla entro un anno, viene poi penalizzato con 18 mesi di attesa. Questa norma punitiva, che vale solo per chi è nato in provincia e non per chi viene da fuori, va eliminata perché contraddice il principio della libertà di scelta se dichiararsi o meno, base dell’ultima riforma della norma di attuazione sul censimento.

CLAUSOLA DI RESIDENZA

L’attesa di quattro anni di residenza prima di ottenere il diritto di votare è una norma obsoleta e sproporzionata, che lascia senza diritti chiunque venga da fuori e provoca frustrazione al primo impatto con l’autonomia. Il Trentino prevede un anno. Potrebbe essere sufficiente, se proprio si vuole.

UNA PROPORZIONALE PIÙ FLESSIBILE

La proporzionale ha dispiegato il proprio effetto nella maggioranza dei settori pubblici e spesso crea difficoltà all’efficiente funzionamento dei servizi. Per questo vengono continuamente fatte deroghe ad hoc, metodo che va superato adottando un coerente quadro normativo di flessibilità, nei settori dove la proporzionale si è realizzata o dove l’uno o l’altro dei gruppi linguistici non manifesta interesse verso i corrispondenti posti di lavoro.

A titolo di esempio, l’articolo 89 potrebbe essere modificato così:

  • Invece che la tassativa corrispondenza tra censimento e proporzionale nei posti pubblici, si può prevedere in modo più flessibile che “i posti di lavoro nella pubblica amministrazione devono tendere ad una adeguata rappresentanza dei tre gruppi linguistici in rapporto alla loro consistenza”.

  • Può essere previsto un certo margine di tolleranza (ad es. del 10%) nello scostamento dalla proporzionale, affidando al Consiglio provinciale, ad ogni inizio di legislatura, il compito di verificare e valutare se, oltrepassato questo margine in un certo settore, sia opportuno reintrodurvi una proporzionale più rigida oppure no (perché magari il gruppo sotto-rappresentato non manifesta interesse).

USO DELLA LINGUA LADINA

Alle proposte contenute nel documento finale che riguardano i Ladini, proponiamo di aggiungere la possibilità che nei regolamenti interni dei Consigli comunali e del Consiglio provinciale e regionale sia possibile prevedere l’uso del ladino nelle sedute.

4 – ORGANIZZAZIONE ISTITUZIONALE

REGIONE SÌ, MA LEGGERA

Che la Regione così com’è non vada, siamo tutti d’accordo. Ma per questo non siamo d’accordo che occorra rompere definitivamente il quadro regionale, abolendola o riducendola – come fa il documento finale – a semplice luogo di incontro in cui “gestire materie di interesse comune tramite accordi interprovinciali”. Vogliamo forse chiedere al Parlamento di cambiare l’articolo 116 della Costituzione Italiana, comma 2, che recita: “La Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol è costituita dalle Province autonome di Trento e di Bolzano”?

Noi vogliamo lavorare dentro la cornice regionale, mantenendo una forma istituzionalizzata di cooperazione tra Trentino e Alto Adige/Südtirol. Ci fa bene il confronto con una provincia analoga per geografia, popolazione, cultura e autonomia. L’asse col Trentino a tutela e sviluppo della comune autonomia è prezioso.

La nostra proposta è quella di una “Regione leggera” che sia un ente di raccordo e cooperazione rafforzata tra le due province. Non una Regione, vogliamo precisare, che coordini le Province, ma una Regione in cui le province si coordinino tra loro su base volontaria al fine di potenziare le proprie politiche.

Essa sarebbe dotata di un Consiglio regionale, composto come oggi dai due consigli provinciali, con funzione legislativa su materie non definite a priori, ma individuate d’intesa tra le due province sulle quali esse dichiarano l’interesse ad avere, oltre alle normative provinciali, leggi quadro o atti di indirizzo condivisi nel più vasto ambito regionale.

Ad esempio: una legge quadro regionale sul trasferimento delle merci dalla strada alla rotaia, o sulla collaborazione in materie come la ricerca e la sanità, renderebbe molto più efficace l’azione delle due province e le stesse loro normative provinciali in materia. Tali normative-quadro regionali verrebbero considerate approvate solo se ottengono la maggioranza qualificata di ciascun Consiglio provinciale.

Non andrebbe altresì esclusa a priori la possibilità che, sempre sulla base di intese volontarie, le due Province deleghino alla Regione limitate materie o ambiti di esse.

Una simile Regione avrebbe comunque una Giunta regionale ridotta ai soli Presidenti delle due Province che si alternano come presidente della Regione e vice, e non avrebbe bisogno di un apparato amministrativo, poiché l’amministrazione verrebbe demandata alle due Province.

LE AUTONOMIE DENTRO L’AUTONOMIA

Finora l’autonomia è stata costruita trasferendo i poteri dallo Stato alla sola Provincia. Ciò ha comportato un forte centralismo provinciale che, giustificato in passato, oggi produce un deficit di democrazia.

Occorre rovesciare l’impostazione: va ripensato un “Sistema delle autonomie”, dove accanto alla rivendicazione di più potere e competenze per la Provincia si abbia il trasferimento di questo potere verso il basso: verso i cittadini e le cittadine e gli enti locali intermedi. Vanno inoltre ampliate le autonomie dei diversi enti: ad es. va ancorata nello Statuto l’autonomia delle istituzioni scolastiche.

CITTADINI E CITTADINE

Nel documento finale non viene proposto nulla di nuovo per quanto riguarda la partecipazione popolare. A nostro parere invece la riforma dello Statuto deve mettere al centro l’esigenza di costruire un’autonomia dei cittadini e delle cittadine, indicando le diverse forme della loro partecipazione democratica e disciplinandone gli elementi essenziali.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA.

Va rafforzato il ruolo del Consiglio provinciale anche come luogo di produzione di nuove norme autonomistiche. Proponiamo di prevedere:

  • Un parere obbligatorio del Consiglio provinciale sulle norme di attuazione dello Statuto, prima della loro approvazione da parte delle Commissioni paritetiche,

  • Un parere obbligatorio del Consiglio provinciale sulle proposte di modifica della parte finanziaria dello Statuto (titolo VI), come uno dei passaggi nella espressione della prevista intesa da parte della Provincia prima della loro approvazione dal Parlamento tramite legge ordinaria.

  • L’espressione da parte del Consiglio provinciale di indirizzi politici sulle posizioni da tenere nella Conferenza Stato-Regioni e nella Conferenza unificata.

DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA.

Si tratta di prevedere nello Statuto una norma di principio che introduca la possibilità, su iniziativa del Consiglio provinciale ovvero della Giunta provinciale, oppure su richiesta di un certo numero di cittadine e cittadini, di fare precedere la decisione finale su atti normativi e amministrativi a carattere generale da un processo di pubblico confronto.

Tra gli istituti più significativi in questo senso vogliamo citare:

  • L’” istruttoria pubblica” prevista dagli Statuti di diverse Regioni italiane.

  • Il “Bürgerrat“ come ad esempio istituito dal Land austriaco del Voralberg, con l’estrazione a sorte di un campione rappresentativo di cittadini e cittadine chiamati a esprimere un parere motivato su temi rilevanti;

  • Il “bilancio partecipativo” su una quota del bilancio pubblico, adottato in diverse città europee.

DEMOCRAZIA DIRETTA.

Vanno indicati nello Statuto gli strumenti della democrazia diretta, nonché la disciplina essenziale (soggetti legittimati a chiederli, le materie, i tempi e il limite massimo per il quorum).

Per noi gli strumenti da indicare sono: la petizione, le leggi di iniziativa popolare e i referendum consultivo, abrogativo, propositivo e confermativo.

Per il quorum nei referendum ci sembra sensata l’indicazione del 25% degli aventi diritto (eccetto il referendum consultivo senza quorum) proposta dalla 1a commissione legislativa del Consiglio provinciale nel disegno di legge elaborato attraverso un vasto processo partecipativo.

Al fine di promuovere l’integrazione anche attraverso la partecipazione democratica, riprendendo quanto emerso dal Forum dei 100, proponiamo di prevedere il diritto di voto ai referendum locali per le persone straniere con una certa stabilità di residenza (ad es. per chi possiede la carta di soggiorno per residenti di lungo periodo).

I COMUNI

I Comuni vanno espressamente menzionati nello Statuto quali enti autonomi dotati di rappresentatività delle rispettive comunità territoriali di base.

Vanno introdotti i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, per cui le funzioni amministrative sono di regola attribuite agli enti più prossimi ai cittadini, in particolare ai Comuni, tenendo conto delle loro concrete capacità e delle diverse loro caratteristiche demografiche, territoriali e strutturali. Contestualmente va introdotto il principio della corrispondenza tra le funzioni attribuite e le rispettive risorse finanziarie e di personale per esercitarle.

Questi principi potrebbero essere espressi così: “I Comuni sono titolari di funzioni proprie e conferite dalla Provincia secondo i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza e ad essi vengono assicurati i finanziamenti e gli adeguamenti necessari per l’esercizio delle funzioni”.

Oltre ad un ruolo amministrativo, andrebbe riconosciuto ai Comuni anche un ruolo politico, introducendo nello Statuto il principio del concorso dei comuni alle scelte di programmazione provinciale, prevedendo ad esempio, nei casi di progetti di interesse provinciale particolarmente rilevanti per il territorio di uno o più comuni, il principio dell’intesa tra Provincia e Comuni coinvolti.

IL COMUNE CAPOLUOGO

Va eliminata l’indicazione statutaria di Trento come capoluogo della Regione. La Regione è costituita dalle due province autonome che hanno Trento e Bolzano come capoluoghi.

Pensiamo che devono essere riconosciute al comune capoluogo le funzioni particolari che esercita nell’ambito provinciale e al servizio dell’intero territorio e queste funzioni dovranno ricevere per legge una adeguata copertura finanziaria.

IL CONSIGLIO DEI COMUNI

Si propone di menzionare espressamente nello Statuto il Consiglio dei Comuni indicandone anche la disciplina essenziale. In particolare si può ipotizzare di rafforzare e differenziare la forza giuridica degli interventi del Consiglio dei Comuni a seconda delle materie:

In alcuni casi potrebbe essere sufficiente una funzione consultiva, attraverso un parere obbligatorio ma non vincolante.

In altri ancora si potrebbe pensare a un “diritto di veto”, ad esempio su disegni di legge provinciale particolarmente importanti per i comuni, superabile solo con decisioni prese a maggioranza qualificata del Consiglio provinciale.

Infine, per materie che risultano di rilevante impatto sul Comune capoluogo, andrebbe previsto un peso differenziato al parere espresso dal Comune di Bolzano all’interno del Consiglio dei Comuni.

5 – AUTONOMIA LEGISLATIVA E AMMINISTRATIVA

Se siamo d’accordo con l’obiettivo di consolidare, ampliare e migliorare la nostra autonomia legislativa e amministrativa, riteniamo allo stesso tempo che tale scopo non possa realisticamente essere perseguito attraverso l’impianto delineato nel documento finale che ci pare rimuova nei fatti il contesto istituzionale generale entro cui si colloca l’autonomia della Provincia. Ciò accade in particolare quando si pone come unico limite all’esercizio delle tante competenze esclusive rivendicate non la Costituzione, ma solo i suoi “principi fondamentali” (oltre, ma è ovvio, il diritto dell’Unione europea e il diritto internazionale).

Inoltre, l’elenco di competenze non può essere moltiplicato all’infinito a prescindere da una verifica del senso e della loro finanziabilità.

COMPETENZE LEGISLATIVE

Nel recente dibattito costituzionale si è affermata l’idea di superare le competenze di tipo concorrente, o secondario, a favore del concetto di competenza chiaramente esclusiva o dello Stato o delle autonomie. Poiché a nostro parere è prevedibile che questa tendenza verrà confermata anche in futuro nel rapporto tra Stato e autonomie, nella prospettiva della riforma dello Statuto, e per rafforzare la specialità dell’Alto Adige-Südtirol, riteniamo opportuno individuare, attraverso un’attenta verifica, quali siano le nuove competenze esclusive da attribuire alla Provincia perché strategiche, vantaggiose e sostenibili anche finanziariamente. Di seguito alcune proposte (in neretto) che tengono anche conto del lavoro svolto dal gruppo di lavoro istituito nel 2014 dai presidenti delle due Province autonome:

  • Governo del territorio, urbanistica e pianificazione territoriale

  • Tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema

  • Aeroporti civili

  • Istruzione materna, elementare e secondaria, media e superiore, fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, relativa assistenza scolastica ed edilizia scolastica

  • Ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione

  • Commercio ivi comprese l’urbanistica commerciale e il commercio con l’estero

  • Politiche attive del lavoro

  • Politiche sociali

  • Utilizzazione delle acque pubbliche ivi comprese le grandi derivazioni a scopo idroelettrico, nonché la relativa disciplina inerente le concessioni

  • Produzione, distribuzione trasporto dell’energia di interesse provinciale e locale

  • Tutela della salute, igiene e sanità, ivi compresa l’assistenza sanitaria e ospedaliera

  • Rapporti internazionali e con l’unione europea nelle materie di propria competenza

LIMITI ALLA FUNZIONE LEGISLATIVA

Circa i limiti delle competenze legislative, pensiamo che non si possa fare a meno dal citare la Costituzione per intero e ciò ancor di più se la titolarità di molte competenze si trasformerà in esclusiva.

Proponiamo la formula: “La funzione legislativa è esercitata dalla Provincia in armonia con la Costituzione, con i vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali”.

La Costituzione indica, in particolare, i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali” da garantire su tutto il territorio. Si tratta, in fondo, di quell’insieme essenziale di “diritti di cittadinanza” che la Repubblica garantisce a ogni cittadino e cittadina: questi diritti a maggior ragione devono essere garantiti e anzi incrementati dall’autonomia, che trova il suo senso nell’offrire condizioni di vita migliori a chi vive sul territorio. Per questo, siamo convinti che l’acquisizione di competenze ha senso se il legislatore provinciale fa meglio del legislatore statale, offre più e non meno diritti e servizi. Ciò vale anche per i livelli essenziali di tutela, come le tutele per l’ambiente e il paesaggio.

Per questo, il trasferimento alla Provincia di ciascuna di queste nuove competenze esclusive, che richiedono comunque il rispetto di standard comuni (si pensi alla salute, alla tutela del paesaggio, all’ambiente), dovrà essere accompagnato da una norma di attuazione che fissi l’ambito di competenza autonoma e la garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni.

Anche in altri casi di clausola generale riservata allo Stato (ad esempio la tutela della concorrenza) riteniamo che si possa attribuire un ruolo alle norme di attuazione nella definizione dei reciproci ambiti di competenza.

6 – NORME DI ATTUAZIONE

Il nuovo ruolo attribuito alle norme di attuazione, di integrazione della legislazione e di produzione di fatto di “nuova autonomia”, richiede maggiore trasparenza nell’iter della loro approvazione e un chiaro mandato democratico.

Le commissioni paritetiche hanno lavorato finora in forma riservata e in rapporto esclusivo con i poteri esecutivi: da un lato con il governo centrale, dall’altro con le giunte provinciali e regionale.

E ciò nonostante che i membri delle commissioni paritetiche rappresentanti il territorio provinciale siano nominati dagli organi legislativi; ad esempio per la commissione dei Sei una nomina è del Consiglio regionale e due nomine del Consiglio provinciale.

Essendo di nomina consiliare, sarebbe doveroso prevedere un momento di confronto con l’organo che li ha eletti.

La Val d’Aosta attua già una simile procedura. L’articolo 48-bis dello Statuto della Val d’Aosta così recita: Gli schemi dei decreti legislativi sono elaborati da una commissione paritetica composta da sei membri nominati, rispettivamente, tre dal Governo e tre dal consiglio regionale della Valle d’Aosta e sono sottoposti al parere del consiglio stesso”.

Si potrebbe anche pensare di fissare un termine certo entro il quale il Consiglio provinciale dovrà rilasciare il parere ed entro il quale potrebbero essere previste audizioni dei membri della commissione di nomina regionale/provinciale.

Maggiore trasparenza e un chiaro mandato democratico sono necessari anche per quanto riguarda le proposte di modifica della parte finanziaria dello Statuto (titolo VI), che viene fatta con legge ordinaria dal Parlamento previo intesa con la Provincia autonoma (vedi “Patto di Milano” e “Patto di garanzia”). Anche per questi progetti di modifica proponiamo un parere obbligatorio del Consiglio provinciale come uno dei passaggi nella espressione della prevista intesa da parte della Provincia.

7 – RAPPORTI CON LO STATO

IL CONTENZIOSO COSTITUZIONALE

L’aggiornamento delle competenze e il loro riordino rende per noi indispensabile anche una riflessione sul moltiplicarsi negli ultimi anni della conflittualità Stato-Regioni davanti alla Corte Costituzionale e sulla necessità di ridurre questa conflittualità.

Per questo servono certo precisione e chiarezza nella definizione delle reciproche competenze, ma non ci si deve illudere che anche la definizione più circostanziata non possa essere oggetto di conflitti interpretativi e dunque occorre pensare a dei sistemi di prevenzione dell’insorgere dei conflitti.

Lo Statuto potrebbe innanzitutto prevedere l’istituzione da parte della Provincia di un proprio organo tecnico consultivo che faccia da garante della buona legislazione, secondo il modello degli “Organi di garanzia statutaria” previsti dagli Statuti delle regioni ordinarie.

Inoltre si potrebbe pensare ad una procedura per prevenire i conflitti davanti alla Corte Costituzionale:

  • In caso di conflitto, la legge provinciale comunque entra e resta in vigore (se il conflitto è sollevato dallo Stato contro una nuova legge provinciale) oppure la legge provinciale resta in vigore e non si applica la legge statale (se il conflitto nasce da una nuova legge statale), estendendo quanto già previsto dalla norma di attuazione di cui al decreto legislativo 16 marzo 1992 n. 266

  • Viene indicato un termine entro il quale né Provincia né Stato possono impugnare la legge di fronte alla Corte costituzionale, ad esempio 6 mesi

  • In questo periodo viene attivata una procedura di conciliazione, che può svolgersi in seno alla Commissione paritetica competente, al fine di trovare una soluzione concordata, che può sfociare in una modifica della legge contestata oppure in una norma di attuazione che stabilisca le reciproche competenze

  • Solo scaduto il termine previsto senza che la soluzione sia stata trovata, la legge contestata può essere impugnata di fronte alla Corte costituzionale.

ORGANI GIURISDIZIONALI: NOMINA DEI MAGISTRATI DEL TAR DI BOLZANO

Un’autonomia matura e moderna deve essere improntata a criteri di trasparenza e separazione dei poteri e questo deve essere applicato anche alla delicata situazione del Tar di Bolzano, un organo importante per ogni cittadina e cittadino.

Attualmente i/le giudici del Tar di Bolzano sono tutti/e di nomina politica: quattro da parte del Governo e quattro da parte del Consiglio provinciale.

La nomina politica della totalità dei/delle giudici del Tar di Bolzano è un’eccezione nell’intero ordinamento della Repubblica italiana – dove si diventa giudice con concorso – e non trova eguali neppure nella vicina Provincia di Trento, che pure con noi condivide la stessa norma di attuazione. Al Tar di Trento sono assegnati sei magistrati, ma solo due di questi sono designati dal Consiglio provinciale, mentre gli altri quattro sono magistrati di carriera.

Il fatto che invece a Bolzano tutti/e gli/le otto magistrati/e del Tar siano di totale nomina politica non sembra neppure coerente con quanto previsto dallo stesso articolo 91dello Statuto che prevede che “Il Presidente è nominato tra i magistrati di carriera che compongono il collegio”. Con la totalità delle nomine politiche questa previsione statutaria è inapplicabile.

Per noi occorre una riforma della norma di attuazione 426 del 1984, che preveda che su otto magistrati assegnati, almeno la metà siano scelti attraverso un concorso pubblico locale.

Prevedere che “solo” il 50% dei magistrati del Tar di Bolzano sia selezionato con concorso, mentre in Trentino sono i due terzi, è giustificato dalle particolari funzioni che ricopre il Tar di Bolzano nei casi che interessano le relazioni tra gruppi linguistici.

Bolzano, 27 giugno 2017

Riccardo Dello Sbarba e Laura Polonioli

AUTONOMIA, Diario dal Konvent. L’asse Svp-Schützen seppellisce la Convenzione

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Documento conclusivo spostato ancora più a destra nello sprint finale. La bomba dell’autodeterminazione piazzata nel preambolo. Rigettata qualsiasi apertura per la convivenza. Via la Regione e, con essa, i Trentini. Ma non finisce qui: io e la vicepresidente Polonioli presenteremo insieme un documento di minoranza.

Venerdì 16 giugno – “Mi pare che la maggioranza di voi voglia che il termine autodeterminazione compaia esplicitamente nel documento finale. Noi giuristi avevano preferito indicarlo senza citarlo. Però, se volete l’autodeterminazione, allora avrete l’autodeterminazione”: sono passate le nove di sera quando il professor Roberto Toniatti rende esplicita la deriva a cui il Konvent è arrivato.

Nella volata finale l’asse Svp-Schützen si ricompone e sposta ancora più a destra il risultato, nonostante il tentativo del team giuridico (Toniatti, Happacher, Von Guggenberg) di moderare i toni. Il risultato è un documento approvato solo dalla parte tedesca con il dissenso di quasi tutta la parte italiana. Perfino Toniatti, alla fine, dichiarerà di non essere più d’accordo. Peggio di così, la Convenzione non poteva andare.

La seduta, la penultima, è convocata per discutere della bozza di documento conclusivo. Il team giuridico ha fatto il possibile per moderare i toni, almeno nella forma, ed evitare le provocazioni. La linea è quella della “Autonomia integrale”, tanto integrale da odorare di stato indipendente. Ma non basta ancora.

Ancora una volta è la coppia Durnwalder-Perathoner a guidare il gioco col sostegno del gruppone degli Schützen: il documento è ottimo, dice Perathoner, ma non è giusto che la parola autodeterminazione non vi compaia. “Possiamo magari registrare che la maggioranza dei colleghi italiani non è d’accordo”, aggiunge l’Obmann Svp di Bolzano (e presidente della società privata di trasporti SAD) senza neppure capire la gravità di quello che sta dicendo. Ma come, su una questione delicata come lo Statuto di autonomia si va a colpi di maggioranza etnica? Con i tedeschi che mettono in minoranza gli italiani? Se Silvius Magnago e Aldo Moro avessero agito così ai loro tempi, saremmo ancora agli anni delle bombe. Ma la nuova generazione Svp non ha di queste delicatezze.

Ma non solo la nuova generazione: Luis Durnwalder rincara la dose. L’ex Landeshauptmann (e consulente della società privata di trasporti SAD) pretende che quella parola, propria quella parola, sia messa nel preambolo dello Statuto: “Il diritto all’autodeterminazione è contenuto in trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia”, dice, facendo il finto tonto sulla potenzialità esplosiva di quel termine nel Sudtirolo e nell’Europa di oggi. Così la “SAD-Fraktion” guida il Konvent contro il muro, e gli altri e le altre Svp gli vanno dietro.

La destra va a nozze. Uno dopo l’altra, (Von Ach, Lun, Rottensteiner, Feichter, Tschenett, Niederhofer) il gruppo degli Schützen tesse le lodi del “documento equilibrato” e aggiunge che a renderlo perfetto ci manca solo quella parola, autodeterminazione. Magari esplicitando un po’ meglio che la Regione, sì, insomma, che la Regione va abolita.

La sterzata a destra getta sconcerto tra chi non aveva ancora capito dove si andava a parare. Claudio Corrarati dice che lui non ha ancora avuto tempo di leggere e valutare il documento, che poi ne deve parlare con la sua “rete economica”, che insomma chiede più tempo. Laura Senesi dice che lei deve discuterne coi suoi sindacati, e intanto chiede perché nel documento non si faccia alcun accenno al fatto che qualcuno (una minoranza, certo) aveva proposto anche la scuola bilingue. Anche Bizzo cerca di allungare la minestra, addirittura proponendo che prima di concludere si convochino in audizione i ministri degli esteri austriaco e italiano. Ti puoi immaginare.

La richiesta di rimandare tutto alle calende greche fa imbestialire i conventuali, che da un anno e mezzo si sentono le cavie di un esperimento claustrofobico, e non vedono l’ora di concludere. Le carte ormai sono sul tavolo, il gioco è chiuso, piaccia o non piaccia a chi fa il pesce in barile.

Poi tocca a noi. Per noi intendo il sottoscritto e Laura Polonioli, la vicepresidente. Ormai non è un segreto che noi due da settimane lavoriamo in tandem: abbiamo presentato nel corso della Convenzione ben sette documenti su tutti i punti essenziali, da un preambolo autonomista alle proposte per una convivenza moderna e europea: scuola bilingue, superamento della proporzionale, eliminazione della clausola dei 4 anni di residenza per votare, flessibilità della dichiarazione etnica, democrazia diretta e partecipativa, più poteri ai Comuni e status speciale per Bolzano capoluogo, Regione mantenuta in forma leggera ma conservando la funzione legislativa, giudici del Tar per concorso e non per nomina politica, norme di attuazione che devono passare dai Consigli provinciali e tante altre cose ancora. Abbiamo fatto questo lavoro costante e viene riconosciuto. Quando parliamo ci ascoltano e ci rispettano. E l’annuncio di una nostra comune relazione di minoranza è accolto come una cosa naturale e giusta.

Anche per questa seduta ci siamo preparati.

Parte Laura chiedendo, anche a mio nome, alcune rettifiche al documento finale, laddove sono citate, ma in modo scorretto, le nostre posizioni che il Konvent ha messo in minoranza. I punti sono: la riforma della Regione (da specificare che deve restare una funzione legislativa su materie comuni alle due province, stabilite con intese tra i due consigli), l’elenco di competenze (noi non siamo d’accordo nel complesso dell’elenco, non solo su alcuni punti) e una frase infelice sui magistrati locali. Il rispetto si vede da questo: il team giuridico prende nota e alla fine comunica che tutte e tre le proposte di modifica sono accettate.

Poi tocca a me. Dico grazie al team, ma non è un grazie formale. “Al contrario di chi è intervenuto prima di me – dico – io non credo che il lavoro fatto sia stato ottimo e meraviglioso. Anzi! Il processo della Convenzione è stato pieno di errori gravi, è mancata una moderazione indipendente, non è stato seguito il metodo della ricerca del consenso, ma la logica maggioranza-minoranza. A voi tre giuriste è stato chiesto di rimettere a posto tutto questo caos e tutti questi errori (sorriso di gratitudine sui volti di Happacher e von Guggenberg, sì con la testa di Toniatti) e voi l’avete fatto scrivendo un documento che mi sento di definire onesto. Sì, le cose sono andate così. E aggiungo: purtroppo. Ma ormai è andata così”.

E adesso come se ne esce? È la domanda di tutti. “Se ne esce senza pasticci ulteriori” aggiungo io. Il quadro è questo: c’è una maggioranza che va in una direzione chiara, e chi non è d’accordo è in minoranza e potrà redigere (non è obbligatorio, ma possibile per legge) una propria relazione di minoranza. A questo punto scopro le carte e annuncio che il sottoscritto e Laura Polonioli presenteranno una comune relazione di minoranza. Lo faremo restando fedeli al processo: non sarà una relazione campata per aria o inventata all’ultimo momento (come farà qualcuno che si fa rivedere dopo mesi di assenza o disimpegno). Sarà una relazione che riunirà i sette documenti che già abbiamo ufficialmente presentato, in una nuova redazione coerente e sintetizzata. Lo facciamo come componenti del Konvent che hanno lavorato sodo e seriamente e che nel lavoro hanno trovato convergenze sul contenuto. Per questo lo facciamo insieme. Non c’entrano appartenenze politiche o ideologie. Si tratta di concludere un percorso in cui siamo stati tra i più impegnati.

Il mio discorso viene seguito in silenzio e mi sembra che alla fine abbia rasserenato gli animi: si vede una via d’uscita chiara e leale, verso tutti. Fuori dai pasticci, fuori dalle ambiguità, fuori dai continui cambi di opinione di parecchi componenti della Convenzione (che hanno creato continue incertezze e nervosismi) e fuori anche dalla conduzione caotica del presidente del Konvent. Anche lui, il Tschurtschy, mi sembra sollevato: anche lui vede una via d’uscita e la imbocca senza indugi.

Magda Amhof, che mi siede accanto e ha fatto con Brigitte Foppa l’esperienza della elaborazione partecipata della legge sulla democrazia diretta, riprende il discorso così: “Il documento finale indica l’indirizzo di fondo (die Grundausrichtung) del Konvent. Chi non si riconosce in questo indirizzo lo dice e ha diritto a spiegarlo, se vuole, in una relazione di minoranza. Come si fa quando si discute una legge in Consiglio provinciale”.

A questo punto Tschurtschenthaler chiede chi farà relazioni di minoranza: si alzano come annunciato le mani di Riccardo Dello Sbarba e Laura Polonioli. Si alza la mano di Bizzo. Si alza la mano di Vezzali.

E, a sorpresa, si alza anche la mano del professor Toniatti, l’estensore del documento finale. Ma dopo le modifiche apportate stasera neppure lui è più d’accordo col testo. Cinque mani. Di persone di lingua italiana. Sulle nove totali del Konvent. Altri due, Corrarati e Senesi, si aspettavano che il presidente chiedesse se c’era anche chi non era d’accordo, pur senza scrivere la relazione di minoranza.

Ma il Tschurtschy non lo fa e chiude la seduta. Così Corrarati e Senesi restano appesi per aria, chiedendosi come faranno, di qui al 30 giugno (ultima seduta) a segnalare che non sono d’accordo. Corrarati spera ancora in una dichiarazione comune e critica col Wirtchaftsring. Vedremo.

Intanto stasera è stato approvato un documento col dissenso di 7 persone di lingua italiana sulle 9 presenti. La spaccatura etnica in materia di Statuto segna il clamoroso fallimento della Convenzione e della maggioranza SVP-PD che dopo averla istituita l’ha mandata alla deriva.

AUTONOMIA, Diario dal Konvent. Convenzione fallita?

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Ultimi fuochi prima della chiusura. I grandi della Svp si arrabbiano coi giornali che parlano di “asse secessionista”. Ma dovrebbero prendersela con se stessi.
Lunedì 29 maggio – La lettura dei giornali del giorno dopo deve aver rovinato la giornata a parecchi esponenti Svp dentro la Convenzione. Quelli cercano in extremis di rimediare ai pasticci combinati in un anno di corteggiamenti con Schützen e destra secessionista, e quei birichini dei giornalisti si mettono di traverso. “Questa Convenzione è fallita” (Dieser Konvent ist geschietert) titola la Tageszeitung pubblicando una intervista a due pagine al senatore Francesco Palermo, scontento di come i due partiti istitutori della Convenzione, Svp e Pd, hanno lasciato andare il Konvent alla deriva. Alla Tageszeitung si aggiunge la stampa italiana: “Convenzione, torna l’asse della secessione”, spara in prima pagina l’Alto Adige, mettendo in grane serie il partito di Kompatscher perché quell’asse, scrive il giornale, vedrebbe uniti tutti i grandi della Svp (Durnwalder, Widmann, Perathoner) e la pattuglia degli Schützen che presidia il Convento.
La trasmissione in streaming dei lavori ha impietosamente messo davanti alle redazioni la triste realtà di un dibattito che la maggioranza ha lasciato in mano alla destra. E a poco serve protestare e dire con l’indice alzato come i giornali dovrebbero scrivere. L’ha fatto ieri il presidente Tschurtschenthaler attaccando “le esagerazioni dei giornali” (senza ancora sapere quel che avrebbero scritto oggi!). Perché già due settimane fa il Dolomiten aveva titolato “Die Selbstbestimmung spaltet den Konvent”, e l’Alto Adige identico: “L’autodeterminazione spacca la Convenzione”. Tschurtschenthaler ha preferito criticare il solo titolo in italiano, ma la sua intenzione era chiara: buttare acqua sul fuoco e far finire la Convenzione in qualche modo, a questo punto, insabbiando il più possibile un processo ormai deragliato.
Questa deve anche essere l”indicazione del Landeshauptmann: un finale del Konvent che non lo metta in difficoltà. Lui il 13 giugno riceve in pompa magna Mattarella e Van Der Bellen a Merano per festeggiare i 25 anni della chiusura della vertenza sudtirolese davanti all’Onu, con la “quietanza liberatoria” inviata nel 1992 dall’Austria – e qui a Bolzano i suoi corteggiano l’idea dell’autodeterminazione, che della autonomia e della pacificazione è l’esatto opposto? E in un’Europa che diventa sempre più instabile e piena di incognite?
Ad Arno K. la cosa deve essere sembrata una follia (se ne poteva pre-occupare prima, però!) e dunque negli ultimi giorni ha richiamato all’ordine i suoi del Konvent. Il fatto è che quelli si sono spinti un po’ troppo avanti e ora fare inversione a U risulta un po’ difficile. Così all’elefante Svp, che si è fatto trascinare per mesi dal topolino della destra, non resta che agitare nevroticamente la proboscide e rendere l’acqua il più torbida possibile, per impedire che si veda quel che sta sul fondo.
Dunque ieri si è discusso per due ore della metodologia delle relazioni finali, allo scopo di depotenziare il più possibile il Konvent e le eventuali posizioni alternative. Per cui qualcuno ha tentato di far diventare il documento finale un semplice verbale che riportasse sia le opinioni di maggioranza che quelle di minoranza (e poi magari votarlo all’unanimità), qualcun altro ha tentato di ostacolare le relazioni di minoranza, dicendo che non devono essere firmate (figurati, un segreto di Pulcinella) e che devono seguire la scaletta del documento principale (e questo può andare anche bene), seguendone perfino il numero di righe per capitolo – e questo va meno bene, perché il disaccordo sta anche nelle priorità e nell’ampiezza con cui si trattano i singoli argomenti. Per dire: c’è chi, come la Svp, vorrebbe parlare solo di competenze da strappare a Roma e chi, come me o Laura Polonioli, nei documenti presentati ha dato molto più spazio a convivenza e scuole bilingui. Si tratta comunque di inutili e penosi tentativi di confondere le carte, dettati più che altro dalla paura. La legge istitutiva della Convenzione parla chiaro: documento finale con proposte e eventuali relazioni di minoranza. Stop. Per il resto, bisogna aver fiducia che ciascuna dei 33 è persona responsabile. Senza formalismi da azzeccagarbugli che, al dunque, si scioglieranno come neve al sole.
Ieri comunque c’è stata anche l’ultima discussione sui contenuti. C’era ancora una coda di confronto sul preambolo, e che coda! La parte del leone l’ha fatto il professor Toniatti, finora molto prudente e molto omogeneo alle posizioni della maggioranza. Ma stavolta no, per la miseria. Sull’autodeterminazione ha detto di considerare qualsiasi citazione nel preambolo dello Statuto una cosa sbagliata e inutile. Nell’assoluto silenzio della sala ha argomentato che il riferimento alla Carta dell’Onu è sbagliato, perché l’Onu prevede l’autodeterminazione solo per i popoli sottomessi a un oppressione dispotica (era il 1945), mentre tedeschi e ladini del Sudtirolo non sono un popolo ma una minoranza linguistica e alle minoranze linguistiche nessun trattato internazionale riconosce il diritto alla secessione.
Inoltre, ha aggiunto Toniatti, pretendere che il Parlamento italiano approvi una legge costituzionale dello Stato (tale è la riforma dello Statuto) con dentro la Selbstbestimmung “è un’autentica provocazione” (vivaci proteste alla mia destra). Infine, Toniatti ne ha avute anche per le “radici cristiane”: inserirle nello Statuto, ha detto, non è una neutrale considerazione storica, ma un muro ideologico contro i migranti. Semmai, nello Statuto, ci dovrebbe essere il riconoscimento della pluralità del territorio e la necessità di una cultura del dialogo e dell’accoglienza. Destra ed Svp non hanno gradito e hanno risposto irritati.
Perathoner, Obmann cittadino Svp e autore del preambolo sull’autodeterminazione soft su cui anche gli Schützen hanno fatto convergenza, ha contestato la non applicabilità della Selbstbestimmung alle minoranze linguistiche che comunque, ha detto, hanno il diritto di decidere il proprio sviluppo.
A me non restava che sostenere Toniatti. Ho detto che il Konvent non è un convegno culturale, ma un’assemblea nominata dal Consiglio provinciale per compiere delle scelte di indirizzo sul futuro del Sudtirolo. Quindi ogni parola non ha un valore puramente tecnico, ma politico, specialmente nel preambolo. La scelta è tra autodeterminazione o autonomia, tertium non datur, e questa scelta deve essere chiara, senza ambiguità, perché ci attende un’Europa sempre più instabile e tempestosa e il timone deve essere puntato su una rotta sicura. Ho aggiunto che è inutile sofisticheggiare su “autodeterminazione interna”: questa il Sudtirolo l’ha praticata democraticamente e l’ha chiamata autonomia. Per questo la cosa più importante da citare è l‘Accordo di Parigi, momento fondamentale della scelta per l’autonomia e garanzia del suo aggancio internazionale.
Anche le “radici cristiane” non sono una pura notazione storica: sono rivolte ai migranti, e questo basta per capire lo scopo per cui vengono proposte. Una terra che ha migliaia di campanili, ho detto, non ha bisogno di proclamare di essere cristiana, semmai di praticarlo cominciando da carità e accoglienza. A questo proposito, Olfa Sassi ha ricordato di aver fatto gli auguri a tutti noi per Natale, mentre nessuno ha fatto gli auguri a lei in questi giorni. A chi si chiedeva se per caso non avesse il compleanno, ha chiarito le idee Walter Eccli augurandole buon Ramadam.
Nel sudore dei 30 gradi la seduta si è conclusa con una superflua coda sul tema “Kultur”. Magdalena Amhof ha letto un generico documento proveniente dall’assessorato (un analogo proveniente da Tommasini non l’ha letto nessuno, anche perché era un comunicato stampa vecchio di un anno), mentre tutti si chiedevano che cosa c’entrasse quel minestrone con lo Statuto. La spiegazione era un’altra: il punto Kultur era stato aggiunto su richiesta di Florian von Ach, segretario organizzativo in trasferimento dagli Schützen ai Freiheitlichen e intenzionato a presentare un “Papier” sul tema. Così la Svp si era allarmata e aveva chiesto ad Achhammer un cotro-documento per “fare da tappo” a quello del Bundesgeschäftsführer. Il quale però alla fine di documenti non ne ha presentati nessuno. Così al Konvent è rimasto solo questo tappo in mano. E allora si è capito che era arrivata l’ora di andare a casa.
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PS: si sono però fissate le ultime tappe. Il documento finale “di presunta maggioranza” sarà pronto entro il 14 giugno. Il 16 sarà discusso dal Konvent e lì chi non è d’accordo dovrà annunciare la relazione di minoranza, che dovrà arrivare entro il 27 giugno. Il 30 giugno seduta e discussione finale. A fine settembre presentazione del tutto al Consiglio provinciale.

AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT” – Autodeterminazione, torna l’asse Svp- Schützen

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Il duo Durnwalder-Perathoner resuscita la Selbstbestimmung e la piazza addirittura nel preambolo dello Statuto, guadagnandosi l’appoggio della destra. E facendo l’ennesimo sgambetto a Kompatscher.
Venerdì 20 maggio. Il colpo di teatro arriva alla fine. In coda a una sessione dedicata in gran parte ai ladini, va in discussione l’ipotesi di aggiungere allo Statuto un preambolo. La pattuglia degli Schützen ha presentato la sua proposta puntando al massimo: si parla di “impegno alla riunificazione del Tirolo storico” e di “diritto all’autodeterminazione con cui poter definire liberamente lo status politico del Sudtirolo”. Ma è chiaro che è un modo per saggiare il terreno. Sul tavolo c’è un’altra proposta: quella di Christoph Perathoner. Anche qui si parla di “diritto all’autodeterminazione” citando la Carta delle Nazioni Unite. Ma è chiaro che non è un riferimento tecnico e che qui non siamo a un convegno di studiosi. Citare l’autodeterminazione nello Statuto e inviarlo come proposta al Parlamento italiano è l’equivalente di una netta dichiarazione politica. Verso Roma, ma anche verso Bolzano: contraddice infatti i ripetuti inviti fatti da Arno Kompatscher nelle ultime settimane, affinché la Convenzione approvi un documento “realistico, che può essere trattato con Roma, che può coinvolgere i Trentini, che non divida i 33 tra tedeschi e italiani”. E invece è proprio quello che accade.
Perché un attimo dopo che l’avvocato, e Obmann della Svp di Bolzano, ha finito di illustrare il suo preambolo, Florian von Ach, segretario organizzativo dei cappelli piumati e candidato ai vertici del partito dei Freiheitlichen, interviene per dire che la proposta Perathoner gli sta bene e che dunque il documento degli Schützen è ritirato. Per imbellettare un po’ l’operazione, che evidentemente è stata concordata prima, Perathoner dà a von Ach la soddisfazione di inserire le “radici cristiane” nei principi dello Statuto (e solo quelle, quindi non come riferimento storico-culturale – magari accanto all’umanesimo o all’illuminismo, come perfino gli Schützen avevano formulato – ma proprio come professione di fede, come “Leitkultur” del Sudtirolo). E von Ach finge (o almeno a me così sembra) che sia questa “importante aggiunta” a farlo convergere su Perathoner.
Così, sulla piattaforma offerta da Perathoner, che per la prima volta in un documento ufficiale che dovrebbe diventare Statuto cita l’autodeterminazione, si ricrea l’asse tra la Svp e la destra secessionista. Che l’operazione sia stata preparata lo dimostra il sorriso d’intesa tra Perathoner e Durnwalder alla dichiarazione di von Ach: missione compiuta. Il ponte verso gli Schützen era da sempre la linea dell’ex Landeshauptmann, opposta a quella del Landeshauptmann in carica, e il vecchio l’ha spuntata di nuovo.
La coppia Perathoner- Durnwalder è evidentemente affiatata, anche perché è rinsaldata da interessi comuni. Entrambi infatti li ritroviamo uniti nella SAD, la più grossa società privata appaltatrice di trasporti pubblici, che appartiene al pusterese (di Falzes come il Luis, e del Luis buon amico) Ingomar Gatterer. Nella SAD l’uno (il Christoph) è presidente e l’altro (il Luis) è consulente e da oltre un anno sono in lotta contro Kompatscher per il piano per gli appalti dei trasporti pubblici approvato dalla Giunta provinciale, che, spezzettando le gare in almeno 5 bacini (e assegnando in house alla SASA il bacino Bolzano-Merano-Laives) non dà alla SAD tutto lo spazio di espansione che la società vorrebbe. Non è detto che la mossa pro-Schützen di stasera della “SAD-Fraktion” (dai, mi concedo l’ironia) non voglia essere anche una stoccata a Kompatscher per partite molto più grosse del Konvent. Ma torniamo alla Convenzione.
Dunque, c’è l’autodeterminazione con le radici cristiane, e su questo si è saldato l’asse Svp-Schützen. Che tutto ciò rompa di nuovo con i rappresentati italiani del Konvent è automatico: uno dopo l’altra, Roberto Bizzo (Pd), Laura Senesi (sindacati), Claudio Corrarati (economia) e Laura Polonioli (vicepresidente) si dichiarano contrari al passo secessionista. In particolare, Polonioli fa notare che il riferimento alla Selbstbestimmung è incompatibile con uno Statuto che valga per tutta la Regione. Al solo sentire la Regione si leva un mormorio di disapprovazione.
Quando tocca a me, intervengo ricordando che dire a Roma che siamo per l’autodeterminazione è una pietra tombale sulla nostra credibilità verso il Parlamento e il Governo; che nella stessa Carta dell’Onu si parla di autodeterminazione come mezzo per la pace, quella pace che per noi è passata dall’Accordo De Gasperi-Gruber, cioè dall’autonomia come opposto dell’autodeterminazione, strada che invece avrebbe riaperto un conflitto nel cuore dell’Europa. Aggiungo, già che ci sono, che nel preambolo Perathoner quando si parla di diritti (e se ne parla a ogni riga) si parla sempre e solo di “gruppi” e mai di persone, perfino nel pomposo incipit: “Wir, die deutsche, italienische und ladinische Sprachgruppe in Südtirol”… (ha scritto proprio così, testuale). Io propongo di citare, almeno, qui, i cittadini e le cittadine come fondamento della sovranità e titolari dei diritti: Wir, Bürgerinnen und Bürger Südtirols, deutscher, italienischer und ladinischer Muttersprache…. Viene preso dal lato destro come un attentato alla tutela delle minoranze (ma la proposta viene sostenuta dalla costituzionalista Esther Happacher, che di diritto ne capisce più di tutti).
E i moderati della Svp? Andreas Widmann, che è stato incaricato da Kompatscher di riportare il Konvent su una via ragionevole, tace. Gli altri o sono distratti, o se ne sono già andati, oppure approvano, forse senza valutare il significato del passo. Chi prova a mettere qualche dubbio è Esther Happacher, la costituzionalista di Innsbruck su cui Kompatscher ripone la sua assoluta fiducia. Dice che un simile preambolo sembra scritto per il solo Sudtirolo (e nemmeno tutto): “Vogliamo uno Statuto solo per Bolzano – chiede – o anche per Trento ed i Trentini?”. Le risponde von Ach che queste non sono argomentazioni comprensibili. Nessun altro della Svp la difende. Così la seduta finisce, con il duo Durnwalder-Perathoner che è riuscito a portare a casa quel che voleva e a fare l’ennesimo sgambetto a Kompatscher. Del resto, l’ex Landeshauptmann aveva avvertito: “Che mi diano la massima onorificenza della SVP al prossimo congresso provinciale mi fa piacere, ma non mi impedirà di dire e agire come voglio”. Detto fatto: sabato 13 la medaglia, una settimana dopo la vendetta.
PS: Per la cronaca, nella prima parte della sessione si era discusso di tempistica e di ladini.
Sulla tempistica, il Konvent (e soprattutto la Svp) prende tempo. Doveva redigere i documenti entro fine giugno, adesso il presidente Tschurtschenthaler annuncia che “le conclusioni saranno consegnate al Consiglio provinciale l’ultimo venerdì di settembre”, che sarebbe il giorno 29. In mezzo c’è l’estate, e chissà che cosa potrà succedere (cioè: chissà se a Kompatscher riuscirà di cambiare di nuovo le carte in tavola).
Sui ladini è arrivato un documento ulteriore di Perathoner. Un po’ curioso, a dir la verità. Perché il bello del documento è che rivendica una serie di diritti, tutti sacrosanti, ma “solo per i ladini”. La scuola paritetica plurilingue, “ma solo per i ladini e limitata alle sole valli ladine”. Il fatto che nei concorsi pubblici non si tenga conto della proporzionale, ma del merito e dunque “vinca il migliore” – ma “solo nel caso che il candidato risultato migliore sia ladino”. Tante grazie! E gli altri, perché non potrebbero avere le stesse fortune? E’ quanto molti interventi rimproverano, bonariamente, alla “più piccola e antica minoranza”. Io chiedo che quando vengono fatte proposte, anche i ladini pensino non solo a se stessi, ma al sistema complessivo, e anche agli altri cittadini e cittadine. A me, per dire, piacerebbe estendere il modello ladino di scuola anche al resto della provincia. E anche ridiscutere un po’ la proporzionale.
La notizia che dà Perathoner mi sembra che confermi l’impossibilità di pensare solo a se stessi. L’avvocato comunica che la legge sui ladini è di nuovo bloccata in parlamento, e su cos’è che è inciampata? “Sulla la richiesta di aggiungere il giudice ladino al Tar”. Il Senato la trova “problematica”. Il deputato Svp Alfreider l’ha messa nella sua legge, ma non si è curato delle conseguenze. Questa aggiunta ladina, infatti, accanto ai 4 magistrati tedeschi e ai 4 italiani, fa saltare la composizione linguistica paritetica dei collegi giudicanti, in certi casi obbligatoria per Statuto. Una dimenticanza? Incidenti che succedono se si pensa troppo in piccolo.

AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT” – Fisco, il federalismo in una regione sola

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In uno stato a fiscalità centralizzata, Trento e Bolzano hanno ottenuto un sistema tipico degli stati federali e sono riusciti a ricevere più di quanto danno. Un equilibrio che conviene trattare con prudenza.

Venerdì 5 maggio. Si parla di autonomia finanziaria, sono invitati due professori e il segretario generale della Provincia e le tre relazioni occupano quasi tutto il tempo. La questione fondamentale: il Sudtirolo e il Trentino danno al resto d’Italia più di quanto ricevano, oppure prendono più di quel che danno? E’ la domanda che si pongono tutte le regioni intorno a noi, guardandoci in cagnesco. E’ la domanda sui cosiddetti “privilegi” delle autonomie speciali. Dalla risposta dipende il futuro del finanziamento dell’autonomia.

Il professor Gianfranco Cerea, dell’università di Trento, i conti li ha fatti e li presenta con una raffica di tabelle. Usa come criterio quello del residuo fiscale, che considera due voci: da un lato tutte le tasse e imposte pagate da un territorio, dall’altro tutta la spesa pubblica (di comuni, provincia, regione e stato) che si riversa su quel territorio. Dal totale delle tasse si sottrae il totale della spesa pubblica: se il risultato è positivo (più tasse che spesa), vuol dire che quella regione è una “pagatrice netta”, se il risultato è negativo (più spesa che tasse), quella regione sarà “beneficiaria netta”. Di solito nei sistemi federali (vedi Germania) le regioni più ricche sono pagatrici nette e le regioni più povere sono beneficiarie nette, grazie a meccanismi di solidarietà che garantiscono equità tra i diversi territori e la tenuta dell’insieme dello stato.

E il Sudtirolo? Il Sudtirolo, col Trentino, spiega Cerea, sono “beneficiari netti” insieme alle altre “speciali” e insieme alle regioni più svantaggiate del centro-sud. Di qui l’ostilità delle altre regioni ordinarie, soprattutto delle (poche) “pagatrici nette” che tengono in piedi la baracca Italia.

Cerea quantifica anche questo dare-avere: il residuo fiscale annuale del Trentino è di 3.017 € per abitante di spesa pubblica in più rispetto alle tasse pagate, quello del Sudtirolo di 1.679 € (il Friuli, altra speciale, ha un vantaggio di 3.504 €). Al confronto, la Lombardia ha invece un’uscita di 3.021 € per abitante e il Veneto di 4.446 €, denaro che serve a finanziare il resto del Paese.

Cerea ha calcolato anche quanto dovrebbe essere il nostro contributo alla fiscalità italiana se anche a noi venissero applicati i criteri che valgono per le regioni ordinarie del Nord: il Sudtirolo dovrebbe dare al resto del paese 3.783 € all’anno per abitante (che sommate ai 1.679 che invece riceve fa una differenza rispetto alla situazione attuale di 5.462 €) e il Trentino 875 € (che sommato a quanto invece riceve, e perderebbe, fa 3.892 €).

Insomma, l’autonomia speciale si è tradotta in un vantaggio finanziario. Si capisce perché Lombardia e Veneto hanno convocato per l’autunno referendum in cui chiedono la specialità anche per loro (e di trattenere il 75% delle loro tasse, mentre noi ne tratteniamo circa l’80% – ed era il 90% fino a poco tempo fa).

Secondo Cerea, tuttavia, questo “beneficio speciale” almeno per Trento e Bolzano ha una giustificazione nei maggiori costi che deve affrontare un territorio di montagna che voglia avere un’economia sostenibile. Di qui la sua proposta da scrivere nello Statuto: che Trento e Bolzano concorrono agli obbiettivi di finanza pubblica in base al calcolo del residuo fiscale armonizzato con le regioni del Nord, ma tenendo conto “dei maggiori costi che comporta l’intervento pubblico in territori di montagna”; il calcolo, inoltre, andrebbe adeguato all’andamento dell’economia, per cui al peggiorare della congiuntura dovrebbe anche diminuire il nostro contributo al resto dello Stato. Cerea ha anche calcolato quanto tutto questo ci costerebbe: circa 900 milioni all’anno da cedere al resto dello Stato.

La cifra fa sorridere Eros Magnago. L’onnipotente segretario generale (“il vero Landeshauptmann è lui”, dicono alcuni) è un pragmatico: “Il professor Cerea – dice – fa un ragionamento molto raffinato, ma arriva alla stessa cifra a cui siamo arrivati noi nelle trattative degli ultimi anni con lo Stato”. Infatti, il “patto di garanzia” firmato nel 2014 da Bolzano, Trento e la Regione con il Ministero di Economia e Finanza prevede esattamente 905 milioni di euro all’anno (di cui 476 da Bolzano) come contributo al risanamento della finanza pubblica del “sistema territoriale regionale integrato” (Magnago sottolinea questo concetto, che consente di affrontare solidarmente il confronto con lo Stato e distribuire equamente i sacrifici). Il “patto” firmato da Kompatscher nel 2014 è stato il secondo tempo del braccio di ferro con Roma, dopo l’”accordo di Milano” firmato da Durnwalder nel 2009, che comportò per Bolzano un ulteriore esborso di 518 milioni annui.

Poiché in entrambi i casi si tratta di misure strutturali, ciò significa che la Provincia di Bolzano rinuncia a circa un miliardo all’anno a favore dello Stato – spiega Magnago – e questo ci mette a posto sia con Roma che con le altre regioni: non siamo più beneficiari netti. Facciamo il nostro dovere”. Ora resta il problema di spiegarlo al resto d’Italia.

In sostanza, noi ci facciamo carico dello 0,6% degli oneri del debito pubblico statale, che sono oltre 80 miliardi” conclude il segretario generale. E con questo pensa che la cosa sia comprensibnile anche fuori. Alle incognite dopo il 2019 accenna solo di sfuggita: al calo dopo quella data, alla possibilità che il contributo aumenti del 10% se vi sono esigenze eccezionali del debito interno, e di un altro 10% se imposto da manovre europee. Il 2019 è lontano, soprattutto viene dopo le prossime elezioni provinciali, che è il traguardo della attuale maggioranza.

Qual’è l’obbiettivo di lungo periodo per una riforma dello Statuto? “Che la Provincia acquisisca più autonomia fiscale, con la possibilità di operare su una parte almeno delle entrate fiscali”. Magnago si ferma qui. Che cosa intenda glielo chiedo quando ha finito di parlare: mi siede accanto e sono avvantaggiato. “Sulla parte delle imposte che tornano alla Provincia dovremmo poter operare” mi risponde. In parole povere: garantita allo Stato la sua parte, se la Provincia vuole rinunciare a una parte delle sue entrate (che ora sono tra gli 8 e i 9 decimi del gettito) chi può avere qualcosa in contrario? Ma minori entrate significa minore spesa pubblica provinciale. E dove tagliare? La domanda resta per aria.

Alla fine è la volta del professor Christian Keuschnigg, dell’università di San Gallo, parlare degli altri sistemi fiscali in Europa. Dal professore che è un tifoso del federalismo spinto l’Austria viene portata come esempio negativo. I Länder non possono aumentare né ridurre le tasse, hanno una sensibile dipendenza finanziaria dal governo centrale, sono obbligati a spendere fino all’ultimo euro quel che arriva da Vienna, in più il sistema austriaco è poco trasparente e non consente di chiarire chi dia più di altri e chi riceva. Una cosa è certa: Vienna paga più di tutti gli altri e riceve di meno. E’ “pagatrice netta” per eccellenza, e senza che nessuno le dica grazie. Di qui il contrasto permanente tra la capitale (che fa Land) e tutti gli altri Länder.

All’opposto c’è l’esempio della Svizzera: lì le tasse le stabiliscono i cantoni, salvo un certo meccanismo di compensazione e alcuni freni istituzionalizzati per impedire che un cantone vada in bancarotta (come invece rischiava di finire la Carinzia in tempi recenti).

Alla fine della relazione di Keuschnigg i commenti dell’ala secessionista del Konvent sono unanimi: nel caso, meglio annettersi alla Svizzera. E l’Austria? Meglio evitare (meglio lo Stato libero, poi concludono, ma – sebbene si parli di finanza – nessuno sa quanto costerebbe).

Il dibattito è fatto soprattutto di domande. Durnwalder difende il “suo” accordo di Milano e critica il “patto di garanzia” firmato dal successore. Magnago lo contraddice: “L’accordo di Milano era un numero, 518 milioni, e non ha retto. Il patto di garanzia è un metodo, e infatti regge da tre anni”. L’ex Landeshauptmann incassa e tace. Dopo tre ore di relazioni neppure lui ha voglia di insistere.

AUTONOMIA, DIARIO DAL “KONVENT” – Sindaci e sindaca tentano la svolta

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Sussidiarietà, potere ai comuni, partecipazione popolare. Mentre la Convenzione si avvia alla conclusione, la parte moderata della Svp cerca di cambiare rotta. Approfittando anche dell’assenza pasquale di molti intransigenti.

Venerdì 21 aprile. Partiamo dagli assenti, che stavolta fanno la differenza. Assente Durnwalder, il pontiere tra Svp e ala dura. Assente Florian von Ach,  Bundesgeschäftsführer degli Schützen impegnato in questo periodo a dare la scalata ai Freiheitlichen. Assente Renate von Guggenberg, inflessibile avvocata della Provincia nei contenziosi contro Roma. Assente il presidente Christian Tschurtschenthaler, il pusterese sensibile ai richiami di re Luis da Falzes. Assenti tutti questi (e anche l’altro presidente, Roberto Bizzo), il clima è già più disteso e la discussione più libera. La conduzione della seduta passa alle due vice presidenti donne, Laura Polonioli e Edith Ploner, e anche questo fa bene.

In più, evidentemente, nelle file della Svp comincia a serpeggiare una domanda: dove vogliamo andare a finire? Verso un documento di maggioranza lungo l’asse Svp-Schützen, approvato quasi esclusivamente da tedeschi, con Durnwalder grande burattinaio e la maggioranza degli italiani dall’altra parte? Chi vuole bene a Kompatscher non può che essere preoccupato. Quindi prova a cambiare rotta.
Si discute di rapporti interni all’autonomia. Che ruolo ai comuni, quanto contano i cittadini, quanto la Provincia. Come (quasi) sempre in due abbiamo mandato in anticipo documenti sul tema e così sui tavoli dei conventuali giacciono il “documento Dello Sbarba” e il “documento Polonioli”. Si muovono nella stessa direzione, anche se con linguaggi e approcci diversi. Tocca a me a illustrare il mio, perché Polonioli è impegnata a gestire la presidenza.

Parto da una premessa: finora i poteri dell’autonomia si sono concentrati sulla Provincia, col paradosso che nel territorio più autonomo d’Italia abbiamo i comuni meno autonomi della Penisola. Va rovesciata questa tendenza, trasferendo poteri verso il basso, ai comuni, alle istituzioni intermedie (es. scuole), ai cittadine e alle cittadine singole o associate.   L’autonomia va ripensata come “sistema delle autonomie”, applicando i tre principi costituzionali: primo, di sussidiarietà, per cui le cose si decidono meglio il più vicini possibile al cittadino e alla cittadina; secondo, di differenziazione, cioè di divisione chiara dei compiti tra istituzioni, per cui alla Provincia spetta la legislazione, ma l’amministrazione deve andare ai comuni (e non come ora, che fa tutto la Provincia, comportandosi praticamente come un unico grosso comune); terzo, infine, di adeguatezza, per cui questa divisione dei compiti trova il limite nella capacità dell’ente “più basso”, cioè il singolo comune, di esercitare davvero la competenza amministrativa (altrimenti è  preferibile la comunità comprensoriale, o la Provincia stessa). Tutti principi introdotti dalla riforma costituzionale del 2001 all’articolo 118 della Costituzione, ma mai recepiti in Alto Adige.

Se siamo d’accordo su questo, dico, le proposte vengono da sole. Partiamo dai cittadini e dalle cittadine. La sovranità dell’autonomia appartiene a loro, ricordo, non ai partiti né all’ente Provincia. Provo anche formulare l’articolo: “L’autonomia appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti dello Statuto”. Nel quale Statuto andrebbero indicate esplicitamente le forme di esercizio della sovranità popolare: la democrazia diretta (con i diversi tipi di referendum e almeno alcuni principi riguardo a firme, quorum ecc…), la democrazia partecipativa (propongo i modelli del “bilancio partecipativo” e del “Bürgerrat”, il “consiglio della cittadinanza” sperimentato in alcune regioni europee) e la democrazia rappresentativa, che ha al centro il Consiglio provinciale, che va rafforzato (per esempio facendogli esprimere un parere sulle norme di attuazione prima che vengano approvate dalle commissioni dei sei e dei dodici).

Passando ai poteri dei comuni, propongo che questi ricevano la “competenza amministrativa generale”, sottraendola alla Provincia, e ricevano per Statuto le finanze e il personale necessario per poterla esercitare. Propongo anche che sia previsto il principio dell’intesa tra Provincia e Comuni interessati a grandi progetti.
Va tolto a Trento l’anacronistico ruolo di “capoluogo della Regione” e nello Statuto vanno esplicitamente indicati Trento e Bolzano come i due capoluoghi delle due province autonome. Per questa via alla “Landeshaupstadt Bozen” va attribuito “lo status particolare di capoluogo”, in base alle funzioni che svolge al servizio di tutto il territorio. Visto che su questo so che quasi nessuno è d’accordo, ricordo che sbaglia chi considera Bolzano la “città italiana”, poiché in nessun’altra città del Sudtirolo vive un numero così alto di persone di lingua tedesca (26.000).   Anche il Consiglio dei Comuni va introdotto nello Statuto (ora non c’è) e rafforzato nei suoi poteri: ora emette pareri che la Provincia raramente rispetta. Bisogna prevedere forme di intesa, almeno sulle questioni più rilevanti.

Il documento di Laura Polonioli, che l’autrice illustrerà nella seconda parte della seduta (ma ne do conto qui), si muove in una direzione parallela: trasferimento delle competenze amministrative ai comuni (applicando i tre principi costituzionali), rafforzamento del Consiglio dei comuni addirittura prevedendo un diritto di veto che è superabile a livello provinciale solo con maggioranze rafforzate, più peso al voto del comune di Bolzano dentro il Consiglio dei Comuni per le scelte che riguardano il capoluogo, partecipazione dei comuni alla programmazione provinciale (con partecipazione dei sindaci interessati alle sedute della Giunta provinciale), introduzione dell’istituto dell’“istruttoria pubblica” tra gli strumenti di democrazia partecipata e, già che ci siamo, introduzione del principio della “parità di genere” nello Statuto di autonomia (art. 47).

Questi i documenti scritti. Visto il tema, prendono subito la parola uno dopo l’altro i due sindaci e la sindaca Svp Joachim Reinalter (Perca), Stefan Gufler (Vizze) e Beatrix Mairhofer (Ultimo) e a sorpresa si dichiarano d’accordo “con molte cose proposte dal collega Dello Sbarba”. In particolare su due punti: competenze da trasferire ai comuni e rafforzamento del Consiglio dei comuni, che va inserito nello Statuto, gli va dato su alcune materie diritto di veto e su altre va resa obbligatoria l’intesa Provincia-Comuni per poter deliberare progetti di un certo impatto. Unanime lo scontento per come i comuni sono trattati dalla Provincia: poteri scavalcati, margini di manovra minimi, pareri ignorati o aggirati. Qui la ferita è aperta, e si sente.

Meno simpatia i due primi cittadini e la prima cittadina hanno verso le forme popolari di democrazia: meglio indicare solo principi generali, senza entrare troppo nei dettagli. Su questo danno loro man forte il professor Toniatti e la professoressa Happacher (“non si può scrivere troppo in Statuto”) e resterà un punto di dissenso anche a fine seduta, puntualmente segnalato dalla vicepresidente Polonioli.

Contro le istanze dei sindaci, seconda sorpresa, parte il “fuoco amico” della consigliera provinciale Maria Hochgruber Kuenzer, anche lei Svp. Mette in guardia dal “contrapporre Provincia e comuni”, a eccedere nelle autonomie comunali con la conseguenza di creare disuguaglianze tra comuni più forti e più deboli e esagera l’accenno fatto da un sindaco sulla possibilità dei comuni di decidere imposte proprie come se fosse la pretesa (suicida oltre che impraticabile) di completo autofinanziamento dei municipi. “E’ evidente che c’è scontento tra i sindaci – conclude Kuenzer – ma questo si risolve sedendosi a un tavolo con la giunta provinciale e semmai correggendo qualche legge, non con modifiche allo Statuto”. Anche Magdalena Amhof, consigliera dell’Ala sociale” Svp, dà ragione alla collega, e anche questo mi sorprende.

L’ala destra è piuttosto silenziosa, in assenza del comandante von Ach. Si limita a sparare a palle incatenate contro Bolzano capoluogo (Reinhold ed Ewald Rottensteiner, Tschenett della Asgb, Feichter, che non vogliono che Bolzano nello Statuto sia neppure citata). Wolfi Niederhofer dice cose interessanti sull’urbanistica (evitare ulteriore consumo di suolo, cui si unisce Walter Eccli, e che io propongo vada come principio nel preambolo), aggiungendo che chi è per la democrazia diretta prima o poi si deve confrontare col tema dell’”autodecisione del Sudtirolo”. Poche cose insomma, le solite.

Alla ripresa Andreas Widmann spezza una lancia per Bolzano: è vero che la ricetta vincente è stata quella dello sviluppo della periferia, ma bisogna anche riconoscere che negli ultimi 20 anni a Bolzano “non è stato consentito di esprimere tutte le sue potenzialità”.

La seduta è finita. L’impressione è che stavolta su alcuni punti vi sia un accordo trasversale, reso possibile da un certo movimento interno alla Svp, cui evidentemente l’abbraccio con l’ala filo- Schützen comincia ad andare stretta. Si discute di come e chi redigerà il documento finale. Lo farà il trio giuridico Toniatti, Appacher, von Guggenberg su incarico della presidenza. Lo farà – dico io perché non ci si nasconda dietro un dito – evidentemente raccogliendo gli orientamenti della maggioranza (con i cui esponenti il trio già si consulta da tempo), che numericamente è Svp, se si mette d’accordo con se stessa.    Vedremo poi dal testo che verrà proposto quali alleanze sceglierà, quanto terrà conto di altre opinioni e di quali. E solo allora, a metà giugno, si saprà se ci saranno anche documenti di minoranza (io mi tengo pronto).

AUTONOMIA, Diario dal Konvent – Lettera a Babbo Natale

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La Convenzione si avvia alla conclusione, la maggioranza Svp si sveglia e tira fuori la soluzione finale: l’”autonomia integrale”. Ma per un copia-incolla del programma di partito serviva un anno e mezzo di Konvent?

Venerdì 24 marzo. Per l’ennesima volta si torna a discutere di competenze da trasferire dallo Stato alla Provincia. E’ l’asse verticale dell’autonomia: Bolzano contro Roma. E’ l’unico terreno di gioco in cui la Svp si trova a suo agio. Per capire: su 16 sedute svolte finora, 9 avevano questo ordine del giorno. Tra cui sei sedute di seguito tra novembre 2016 e febbraio 2017. Tutte dedicate all’ “elenco della spesa” da fare a Roma e portare in Sudtirolo. Poi uno si chiede: ma per far questo serve una Convenzione? Non bastavano i tre disegni di legge parlamentare già firmati Zeller? Ma tant’è. Quindi, di nuovo, competenze! Toniatti, von Guggenberg ed Happacher hanno preparato un documento che, scrivono, esprime “il consenso espresso dalla Convenzione”.

Consenso un cavolo, mi preme di precisare: diciamoci chiaramente che questa è la linea della maggioranza, com’è giusto che sia, ma non pretendete che siamo tutti d’accordo. Infatti, subito poche righe dopo, si afferma che il documento si muove sul concetto di “Vollautonomie”, l’ “autonomia integrale”. Non mi ci vuole molto a cercare sul sito della Svp la stessa parola d’ordine: Die Südtiroler Volkspartei fordert die Vollautonomie, annuncia nel 2012 l’Obmann (allora) Richard Theiner. “E voi volete appiccicare sulla Convenzione il vostro programma di partito alle elezioni del 2013?” chiedo rivolto ai colleghi della Volkspartei. Imbarazzo. Poi ammettono: beh, forse, effettivamente…

Si apre un breve dibattito sulla paternità del concetto. Il professor Toniatti ne rivendica il copyright, annunciando che lui già da tempo all’università di Trento ha fondato un “Laboratorio di innovazione istituzionale per l’autonomia integrale”. Wolfi Niederhofer va più indietro, a metà degli anni ’90: fu la corrente Svp della “neue Mitte” (do you remember?) che faceva capo ad Hosp e Peterlini, ricorda, che coniò questo termine. Comunque sia: adesso è il programma della Svp. A quel punto anche l’Obmann bolzanino Perathoner riconosce che, forse, “si può trovare un’altra formulazione”.

Il documento l’ha scritto Toniatti: si vede dal fatto che la traduzione in tedesco fa acqua da tutte le parti. Nelle 9 pagine c’è una lunghissima lista della spesa, che sarebbe noioso qui elencare: c’è tutto, proprio tutto quel che potete immaginarvi. E quel che non c’è, può essere aggiunto ad libitum: l’autonomia integrale è autonomia totale. Tutte le competenze concorrenti Stato-Provincia diventano esclusive della Provincia e tutte le competenze della Regione passano alla Provincia. Toponomastica, polizia, ordine pubblico, comitato olimpico, passaggio della Rai in toto alla Provincia, appalti, sicurezza sul lavoro, rapporti con l’UE, relazioni internazionali, contratti del settore privato e chi più ne ha più ne metta.

Contenti? No, non tutti. Contento non è per esempio Luis Durnwalder. Per l’ex Landeshauptmann il documento è troppo timido. Trova due volte citata la Regione (per dire che bisogna toglierle tutte le competenze) e si incavola, perché lui la Regione vuole che scompaia. Trova la parola “coordinamento” tra Provincia e Stato, e si incavola ancora di più. Perché lui il “potere statale di coordinamento” non lo accetta né ora né mai. Qui però l’ex principe del Sudtirolo ha preso un abbaglio. Cerco di spiegarglielo come posso: “Guarda Presidente – gli dico – che non c’è scritto che lo Stato ci coordina, ma che Provincia e Stato concordano tra loro le reciproche legislazioni”.

Roberto Toniatti naturalmente lo spiega meglio, e per una volta con grande chiarezza: “Noi possiamo avere tutte le competenze primarie che vogliamo, ma non possiamo scordarci che siamo dentro un ordinamento giuridico unitario che è quello della Repubblica italiana (evidente disappunto dai banchi alla mia destra) e quindi a questo ordinamento almeno ci dobbiamo coordinare”. Toniatti dice che questo si fa con norme di attuazione “obbligatorie”. Poi richiama a un po’ di realismo: “Se voi credete a Babbo Natale, invece di una riforma dello Statuto possiamo anche scrivere una lettera a Babbo Natale. Ma quel che ci scriviamo dentro sarebbe praticabile?”. No, non lo sarebbe. Durnwalder però insite: “Non subito, ma magari tra qualche anno. Non possiamo limitare l’espressione dei nostri desideri!”. Tirare la corda il più possibile, chiedere mille per avere dieci, questo il suo credo.

Laura Polonioli dice che il concetto di “autonomia integrale” è politico e non giuridico, quindi lei non lo condivide. Toniatti ne approfitta per chiarire un altro concetto: “Bisogna riconoscere – dice – che l’autonomia speciale non basta più, è un concetto fragile, bisogna andare oltre. L’autonomia integrale è questo andare oltre”. Integrale, per esempio, vuol dire che la legislazione provinciale non deve più essere “in armonia con la Costituzione” (com’è scritto nell’attuale Statuto), ma solo “coi principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale”; non deve rispettare “gli impegni internazionali”, ma solo “il diritto internazionale”. E così via.

Più avanti Niederhofer afferma che il concetto di Vollautonomie deve comprendere anche la possibilità di decidere liberamente sulla appartenenza del Sudtirolo all’Italia. Dall’altro versante, a proposito delle norme di attuazione “obbligatorie di coordinamento” Polonioli chiede che cosa si fa se non si trova l’accordo con lo Stato (per esempio su polizia, ordine pubblico e così via). Risposta di Toniatti: “Allora niente norme di attuazione”. Sì, ma allora le competenze acquisite come si esercitano? Mah, boh, nessuno risponde. Questo il quadro verso cui si avvia a conclusione la Convenzione.

Perché una cosa è chiara, in questa seduta: siamo arrivati all’ultimo tratto dei lavori. La Svp, che è maggioranza numerica del Konvent, si è svegliata dal torpore e tenta di determinare l’ultimo miglio. Il processo partecipativo è fallito, il confronto ormai gira su se stesso, le 9 pagine di Toniatti (che nel Konvent è stato nominato da Bizzo) sono il canovaccio del finale di partita. Con la Vollautonomie.

Così è arrivato anche per me il momento di annunciare che potrei presentare una relazione di minoranza (com’è previsto dalla legge). “Doveva essere una riforma partecipata e dal basso, la firma di un nuovo patto di convivenza tra cittadine e cittadini di ogni gruppo linguistico – dico – e invece siamo rimasti al confronto Provincia-Stato. Sulla convivenza non c’è alcuna svolta”.

Mi riferisco al njet pronunciato dalla maggioranza Svp+Schützen a tutte le proposte di allentamento dei meccanismi di separazione: no alla scuola bilingue, no all’abolizione dei 4 anni di residenza per votare, no alla riforma della proporzionale, no a procedure più democratiche e trasparenti per le norme di attuazione, no alla delega dei poteri ai comuni, no al federalismo interno, no alla democrazia diretta e a quella partecipata, no al ruolo di Bolzano come capoluogo. No, no e no su tutti i punti centrali.

Si può essere d’accordo nello spostare più potere possibile verso la Provincia – concludo – ma ogni passo in questa direzione deve corrispondere a un passo verso più democrazia, più trasparenza, maggiori contrappesi interni, maggior voce in capitolo per i cittadini, maggiore convivenza e minore divisione. Altrimenti al centralismo statale si sostituisce il centralismo provinciale e la cooperazione interetnica viene di nuovo rinviata. Aspetto il documento finale completo, avverto, ma se non ci sono aperture su questi punti, io questa ”autonomia integrale” non la condivido.