Per un Sudtirolo indiviso

“SE NON SI COLGONO I FRUTTI MATURI DELL’AUTONOMIA, SI RISCHIA CHE MARCISCANO E PRODUCANO VELENI. PER QUESTO, DOPO LE CELEBRAZIONI PER MAGNAGO, BISOGNA RITORNARE A LANGER”. Un intervento sul quotidiano Alto Adige, 5 giugno 2010.

“Dopo Magnago, torniamo a Langer”: l’invito fatto su questo giornale da Mauro Fattor non può essere ignorato. E’ l’invito a spostarsi dal passato al futuro, dal Novecento al Duemila, dall’origine dell’autonomia alla prospettiva della convivenza.

Se dell’autonomia, con le sue luci pacificatrici e le sue ombre della separazione etnica,  Magnago fu il grande costruttore, Langer fu quello che ne ha indicato i punti critici e l’esigenza di andare oltre.

Un auspicio, quello di Langer, oggi più attuale che mai: è dal momento in cui il disegno di Magnago si compì, coll’attuazione del “Pacchetto” e la “quietanza liberatoria” di Vienna nel 1992, che l’Alto Adige aspetta che cominci un’epoca nuova dell’autonomia. E invece da vent’anni tutto è rimasto bloccato.

Intanto però il mondo cambia, anche il piccolo mondo dell’Alto Adige-Südtirol.

Le Regioni intorno a noi si sono accorte della nostra specialità (loro la chiamano privilegio) e pretendono un pari trattamento. La società altoatesina si è enormemente modernizzata e ai tre gruppi linguistici ufficiali si sono aggiunti imprevisti gli immigrati che non si sa come sistemare.

Anche gli orientamenti politici cambiano: se fino alla metà degli anni ’70 in consiglio provinciale su 35 eletti 34 appartenevano a  “partiti del pacchetto”, oggi solo 20 sostengono l’autonomia così com’è, mentre gli 8 della destra tedesca sognano l’autodeterminazione, i cinque della destra italiana rifiutano l’autonomia e i due verdi ne propongono una radicale riforma. Paradosso: l’autonomia matura produce dosi crescenti di critica all’autonomia.

L’autonomia fondata sulla proporzionale non è neppure riuscita a stabilizzare i rapporti tra gruppi linguistici. Una fonte non sospetta come il settimanale in lingua tedesca “ff” si dice preoccupato dei destini del gruppo italiano. Su 2030 nuovi consiglieri  e consigliere comunali, ha calcolato la “ff”, solo 162 sono di lingua italiana, pari all’8%. “Gli italiani sono il 25% della popolazione – ha concluso la “ff” – Nei comuni sono drammaticamente sottorappresentati”.

Infine, c’è il rischio che il frutto maturo dell’autonomia, se non viene colto, marcisca e produca veleni: la ricerca di identità forti rischia di deviare molti giovani verso l’estremismo etnico e razzista (non dimentichiamoci il recente proliferare di gruppetti neo nazisti e fascisti) se non trova un’altra riposta che scaldi il cuore.

Altra risposta io non vedo se non quella langeriana di un “Sudtirolo indiviso”, cioè della costruzione di una società unitaria, pacifica, conviviale, autogovernata, democratica, ricca di diversità e orgogliosa di esse, ma solidale e dialogante. Un Alto Adige indiviso dove si impari come si saltano i muri, si costruiscono i ponti e si attraversano i confini del pregiudizio e della diffidenza.

Una società sudtirolese unitaria e forte che, andando oltre l’attuale “coabitazione”, non tema il mescolamento e l’interazione, ma anzi consideri i “gruppi misti” come le piante pioniere di una nuova convivenza fondata sul principio: “Più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci capiremo”. Un “Sudtirolo indiviso” che faccia della dimensione interetnica, plurilinguistica e interculturale l’orgogliosa carta di identità europea di ogni suo cittadino e cittadina.

Utopia? O peggio: pericolosa avventura che mette a rischio l’acquisito benessere? Lo pensano quei molti che ci ripetono che dall’attuale sistema tutti guadagnano e dunque va bene così. Non credo che l’autonomia come affare sia una solida base per il futuro. L’altra faccia di questa medaglia è l’egoismo, lo sbirciarsi competitivo col dubbio che gli altri abbiano di più, il piagnucolìo sul “disagio” o sulla “minoranza svantaggiata” che è il modo per non dirsi mai contenti e pretendere sempre di più. E’ un sistema basato sull’inflazione del pubblico bilancio che non può durare all’infinito (e infatti sta finendo).

L’utopia langeriana di un Alto Adige-Südtirol indiviso, mite, rispettoso della natura, riconciliato e solidale mi pare l’unica concretissima prospettiva perché la nostra società possa “tenere”. Perché non si scateni la guerra di tutti contro tutti, magari cominciando dai più deboli, dagli ultimi arrivati, dai diversi, in una catena di rivalse: “crucchi” contro “walsche”, autoctoni contro immigrati, immigrati contro gay e in mezzo seminatori e seminatrici di discordia. E’ già successo: l’uovo del serpente è già nascosto in qualche verde prato del Sudtirolo.

L’antidoto è il pacifismo di Langer, l’invito ad andare incontro agli altri come a un regalo degli dei. Il regalo che ci farebbe questa terra di confini ogni giorno se nel condominio separato in cui viviamo non fosse considerato un lusso che non possiamo permetterci.

Dobbiamo invece provare a desiderare qualcosa di più e desiderando non possiamo che tornare alle parole di quel vipitenese dai denti in fuori che fu profeta più fuori che in casa ma che a questa casa tornava continuamente, una volta dall’Italia attraversata dai movimenti degli studenti e degli operai, un’altra dalla Germania della fioritura verde, un’altra ancora dai Balcani torturati dalla guerra.

A questa sua casa sudtirolese Langer tornava non per nostalgia, ma perché convinto che questo suo Alto Adige-Südtirol potesse dare un contributo fondamentale all’Europa come grande progetto di pace duratura perché radicata nel cuore delle persone.

Su questa strada dobbiamo (ri)metterci in cammino ed è  il momento giusto per farlo: sullo scoglio delle elezioni comunali l’ondata patriottica della destra si è (almeno momentaneamente) infranta. Ricominciamo il cammino, ripartiamo dalle persone in carne ed ossa e dai loro mille gesti concreti di convivenza e di incontro.

Se diamo valore a chi la convivialità la pratica ogni giorno, poi ci apparirà lampante quali riforme statutarie e istituzionali ci servono e sono certo che riusciremo a farle con facilità.

Riccardo Dello Sbarba, Bolzano, 4 giugno 2010.

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2 pensieri riguardo “Per un Sudtirolo indiviso

  1. caro Riccardo,
    nel commento al voto comunale che ho scritto per la rivista UCT ci sono delle convergenze non casuali con le tue osservazioni sul dopo-Magnago. ti giro il pezzo.
    Vincenzo

    E così, come volevasi dimostrare, l’aver mancato di seguire la strada maestra delle primarie di coalizione, strada che buoni frutti aveva dato per le elezioni comunali a Trento, sta portando i partiti del centrosinistra autonomista all’irrilevanza politica in tutta la Regione.Il caso Puglia avrebbe dovuto insegnare anche a queste latitudini dolomitiche che arrendersi a logiche di potere rinunciando al coinvolgimento dei cittadini nella scelta delle candidature non porta bene. Già al primo turno per i partiti è suonata la campana a morto: la SVP scesa in campo al primo turno per il candidato Spagnolli a Bolzano non certo per una condivisione programmatica con la sinistra (la convivenza etnica in città) quanto per l’evidente paura di perdere consensi nell’elettorato tedesco (vedi il risultato della destra tedesca a Brixen) ha determinato per il centrosinistra una vittoria di Pirro. La vittoria di un outsider per giunta italiano a Dobbiaco, la sconfitta aal primo turno in tre importanti comuni del Trentino grazie al soccorso autonomista a candidature destrorse completano il quadro. Unica eccezione Riva del Garda, dove l’autorevolezza del candidato sindaco, che ha saputo tenere unita la coalizione, ha sopperito alle mancate primarie. La prova del nove della fine della partitocrazia in Regione la si ha dai ballottaggi del 30 maggio: I risultati dovuti alle mancate scelte coalizionali dei candidati attraverso le primarie, con conseguente crollo della partecipazione al voto, avranno un effetto devastante sui partiti: è in vista il suicidio politico del PD altoatesino sceso in campo in soccorso al candidato SVP di Merano invece di sostenere il candidato naturale del centrosinistra, l’ ecologista Cristina Kury: è pure in vista la dissoluzione dell’UPT a Rovereto e la condanna del PD trentino al ruolo di mosca cocchiera di un autonomismo pantirolese che insegue l’anacronistica ricostruzione del Tirolo storico, senza nessun rispetto dei veri sentimenti di appartenenza delle popolazioni. I risultati dei ballottaggi nei comuni minori delle due provincie, frutto di logiche eminentemente micro-civiche, che potranno venir superate solo con le Comunità di valle, non cambiano certo il quadro. Fra il cittadino elettore e il candidato sindaco viene quindi a cadere il ruolo di mediazione dei partiti, i quali dimostrano così di aver rinunciato al dettato costituzionale, che riserva loro, come è noto, il compito di concorrere, con metodo democratico, a determinare il governo della Polis. Se non avremo una città di Rovereto guidata, solo per un soffio, da uno stanco protagonista di passate stagioni, è pur vero che mezza città non si è sentita coinvolta nella scelta, mentre Merano tradisce l’utopia concreta di Alex Langer e Bolzano è prigioniera dei veti incrociati, alla faccia del tanto conclamato superamento delle logiche spartitorie che si diceva che anche in Sudtirolo come in Trentino hanno fatto il loro tempo. Siamo ancora fermi ai tempi in cui, un pragmatico come Bruno Kessler sentenziava: “ne sen divisi, fra DC e SVP, e lo spago a Salorno ne serve a meio governar i nosi”. La riscossa potrà avvenire solo con il ritorno alla politica partecipata, al coinvolgimento pieno dei cittadini nelle scelte delle candidature e dei programmi per il buon governo. Se la Regione rinascerà, come tutte le persone di buon senso auspicano in questi tempi di ferro e fuoco, sarà solo se se torneremo a seguire la strada che Langer, autentico profeta, ci aveva indicato, e che non è altro che il programma del partito di tipo nuovo, l’Unione dolomitica che dobbiamo fondare: gettare ponti verso un futuro amico, un futuro di conversione ecologica in tutti i sensi, diceva Alex 25 anni fa, verso “una convivenza tra culture, la convivenza fra diversi noi, cioè tra gruppi di persone che non si identificano, pur vivendo nello stesso territorio.Oggi in Europa la compresenza di persone di lingua,di cultura e di religione, spesso di colore della pelle diversa, sarà sempre meno l’eccezione e sempre più la regola”. Non è questo il messaggio che ci viene dalla parte più matura della società europea? Non è questo il messaggio in bottiglia che riceviamo dai protagonisti migliori della storia passata? Fare di questa Regione la “California d’Europa” come sognava il geografo Cesare Battisti, il luogo della convivenza come auspicava Alcide Degasperi, la Patria del federalismo come era nei sogni di Giannantonio Manci, il luogo dai confini leggeri che era negli auspici del trentino-tirolese Silvius Magnago, dipende solo da noi e dalla nostra capacità di dar vita in Regione ad un partito, ad un programma, ad un’azione che siano all’altezza del passato da cui proveniamo.
    Vincenzo Calì

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