Il monumento, la testa ed il cuore

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Da una parte la testa, dall’altra il cuore – e parlano due linguaggi diversi. Quando c’è in ballo il Monumento alla Vittoria il problema è tutto qui. Che testa e cuore non s’incontrano.

Per chi, come me, parla con la testa (“bella forza – mi sento già dire – tu mica sei nato qui!”) il professor Paolo Nicoloso – studioso del “Mussolini architetto” – e il rettore Walter Lorenz hanno detto l’ultima parola nel dibattito promosso da Università e Alto Adige.

Col monumento, Mussolini volle abusivamente appropriarsi della prima guerra mondiale celebrandola come vittoria fascista e arruolando forzatamente i caduti in un fascismo ante litteram. Specialmente il socialista Cesare Battisti, che l’ex socialista Mussolini fece suo poco dopo aver fatto assassinare il socialista Matteotti e aver imposto la dittatura. La decisione, venuta subito dopo, di costruire il monumento alla Vittoria a Bolzano fu l’occasione per lanciare una mobilitazione patriottica nazionale con cui consolidare la svolta autoritaria e radicare il troppo recente regime nella bruciante memoria della “Grande guerra”, prendendo in ostaggio così la storia collettiva degli italiani, oltre che i caduti e i “martiri”.

Dunque, un monumento del fascismo e al fascismo, “sigillo dell’anima fascista” (così Piacentini), ispirato ai miti della romanità e del popolo vittorioso, secondo le ripetute indicazioni di Mussolini a “meno pietà, più patria e vittoria”. Un potente strumento di propaganda, che da un lato funziona da “macchina della memoria” e dall’altro da “dispositivo identitario”, in forza del quale chi guarda è portato a sentirsi parte della “nuova razza italiana del Littorio”.

Ma se ci sono dei vincitori da celebrare, ci sono anche dei vinti da umiliare. Il rettore Walter Lorenz ha spiegato bene come il totalitarismo viva su questo binomio del “noi e gli altri”, sull’appartenere e non appartenere, su chi è salvato e chi è perduto. Una lingua che spacca il mondo in due e fa sentire forte chi magari tanto forte non è, riducendo l’altro a capro espiatorio. “Macchine identitarie” fatte apposta per dividere e tenere vivo il conflitto, continuando a parlare nel tempo, dopo la morte degli architetti, dei dittatori e dei regimi che le hanno volute. In questo senso, il monumento alla Vittoria è una macchina perfetta che ancora oggi spacca gli animi.

Chi parla come me con la testa sente il bisogno di liberarsi da questa ipoteca. E si chiede come una società democratica possa interagire con un oggetto nato per celebrare il totalitarismo. Un oggetto rimasto lì com’era nel giorno in cui fu inaugurato, come se il tempo intorno si fosse fermato e quel monumento-macchina continuasse a congelare il presente e impedire il futuro. Un morto che divora noi vivi e imprigiona ogni ulteriore sviluppo della convivenza.

Chi come me parla con la testa, pensa che sia necessario costringere questo monumento a parlare di sé, pensa che sia necessario svelarne l’origine, la funzione, la storia; che sia necessario informare chi ci passa davanti e che questa informazione sia la testimonianza del fatto che siamo riusciti a guardare con distanza quell’oggetto e a convertirne la funzione, da mezzo di propaganda di una dittatura a strumento di alfabetizzazione democratica.

Non targhe, ma un itinerario storico-didattico che potrebbe partire proprio dal monumento, realizzandovi accanto un centro di documentazione e memoria, per poi continuare verso altre tappe (il Tribunale) con grandi e dettagliati tabelloni illustrativi e altri punti di documentazione. Un monumento così reso parlante potrebbe essere letto anche secondo altre sequenze urbanistiche: si troverebbe infatti tra il Museion (che ne richiama l’aspetto marmoreo) e il nuovo polo bibliotecario, in una linea ideale della nostra capacità di fare cultura contemporanea.

Nessuno, credo, potrebbe essere contrario a questa idea. Ma qui parla la testa, non il cuore.

Il cuore parla invece un’altra lingua ed gli ha dato voce, in quella serata all’università, una signora vestita in rosso che con enorme emozione ha rivendicato il monumento come scenario della sua infanzia, altro che fascismo e dittature. L’arco marmoreo visto con gli occhi di una bambina che passa e ripassa lì davanti coi genitori, ogni giorno, e non sa chi abbia messo lì quell’enorme oggetto, ma sa il suo stupore di fronte al grande marmo bianco, sa che di lì si gode della vista più bella delle Dolomiti, sa che da lì partono le strade dei suoi affetti. E pensa che chi ce l’ha con quell’oggetto voglia cancellare la sua infanzia. Questo è il linguaggio del cuore e noi “bolzanini di testa” dobbiamo ascoltarlo.

Vorrei dire a quella signora che rispetto la sua memoria e che nessuno la cancellerà. Restituire quel monumento al nostro presente democratico vuol dire tutto l’opposto di abbatterlo, vuol dire invece renderlo nuovamente accessibile come parte “normale” del paesaggio urbano: via la cancellata che lo protegge e insieme lo richiude come un pericoloso mostro!

Ma vorrei dire anche alla signora in rosso, che certo mi legge, che la trappola di questi oggetti di propaganda è proprio questa: che si radicano nella nostra memoria primordiale e lì continuano ad agire, tenendola prigioniera. Ci sono gli affetti dell’infanzia, ognuno di noi li ha, ma ognuno di noi ha il diritto e il dovere di diventare adulto e da adulto rivisitare quei luoghi, informarsi, comprenderli, aprirvi sopra un dialogo. E se scopre che un oggetto di quei ricordi è in realtà il regalo avvelenato di una dittatura, non per questo deve sentirsi in colpa (no, assolutamente no!), ma assumersene la responsabilità, questo sì, e rivisitarlo e dare segno visibile di questa assunzione di responsabilità civile.

Tutte le dittature hanno ingannato i popoli infantilizzandoli. Un’amica di mia madre ricordava sempre con commozione la camicia bianca ben stirata con fiocco nero e gonna da “giovane italiana”, la prima gonna e la prima camicia stirata della sua vita!, con cui andava alla sfilata del “sabato fascista”. Ma si può dire, diventando adulte e libere, che il fascismo fu quel regime che  regalò a tutte le adolescenti d’Italia una camicia bianca stirata? Non si può dire, significherebbe regredire all’infanzia e lì rimanere, in una sorta di innocenza originaria, ignorando il bene e il male del mondo.

Dobbiamo prenderci la responsabilità di quel bene e di quel male, noi italiane e italiani di Bolzano, e così costruire una identità adulta e consapevole, pienamente all’altezza del ruolo importante che vogliamo giocare nell’Alto Adige di oggi. Lo dobbiamo fare non per qualcun altro, ma per noi stessi.

Pubblicato sull’Alto Adige del 5 dicembre 2008

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16 thoughts on “Il monumento, la testa ed il cuore

  1. vogliamo giocare nell’Alto Adige..

    .. na…zeigt es Wirkung??
    ..che la trappola di questi oggetti di propaganda è proprio questa..

    genau mein Lieber …..
    so müsste es sein:

    vogliamo giocare nel Sudtirolo..

    ps: Die Fascho Relikte werden abmontiert……. so oder so ( Pardon, habe auch nur aus dem Herzen gesprochen… bin halt Grieser… echter Grieser….)

  2. also ich bin auch irgendwie Grieser. aber sag mir: was ist ein ECHTER Grieser?
    so einer, mit allen Ahnen nur und ausschliesslich aus Gries, so bis in die 128er oder gar in die 256er Reihe?
    hast Du das überprüft? Oder ist da am Ende eine Kaltererin oder ein Salurner oder gar ein Urururururgroßvater aus Kronmetz dabei?
    sag mir: was ist ein echter Grieser und was ein unechter?

  3. Ciao, condivido da italiana per metà del Garda bresciano e per metà ciociara (mio padre era di Roccasecca in provincia di Frosinone, sonoun po’ etrusca anch’io…) il taglio del tuo articolo e le proposte che fai.
    Mi hanno ricordato il lungo e profondo e commovente percorso della memoria di Berlino, città epica e simbolo di tutte le divisioni e di tutti i dolori. Una città che ha saputo riscriversi e ri-diventare luogo d’incontro culturale, religioso e politico proprio usando quello che la barbarie nazista l’aveva costretta a diventare e ciò che in seguito i vincitori le fecero subire marchiandola a fuoco con la vergogna del Muro. Berlino fa i conti con tutto ciò, mantiene, conserva, spiega, insegna, utilizza a monito per le generazioni future e per quelle presenti. Non distrugge il passato nè lo cancella ma lo trasforma in un grande appassionato sussidiario dove la Storia diventa davvero maestra di vita. Ciao Riccardo, se vuoi farlo girare ti invio il mio pezzo sulla Dichiarazione dei Diritti Umani il cui anniversario del sessantesimo ricorre martedi 10 dicembre. Lucia

  4. Bella la distinzione tra i ragionamenti di testa e di cuore. Bella anche la scelta del termine “cuore” anziché “pancia”, giacché nobilita sottilmente un sentimento irrazionale cercando di ricondurlo alla ragione. Tuttavia, è inutile illudersi che ragionamenti di testa possano cambiare granché. Non ci riescono neppure i ragionamenti che tentano rendere conto delle emozioni “di cuore” della “signora in rosso” ricordando la nuda realtà delle sofferenze dell’altro che possono nascondere.
    Faccio un esempio brutale (ma la differenza è solo di grado) che la “signora in rosso” potrebbe confrontare con le sue emozioni: Se qualche bambina figlia di un custode di un campo di concentramento nazista si ricordasse del calore emanato da quella bella lampada in cuoio traslucido che aveva ricevuto in regalo nel Natale del 1944, ma si accorgesse che era fatta con la pelle di un prigioniero, avrebbe il diritto morale di rivendicare l’innocenza del suo ricordo? Di esempi analoghi se ne potrebbero fare tanti, tante sono le situazioni in cui un’ingiustizia, anche atroce per chi la subisce, diventa occasione di un dolce ricordo innocente per qualcun altro. L’ALTRO, per definizione è privo dei sentimenti nobili che solo NOI possiamo avere. Eccessivo l’esempio? Può darsi, ma, ad iniziare dallo sterminio degli Armeni (negato dai Turchi) passando dalle atrocità dei Giapponesi in Cina (negate dai Giapponesi) le contrapposizioni etniche o religiose hanno prodotto atrocità inenarrabili. A pensarci bene ciò è successo anche prima dello sterminio degli Armeni, ci ricordiamo dei nostri Crociati?

    Per me, la domanda è: ci si rende conto dalla parte italiana che la contrapposizione NOI – LORO in questa terra ha prodotto dolore nell’altra parte? C’è la voglia di farne un tema e di ascoltare le emozioni degli ALTRI?
    Per uscire da situazioni devastanti, presenti ovunque si contrappongono sentimenti nazionali, differenze etniche o identità religiose, i “costruttori di ponti” nelle situazioni di polarizzazione più violente e atroci, (Serbia & Kossovo, Palestinesi & Ebrei) verificano prima di tutto se esiste la volontà di cercare l’incontro. Se esiste, e solo se esiste, ogni parte è incoraggiata a esercitarsi nel ripetere la ragione dell’ALTRO, argomentando come se fosse la propria, fino a che l’ALTRO non sia d’accordo con quello che stai dicendo perché egli stesso non potrebbe argomentare meglio. Poi si chiede a tutti di proporre una propria soluzione che tenga conto del bisogno dell’altro e si verifica se le due proposte contengono elementi compatibili. Valido per situazioni estreme, è a maggior ragione efficace per conflitti lievi.

    Tuttavia, tornando a noi, per risolvere la questione del monumento il metodo sarebbe pura accademia. Coinvolgerebbe solo pochissime persone, sarebbe un esercizio tutto di testa, senza la minima possibilità di raggiungere l’assoluta maggioranza di chi, nella contesa nazionalistica, ragiona muovendosi nello schema NOI – LORO. “Piazza della Pace- Piazza Vittoria” docet. Per fortuna il livello di contrapposizione non è tanto grave.
    Sono pessimista. L’unica speranza è data dal fatto che lo schema NOI – LORO non è aggravata da differenze di ceto e di ricchezza troppo pronunciate. Anche il Signoriddio / Herrgott è lo stesso.

  5. Grazie, caro Riccardo, d’aver ripreso un tema, e un problema, di cui, almeno fuori dalla vostra beata-tormentata provincia, noi italiani sembriamo aver perso memoria e consapevolezza.
    Certo che, a questo punto, sarebbe assurdo demolire il “Monumento” o anche soltanto riabbattere le scuri di quegli impudichi fasci che lo reggono e il cui restauro, se ricordo bene, fu tra i primi gesti normalizzatori della Repubblica nata dalla Resistenza.
    Ma altrettanto assurdo e intollerabile sarebbe far finta di niente e accettare quel manufatto quasi elemento naturale e quindi neutro del paesaggio, tipo la punta dello Schlern-Sciliar. Anche perché, non soltanto a Bolzano ma forse ancor di più a Roma e qua e là in tutta Italia, c’è sempre chi vuole vederlo e imporlo come simbolo.
    Allora ti prego di invitare la signora vestita di rosso, se mai la rincontrassi, a pensare cosa potessero provare prima e cosa possano ricordare ora passandoci davanti i suoi coetanei sudtirolesi del gruppo tedesco con nomi e cognomi spesso tradotti (malamente) cui la scuola vietava la lingua materna e con genitori e nonni spesso angariati e qualche volta picchiati.
    La soluzione migliore, o forse l’unica possibile, mi sembra davvero quella pensata da te: trasformare quel tronfio oggetto in un un museo-scuola: potrebbe persino aiutare
    persone nostalgiche delle divise fasciste come l’amica di tua madre a interrogarsi su cosa ci fosse nascosto sotto, di quanto sangue ne abbia macchiato il candore.

  6. caro Riccardo,
    un pò di storia sulle origini del monumento può aiutare a mettere insieme testa e cuore: ai lettori del blog penso possa risultare utile la lettura di un passaggio in cui nel volume “Patrioti senza patria” (Temi, 2003 ) a pag. 120 cercavo di descrivere “lo spirito del tempo” in cui nasce il monumento:
    Agli inizi del 1926 il fascismo, resosi padrone assoluto del campo, si accinse a celebrare a suo modo il decennale della morte di Cesare Battisti cancellando disinvoltamente l’impegno preso dalla Nazione italiana, per bocca del Presidente del Consiglio Boselli all’indomani dell’impiccagione del Martire trentino: quello di erigergli a Trento un monumento. Venne invece lanciata una sottoscrizione nazionale per raccogliere i mezzi finanziari necessari ad innalzare a Bolzano un monumento dedicato a Battisti, monumento la cui prima pietra si sarebbe dovuta posare il 12 luglio 1926.
    La decisione di Mussolini fu annunciata nel dibattito parlamentare sulla politica estera del 6 febbraio 1926: ” Si è mentito quando si è parlato di una rimozione dei monumento di Walter, che sorge in una delle piazze di Bolzano. Noi siamo rispettosi della poesia, anche quando è mediocre (ilarità), ma non possiamo accettare l’antitesi Walter e Dante, perché equivarrebbe a stabilire una possibilità di comparazione tra il Pincio e l’Imalaja (ilarità). Noi lascieremo intatta la statua di questo vecchio troviero germanico, ma, molto probabilmente, in una piazza di Bolzano, per sottoscrizione del popolo italiano (Vive approvazioni), sulle stesse fondamenta sulle quali doveva sorgere il monumento della vittoria tedesca, erigeremo un monumento a Cesare Battisti (Il presidente, i ministri e tutti i deputati sorgono in piedi. Vivissími generali prolungati applausi cui si associano le tribune), ed agli altri martiri che con loro sangue e con loro sacrifizio hanno scritto per l’Alto Adige la parola definitiva nella nostra storia! (Vive approvazioni).
    Pronta la risposta di Stresemann al Reichstag che nel dibattito sul Sudtirolo del 9 febbraio insorge contro la strumentalizzazione fascista del ‘socialdemocratico’ Cesare Battisti:
    […] Cesare Battisti war ein Sozialist, der dem ósterreichischen Reichsrat angehórte. Als der Krieg ausbrach, gehórte er zu jenen, die sich der seelischen Zerrissenheit jener Situation dadurch entzogen, dass sie sich vorl )ehaltios und rockaltios zur Solidaritát mit dem eigenen kámpfenden Volke bckanten. Wie der Belgier Henrik De Man, wie Ludwig Frank, der Deutsche, so zog der Italiener Cesare Battisti in den Krieg auf seiten Italiens. Tolikiihn, wie er war er war kein Mussolini, ging er an die vorderste Front. Er wurde geflangengenommen und nacb korrektem Gesetz und korrekter Gesetzlichkeit als Landsverráter hingerichtet, wie in Osterreich Flunderte und Tausende nach korrektem Recht und korrekter Gesetzlichkeit niedergeschossen und an die Báume geknúpft wurden. [ … 1 Ich erkláre hier im Namen meiner Partei: Wenn fúr das Denkmal Cesare Battisti gesammelt wird, so sind wir bercit, uns an dieser Sammlung unter der Bedingung zu beteiligen, dass die Worte, die ich eben serleben haben, in goldenen Buchstaben auf den Sockel dieses Denkmals gesetzt werden (Sebr gut! bei den SozíaIdemokraten)..
    1 testi sono citati sulla base dei Protocolli stenografici della Camera dei Deputati/XMI Legislatura, 5401-5404 e del Reichstag, III Band, 388, 156, 5359~5381.

    Vincenzo Calì

  7. caro Riccardo,
    il giornale “Alto Adige” ha riportato stralci del mio intervento alla serata sui monumenti fascisti organizzata dal circolo Salvemini. Ti invio il testo integrale con la parte centrale sul pensiero di Carlo Rosselli che per economia di spazio non appare nell’articolo.

    Città museo, Museo della città, o luoghi della memoria?

    I nodi della questione dei monumenti fascisti, a lungo dibattuta e fonte di accese controversie a Bolzano e più in generale nell’intera Provincia, a partire dagli ossari di confine di colle Isarco, Passo Resia e S.Candido, sono venuti al pettine, e non poteva essere diversamente, stante la definitiva, almeno così si spera, stabilizzazione della vicenda autonomistica. E’ in questo contesto che va collocato il lavoro di Gerald Steinecher e Harald Dunajtschik apparso sull’ultimo numero monografico della rivista Geschichte und Region ( Die Architektur fur ein italienisches Sudtirol) in cui viene esaminata l’intera problematica con l’intento credo di sollecitare una ragionevole uscita da una situazione di stallo protrattasi oltre ogni limite. Il problema, come universalmente risaputo, non è di quelli di facile soluzione; Massimo Martignoni, che da tempo dedica particolare attenzione al tema più generale dei segni dell’architettura sul paesaggio italiano, sempre nel numero citato della rivista “Storia e Regione” osserva che l’eredità della produzione monumentale degli anni venti e trenta del secolo scorso “ non è liquidabile con una semplice alzata di spalle . Non lo è per ragioni storiche e documentarie, perché attraverso l’erezione dei monumenti si può leggere lo spirito e la realtà di un’epoca, bella o brutta che sia, e non lo è nemmeno, nel caso italiano sarebbe più giusto dire soprattutto, per ragioni estetiche” . Questa affermazione, se vale per l’Italia in generale, ancor più si attaglia alla nostra Regione, che nella storia del XX secolo rimane segnata come uno dei luoghi principe della “monumentomania”. “Bolzano nuova”, la città fascista costruita negli anni venti e trenta del secolo scorso, con i suoi monumenti, la sua architettura razionalista, il suo disegno urbanistico, può oggi essere considerata una delle realtà che più incisivamente è in grado di rappresentare lo spirito del tempo in cui fu costruita, quell’era che, nelle intenzioni di Benito Mussolini, sarebbe dovuta durare ben più di un ventennio. Come ha osservato Paolo Nicoloso nel suo recente lavoro su “Mussolini architetto”, la breve durata del regime fascista non ci deve far dimenticare che “con il trascorrere degli anni. Le architetture fasciste sono entrate a far parte del patrimonio culturale della nazione. L’identità degli italiani si costruisce attorno ai luoghi della memoria e comprende anche quei monumenti che vogliono ricordare il mito di potenza del fascismo, che Mussolini ha voluto costruire per educare fascisticamente la nazione… dispositivi identitari creati per funzionare, anche e soprattutto, dopo la morte di Mussolini. Che agiscono lentamente e che sfuggono, nella maggioranza dei casi, al filtro del vaglio critico” . Il complesso urbanistico e monumentale bolzanino non ha l’imponenza di quello progettato per l’expo romana del ’42, ma a differenza di quest’ultimo, rimasto incompiuto, ha il pregio della completezza e la caratteristica di essersi quasi integralmente conservato per più di sessant’anni, sotto l’incantesimo della contrapposizione dei nazionalismi italiano e tedesco. A differenza che nelle altre regioni infatti, alla caduta del fascismo il venticinque luglio del 1943 a Bolzano non soffiò fra gli italiani di recente immigrazione il vento iconoclasta che colpì i simboli del fascio littorio né, in omaggio alla rinnovata alleanza fra Hitler e Mussolini, la furia nazista nei mesi successivi all’otto settembre si abbatté sui segni dell’italianità, a parte pochi pur significativi episodi, fra cui quello dell’oltraggio all’erma di Battisti nel Monumento alla Vittoria, opera dello scultore Adolfo Wildt. In un continuum che si dispiega a cavallo fra gli anni quaranta e cinquanta e che giunge sino ad includere il completamento postumo dei progetti urbanistico-architettonici fascisti, i monumenti rimangono ostaggio della rinnovata contrapposizione nazionalistica, contribuendo ad innescare, con la loro stessa esistenza, quella strisciante guerra civile del decennio successivo di cui il monumento alla vittoria, semicadente e transennato, non è altro oggi che il reperto archeologico. Della fissità di questo quadro abbiamo la riprova se solo esaminiamo le innumerevoli deliberazioni, rimaste senza esito, che sono state assunte lungo gli anni al fine di metter mano a ciò che ruota intorno al Monumento alla Vittoria. Ora, a novant’anni dalla fine del primo conflitto mondiale, grazie al riproporsi del copione ormai alquanto stantio della contrapposizione fra cappelli piumati di diversa fattura, si presenta l’ennesima occasione per porre mano alla questione della contestualizzazione storico-critica della monumentalistica bolzanina, da mettere nelle mani di un’autorevole comitato a cui la politica deve dare un ampio mandato che, per intenderci, non deve escludere fra le ipotesi di partenza nemmeno quelle più radicali. Nel ventaglio delle ipotesi, a quella, lodevole, avanzata dal sindaco Spagnolli di “musealizzare” quanto è più possibile degli antichi reperti del ventennio (idea già coltivata a suo tempo dalla figlia di Cesare Battisti Livia, che mal sopportando l’uso strumentale che veniva fatto in terra sudtirolese della figura di suo padre caldeggiò il trasferimento dell’erma di Battisti in un museo) si può affiancare quella più meditata, anche se mille volte proposta e mai accolta, della musealizzazione storico-critica attraverso un percorso chiaro e leggibile attraverso un tessuto urbano che rappresenta ormai per la sua unicità anche un’attrattiva culturale e turistica a livello europeo. Ma alla commissione, come ripeto, non dovrà essere nemmeno preclusa la possibilità di un più radicale intervento, se ha un senso, come ritengo abbia un senso, il seguente interrogativo che si pone Paolo Nicoloso, a conclusione del suo lavoro su “Mussolini architetto”:
    “E’ possibile curare un paese in crisi di democrazia, identificando figurativamente la propria memoria storica in edifici, simboli di una dittatura che praticava un profondo odio antidemocratico? Non siamo forse di fronte a un ennesimo paradosso italiano?… dopo un periodo di silenzio, quell’architettura monumentale ha ripreso a svolgere la sua funzione più intima, di azione demagogica sulle masse. Molti italiani tornano a subire una rinnovata fascinazione per le città e i palazzi “costruiti dal duce” che li introduce verso un giudizio tendenzialmente assolutorio nei confronti di un passato, in parte defascistizzato” . Al più fermo oppositore del fascismo, il socialista liberale Carlo Rosselli, non erano sfuggite le gravi conseguenze di lungo periodo che sarebbero derivate dalla monumentalizzazione fascista di Bolzano; egli, al momento della cerimonia della posa della prima pietra del monumento alla vittoria, a cui si sarebbe dovuta affiancare una zolla di terra della fossa del Buonconsiglio, così rispondeva alla vedova di Battisti che ancora sperava di impedire al fascismo di appropriarsi della figura del marito: “Mi duole pensare che tanta illusione alberga ancora in lei, Signora, da farle ritenere che sarà dato ad alcuni liberi italiani di onorare a Trento il 12 luglio la memoria del Martire. L’Austria mussoliniana lo vieterà e altri si recherà al Castello per quella data a prelevarvi a forza materia, non spirito, per l’onta di Bolzano.“
    Se si passa dall’arco piacentiniano – pensato ed ideato come monumento ai martiri trentini e solo per la ferma opposizione della vedova Battisti diversamente denominato – agli ossari di confine, che contengono essi sì, le spoglie dei poveri soldati italiani caduti in luoghi ben lontani da dove gli ossari furono eretti, si fa forte l’imperativo di provvedere al cambiamento di destinazione d’uso di quei manufatti. Trasformiamoli in luoghi della memoria, a ricordo delle insensatezze a cui giunse l’ubriacatura nazionalistica che portò, per riprendere la terminologia rosselliana, materia e non spirito ai presunti confini d’Italia. Don Lorenzo Milani, sotto processo nel 1965 per “apologia di reato” ricordava nella sua lettera di autodifesa inviata ai giudici che “sotto il fascismo la mistificazione fu scientificamente organizzata. E non solo sui libri, ma perfino sul paesaggio. L’Alto Adige, dove nessun soldato italiano era mai morto, ebbe tre cimiteri di guerra finti ( Colle Isarco, Passo Resia, S.Candido) con caduti veri disseppelliti a Caporetto.”
    Le spoglie dei poveri caduti italiani andrebbero collocate nei luoghi natii, dove più facilmente potrebbe esserne coltivata la memoria, a perenne monito contro la follia delle guerre.
    Fatta giustizia delle strumentalizzazioni del passato, di monumenti si potrebbe allora ancora parlare, e ad Italia ed Austria, paesi che oggi fanno parte della democratica Unione europea, spetterebbe il compito di individuare il luogo più idoneo, magari lungo un confine non contestato come quello fra la Carinzia e il Friuli, sul Pal Piccolo, dove perse la vita Mario Rosselli, il fratello maggiore di Carlo e Nello. Ricordiamoli lì,tutti assieme, i caduti delle numerose guerre che hanno segnato nei secoli il pesaggio alpino, in un luogo lontano da quotidiane polemiche, con un monumento che non inneggi, come quello romano delle alpi marittime o quello fascista di Bolzano, al trionfo di un popolo su altri popoli.
    Vincenzo Calì

  8. na ja guter Luigi, auch wenn die Wirtschaftskrise drückt: es gibt auch noch andere Lebensbereiche. Aber wo in Europa gibt es Staaten, die faschistische Denkmäler hochhalten?

  9. Caro Otto, gli edifici del ventennio sono per me delle costruzioni,,, … nessun va a visitarle come monumenti d’arte… proprio per questo potreste farci un percorso come propone Dello Sbarba.. anche a fini turistici, oltrechè educativi per i meno dotati. Se qualche politico ci va di tanto in tanto a leggervi dei pensierini, tutti sappiamo che le commemorazioni vere della storia sono quelle che si fanno da noi sul Pasubio o sul Grappa, ….da voi a Sesto o sull’Ortles,,,….dove non ci sono vincitori da esaltare ma solo vittime da ricordare, perchè tutti hanno perso. Mio nonno sul Col di Lana non ci è andato perchè voleva stare via da casa qualche mese nè perchè preferiva vivere tra povere montagne piuttosto che tra floride praterie padane. Il nonno di mio nonno invece fu tra i mille di Garibaldi, e quello sì che fece uno sbaglio sciagurato di cui paghiamo ancora le conseguenze… Lasciamo perdere chi cerca di alimentare discordia da ogni possibile argomento, per trarne un vantaggio di parte e personale…..pensa che potreste mettere a rischio quella preziosa autonomia che avete e che la regione Veneto e altre regioni non hanno, pur avendone lo stesso diritto vostro…..anzi molto di più, molto di più…
    Cordialmente…

  10. lieber Luigi,
    da stimme ich mit Dir vollkommen überein, gar keine Frage. Auch ich möchte das Denkmal nicht schleifen, aber erklären. Nur: offensichtlich ist es in Bozen nicht einmal möglich, den Namen des Platzes zu entschärfen! Hier hat sehr wohl der heutige Staat Italien eine große Verantwortung. Der Staat muss sich in diesen ewigen Konflikt einmischen, aber nicht auf Seite der Träumer vom Impero Romano, sondern auf jener der Demokratie. Und das bedeutet, dass es nicht der Bozner Gemeinderat ist, das Denkmal zu erklären, entschärfen, sondern der Staat selbst.

    Nur tut er das ganz und gar nicht.

    Das hatte ich gemeint.

  11. Sul museo storico regionale (da Hofer a Battisti e oltre) convengo con Val: i monumenti fascisti (Tn-Bz) o asburgici (Innsbruck) non sono adatti: vedrei bene due sedi sulle sponde dell’Adige (territori di Roverè della Luna e Salorno) svettanti verso il cielo e collegate dal ponte Alex Langer.

    1. @Vincenzo Calì.

      Concordo. In ogni caso, collegare il futuro Centro di documentazione del Siegesdenkmal alla mostra su Cesare Battisti già allestita sul Doss Trento sarebbe sufficiente ad allargare (un po’) lo sguardo.

      L’articolo sopra linkato è uscito oggi sul Corriere dell’Alto Adige, nella sezione “Cultura”.

      1. buona idea. Io insisto comunque per una riunione fra storici delle diverse sponde a Salorno per riflettere sul clima non proprio propizio alle buone idee.

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