Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 22 aprile 2013

LA TERRA E NOI

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Oggi si celebra in tutto il mondo la “Giornata della Terra” proclamata dalle Nazioni Unite. In questa giornata ciascuno deve assumere la responsabilità per il territorio in cui vive. Parliamo dunque di Sudtirolo.

Nonostante la nostra fama di “provincia verde” la situazione è preoccupante:

1. ENERGIA – Il nostro consumo di energia negli ultimi 20 anni è aumentato costantemente e di molto, nonostante il fiore all’occhiello “Casa Clima”. Era di 2.000 GWh/anno nel 1997, ha raggiunto nel 2009 i 3.000 GWh/anno. Per comprendere le dimensioni di questo aumento del consumo, basti pensare che per coprirlo occorrerebbe costruire una grande centrale idroelettrica come quella di Cardano ogni 8 anni. A oggi la tendenza non si è invertita, nonostante che a parole anche la nostra Provincia ha preso con l’Unione Europea l’impegno di diminuire il nostro consumo di energia del 20%  entro il 2020.

2. CONSUMO DI SUOLO – l’agricoltura altoatesina perde i suoi terreni con una velocità impressionante. L’allarme fu lanciato tempo fa dal Bauernbund: dal 1968 al 2007 (ultimo dato disponibile) il suolo cementificato è quadruplicato, con una perdita media di suolo agricolo di oltre 200 ettari l’anno.

3. EMISSIONI DI ANIDRIDE CARBONICA. In provincia di Bolzano sono aumentate dal 1990 a oggi del 13%, esattamente quanto la media europea. L’obbiettivo assegnato alla nostra provincia era invece una riduzione del 6% entro il 2012.

4. CONSUMO DI RISORSE NATURALI – In Sudtirolo ogni abitante consuma all’anno l’equivalente di 4 ettari di superficie biologicamente produttiva, mentre per garantire il futuro del pianeta non si dovrebbe consumare più di 1,8 ettari. Lo stile di vita altoatesino è insostenibile, poiché per durare dovrebbe avere a disposizione più di due pianeti Terra.

In occasione della giornata della Terra, non bisogna dimenticare che anche la nostra provincia ha bisogno di una svolta decisa in direzione della sostenibilità, di uno stile di vita e di un’economia compatibili con l’armonia di Madre Terra.

In particolare, questi sono i compiti urgenti di qualsiasi politica locale sostenibile:

  • Una nuova legge urbanistica fondata su un drastico stop al consumo di territorio e sulla tutela coerente del paesaggio.

  • Un piano straordinario di risparmio energetico che inverta la tendenza alla continua crescita dei consumi.

  • Un forte sostegno all’agricoltura biologica con un progressivo recupero di biodiversità, perduta negli ultimi anni a vantaggio dalle tre monoculture di latte, mele e uva.

  • La riduzione, la raccolta differenziata e il riuso di quel che erroneamente viene chiamato “rifiuto” e che invece è preziosa risorsa che è irresponsabile incenerire.

 

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 16 aprile 2013

Energia: Il diktat di Durnwalder

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La “soluzione” della Giunta provinciale: prendere tempo e intorbidire le acque

L’obbiettivo di quanto ieri il presidente Durnwalder ha fatto deliberare alla Giunta provinciale è quello di mantenere la SEL nella partita delle concessioni e così trattare con le altre società, innanzitutto coi Comuni, da posizioni di forza, sperando di costringerli ad un accordo al ribasso. 

Ma la decisione della Giunta, di “rivalutare le concessioni ammettendo SEL con i progetti originari” si basa su presupposti giuridici e politici fragili e intorbida ulteriormente le acque.

Infatti:

1. Chi potrà decidere quali sono i “progetti originari” di SEL? Gli inquirenti hanno accertato che SEL ha modificato più volte i progetti e che quelli esaminati dalla Giunta provinciale erano la versione predisposta diverse settimane dopo la scadenza dei termini. L’indagine si è svolta sulla base dell’analisi dei computer della SEL. Tuttavia, nessuno sa che cosa, il 30 dicembre 2005, la SEL depositò davvero nell’ufficio dell’assessore: solo questi faldoni contenevano i “progetti originari”. Ma di essi fu protocollato e timbrato solo il frontespizio, nessun funzionario aprì i faldoni, il cui contenuto autentico non è mai stato trovato. Dunque i progetti originari semplicemente NON ESISTONO e quelli che così possono venir presentati lo sono in base a semplici congetture. La proposta di Durnwalder affida nei fatti alla Procura della Repubblica e ai Carabinieri il compito di attestare il carattere “originario” di una delle versioni dei progetti trovati nei computer SEL, ma nessuno ha mai chiesto agli inquirenti se vogliono e se possono accollarsi questo compito.

2. Chi giudicherà tecnicamente i progetti? Gli “uffici competenti” che invoca Durnwalder sono stati demoliti pezzo per pezzo proprio dalla Giunta provinciale, perché si erano ribellati appena avevano avuto sentore di manipolazione. Dunque non esistono più “uffici competenti”.
3. La “commissione di esperti” annunciata da Durnwalder sarà nominata dalla Giunta provinciale e sempre la Giunta provinciale deciderà a chi riassegnare o no le centrali: la stessa Giunta che è proprietaria al 93,8% di SEL. Se SEL perderà centrali, avrà perdite milionarie. In queste condizioni, e dopo tutto quel che è successo, chi può credere che la Giunta, cioè la proprietà di SEL, possa giudicare con imparzialità?

4. In parallelo andrà avanti il tentativo di accordo extra-giudiziale: sarà in questa trattativa, con tutta probabilità, che si deciderà il vero destino delle centrali. Ma, tenendo SEL nella partita e in queste condizioni, in questa trattativa penderà una spada di Damocle sulla testa delle altre società, specialmente dei Comuni, che Durnwalder spera di costringere a un accordo al ribasso.

5. Dare una seconda possibilità ad un concorrente che ha imbrogliato, significa che d’ora in poi chiunque potrà provare a vincere con mezzi scorretti, salvo – se scoperto – restare in gara con un’altra offerta, presentata come “originaria”.

 Insomma, dice bene il presidente di AE: la “soluzione Durnwalder” appare una toppa peggiore del buco. Eventuali ri-assegnazioni di concessioni alla SEL, in queste condizioni, saranno facilmente impugnate e lo scandalo non finirà.

L’errore è il solito: il presidente Durnwalder insiste nell’utilizzare il proprio doppio ruolo (in conflitto di interessi) per favorire la “sua” SEL e “assolvere” la catastrofica politica energetica da lui dettata negli ultimi 20 anni, fatta di centralismo e guerra contro i Comuni e le loro società pubbliche.
Intanto già domani si svolgerà un’ulteriore udienza di fronte al Magistrato delle acque sui ricorsi che interessano le concessioni. Sarà probabilmente la penultima, poi arriverà la sentenza. Con quel che scrive il tribunale di Bolzano sullo scandalo SEL (“si sentivano onnipotenti”) è facile prevedere che cosa deciderà il Magistrato delle acque.

La “proposta Durnwalder” ha anche lo scopo di prendere tempo di fronte al Magistrato delle acque e così arrivare fino a dopo le elezioni provinciali.

Ma con questi metodi lo scandalo non finisce. Caso mai si aggrava.

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Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 1 aprile 2013

Tunisi, cartoline da una rivoluzione

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UN REPORTAGE DAL WORLD SOCIAL FORUM (Testo di Riccardo Dello Sbarba, foto di Raffaela Vanzetta).

DÉGAGE! – “Vattene!”: il grido che nel 2011 ha cacciato Ben Ali torna sull’Avenue Bourguiba, cuore della rivoluzione. Stavolta però contro la ministra per “gli affari femminili” Sihem Badi. Un enorme corteo di donne l’accusa di tollerare la violenza sessuale. Una settimana fa una bambina di 3 anni è stata violentata in una scuola privata islamica. Sihem Badi si è rifiutata di aprire un’inchiesta per non dispiacere a EnnahDa, il partito religioso al potere. Ha anche dichiarato che “le donne devono evitare di provocare gli uomini”. Le donne hanno assalito il ministero con migliaia di scarpe in mano, lanciate alla fine contro le finestre della ministra. (Sihem Badi è famosa per la foto in cui nei giorni della rivoluzione “conquista” la stanza in cui Leila Trabelsi, moglie del dittatore, conservava 500 paia di scarpe di lusso. Il popolo sospetta che, spenti i riflettori, la Badi molte paia se le sia portate a casa).

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FORUM – Il Forum Sociale Mondiale sbarca a Tunisi con 70 mila partecipanti da tutto il mondo e 4.500 organizzazioni non governative. Un successo per il paese della “rivoluzione dei gelsomini” alle prese con la costruzione di una società civile democratica. Magrheb, Libia, Egitto, Medio Oriente: è il Forum del Mediterraneo e dei suoi conflitti. I marocchini assalgono i Saharawi che chiedono l’indipendenza. I tunisini laici inneggiano al regime siriano di Bashar al-Assad, dicendo che la guerriglia è in mano alla Jihad. I Fratelli musulmani d’Egitto fanno a botte con i militanti democratici arrivati da piazza Tahrir. I docenti dell’università El Manar, che ospita il Forum, chiedono laicità nell’insegnamento, le loro studentesse il diritto di portare il velo a lezione. Il nostro concetto di “libertà” subisce traumi notevoli.

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RIVOLUZIONE – Su cos’è una rivoluzione la nostra amica Salma, che ci ospita a casa sua, ha una sua personale esperienza. Vive in un palazzo coloniale di 16 appartamenti: 10 sono stati occupati senza titolo dopo la caduta del regime. “E’ la rivoluzione!” dice Salma. Gli occupanti hanno derivato l’elettricità e l’acqua allacciandosi a fili e tubi dell’appartamento di Salma. “E’ la rivoluzione!”. C’è stata una trattativa. Alla fine si sono messi d’accordo: dividono le bollette dei contatori in comune. “Anche questa è rivoluzione!” dice la madre di Salma. Il padre ci accompagna al campus e si imbestialisce per il traffico. Percorriamo sensi unici con un fiume di auto che arriva dalla direzione vietata. “E’ la rivoluzione!”: nessuno più rispetta i sensi unici. Dal 2011 la Tunisia non ha un governo regolarmente eletto. “Ma questo – commenta – è come in Italia”.

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GIUSTIZIA – Migliaia di tunisini hanno collaborato col vecchio regime, spiato, torturato, ucciso. Nel mese dei moti rivoluzionari ci sono stati oltre 200 morti, le cui foto vengono mostrate nel “corteo dei martiri”. Che fare coi colpevoli? La chiamano “giustizia di transizione”: vuol dire né amnistia, né condanna. Cercano una soluzione di “verità e riconciliazione”. Intanto la polizia militare presidia la capitale con camion pieni di soldati, blindati, cavalli di frisia e il filo spinato modello israeliano, quello cosparso di lame che tagliano come rasoi. Ogni edificio pubblico é presidiato. Nella settimana precedente il Forum è stata lanciata una «campagna muscolare»: 315 arrestati, di cui metà per turbativa dell’ordine pubblico e «comportamento immorale». Il rettore Hmaid Ben Aziza spiega che ad avere la polizia in casa ci sono abituati: “Un tempo per controllarci, ora per proteggerci. O almeno così dicono…”

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DONNE – Ahlem Belhadj, docente di medicina, è presidente dell’«Associazione tunisina delle donne democratiche» che a Bolzano ha ricevuto il Premio Langer 2012. Per lei la rivoluzione è al bivio: far entrare nella nuova Costituzione i diritti delle donne o la Sharia? Il partito islamico EnnahDa, dice, vorrebbe rimandare a casa le donne – promettendo loro un «salario casalingo» se si dedicano a figli e anziani – vietare l’aborto, ridurre la donna a «complemento dell’uomo». Un arretramento enorme. «Le donne tunisine – spiega Ahlem- hanno avuto il diritto di voto vent’anni prima delle svizzere!».

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VENDETTA – “Il diffondersi dell’islamismo è stata la vendetta degli uomini contro le donne”. Passeggio sul lungomare di La Goulette con la mia vecchia amica Giuliana Sgrena. La giornalista del “Manifesto”, che fu rapita in Iraq, si occupa da trent’anni di mondo arabo. Fin dai tempi di Bourguiba, il liberatore della Tunisia, le donne hanno avuto garantiti fondamentali diritti. Per esempio: pari salario a parità di lavoro per donne e uomini. Perfino settori industriali come il tessile sono occupati dalle donne. Ciò provoca da sempre il mal di pancia dei maschi che passano le ore tra nuvole di fumo nei bar a lamentarsi. Al crollo del regime è scattata la rivincita. Ma i problemi sociali restano irrisolti: “Gli islamisti stanno perdendo consenso” dice Giuliana, che la transizione le sta seguendo passo dopo passo.

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SALAFITI – Incontro Alex Zanotelli sui gradini dell’università. La sua è una voce tra le più ascoltate del Social Forum. “La rivoluzione – dice – rischia di essere scippata dal fanatismo religioso”. Ma com’è possibile? “Tra gli strati sociali poveri l’Islam era già molto radicato” spiega Alex. Questa è stata la rivoluzione “del pane e della dignità”, ma finora non ha neppure affrontato la questione della povertà. Qui si sono inseriti i salafiti, con la pratica della fratellanza musulmana e dell’elemosina. Hanno costruito reti sociali di protezione in un momento in cui lo stato si é sfaldato e la crisi divora salari e posti di lavoro. Hanno ricevuto ingenti finanziamenti da Qatar e Arabia Saudita, ricchi di petrodollari e stretti alleati degli Stati Uniti. Il paradosso: l’America si costruisce da sola il proprio nemico.

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DIGNITÀ – La «Marcia per i diritti e la dignità» del Forum si conclude allo stadio El-Menzah e qui prende la parola una grande donna d’Africa: Aminata Traoré, ex ministra del Mali indipendente. «Anche noi 20 anni fa avemmo la nostra rivoluzione democratica e anche noi, oggi, siamo schiacciati tra la guerriglia islamista e l’occupazione dei francesi, cui non interessa la nostra libertà, ma le nostre risorse. La democrazia non regge se non si sconfigge la povertà. La medicina contro il fondamentalismo é la dignità sociale!». Nel vento freddo che alla sera piega le palme di Tunisi il musicista brasiliano Gilberto Gil canta Bob Marley, i ragazzi e le ragazze si stringono gli uni agli altri per scaldarsi in attesa che torni il caldo e, col caldo, il profumo dei gelsomini.

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QUATTRO STAGIONI – “Marzo, mese pazzo, a Tunisi in un giorno tutte e quattro le stagioni!” ci avverte Salma. Andiamo da sua cugina Oueidane, presidente dell’associazione tunisini in Italia, docente al Politecnico di Milano. Si arrabbia: “Voi europei siete sempre pronti a entusiasmarvi e poi subito dopo a deludervi! Ora vedete islamisti dappertutto. Il velo era vietato dalla dittatura, vi pare strano che le donne pretendano la libertà d’indossarlo? Per voi solo l’opposizione laica era quella buona, ma Ben Ali era laicista e i più perseguitati erano i musulmani. Siamo in una transizione: ci date tempo, per favore? E soprattutto: credete in noi!”. Nell’ultima nostra serata tunisina Oueidane strapazza tutto quello che ci pareva di aver capito. Marzo pazzo a Tunisi: in un giorno, tutte e quattro le stagioni.

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 9 gennaio 2013

PENNE IN POLITICA

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L’ETRUSCO ESPLORATORE E IL PUSTERESE CURIOSO
 
di PAOLO GHEZZI

ELEZIONI POLITICHE 2013: Paolo Ghezzi, nostro grande direttore ai tempi del “Mattino dell’Alto Adige”, ci ha dedicato questo affettuoso editoriale sull’Adige di Trento. Lo ripropongo qui, ringraziando Paolo.

Lo confesso: sono sempre stato scettico sui giornalisti che salgono (o scendono) in politica. Flaminio Piccoli partì dall’Adige per conquistare Roma e la Dc. Walter Veltroni dalle figurine dell’Unità a una breve stagione di riformatore Pd e poi a una più luminosa carriera di scrittore. Carlo Andreotti dalla Rai di via Perini alla Provincia autonoma di Trento, per cinque anni forse non memorabili.

Però confesso pure che, di fronte a un Monti che da tecnico si innamora perdutamente della politica (fino al punto di contaminarsi con i politicissimi Casini e Fini, naturalmente ex giornalista post-fascista), non mi dispiace che qualche collega arrischi l’avventura elettorale, in posizione più o meno blindata dal porcellum.

E così mi piace molto l’idea che due colleghi bolzanini che stimo, perché li ho visti lavorare e so quanto sono bravi, si ritrovino insieme a lottare in questa campagna elettorale nella compagnia per qualcuno imbarazzante del governatore delle Puglie Vendola, pericoloso rivoluzionario che manderebbe i ricchi all’inferno.

Infischiandosene dell’accordo nazionale con i duri e puri di Ingroia, i Verdi del Südtirol/Alto Adige infatti hanno stretto un patto con Sel, e il consigliere provinciale Riccardo Dello Sbarba, toscano importato in Alto Adige come insegnante, poi giornalista e caporedattore del nostro glorioso (che fu) Mattino di Bolzano e ora politico, abbia convinto a scendere in campo il suo vecchio amico Florian Kronbichler, già al Deutsches Blatt dell’Alto Adige, poi direttore del settimanale “ff”, poi collaboratore illustre dello stesso Mattino, oggi corsivista fine del Corriere dell’Alto Adige e della Tageszeitung.

Ai due, l’etrusco importato e il pusterese curioso, sono riconoscente anche come piccolo editore, avendo pubblicato con la casa editrice Il Margine i loro bellissimi due libri: “Südtirol Italia – Il calicanto di Magnago e altre storie” è il libro di Riccardo, “Gehen – Andare via” con le foto di Faganello è il libro di Florian. Non è per “venderli” (sono ormai praticamente esauriti) che lo dico: lo dico perché sono davvero convinto che in questi due libri Dello Sbarba e Kronbichler abbiano raccontato, meglio di tanti trattati storici, quella strana terra di confine, mescolata e contraddittoria e bellissima che è il Sudtirolo.

E trovo bellissima l’idea che Riccardo – che da Florian imparò il dialetto sudtirolese e i segreti del suo popolo – abbia convinto ora Florian a candidarsi come Verde al secondo posto della lista guidata dal pugliese Vendola, alleata dell’emiliano Bersani (con cui si è appena alleata la Svp), in una terra dove Kronbichler ha molti estimatori anche tra i politici al potere che ha sempre liberamente criticato, da Durnwalder in giù.

L’altro giorno, sul Corriere della Sera, il direttore Ferruccio de Bortoli ha pubblicamente rampognato il suo ex vicedirettore Mucchetti che si candida nel Pd: “stai facendo un grosso errore”. Come la politica fosse un’arte degenerata rispetto al giornalismo.

Io credo al contrario che il giornalista che conosce bene la sua terra e il suo popolo, se mosso da buone intenzioni e non obnubilato dalla vanità, possa davvero servire il popolo, anche come suo rappresentante istituzionale, a Trento, Bolzano o Roma che sia.

E dunque, trovo che sia una bella scommessa, generosa, quella del pusterese curioso FK, che contamina il suo verde montanaro con il pugliese rosso, e prova ad andare a Roma in un vagoncino di terza classe, mica nella carrozza dorata (finora) della stella alpina.

Vedi: http://www.ladige.it/blogs/penne-politica-l-etrusco-esploratore-pusterese-curioso

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 20 luglio 2012

Pioggia estiva di denaro pubblico per un aeroporto senza passeggeri

aeroporto

Con 4 diverse delibere la Giunta provinciale in pochi giorni ha deciso di gettare altri 27,5 milioni di euro nell’aeroporto di Bolzano che, nel piano del ministro Passera, rientra tra i 18 aeroporti che dovranno essere chiusi, oppure interamente privatizzati, perché non hanno sufficiente traffico da giustificare sostegni pubblici.

Ecco nel dettaglio le 4 delibere del blitz estivo della Giunta provinciale:

ESTATE 2012: DENARO PUBBLICO PER L’AEROPORTO

Nr. Delibera Giunta

Scopo

Somma

nr. 972 del 25.6.2012

Ad ABD per il nuovo contratto servizio

€ 12.124.200

nr. 1068 del 9.7.2012

Ad Air Alps per la proroga dell’appalto per i voli

€ 607.268

nr. 1101 del 16.7.2012

A STA per l’acquisizione dei terreni

€ 7.300.000

nr. 1102 del 16.7.2012

Ad ABD per lavori di allungamento della pista

€ 7.500.000

   

TOTALE

€ 27.531.468

 

 

 

 

 

 

 

 

Il “Piano nazionale aeroporti” del febbraio 2012 classifica gli scali italiani per volume di utenti: l’aeroporto di Bolzano è 12° dei 18 aeroporti che registrano “dati assolutamente carenti quanto a movimento passeggeri e/o merci”.

Il piano del governo prevede che: “Per gli scali non riconosciuti dal mercato, oggi con poco traffico devono essere verificate entro il prossimo triennio condizioni di sostenibilità economica che non prevedano comunque trasferimenti di risorse pubbliche per la gestione”. Ciò significa che entro 3 anni l’aeroporto di Bolzano dovrà essere chiuso, o privatizzato, se ci saranno imprenditori disposti a investire in quest’avventura.

Che l’aeroporto di Bolzano resterà in deficit per i prossimi anni è scritto esplicitamente nel Contratto di Servizio con la società ABD per il periodo 2012-2015:

 CONTRATTO DI SERVIZIO PROVINCIA-ABD

Anno

Deficit previsto per passeggero

2012

- 47 €

2013

- 35 €

2014

- 30 €

2015

- 26 €

Alla luce del piano Passera si capisce la ragione di questo finanziamento estivo: la Giunta si è affrettata a gettare altro denaro pubblico in questo aeroporto fallimentare prima che il governo obblighi a chiudere il rubinetto.

Ancora più assurda la decisione con cui la Giunta ha deliberato la proroga dell’appalto del volo per Roma alla società Air Alps per altri 6 mesi, rimandando la gara europea: così una società che appena un anno fa ha interrotto i voli con grave danno per la Provincia incasserò altri 607 mila euro. Ora si capisce perché la Giunta provinciale ha respinto il 10 luglio scorso una mozione dei Verdi che impegnava la Provincia a uscire dalla società Air Alps, dove Provincia e Regione hanno perso 6 milioni in una quota azionaria che oggi non vale più nulla.

I Verdi fanno appello ai Comuni, alle associazioni ambientaliste e a tutte le cittadine e i cittadini perché si oppongano con tutti i mezzi a questo nuovo sperpero di denaro pubblico.

Non è vero infatti che tutti i giochi sono già fatti:

  1. Non è stato ancora cambiato il Piano Urbanistico del comune di Laives, atto indispensabile per prolungare la pista. La procedura dovrebbe cominciare subito dopo Ferragosto e coinvolgerà amministrazione civica e cittadinanza.
  2. L’ENAC non ha ancora approvato il “Piano di sviluppo Aeroportuale” presentato da ABD.
  3. Il “Piano di rischio aeroportuale” approvato un anno fa dai Comuni si basa sulla situazione esistente e va completamente riscritto. L’allungamento della pista obbligherà a riformulare il Piano, rinnovando la procedura (a pista allungata, per esempio, l’intero nuovo carcere rientrerà nella zona di divieto a insediamenti)
  4. Il potenziamento con finanziamento pubblico dell’aeroporto di Bolzano contrasta con piano Passera-Monti sulla razionalizzazione della rete aurea italiana.

C’è ancora tempo e modo per fermare questa scelta sbagliata della Provincia.

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 2 luglio 2012

RIO +20, giorno dopo giorno

SIAMO POPOLI, PIANTE, ANIMALI, RESPIRO DELLE FORESTE, ONDE DEL MARE

(Rio De Janeiro, 16 Giugno 2012)

Di “Vertice della Terra” non ce n’è uno solo, ma due: quello ufficiale al “Rio Centro” e la “Cupola dei Popoli” all’Aterro do Flamengo. Il primo blindato, a 20 chilometri dal centro; il secondo sulla bellissima baia di Guanabara, all’ombra del Pan di Zucchero.

Nel primo è in corso uno scontro durissimo tra paesi “sviluppati” e resto del mondo. Si discute un documento sterminato di 80 pagine e sulla maggior parte dei punti non c’è ancora accordo. Un esempio: i paesi poveri hanno scritto che “occorre intensificare gli sforzi per debellare la povertà”. Gli Stati Uniti pretendono di specificare: “la estrema povertà”. Come se la povertà normale, invece, non fosse affare nostro.

Per questo sulla spianata del Flamengo i poveri del pianeta – primi i popoli originari delle Americhe – reclamano i propri diritti e si proclamano custodi di Madre Terra. Chiedono ai ricchi di pagare il debito ecologico che hanno contratto in 1.000 anni di sfruttamento degli altri continenti.

La partita si gioca sulla capacità dei popoli di influenzare le decisioni dei governi: per questo ogni filo che congiunge i due vertici è prezioso. Certi governi, le organizzazioni della società civile, i movimenti ambientalisti, la cooperazione, e forse – se volese – anche l’Europa.

Tuttavia non c’è la spinta di vent’anni fa, quando il vertice Onu di Rio del 1992 mise l’ambiente e la giustizia al primo posto nell’agenda mondiale. Sugli impegni presi allora (riduzione delle emissioni-serra, biodiversità, lotta alla desertificazione e tutela delle foreste) si sono fatti pochi passi avanti. Le emissioni di CO2 sono aumentate invece che diminuire, i deserti avanzano e la foresta polmone del pianeta viene ancora tagliata – a un ritmo inferiore del passato, ma sempre insostenibile. I paesi industrializzati non accettano quella conversione alla sobrietà senza la quale il pianeta va in rovina; tra i paesi emergenti molti pretendono la loro quota di “sviluppo” secondo il modello occidentale, che è incompatibile con i ritmi riproduttivi della natura.

Per questo, in questa prima giornata, vale la pena riportare il preambolo della “CARTA DELLA TERRA” che fu firmata a Rio nel 1992, anche allora sotto gli eucalipti giganti dell’Aterro do Flamengo.

CARTA DELLA TERRA – Preambolo

1. Siamo la Terra, le persone, le piante e gli animali, piogge e oceani, respiro della foresta e onde del mare.

2. Onoriamo la Terra, casa di tutte le cose viventi.

3. Abbiamo a cuore la bellezza della Terra e la diversità della vita.

4. Ammiriamo la capacità della Terra di rinnovarsi, base di tutta la vita.

5. Riconosciamo il posto speciale dei popoli indigeni della Terra, i loro territori, i loro diritti e la loro relazione unica con la Terra.

6. Siamo sconvolti alla sofferenza umana, dalla la povertà e dai danni alla Terra causati dalla disuguaglianza di potere.

7. Accettiamo una responsabilità condivisa per proteggere e ripristinare la Terra e per consentire l’uso sapiente ed equo delle risorse in modo da raggiungere un equilibrio ecologico e nuovi valori sociali, economici e spirituali.

8. In tutta la nostra diversità siamo una cosa sola.

9. La nostra casa comune è sempre più minacciata.

10. Ci impegniamo sui seguenti principi, pronti ad accogliere in ogni momento le esigenze specifiche delle donne, dei popoli indigeni, del Sud, dei disabili e di tutti coloro che sono svantaggiati…..

SALVARE RIO +20: LA MISSIONE DI DILMA

Rio De Janeiro, 17 Giugno 2012.

A 3 giorni dall’inizio della Conferenza ufficiale, Nikhil Seth, capo del segretariato di Rio +20 e responsabile della stesura del documento finale, scuote la testa sconsolato: “Per adesso, su 800 punti, c’è consenso solo sul 28%”. Un po’ poco.

Su due in particolare i paesi “sviluppati” non vogliono cedere di un passo: l’istituzione di un fondo di 30 miliardi di dollari per gli aiuti al “progresso verde” dei paesi poveri e il trasferimento delle tecnologie dal Nord al Sud a condizioni ragionevoli. “C’è la crisi, non possiamo permettercelo” dichiarano all’unisono Usa e  Europa (ma con meno rigidità quest’ultima).

Così Dilma Rousseff è partita ieri per il Messico, dove sono riuniti i  capi di governo del G20, il club dei ricchi. Lì cercherà di convincere soprattutto Obama, Cameron e Merkel a fare un passo avanti e non far fallire la Conferenza Onu sull’ambiente. I Tre diserteranno a Rio neppure verranno. E così Dilma ha deciso di raggiungerli in Messico portandosi dietro il gruppo dei “facilitatori” dell’Onu. L’obbiettivo è trovare un compromesso per non far fallire il vertice sull’ambiente, che per il Brasile e per Dilma è diventato una specie di orgoglio nazionale. Il compromesso potrebbe essere un aumento almeno del 30% degli “aiuti allo sviluppo” da qui al 2020. Cosa che poco dice sulla qualità dello sviluppo che questi finanziamenti dovrebbero aiutare.

A questo proposito, è incoraggiante il fatto che sta emergendo un consenso proprio per una modifica dei parametri sulla base dei quali, per il futuro, le organizzazioni internazionali e i diversi paesi dovrebbero misurare il loro progresso economico, i progetti di sviluppo e i criteri di finanziamento. Si sta trattando su una serie di indicatori che vanno al di là del famigerato PIL, secondo il quale anche una catastrofe naturale o una guerra, distruggendo risorse e mettendo in moto ricostruzioni, in fondo giova all’economia. Per adesso la fantasia dei negoziatori non ha inventato un nuovo termine, per cui continuano a trattare su un “PIL Verde”. Il termine indica un progresso economico che non sia devastante per la natura. Anche le cose di buon senso, in tempo di crisi, suonano come novità.

Oggi manifestazione di “Via campesina”. Il governo ha schierato la polizia militare per proteggere le delegazioni ufficiali. Ma i tutori dell’ordine facevano più paura dei manifestanti.


RIO +20, I NUMERI

Rio De Janeiro, 18 Giugno 2012.

Il programma Onu per l’ambiente ha reso ieri noto uno studio secondo il quale negli ultimi 10 anni il Brasile ha accresciuto il suo PIL del 31% e contemporaneamente ha perso il 25% del suo patrimonio naturale. Miracoli dello sviluppo. Nello stesso periodo l’intera America Latina ha dilapidato il 33% della sua natura.

Perbacco, hanno detto i capi di stato, qua bisogna far qualcosa. E per trovare un accordo che concluda dignitosamente Rio +20 hanno eliminato dalla bozza del documento finale le parti più controverse (e importanti). Così le inziali 81 pagine sono state ridotte a 56, operazione grazie alla quale i punti di disaccordo, che erano 835 all’inizio, sono diventati ora 168 su un totale di 287 paragrafi. Su 119 c’è un’intesa. Su uno in particolare i capi di governo stanno concordando: rimandare tutte le decisioni più importanti al 2014.

DUE DONNE

Rio De Janeiro, 20 Giugno 2012

Alla vigilia del vertice ufficiale, due donne sull’Aterro do Flamengo scaldano i cuori delle migliaia che le ascoltano: Vandana Shiva e Marina Silva, la ex ministra dell’ambiente che ha rotto con Lula sull’Amazzonia e i progetti delle grandi dighe.

“Questo doveva essere il vertice sulla Green Economy – dica Vandana Shiva – ma dal documento finale hanno perfino tolto il capitolo che conteneva la definizione di questa famosa economia verde”. I negoziatori infatti hanno scoperto che non c’è accordo neppure su questo, su cosa sia green economy. Qualche paese ci mette dentro i biocarburanti, altri perfino il nucleare, altri ancora non vogliono sentirne parlare senza accompagnarla dalla frase “nel contesto di uno sviluppo sostenibile e dello sradicamento della povertà”. E di “economia verde” parlano perfino i manifesti che Petrobras, il  gigante petrolifero brasiliano, ha appeso sui muri di Rio.

“Io so una cosa per certo – dice Vandana Shiva – ed è che il verde è il colore della vita, non il colore della banconota da un dollaro. Sotto il termine economia verde si rischia di far passare la codificazione e la mercantilizzazione del materiale vivente e della natura, e questo è assolutamente l’opposto di un futuro sostenibile”.

Marina Silva è una donna esile ma la voce è chiara e forte” Non abbiamo bisogno di aspettare la fine degli incontri a Rio Centro per sapere cosa si deve fare per un futuro sostenibile: quello che fu deciso a Rio nel 1992 è tuttora valido. Le convenzioni sulla biodiversità e la deforestazione, l’Agenda 21, gli Obbiettivi del Millennio contro la povertà: lì c’era già tutto. Il problema è che tutto è rimasto sulla carta”. In 20 anni i governi hanno fatto passi indietro enormi: “Non si può lasciare in mano a loro il destino della Terra. Il futuro pè in mano a voi”.

L’approccio “pragmatico” scelto per Rio +20 sta fallendo. “Io vi dico: non siate pragmatici, non siate realisti – grida Marina Silva nel microfono – Se io fossi stata realista in questo momento non sarei qui, ma al governo di un Brasile che continua a devastare l’Amazzonia. No, non dovete essere realisti: siate sognatori, sognatori!”

RIO MENO 20

Rio De Janeiro, 21 Giugno 2012

Così, considerando i risultati, WWF e Greepeace hanno ribattezzato il vertice Onu di Rio sull’ambiente. Il documento che uscirà è molto al di sotto delle aspettative e non ha neppure un lontano odore dei trattati firmati a Rio nel 1992. Si tratta di un enorme passo indietro. All’ultimo momento ci si è messo di mezzo anche il Vaticano, il più piccolo stato del mondo.

Sebbene la Santa Sede sia solo presente come osservatrice, il Papa ha chiesto e ottenuto l’eliminazione dal documento di qualsiasi riferimento all’autodenetrminazione sessuale delle donne e all’uso dei contraccettivi, profilattico compreso. In un mondo che si avvia tra poco ad avere 9 miliardi di abitanti e in cui ancora milioni di persone, soprattutto in Africa, si ammalano e muoiono di AIDS. La cosa ha fatto infuriare una moderatissima signora, cattolica praticante: ol’ex commissaria per i diritti umani dell’Onu, l’irlandese Mary Robinson: “Che pretende di sapere gente che teorizza il celibato sulla salute e sul coropo delle donne?”.

SENZA DI NOI: IL RIFIUTO DELLA SOCIETÀ CIVILE

Rio De Janeiro, 21 Giugno 2012

In un documento letto di fronte all’assemblea plenaria della Conferenza Onu, tutte le organizzazioni non governative hanno chiesto che sia eliminata dal testo finale della Conferenza la frase: “Noi, i capi di Stato e di governo, con la piena partecipazione della società civile…” Poiché la società civile non si riconosce e non accetta il deludente risultato del vertice.

Il documento delle associazioni della società civile che rifiuta i risultati del vertice ha ottenuto in poche ore l’appoggio di migliaia di persone presenti a Rio, compresi scienziati, antropologi, studiosi del clima e economisti. Molti hanno partecipato a convegni e dibattiti ufficiali convocati dall’Onu a Rio Centro. In testa alla lista la firma di Marina Silva, ex ministra per l’ambiente del governo Lula, e di Vandana Shiva. Così, più che l’insulso documento finale, è il “rifiuto” della società civile a segnare la conclusione del vertice di Rio.

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 28 giugno 2012

Xavante, il sogno di Alex

Gli Xavante al vertice Onu di Rio de Janeiro

Nel 1992 il politico sudtirolese convinse l’ENI a restituire un enorme territorio dell’Amazzonia brasiliana agli indios che ne erano stati cacciati. Ma la promessa non è stata mai mantenuta. Al vertice Rio+20 sulle tracce di Langer.

di Riccardo Dello Sbarba

 (quotidiano Alto Adige, 27 giugno 2012)

RIO DE JANEIRO – Fu tra i sogni più belli di Alexander Langer: una grande azienda italiana (l’ENI) che, dopo averlo devastato, restituisce un enorme territorio dell’Amazzonia ai suoi proprietari originari, il mite e indifeso popolo degli Xavante, pagando così il proprio debito ecologico. Il politico sudtirolese riuscì a strappare questa solenne promessa nel 1992, al primo vertice di Rio sull’ambiente. Ma non è stata mantenuta. Così vent’anni dopo gli Xavante sono tornati a Rio a reclamare i propri diritti, anche nel nome di Alexander Langer.

Ho deciso di partecipare al “Vertice della Terra” dal 19 al 22 giugno, denominato Rio +20 (ma ribattezzato “Rio meno 20” per i suoi deludenti risultati) anche per ripercorrere con gli Xavante questi 20 anni di lotta, d’inganni e di dolore. Per capire che cosa fare ancora per realizzare il sogno di Alex.

Damião Paridzané, “cacique” (guida) del popolo Xavante, in quella terra d’Amazzonia è nato prima che la sua tribù fosse “contattata” dall’uomo bianco. Quando l’incontro, il vecchio capo ha alle spalle due giorni di viaggio dal Mato Grosso e pretende verità e giustizia. Circondato dai suoi, ha in testa la corona di lunghe penne del pappagallo “arara”, il corpo dipinto di rosso e di nero e in mano il pesante bastone del comando.

Dalla loro terra indigena “Marãiwatsédé” gli Xavante furono espulsi nel 1966. L’esercito deportò gli indios a 400 chilometri di distanza con un ponte aereo. La loro terra diventò la gigantesca “fazenda Suia Missu” (750.000 ettari), passata all’italiana Agip petroli.

Quella che era stata terra di foresta, di fiumi e di “cerrado”, la savana più biodiversa del mondo, fu incendiata per far posto a coltivazioni estensive di soja e allevamenti. Un crimine contro la natura e l’umanità che porta anche una marca italiana.

Damião Paridzané non si è mai dato per vinto. Nel 1992 la “Campagna Nord Sud” lanciata da Alexander Langer fece del caso ENI-Xavante uno scandalo internazionale. Sotto quella pressione, il 10 giugno 1992 l’ENI e le autorità italiane s’impegnarono a restituire agli Xavante quel che era loro. Damião, di vent’anni più giovane, donò al presidente Raffaele Cagliari il bastone bianco della pace. E in Italia l’ENI si fece bella del gran gesto.

Le premesse legali per la restituzione c’erano. Una commissione di antropologi e FUNAI (la fondazione governativa per gli indios) aveva identificato 165 mila ettari di “area indigena”. I vecchi piansero quando trovarono gli antichi cimiteri devastati e le ossa triturate dagli aratri. Secondo la Costituzione brasiliana la terra andava incamerata dallo Stato e poi data in uso perpetuo agli Xavante.

Ma anche i nemici degli indios si erano organizzati: subito dopo l’annuncio dell’ENI, l’area Marãiwatsédé fu occupata illegalmente da latifondisti, piccoli contadini e disperati di ogni genere, con la complicità dei politici locali (direttamente partecipi all’invasione) e della dirigenza locale dell’”Agip do Brasil”, che fornì le carte topografiche e lasciò entrare gli invasori. Per rendere il territorio inabitabile per gli indios, la deforestazione riprese frenetica. Alte colonne di fumo tornarono a levarsi nel cielo dell’Amazzonia.

Anche gli Xavante cominciarono ad accorrere nella terra che era stata riconosciuta come loro, ma furono chiusi in una porzione piccolissima di terreno e sottoposti a violenze quotidiane. L’ENI, persi i 165 mila ettari di terra indigena, se la squagliò svendendo ai latifondisti anche il resto della fazenda (600 mila ettari), nella speranza di far dimenticare le sue responsabilità nella devastazione della foresta e nell’occupazione illegale.

Oggi gli Xavante resistono in condizioni impossibili. Un popolo che vive di caccia, pesca e frutti della foresta è ristretto in un terreno arido, con una sola pompa d’acqua che i fazenderos ripetutamente distruggono. Adulti e soprattutto bambini si ammalano per aver bevuto acqua prelevata da fiumi che gli occupanti illegali avvelenano a monte gettandovi cadaveri di animali. Pochi giorni fa un bambino è morto consumato dalla dissenteria.

Ma Damião Paridzané e il suo popolo non mollano. Lo scorso 18 maggio 2012 il Tribunale Federale con sentenza definitiva ha dato alla FUNAI 30 giorni di tempo per far evacuare gli invasori bianchi dalla terra indigena Marãiwatsédé.

Ma chi eseguirà la sentenza? Gli invasori sono centinaia, sono armati e decisi a restare nelle loro aziende illegali ma attive. Sono coinvolti nell’occupazione illegale i sindaci dell’area, i politici della regione e persino il responsabile locale della FUNAI (che dovrebbe eseguire la sentenza). Reclamano come “diritto acquisito” la loro usurpazione e accusano gli indios di essere un ostacolo al “progresso”.

Quella degli Xavante è una storia esemplare, non solo per il Brasile, ma anche per noi. “L’Italia deve fare pressione sul governo brasiliano perché la terra sia restituita” dice Iara Ferraz, l’antropologa amica di Alex Langer che fissò la demarcazione dell’area indigena. E, a restituzione avvenuta, bisognerà poi ripristinare l’habitat originario: un’opera immensa. “L’ENI – accusa Iara Ferraz – non può tirarsi fuori dalla responsabilità di aver devastato la foresta e consentito l’invasione”.

ULTIM’ORA: 28 GIUGNO 2012 – XAVANTE: STATO DI GUERRA SUL TERRITORIO INDIGENO. Per protestare contro la sentenza del tribunale federale che dà ragione agli indios, e per impedire il ritorno di Damião e degli altri Xavante da Rio +20, i fazenderos hanno bloccato tutte le strade di accesso al territorio Marãiwatsédé. Chi guida la rivolta ha detto che “il movimento non è pacifico”. Le autorità hanno minacciato l’intervento dell’esercito per garantire l’ordine. La situazione è gravissima.

APPROFONDIMENTI:

http://www.reporterbrasil.org.br/exibe.php?id=2078

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 15 dicembre 2011

Scandalo SEL: fallimento di 20 anni di politica energetica della Provincia

LE INDAGINI GIUDIZIARIE, I CONTRATTI CAPESTRO FIRMATI CON ENEL ED EDISON, IL CENTRALISMO DELLA PROVINCIA E LA PREPOTENZA DELLA “CASTA ELETTRICA”. LE CONDIZIONI INDISPENSABILI PER CAMBIARE STRADA. INTERVENTO NEL DIBATTITO SUL BILANCIO PROVINCIALE 2012.

Care colleghe e cari colleghi,

Il 2011 passerà alla storia come l’anno dello “scandalo SEL” e su questa vicenda, nient’affatto conclusa, parlerò.

Con lo scandalo SEL l’autonomia ha perso la propria verginità e la politica la propria credibilità.

Si è scoperto che chi doveva lavorare per il bene pubblico faceva anche i propri affari privati, si è scoperto che la politica che doveva controllare non lo ha fatto, anzi ha difeso e coperto gli ex dirigenti SEL oltre il possibile e oltre il decente.

E si è scoperto che non basta che l’energia passi in mani provinciali perché tutto vada meglio. Senza controllo democratico, senza trasparenza, senza partecipazione dei cittadini tutto può andare molto peggio, e questa volta la colpa NON è di Roma: stavolta la responsabilità è tutta dei partiti che da decenni governano la Provincia e che oggi il cittadino guarda con sfiducia e diffidenza. Lo scandalo SEL ha chiuso un’epoca.

Parlando del “caso SEL” il Presidente della Giunta provinciale ci ha invitato a non buttare via il bambino con l’acqua sporca. Siamo d’accordo. Ma prima dobbiamo essere sicuri che sia stata davvero gettata via tutta, ma proprio tutta, quell’acqua sporca da cui la SEL è stata ripescata già mezza affogata.

La questione di fondo è la trasparenza e il controllo democratico. Anche la Giunta provinciale, che pur aveva la responsabilità di sorvegliare sulla società energetica, ha dovuto alla fine ammettere che la colpa maggiore dei vecchi dirigenti della SEL è stata la mancanza assoluta di trasparenza.

Presidente e direttore generale hanno agito come un duo di  intoccabili alla testa di un’azienda gestita con criteri famigliari, chiusa in sé e sottratta a qualsiasi controllo degli organismi democraticamente eletti, come il Consiglio provinciale, e dunque dei cittadini di questo territorio. I quali hanno ripagato questa caparbia e presuntuosa chiusura con una profonda e costante diffidenza verso la società energetica provinciale. Per questo la SEL non è entrata nel cuore dei cittadini di questa terra, come riconoscono ora quelli che per 20 anni hanno coperto ogni scelta dei dirigenti dimissionati.

Le uniche autorità a cui gli ex dirigenti SEL ritenevano di dover rispondere erano l’assessore Laimer e il Presidente della Giunta Durnwalder – ed evidentemente non raccontavano tutto neppure a questi, se dobbiamo credere a quanto assessore e Landeshauptmann ci hanno detto, e cioè che neppure loro sapevano nulla delle attività private dei dirigenti SEL, e che neppure loro – assessore competente e Presidente della Giunta! – erano stati messi al corrente di tutti i dettagli contenuti nei contratti firmati da SEL con ENEL ed EDISON.

Ci sono voluti i dossier dei Verdi a costringere la Giunta a riaprire quei fascicoli, a leggerli con più attenzione, a cominciare a dare prime e affannate risposte che – concepite per smentire – non hanno fatto altro che confermare le molte scomode verità che noi Verdi, per la prima volta, abbiamo rivelato.

Ma su questo dirò poi.

Torno alla questione centrale della mancanza di trasparenza, del continuo tentativo di questa “casta elettrica”, e di chi l’ha sempre sostenuta e consigliata, di sfuggire al controllo democratico: la nebbia in cui la SEL è stata avvolta dai suoi ex dirigenti ha creato il contesto più adatto per mescolare incarico pubblico e affari privati di singole persone, che si facevano forti della loro posizione nella società energetica provinciale.

Così è stata trasformata in un feudo privato una società che è al 100% pubblica, al 93,8% di proprietà della Provincia, fondata con legge provinciale, finanziata con denaro pubblico provinciale, cresciuta a suon di concessioni idroelettriche assegnate dalla giunta provinciale; una società che usa un bene comune come l’acqua e produce una risorsa strategica come l’energia. Lo “scandalo SEL” ci ha insegnato che non basta che una società sia di proprietà pubblica perché sia garantita la prevalenza dell’interesse pubblico negli atti suoi e dei suoi dirigenti. E che non basta che sia provinciale, perché sia anche nostra, cioè di tutte le cittadine e i cittadini del Sudtirolo.

Per garantire l’interesse pubblico occorre un’assoluta e totale trasparenza e un rigoroso controllo democratico, controllo di cui questo Consiglio provinciale deve essere il primo e principale protagonista. Questa è stata la battaglia condotta da noi Verdi in questi ultimi due anni sull’accesso ai contratti SEL: una battaglia per la trasparenza ed il controllo a cui la SEL, ma anche la Provincia, si sono opposte finché potevano e anzi oltre ogni limite e decenza.

Grazie a questa battaglia di mesi, che purtroppo è dovuta passare per due volte e sempre con successo attraverso aule giudiziarie, siamo riusciti a ricondurre la società energetica provinciale sotto un minimo di controllo pubblico; grazie a questa battaglia si è riaperto il dibattito sulla politica energetica nel nostro territorio; grazie a questa battaglia anche il presidente Durnwalder ha potuto dire nella sua relazione: “abbiamo tratto una lezione da questo triste capitolo, continueremo a richiedere sempre più trasparenza”. Benissimo!

Ma queste sono parole. La realtà è un po’ diversa – e qui arrivo all’acqua sporca che ancora non è stata gettata via.

La realtà è che il collega Hans Heiss e il sottoscritto, in quanto consiglieri Verdi, abbiamo ricevuto un invito a comparire con i nostri avvocati il 31 gennaio prossimo a Roma davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, a causa dell’ennesimo ricorso presentato dalla SEL e firmato dall’avvocato Gerhard Brandstätter e dall’ex Presidente Klaus Stocker, in cui la SEL chiede che vengano annullate le sentenze del Tar del dicembre 2010 e del Consiglio di Stato dell’aprile 2011, cioè quelle sentenze che hanno sancito il diritto di accesso e di controllo dei consiglieri e delle consigliere provinciali sugli atti della SEL.

Un diritto che abbiamo già esercitato ottenendo copia dei contratti, facendone oggetto di mesi di studio e di un dossier in forma di interrogazioni che attendono ancora una risposta scritta e ufficiale che non sia solo propaganda. Un diritto di cui hanno fatto uso, dopo di noi, anche colleghi della Svp come Arnold Schuler e Joseph Noggler, o colleghi dell’opposizione come Roland Tinkhauser. Ai quali, secondo la SEL, dovrebbero essere ora strappati di nuovo di mani i documenti che due sentenze hanno consentito loro di consultare.

II ricorso presentato dalla SEL e dal suo avvocato è un ricorso per eliminare la trasparenza, per annullare ogni possibilità di controllo democratico, per cancellare un sacrosanto diritto che i consiglieri e le consigliere provinciali esercitano in nome dei cittadini e delle cittadine.

La società provinciale e il suo avvocato, infatti, si sono inventati un terzo grado di giudizio in una giustizia amministrativa che ne ha solo due, contestando in Cassazione la competenza di Tar e Consiglio di stato a pronunciarsi su questa materia. E’ un’argomentazione campata totalmente per aria, che la SEL ha già presentato per due volte in tribunale e ogni volta è stata respinta. L’ostinazione SEL è talmente assurda e infondata, che sia EDISON che ENEL, pur sollecitate, hanno rifiutato di costituirsi in giudizio a fianco di SEL, prevedendo l’ennesima sicura sconfitta.

E sapete allora chi invece si è affiancata alla SEL nel suo ennesimo attacco contro noi consiglieri e consigliere provinciali? La Provincia di Bolzano, cioè la Giunta provinciale che – come è scritto nel suo “ricorso adesivo” – nella persona “del suo Presidente e rappresentante pro tempore, dottor Luis Durnwalder”, ha aderito all’azione promossa dall’avvocato Brandstätter e dall’ex Presidente Klaus Stocker, un nome che appartiene alla preistoria. Che cosa dice di questo la giunta provinciale? Che cosa dicono gli assessori della Svp? Che cosa dice l’Obmann Theiner? E dicono qualcosa i due assessori del PD, Bizzo e Tommasini? Siete d’accordo a marciare con la SEL contro di noi?

Egregio Presidente Durnwalder, io spero che questo ricorso sia rimasto lì per dimenticanza e che venga ritirato al più presto. Altrimenti sarebbe uno scandalo. Altrimenti come può parlare, Presidente Durnwalder, di “sempre più trasparenza” a Bolzano, mentre a Roma chiede alla Cassazione di imporre “sempre meno trasparenza” nelle scelte della SEL?

Il 31 gennaio prossimo ci sarà l’udienza pubblica in Cassazione. Il ricorso SEL è dell’aprile 2011, l’adesione della Provincia del luglio 2011. Noi chiediamo alla Giunta provinciale e alla SEL di ritirarli entrambi.

Ve lo chiediamo per risparmiarvi l’ennesima figuraccia e per risparmiare ulteriori sprechi di denaro pubblico. Infatti l’altra cosa che non è cambiata rispetto al passato sono le parcelle che la SEL e la Provincia con i denari dei cittadini pagano agli avvocati, e soprattutto allo stesso avvocato, per portare avanti processi contro consiglieri provinciali che invece devono difendersi pagando di tasca propria.

Oltre a Brandstätter, la SEL ha dovuto stavolta ingaggiare a Roma un avvocato, Leonardo di Brina; e un altro assai costoso avvocato romano, Michele Costa, l’ha dovuto ingaggiare anche la Provincia, oltre a schierare 4 altri avvocati del suo ufficio legale. In tutto 7 avvocati che cercano di arrampicarsi sugli specchi e muovono causa contro dei consiglieri provinciali. Davvero un bell’esempio di rispetto tra istituzioni!

Oltretutto il ricorso della SEL e della Provincia è autolesionista, perché indebolisce la loro posizione nei confronti del licenziando ex direttore Rainer. Mi spiego meglio.

L’obbiettivo della SEL è cancellare quellasentenza del Consiglio di Stato che l’ha definita “società dipendente dalla Provincia e parte dell’amministrazione provinciale”.

Ciò significa che contro eventuali comprovati comportamenti illegittimi degli ex dirigenti SEL può essere ipotizzato anche l’abuso d’ufficio e questo dà a SEL e Provincia ancora più forza nell’eventuale motivazione di un licenziamento dell’ex direttore generale.

Dunque se la SEL chiede alla Cassazione di cancellare quella sentenza, finisce per rafforzare la posizione dell’ex direttore generale e danneggiare se stessa.

E contraddice l’affermazione del Presidente Durnwalder: “La SEL è vittima e non colpevole soggetto leso e non beneficiaria”. Ma se la SEL è vittima, perché non si rifà su chi l’ha danneggiata, invece di sostenerne indirettamente la posizione e prendersela coi consiglieri provinciali?

Io non credo  che occorre – come ha detto l’assessore Laimer – cercare con l’ex direttore una “soluzione che vada bene per entrambe le parti”.

C’era un contratto che prevedeva una clausola di esclusiva e questo contratto è stato violato. Ci sono articoli del codice civile che puniscono l’infedeltà e “gli interessi in conflitto con la propria società” – sia degli amministratori che dei direttori generali. Siano fatti valere queste norme, sia tutelata la SEL come parte lesa, considerando anche la possibilità di presentare querela di parte, se necessario, come per le violazioni agli articoli 2634 e seguenti del Codice Civile che puniscono l’infedeltà dei dirigenti verso la propria società.

Anche da queste scelte giudicheremo se davvero la SEL ha imboccato una strada nuova, oppure continua con i  vecchi vizi.

Con i vecchi vizi e soprattutto con i vecchi consulenti. Avete capito, colleghe e colleghi, qual è la nostra preoccupazione: che alle spalle di un CDA di facce giovani e credibili,  – che noi apprezziamo – continuino a operare i consulenti di sempre, quelli che – insieme ai dirigenti ora allontanati – hanno determinato la storia della SEL. Certo: il nuovo direttore generale deve essere scelto con una procedura trasparente e concorsuale. Ma che ciò comporti una vacanza del posto fino all’estate e che – come ha detto l’assessore Laimer in un dibattito televisivo – intanto “sarà l’avvocato Brandstätter a trattare con EDISON sulla cessione delle quote in Hydros”, a noi – detto sinceramente – fa venire i brividi.

Noi Verdi abbiamo purtroppo una lunga frequentazione dell’avvocato Brandstätter e ce lo ritroveremo di nuovo contro a Roma, a sostenere davanti alla Cassazione che la SEL è società privata che non sottostà al controllo del Consiglio provinciale.

Lo stesso avvocato è comparso a fianco dell’assessore Laimer nella conferenza stampa di risposta ai nostri dossier sui contratti SEL.

Ho letto attentamente le argomentazioni con le quali l’assessore ha cercato di presentare come una smentita quelle che in realtà erano ammissioni sui punti principali da noi sollevati.

Vorrei trattarli pur in modo schematico, perché mi pare arrivato il momento di portare in quest’aula un confronto che finora si è svolto fuori di qui.

1° - IL TRIONFALISMO SI SGONFIA. La verità, anche quella edulcorata dell’assessore, è che i contratti di SEL con EDISON ed ENEL non sono stati quel fantastico successo che fino ad oggi ci è stato fatto credere. Sull’altare dei contratti con i giganti dell’energia è stato pagato un prezzo molto alto e restano molte incognite sul futuro. “”Hier wurde ein Spatz als Adler verkauft” – “L’hanno venduto per un’aquila, ma era un passerotto”: ha commentato la collega Stocker e meglio non si poteva dire.

La posizione di ENEL ed EDISON nel nostro territorio e nelle società Hydros e SE Hydropower restano straordinariamente forti, a spese dei Comuni che con questi contratti sono stati tagliati fuori dalle grandi concessioni idroelettriche. La sostanza degli accordi è questa: la Provincia stringe un patto con i colossi multinazionali dell’energia in concorrenza e contro i Comuni e le loro società. E infatti contro ogni concessione erogata dalla Provincia pendono decine di ricorsi delle società e dei consorzi energetici comunali, mentre né ENEL né EDISON hanno mosso un dito. Come politica autonomistica nel campo dell’energia è un bel risultato.

2° – ENEL PERDE TUTTE LE GARE, MA VINCE LO STESSO LE CONCESSIONI: l’assessore ha confermato che SEL ha fatto l’accordo con ENEL sulle grandi concessioni per evitare i ricorsi di ENEL contro il conflitto di interessi SEL-Provincia. Grazie a questi accordi, ENEL, che ha perso tutte le gare, può ugualmente sfruttare per altri 30 anni una grande quantità della nostra energia, mentre le società dei Comuni, che avevano partecipato alle gare, non hanno ricevuto neppure una nuova concessione e una addirittura – Tel – è stata loro scippata.

Lo stesso, anzi per un tempo ancora più lungo, vale per EDISON alla scadenza da qui al 2020 delle attuali concessioni: Lasa, scaduta il 6 febbraio di quest’anno, è andata a Hydros (cioè per il 40% a Edison) invece che al VEK, il consorzio energetico della Val Venosta, un soggetto al 100% “made in Südtirol” che ora ha portato SEL davanti al tribunale delle acque.

Ma c’è di più. Con l’articolo 25 dell’”Accordo Quadro“, SEL si è obbligata con EDISON a partecipare a tutte le future gare sempre attraverso Hydros e ciò comporta mantenere EDISON nel nostro territorio per altri 40 anni. Lo spazio per i comuni è assai ridotto: al massimo la partecipazione del 9%, fissata nell’accordo parasociale SEL-EDISON, ma attraverso una cessione delle quote societarie che dissanguerebbe le amministrazioni. In questo modo, un‘azienda privata multinazionale come EDISON, controllata dalla regina del nucleare francese EDF, condiziona la politica energetica della Provincia e i suoi rapporti con i comuni. E per ENEL le cose stanno allo stesso modo.

Per riscattare la posizione dei Comuni sarebbe fondamentale che essi, nelle forme societarie che vorranno, partecipassero alle gare per  le centrali HYDROS, le vincessero e poi potessero decidere se gestire le concessioni in proprio o se portarle in una società comune, riconquistando un ruolo importante senza dover sborsare cifre ingenti. Ma a questa soluzione fa ostacolo soprattutto paradossalmente la società provinciale SEL e gli accordi che ha  firmato con EDISON ed ENEL.

3° SEL SI È IMPEGNATA A PAGARE AD ENEL UN CONGUAGLIO PER OGNI CONCESSIONE PERDUTA.  Dopo averlo negato per una settimana, l’assessore ha dovuto ammettere che SEL ha già pagato a ENEL un conguaglio di 7,5 milioni per la concessione non ottenuta di Rio Pusteria. Ribadisco che i Verdi hanno sempre parlato di “conguaglio” (le interrogazioni sono lì a dimostrarlo) e non di “penale”, come qualcuno ha suggerito all’assessore di insinuare. Comunque la sostanza è che la Provincia si è trovata a decidere sulle gare sapendo che, se le concessioni non fossero andate a SEL, la società provinciale ne avrebbe patito un danno patrimoniale. E questo ha compromesso il ruolo “super partes” della Provincia.

E’ vero che anche per ENEL sono previsti conguagli, ma solo nel caso che un terzo soggetto vinca la concessione, poi impugni la somma richiesta per gli impianti e il giudice gli dia ragione, riducendola.

E comunque l’eventuale conguaglio ENEL è sempre inferiore a quello dovuto da SEL: infatti mentre questa deve pagare a ENEL il 40% del valore di ogni concessione perduta, ENEL deve invece pagare a SEL il 40% del 60%, cioè il 24%, e del solo valore in diminuzione di un impianto, stabilito eventualmente da un tribunale. Nel caso di Rio Pusteria, per esempio, il privato ha effettivamente impugnato il valore concordato da SEL ed ENEL per l’impianto. Ma se anche il giudice dimezzasse il valore dei macchinari, ENEL dovrebbe pagare a SEL poco più di 911 mila euro di conguaglio, che non pareggerebbe certo i 7,5 milioni già pagati da SEL a ENEL per aver perso la concessione. Altro esempio: se SEL dovesse perdere – per il combinarsi dei ricorsi e delle inchieste giudiziarie – la centrale di Sant’Antonio, la società provinciale dovrebbe pagare a ENEL oltre 24 milioni di conguaglio e ENEL invece, nel caso di contestazione davanti al giudice del valore degli impianti, dovrebbe pagare di conguaglio a SEL 2 milioni e mezzo se il tribunale dimezzasse il valore e 5,3 milioni se lo azzerasse, eventualità impossibile.  Alla fine, nei due casi, il saldo a discapito di SEL oscillerebbe comunque tra i 19 e i 21 milioni.

4° – IL PREZZO DELLE CENTRALI ENEL E’ STATO SOPRAVVALUTATO. Anche SEL sapeva che il vero valore delle centrali era di gran lunga inferiore a quello che ENEL ha imposto e che SEL ha accettato nei contratti che ha firmato e la dimostrazione è nelle domande di concessione presentate dalla stessa SEL nel 2005, dove la società energetica provinciale aveva affermato che gli impianti ex ENEL dovevano essere totalmente sostituiti. Nonostante questo, negli accordi con ENEL del 2009 SEL ha riconosciuto a queste stesse centrali un valore di 340 milioni di euro. E se un giudice riconoscesse ora che una centrale – per esempio Rio Pusteria – non vale quello che SEL ha riconosciuto ed ENEL dovesse pagare un conguaglio, ciò costituirebbe un piccolo “rimborso” a favore di SEL, ma sarebbe anche la dimostrazione definitiva che per tutte le altre centrali SEL ha riconosciuto ad ENEL una valutazione assolutamente sproporzionata. Insomma: comunque la si giri, un pessimo affare.

5° – LA SEL RICEVE DALLE CENTRALI MOLTA MENO ENERGIA DI QUANTO SIA LA SUA QUOTA SOCIETARIA. L’assessore ha dovuto per la prima volta ammettere che SEL rileva solo il 40% dell’energia delle centrali SE Hydropower e il 45% dell’energia delle centrali Hydros, nonostante la SEL abbia il 60% in entrambe le società.

Per Hydros il dato è discutibile, poiché l’assessore aggiunge l’energia attualmente fornita da Lasa, che è una concessione già scaduta e dunque non più compresa negli accordi SEL-EDISON, che riguardano solo le concessioni fino alla loro scadenza. Se si considera i periodi strettamente riferiti agli accordi SEL-EDISON, in realtà a SEL va solo il 32,7% dell’energia prodotta.

Se vogliamo una conferma di questi dati, basta leggere i bilanci di Hydros per il 2009 e il 2010: lì sta scritto nero su bianco quanta energia Hydros abbia ceduto a SEL e quanta ad EDISON in questi primi due anni di vita.

Nel 2009, degli 1.016.040 MWh prodotti in totale, a SEL sono andati 301.060 MWh, pari al 29,8%. Nel 2010, degli 1.021.450 MWh prodotti in totale, a Sel sono andati 301.450  MWh, pari al 29,5%. Il resto, cioè oltre il 70% dell’energia prodotta dalle centrali Hydros, se l’è preso e venduto e ci ha fatto profitti EDISON.

I bilanci Hydros riportano nel dettaglio anche le somme  pagate da SEL ed EDISON per l’energia ricevuta e i dati confermano quel che noi abbiamo detto e che l’assessore ha cercato di smentire, è cioè che SEL paga prezzi medi più alti di EDISON, non perché siano fissati prezzi diversi per ciascuno dei soci, ma perché diversi sono i prezzi praticati dalle singole centrali e diversa è la quantità fornita da ogni centrale a ciascun socio. In sostanza: le centrali che forniscono più energia a SEL sono anche quelle che esigono prezzi più alti. E così, i bilanci Hydros ci riferiscono che il mix medio di energia rilevata è costato a SEL 60,9 € a MWh sia nel 2009 che nel 2010, mentre a EDISON è costato 57,8 € a MWh nel 2009 e 58,4 € a MWh nel 2010. Invito l’assessore a consultare i bilanci Hydros depositati in Camera di Commercio per sincerarsene. E comunque sono prezzi che consentono a Hydros una remunerazione molto modesta.

Ma queste sono questioni di dettaglio. L’essenziale è che ENEL ed EDISON, pur avendo il 40% delle centrali, si appropriano di oltre il 60% dell’energia e del relativo business. L’assessore dice che senza gli accordi i colossi energetici si sarebbero tenuti tutta l’energia per sé: questo però vale solo per le centrali le cui concessioni non sono ancora scadute, cioè le ex EDISON tranne Lasa. Per tutte le centrali che c’è stata la gara, cioè le centrali ENEL, più Lasa, una gara corretta e un’alleanza della SEL con le società e i consorzi energetici dei comuni avrebbe potuto portare non il 40%, ma il 100% dell’energia in “mani sudtirolesi”. Ma le gare potevano e possono essere vinte contro ENEL e EDISON solo se la Provincia si libera del proprio conflitto di interesse in SEL. Questo è il problema di fondo che va risolto: l’uscita della Provincia dalla sua posizione dominante nel campo delle produzione idroelettrica. Altrimenti sulla nostra politica energetica graverà sempre la spada di Damocle del conflitto di interessi.

6°. LA PERDITA DI UTILI E DI ENTRATE FISCALI: l’assessore ha dovuto confermare l’esistenza di contratti di compra vendita dell’energia secondo i quali, in sostanza, Hydros e SE Hydropower non vendono la propria energia sul mercato, ma la cedono a un prezzo di costo assai conveniente a ENEL ed EDISON, che la vendono sul mercato e ne ricavano i relativi utili per la parte che loro spetta, cioè come minimo – secondo i dati dello stesso assessore – il 60% per ENEL e il 55% per EDISON. Ciò ha come conseguenza che, per la loro quota, – ripeto: per la loro quota – gli utili se li tengono ENEL Trade ed EDISON Trading, che pagano le tasse a Roma e Milano.

Queste tasse sugli utili ricavati dalla vendita di energia sulla borsa elettrica – ripeto, sugli utili ricavati dalla vendita – sono persi per la nostra provincia. E’ vero quel che dice l’assessore:  SEL, Hydros e Hydropower pagano le tasse a Bolzano e così restano sul territorio entrate fiscali che fino a pochi anni fa finivano a Roma. In più SE Hydropower e Hydros distribuiscono i dividenti – modesti, ma sicuri –  ai loro soci e a SEL ne spetta il 60%. Tutto vero. Ma anche in questo caso, quest’argomentazione vale solo per le centrali Hydros non ancora scadute. Per tutte le centrali ex ENEL e per Lasa Martello, cioè per le centrali per cui si è tenuta una gara, questa argomentazione equivale invece a una rinuncia. Infatti, se le  concessioni invece che SE Hydropower o Hydros le avessero vinte AE, VEK, ASM di Bressanone, o la stessa SEL, ma libera dalla posizione dominante della Provincia e dunque in grado di affrontare una gara senza paura di ricorsi, tutti questi produttori al 100% altoatesini avrebbero pagato le tasse a Bolzano. Al 100%.

7°. DA ENEL ABBIAMO COMPRATO UNA RETE VETUSTA MA NON I CLIENTI: la circostanza che SEL non riesce a prelevare da ENEL tutta l’energia che le spetta, ma solo il 40%, è dovuta al fatto che non ha abbastanza clienti a cui fornirla. Ciò dimostra quanto sarebbe stato importante rilevare, oltre alla rete, anche i clienti ENEL, come è avvenuto in Trentino. L’assessore dice che SEL vuole strappare a ENEL (ma anche alle società comunali!) i clienti competendo sul mercato. Speriamo, ma è legittimo dubitarlo, dopo aver visto come SEL ha appena perso la gara per la fornitura di tutti gli enti pubblici altoatesini (vinta da AE). In realtà SEL è un gigante dai piedi d’argilla e i confronti con le società comunali sono sconfortanti. Nel maggio del 2011 il Dolomiten ha pubblicato le seguenti cifre: di fronte a una SEL che ha appena 7.000 clienti (proprio così, settemila) AE ne ha 130.000, ASM di Bressanone 17.000, l’azienda energetica di Brunico 13.000. La stessa ENEL continua a servire 70.000 clienti e queste migliaia di bollette che il postino continua a imbucare nelle nostre case dimostrano quanto ENEL sia ancora ben radicata sul territorio.

E che non ha nessuna intenzione di andarsene, come dimostra l’apertura proprio nei giorni scorsi di un nuovo ufficio vendite alla clientela nel cuore di Bolzano.

In Trentino, invece, i 223.000 clienti passati in blocco da ENEL alla SET, di ENEL hanno perso perfino il ricordo, e senza rimpianto.

8°. LA PROGRAMMAZIONE DELLE CENTRALI E’ IN MANO A ENEL E EDISON: poiché l’energia prodotta da Hydros e SE Hydropower viene venduta sul mercato da ENEL ed EDISON, ciò significa che i due giganti elettrici continuano a determinare il “dispacciamento” delle centrali, cioè a decidere sui loro programmi produttivi. SEL e le due società comuni hanno firmato precisi contratti che delegano a ENEL e EDISON questa funzione di comando delle centrali. Altri sub-contratti, infine affidano a ENEL e EDISON una serie di servizi, per i quali i giganti elettrici ricevono diversi milioni di euro da Hydros e SE Hydropower all’anno di compenso. ENEL inoltre ha il completo comando su SE Hydropower fino al 2013.

9°. L’OPERAZIONE DELMI SI CONFERMA UN POKER AD ALTO RISCHIO: la Provincia ha dovuto ammettere a denti stretti che è fallito il tentativo di SEL di scambiare la partecipazione al 40% di Edison nelle centrali altoatesine con le azioni in Delmi. I 200 milioni più 24 di interessi, investiti in azioni Delmi che adesso valgono la metà, resteranno congelati fino al 2014 e nessuno sa, a quella data, quanto eventualmente verranno ripagati. Un gigante come EDF non è tipo che fa regali. Dall’altra parte, l’eventuale acquisto del 40% di Hydros, che dovrà avvenire entro il 2012, all’Alto Adige costerà molto caro, certamente più caro dei 177 milioni pagati anni fa per il 60%. Al nuovo presidente Sparber sono bastati pochi giorni per capire come stanno le cose e dichiarare che non è in discussione solo “a quanto” potrà essere comperato il 40% di Hydros, ma anche “se” ci conviene comperarlo investendoci risorse finanziarie che SEL dovrà per forza prendere in prestito, aumentando notevolmente il suo già enorme indebitamento, un indebitamento così alto che ha impedito finora alla SEL di distribuire un solo euro di dividendi ai suoi soci pubblici dal giorno della sua nascita ad oggi.

D’altra parte per questo affare Hydros di privati interessati non se ne vedono, nonostante gli auspici del Presidente della Provincia. Eppure, rilevare quel 40% di EDISON consentirebbe di annullare nella pratica i contratti capestro firmati da SEL. Per uscire da questo dilemma, non resta che volgere lo sguardo ai Comuni e coinvolgerli da subito al tavolo delle trattative, per una soluzione che rafforzi i produttori locali, e tutti stavolta.

Mi fermo qui, anche se ci sarebbero un’infinità di altre questioni che meritano una discussione e di cui avremo l’occasione di parlare. L’importante è che, grazie alla possibilità di prendere visione dei contratti SEL, il “caso SEL” non è rimasto solo quello scandalo giudiziario, che pure è, ma si è riaperta una discussione sugli indirizzi generali della politica energetica nella nostra provincia. Porte e finestre si sono riaperte e un nuovo gruppo dirigente è stato nominato, anche se restano i consulenti del passato.

Noi siamo consapevoli del patrimonio che la SEL costituisce per la nostra terra. Al momento della fondazione ne abbiamo salutato la nascita, come abbiamo accolto positivamente sia il Decreto legislativo nr. 79 – il cosiddetto decreto Bersani – che nel marzo del 1999 trasferì dallo Stato alle Regioni e alle Provincie autonome il potere di erogare le grandi concessioni idroelettriche, sia la Norma di attuazione nr. 463 del novembre 1999 che attuava questo trasferimento sul nostro territorio. La SEL doveva essere l’interprete e lo strumento di una nuova era della politica energetica nella nostra terra, una piattaforma di cooperazione di tutti i produttori pubblici locali, con una chiara divisione delle competenze:

  1. alla Provincia spettava stabilire per legge provinciale le regole del gioco, indire le gare, assegnare le concessioni e riscuotere i canoni;
  2. agli altri enti locali, cioè ai comuni e alle comunità comprensoriali – in forma di società, di consorzi o di cooperative -  toccava la produzione e la distribuzione.

Questo è il quadro semplice e chiaro per cui ci siamo sempre impegnati e che le norme rendevano possibile: la democrazia e la sussidiarietà energetica per un’autonomia che doveva devolversi verso il basso.

Così non è stato: la Provincia ha preferito concentrare tutto nelle sue mani, attuando in loco quel centralismo che contestava a Roma. Si è messa a competere coi comuni, fino a strappare loro perfino le centrali – lo shock di Tel non è stato dimenticato né a Bolzano né a Merano.

Ciò ha comportato un permanete e pericoloso conflitto di interessi, una SEL chiusa in se stessa, poco trasparente e allergica al controllo democratico; ha costretto la Provincia a continui salti mortali legislativi e la SEL a stipulare patti onerosi con i colossi energetici, patti che solo la propaganda può definire un successo.

La crisi SEL è l’occasione per una svolta, per riprendere lo spirito originario di un’autentica autonomia energetica per l’Alto Adige – Südtirol. Quello che noi Verdi proponiamo è una “Alleanza territoriale per l’energia”, che unisca Provincia, Comuni, Cooperative e produttori locali in leale ma decisa competizione contro le grandi società nazionali e multinazionali, per un modello energetico sussidiario, democratico, trasparente e vicino ai cittadini e alle cittadine.

La Provincia deve uscire dalla propria posizione dominante e riservarsi il potere legislativo, rilasciando le concessioni con severe condizioni a favore del territorio e incassando i canoni per sostenere il bilancio pubblico.

Il campo della produzione e della distribuzione va lasciato progressivamente ai Comuni. Solo così si riporta davvero l’energia “a casa” – e al 100% Questo non è solo un modello democraticamente più avanzato, ma anche economicamente più conveniente.

Se concordiamo sulla prospettiva, allora ogni passo sarà orientato nella giusta direzione. Le idee ci sono, specialmente da parte dei comuni e delle loro società e cooperative energetiche. Vanno recepite. Per l’l’immediato:

1°.    La Provincia deve prendere la decisione di fondo di lasciare le concessioni sotto i 3000 KW di potenza all’iniziativa dei comuni, nella forma che essi decideranno;

2°.    I comuni vanno coinvolti lealmente nelle prossime scadenze che riguardano Hydros: l’obbiettivo deve essere quello di rafforzare la posizione dei comuni riequilibrando il loro attuale svantaggio rispetto alla Provincia.

3°.    Va garantita la massima trasparenza negli atti della SEL, va ritirato il ricorso in Cassazione, va continuato il ricambio nel vertice, consulenti compresi e vanno fatte valere tutte le ragioni verso i dirigenti infedeli.

4°.     Entro 6 mesi i nuovi vertici SEL vanno invitati in Consiglio provinciale per un confronto sulle strategie future della società energetica provinciale.

5°.    La Provincia deve smetterla con la continua acrobazia delle leggi ad hoc,  con le quali vengono continuamente cambiate le regole del gioco mentre il gioco è in corso. Anche in questa finanziaria, la Giunta ha provato a riproporre il trucco dell’accorpamento delle concessioni per evitare le gare future. Grazie alla nostra iniziativa questa norma è stata cancellata e speriamo non venga ripresentata con emendamenti in aula.

Ma un’altra norma è rimasta: quella che smantella la delicatissima e fondamentale ripartizione nr. 37, competente per le acque pubbliche e l’energia, proprio in questo momento in cui il  “caso SEL ancora aperto sia per la politica che per il tribunale.

Questa ripartizione è centrale e delicata perché, col suo ufficio elettrificazione, cura le procedure di concessione idroelettrica. E’ la ripartizione che istruisce le pratiche delle gare di concessione, che analizza e valuta i progetti, che coordina la conferenza dei servizi e raccoglie i pareri, che prepara per la giunta le delibere di concessione e  poi, a concessione erogata, stila i protocolli di concessione e sorveglia sul loro rispetto. E’ insomma quell’organo tecnico indipendente che garantisce che le gare non vengano decise solo dalla politica.

La ripartizione 37 è quell’organo tecnico che ha mostrato in passato di essere davvero indipendente: quando per esempio ha dato parere negativo sul potenziamento richiesto dalla Stein an Stein per la centrale di Mezzaselva, che poi la Giunta provinciale ha ribaltato in un parere positivo.

La ripartizione 37 è quell’organo tecnico che ha scartato per la centrale di Sant’Antonio il progetto SEL, votato invece come il migliore sempre dalla giunta provinciale.

E’ proprio dalla difformità tra pareri dei tecnici della ripartizione 37 e decisioni delle giunta provinciale che parte un filone delle indagini in corso da parte della Procura di Bolzano.

Adesso la giunta propone di cancellare questa ripartizione troppo indipendente, disperdendo i suoi uffici di qua e di là. L’ufficio elettrificazione in particolare, finirebbe nel mare magnum dell’agenzia per l’ambiente, cosa che finisce per mescolare le procedure amministrative di concessione – proprie dell’ufficio – con le funzioni di controllo proprie dell’agenzia.

Tra l’altro, nella fretta di smembrare, indebolire e disperdere vi siete dimenticati della distribuzione, proprio nel momento in cui è stata acquisita la rete ENEL. Demolita la ripartizione, infatti, l’ambito della distribuzione non compare in nessuna delle funzioni attribuite all’Agenzia per l’ambiente: è semplicemente scomparsa.

Il risultato di tutta questa operazione è che nel campo delle concessioni idroelettriche la parte tecnica viene indebolita e la politica si riserva maggiore spazio di manovra nelle sue decisioni, cioè l’esatto opposto di quel che bisognerebbe fare!

E ciò avviene in un momento in cui il settore delle concessioni è interessato da un’inchiesta della magistratura ed è in una fase di profonda ridefinizione, che avrebbe bisogno di una guida sicura e punti di riferimento amministrativi solidi e al di sopra di ogni sospetto.

Anche qui chiediamo alla Giunta di essere coerente con le proprie promesse: correttezza, trasparenza, distinzione dei ruoli. La ripartizione 37 va lasciata al suo posto, almeno fino a quando le vicende che interessano SEL e l’energia non si saranno tutte definitivamente chiarite!

Concludo dicendo che noi abbiamo apprezzato il cambio al vertice della SEL: ma abbiamo anche avvertito che è solo un primo passo e molto resta da fare, con coerenza e rigore. La politica dovrà prima o poi assumersi la sua parte di responsabilità, perché è immorale scaricare tutto sui vecchi dirigenti usandoli come capro espiatorio per salvare i politici che quei dirigenti hanno nominato, sostenuto e protetto.

Io sono convinto che per quei politici il tempo è contato e che la resa dei conti arriverà molto prima di quanto noi possiamo immaginare e loro si illudono.

Solo così, solo dopo aver fatto fino in fondo pulizia, il passerotto di nome SEL potrà cercare di diventare un’aquila.

Riccardo Dello Sbarba

13 dicembre 2011

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 10 ottobre 2011

Censimento? Disobbedisco

Ho in mano la scheda del censimento etnico e mi domando perché non ho nessuna voglia di dichiarami italiano.

In fondo, cosa me lo impedisce? Adoro gli spaghetti, conosco Dante a memoria e parlo – anche in tedesco – con spiccato accento toscano. E allora, che m’impedisce di dichiarami italiano?

Rileggo il facsimile del modulo. Qui non mi si chiede che cosa sono, non gliene frega niente degli spaghetti, di Dante o del mio accento toscano. Qui mi si chiede “di appartenere al gruppo linguistico sotto indicato…”. Mi si chiede di mettermi addosso una divisa, di schierarmi, di in-grupparmi. E a me di in-grupparmi proprio non va.

Si dice “gruppo linguistico” per non dover dire “etnico” che puzza di razzismo. Ma anche un “gruppo linguistico” è un oggetto altrettanto arbitrario. Con la lingua che si parla non ha nulla a che vedere, né con la cultura – e per favore, evitiamo la retorica patriottica. Famiglie intere di cinesi di Bolzano si dichiareranno italiani o tedeschi senza tanti complimenti. Facciano pure, ma io non ci sto. Non appartengo. Mi dispiace. Non torno nel gregge solo perché hanno riverniciato il recinto.

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Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 15 settembre 2011

Migranti, la legge della paura

Con 20 anni di ritardo, anche il Sudtirolo avrà la sua legge sull’ “Integrazione delle cittadine e dei cittadini stranieri”. Ma quello presentato dalla Giunta è un testo dettato dalla paura, che  cita esplicitamente come principio ispiratore lo slogan “Fordern und Fördern” (pretendere e sostenere, – dove pretendere viene prima) che è il titolo del programma sull’immigrazione della CSU in Baviera (benché l’assessore firmatario della legge sia  del PD). Questa è la relazione di minoranza che ho letto in aula come consigliere dei Verdi-Grüne-Verc

 Deludente, debole, inefficace: questi sono alcuni tra gli aggettivi con cui il disegno di legge provinciale nr 89/11 “Integrazione delle cittadine e dei cittadini stranieri” è stato definito dalla maggioranza delle associazioni, degli enti e delle istituzioni che hanno partecipato all’audizione tenuta in Consiglio provinciale il 2 maggio scorso.

AUDIZIONE INASCOLTATA – Tra i tanti intervenuti all’audizione, voglio citare il presidente della Caritas diocesana Heiner Schweigkofler che così si è espresso:

“Una legge (…) nel migliore dei casi può contribuire a che tutte le forze sociali agiscano insieme per raggiungere l’obbiettivo dell’integrazione. In questo modo il pregiudizio verso gli stranieri potrebbe trasformarsi in accoglienza verso nuovi cittadini. Ma per adempiere a questa funzione questa legge, nell’attuale testo, ci appare troppo debole e troppo poco articolata.

Il tema dell’integrazione, che in Austria, Germania e Svizzera è curato da specifici uffici federali, qui viene sottovalutato. Un esempio di questo è il finanziamento di un massimo di 50.000 euro previsto nella legge. Un altro esempio è la collocazione del Coordinamento in una posizione subordinata all’interno della ripartizione lavoro e un ultimo esempio è il modo in cui viene trascurato il livello locale (cioè comuni e comprensori, ndr).

Questa legge – continua Schweigkofler -  non considera il cittadino immigrato come un nuovo cittadino fin da subito, ma come membro di un gruppo sociale che, certo, si può aiutare, ma al quale – in forza della sua posizione giuridicamente svantaggiata – possono essere addossati anche speciali doveri. Questo modo di vedere le cose indebolisce la solidarietà tra le persone, trasferisce lo svantaggio giuridico dello status di “straniero” anche nella dimensione sociale e trasmette l’impressione che i conflitti vadano ricondotti a quel gruppo e non rappresentino invece un comune problema sociale ([1])”.

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Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 26 agosto 2011

Lampedusa, porta d’Europa


Sul molo a sud ci sono 25 sacchi blu, uno accanto all’altro. Dentro ogni sacco c’è il cadavere di un giovane uomo, due sono giovani donne. Provengono quasi tutti dall’Africa sub-sahariana. Partiti da un porto libico vicino a Tripoli, sono morti in mare asfissiati in una stiva trasformata in camera a gas.

Sul molo di fronte ci siamo noi, con una pietra gelata nel cuore. Si parla piano, come in chiesa, o a un funerale. “Stavolta, purtroppo, meschini…” sussurra il vecchio pescatore che abita sul porto. Ha le lacrime agli occhi: “Sono arrivati all’alba”.

Abbiamo scelto quest’anno Lampedusa anche per solidarietà coi lampedusani. Per dire loro che quel che hanno passato non ci fa paura, ma è un motivo in più per andare. Loro sorridono. Non per nulla le associazioni del volontariato hanno lanciato l’iniziativa “Io vado a Lampedusa”, appello a cui anche noi abbiamo risposto. Ma chi ti ospita si affretta a rassicurarti: “Vedi? Non si vede niente!”. Niente migranti per strada, niente caos. Il turismo è crollato lo stesso: meno 80%. “Passerà” ti dicono. Invece si stupiscono se gli dici che proprio per vedere sei venuto, per capire. Siamo preparati. Ma quello che vediamo oggi, primo d’agosto, toglie il respiro.

Il sole abbaglia sul porto di Lampedusa. Il silenzio è rotto solo dal tintinnìo delle vele mosse dal vento. Senza dire una parola laggiù sul molo si muovono i medici legali con le tute bianche e la protezione civile con le tute gialle. Si piegano sui sacchi blu e si rialzano, lentamente, come sospesi nel vuoto, come astronauti sulla Luna.

Noi siamo dall’altra parte, gelati nel sole d’agosto.

Che stesse succedendo qualcosa s’era capito il giorno prima. Dopo una settimana di tempesta il mare s’era abbassato e lo scirocco era girato a maestrale. A metà mattina la nave grigia da guerra della Guardia di Finanza era partita a razzo, poi due motovedette arancione della Guardia Costiera. Le abbiamo seguite con lo sguardo fino all’orizzonte, poi siamo corsi verso il centro di accoglienza, una vecchia caserma nascosta in contrada Imbriacola, fuori paese. I carabinieri avevano già sbarrato le strade d’accesso. “Arrivano?” abbiamo chiesto. “Arriveranno” ci hanno risposto.

Abbiamo atteso fino a notte fonda che tornassero, la nave grigia da guerra e le vedette arancione. Niente. Sulla piazza che domina il porto si proiettavano i film di “Lampedusa festival”, intitolato: “Approdi e speranze”. Il primo premio è una piccola barca costruita dai ragazzi africani con legni dei barconi che li hanno portati sull’isola. Scorrono una dopo l’altra sullo schermo storie di migrazioni e di Mediterraneo. In mare si sta consumando una tragedia che neppure i vecchi dell’isola avevano visto mai.

Nella notte i mezzi di soccorso raggiungono il barcone alla deriva. 15 metri, azzurro, privo di tutto: senza radar, radio, luci, nulla. Prima dell’ultimo viaggio è stato spogliato di tutto ciò che può avere un valore. E caricato oltre ogni limite: questo tiene al massimo 20 persone, ne trasporta 271. Basta che riesca a galleggiare, arrivare in acque italiane e lì essere soccorsa.

La tragedia è nel vano motore: lì, ammassati l’uno sull’altro, i finanzieri scoprono 25 cadaveri. Sono stati chiusi lì dentro alla partenza, raccontano i sopravvissuti. Erano almeno in 50. Quando il gas di scarico ha tolto loro il respiro, hanno cercato disperatamente d’uscire, ma gli scafisti li ricacciavano dentro a bastonate: dicevano che la barca si sarebbe rovesciata. Qualcuno ce l’ha fatta lottando. Due sono morti col cranio sfondato. Uno è stato gettato in mare dagli scafisti. Gli altri sono rimasti a morire come topi. Raccontano anche che con loro altri 5 barconi sono partiti. Risultano dispersi.

Il giorno dopo è proclamato il lutto cittadino. La rassegna del cinema e ogni altra iniziativa viene interrotta. L’isola sprofonda nel silenzio.

L’organizzazione militare è rapida e segue l’ordine del governo: nulla si deve vedere. Gli adulti vengono portati subito all’Imbriacola e i minorenni all’ex base USA Loran a Punta Ponente, la più a Ovest dell’isola, quella contro cui Gheddafi nel 1986 lanciò due missili Scud finiti in mare: così il mondo seppe che Lampedusa esisteva e il turismo cominciò a farne la sua meta. Paradossi d’altri tempi.

Ora entrambe le strutture sono chiuse da reti e mura. Sono carceri, sebbene alla Loran ci siano minorenni e all’Imbriacola chi proviene dalla Libia abbia diritto allo status di rifugiato.

Già il giorno dopo cominciano i trasferimenti. 30 tunisini  vengono imbarcati sulla nave per la Sicilia da dove – secondo l’accorto con la Tunisia – saranno rimpatriati.

Li vediamo sulla banchina. Scendono dall’autobus dai vetri oscurati scortati dai carabinieri. A ciascuno viene dato un sacchetto azzurro col cibo e i pochi averi. Vengono spinti sulla nave e rinchiusi in un settore del ristorante requisito e sbarrato. “Ciao ragazza, come va?” ci saluta un giovane coi riccioli neri. “Come va a te?” risponde lei. Lui sorride come dire: io bene, sono arrivato. Non sa che lo aspetta il rimpatrio.

Se devono andare in bagno vengono accompagnati: “Ricordati che in Italia si tira lo sciacquone!” gli sibila un carabiniere.

I lampedusani no, i lampedusani hanno dato l’anima per questa gente, quando in primavera il governo li ha lasciati soli e loro, solo loro, hanno dato cibo, vestiti, riparo, assistenza e conforto ai migranti.

Non era la prima volta che qualcuno sbarcava a Lampedusa. Nell’estate di 5 anni fa arrivarono in 40 mila e non ci furono drammi. Sempre sono sbarcati, in quest’isola più a sud di Tunisi, più vicina all’Africa (113 km) che alla Sicilia (oltre 200 km), perfino geologicamente appartenente alla piattaforma continentale africana.

In primavera con la guerra ne sono arrivati tanti, è vero, ma la situazione poteva essere gestita. Il governo italiano ha preferito usare l’isola come capro espiatorio, l’ha abbandonata a se stessa e ha lasciato che i migranti – sotto l’occhio delle tv di tutto il mondo – si ammassassero in quella che ora chiamano “la collina della vergogna”, un’altura a lato del porto nei cui vecchi bunker migliaia di disperati hanno bivaccato, dormito, mangiato, defecato per settimane.

Così il ministro Maroni ha voluto provocare lo scandalo: per imporre alla Tunisia l’accordo sui rimpatri e all’Unione europea un aiuto finanziario. Avuto l’accordo, tutto si è normalizzato. Salvo il turismo di cui vive l’isola, che ora è al disastro.

Dopo di che, Berlusconi ha mandato l’esercito. L’isola è stata occupata da 500 tra finanzieri, carabinieri e polizia. Alcuni alberghi sono stati requisiti. Il centro delle operazioni è stato installato nella sede dell’”Area marina protetta”, sfrattando gli uffici del parco naturale. Ed è ricominciato anche il solito carnevale all’italiana: il presidente della cooperativa che gestisce il centro di accoglienza è ora indagato dalla magistratura che lo accusa di aver prolungato la permanenza dei migranti per gonfiare i rimborsi dello Stato – 45 euro al giorno per immigrato. I soggiorni gonfiati equivarrebbero a 12500 giorni: qualcuno specula sul sovraffollamento.

Al molo sud del porto sono ormeggiati gli ultimi barconi sequestrati, che nessuno chiederà indietro. Altri due enormi cimiteri di barche sono a terra, uno al campo sportivo e l’altro alla base Loran. Sulle prue si leggono nomi scritti in arabo.

Ai morti è stato dedicato un posto nel cimitero. I lampedusani per tradizione si fanno seppellire in cappelle in muratura: casette a tre, quattro piani in una caotica città dei defunti. I soli seppelliti in terra sono i migranti. All’ombra d’un grande oleandro bianco stanno croci di legno con un numero e l’anno d’arrivo. Su ogni croce un santino dal titolo “Morire di speranza”, affisso dalla comunità di Sant’Egidio in occasione della “preghiera per le vittime dei viaggi verso l’Europa”: “Amate dunque lo straniero, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”.

Il volontariato e la cultura sono gli unici sostegni per l’isola. Nessuno qui dimentica che, quando la Tunisia era Francia, erano i lampedusani ad emigrare laggiù per lavoro. Il più importante luogo sacro di Lampedusa è il santuario della “Madonna di Porto Salvo”, cioè del “porto che salva”, per secoli gestito insieme da monaci cristiani e musulmani, in cui naviganti arabi, turchi e cattolici hanno trovato asilo ripagandolo con doni.

Al festival del cinema di Venezia è in concorso un film che si chiama “Terraferma”, è stato girato sulla vicina Linosa da Emanuele Crialese e ha come protagonista della sua stessa storia una donna eritrea, Timnit, sbarcata a Lampedusa con un gommone nel 2009. Erano partiti in 78 dalla Libia e arrivarono in cinque, dopo essersi dissetati per 21 giorni con la propria urina.

A Linosa Mimmo Cuticchio, l’ultimo erede della tradizione del teatro dei “pupi”, i grandi burattini siciliani, ha messo in scena un Ulisse pellegrino e naufrago che nell’Ade incontra una madre affogata in mare col proprio figlio in un Mediterraneo che – secondo i dati dell’Onu – ha inghiottito finora 13.000 migranti.

La politica invece è latitante. I 24 milioni stanziati dall’Europa per Lampedusa nell’isola non sono mai arrivati. Né è più comparso Berlusconi, neppure nella meravigliosa “villa delle palme” a cala Francese che, con un colpo di scena, comprò a primavera per poter dire: anche io sono lampedusano. Poi ha scoperto che la villa è troppo piccola per lui e la sua scorta e ora il sindaco sta cercando di realizzare una permuta con un’altra villa, più grande: come se non avesse nulla di più importante da fare.

Lampedusa, da sempre luogo di arrivi e passaggi. Solo da quando la fortezza Europa ha chiuso le sue porte sono diventati viaggi della disperazione e della morte.

Lampedusa della solidarietà, della cultura, del mare tanto bello che commuove, del parco marino e dell’impegno ambientalista per la salvezza della spiaggia dove le tartarughe depongono le uova. Lampedusa dei pesci tropicali, i coloratissimi pesci pappagallo, i pesci civetta dalle grandi ali azzurre, gli inquietanti granchi dalle lunghe chele venuti dall’oceano indiano – esseri migranti pure loro. Lampedusa abbandonata, umiliata, sola.

A cala Sponsa, sulla costa sud, Lampedusa ha voluto erigere “La porta dell’Europa”, realizzata dall’artista Mimmo Palladino col sostegno dell’UNHCR, l’agenzia per i rifugiati dell’Onu. Alta 5 metri e larga 3, in ferro e ceramica, l’enorme porta si vede dal mare. Ha i colori della terra dell’isola, che poi sono quelli del deserto. E’ ricoperta di oggetti trovati sui barconi: scarpe, scodelle, bicchieri. Nel testo affisso all’inaugurazione, nel 2008, sta scritto: “In omaggio ai migranti che vengono dal Sud e dall’Est ad accudire i nostri anziani, pulire le nostre case, mandare avanti le nostre fabbriche e i nostri campi, portando lavoro, umiltà, energia e un enorme desiderio di riscatto”.

Lampedusa della pazienza e della civiltà.

(Pubblicato in tedesco sul settimanale “ff, die Südtiroler Wochenmagazin” il 25 agosto 2011)

“La baia dei Conigli a Lampedusa è la piscina di Dio” (Domenico Modugno, che lì decise di vivere le sue ultime ore di vita, guardando il mare).

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 21 luglio 2011

Più democrazia a minor costo

Trasparenza, controllo, sobrietà: una riforma della politica che elimini i privilegi e dia più forza al potere legislativo e ai cittadini.

L’attuale protesta contro i “costi della politica” nasce dalla grave crisi finanziaria, che impone sacrifici a tutti, e dal triste spettacolo di una classe politica che mette in salvo i propri stipendi e perfino le vituperate province. Bisogna però non cadere nell’inganno: il problema più grosso dell’Italia non si chiama “casta”, si chiama Berlusconi. Nessuna manovra economica funzionerà se l’Italia continuerà ad essere guidata da una classe dirigente screditata in tutto il mondo. La prima urgente riforma è dunque mandare via Berlusconi con tutta la sua corte e dare al Paese un governo che abbia la forza, il consenso e il rigore di un nuovo “Comitato di Liberazione Nazionale”.

Solo così sarà possibile una riforma etica delle istituzioni, cominciando da noi: Regione e Provincia. Qualche passo l’abbiamo fatto: eliminazione dei vitalizi, blocco delle indennità, ritocchi alle maggiorazioni. Il lavoro va completato, senza però agitare specchietti per le allodole. Non è serio per esempio l’assessore che propone di tagliare i rimborsi che non lo sfiorano perché lui continua a spostarsi gratis sull’auto blu.

Provo invece a fare qualche proposta più seria:

  1. Va approvata una legge che limiti le spese elettorali di candidati e candidate e li obblighi a una documentazione trasparente e rigorosa. Gli “appetiti di casta” nascono dalle campagne elettorali milionarie. Con un tetto massimo di 28.000 euro a candidato (è la proposta verde) si ferma lo sperpero e si danno a tutti pari opportunità.
  2. La Regione è sovradimensionata. Le sue residue funzioni amministrative vanno passate alle Province, lasciando alla Regione il compito di coordinare le politiche comuni. Eliminare l’apparato regionale consentirà forti risparmi di spesa.
  3. Ai finanziamenti in denaro ai gruppi consiliari va preferita la messa a disposizione dei mezzi materiali per fare politica.
  4. Ogni esborso in denaro deve essere comunque motivato, documentato e trasparente, in modo che non diventino finanziamenti occulti ai partiti.

Ci sono poi tante altre piccole riforme da studiare: eliminare i doppi benefici, ridurre fondi personali di rappresentanza di Giunte e Uffici di presidenza, pagare i membri della Giunta a livello trentino (oggi Durnwalder ha una maggiorazione doppia di Dellai), rivedere l’uso delle auto blu e così via. E certamente vanno verificati gli stipendi-base dei consiglieri, oggi troppo alti.

Tuttavia, su una cosa bisogna avere le idee chiare: quale tipo di consiglieri e consigliere ci servono per una Provincia autonoma che fa leggi e gestisce 5 miliardi all’anno? Quale tipo di “parlamento provinciale” può garantire democrazia e trasparenza di fronte a una Giunta (e a decine di società pubbliche) già così potenti e intolleranti verso ogni controllo?

C’è chi propone consiglieri a tempo perso in un “parlamento serale” : costano meno, certo, ma ciò equivarrebbe a una delega in bianco a Durnwalder e ai suoi assessori, unici politici rimasti a tempo pieno.

Vogliamo questo? Io non lo voglio, perché credo che in Alto Adige ci sia semmai bisogno di più controllo, più trasparenza, più democrazia, più pluralismo e tutto questo ha un costo che va pagato. Il non controllo alla fine ci costerà molto di più.

Se dunque vogliamo ancora avere in Consiglio provinciale persone in grado di fare leggi, analizzare bilanci, tenere contatti coi cittadini e dare filo da torcere a chi gestisce il potere, allora servono parlamentari a tempo pieno. A condizione che il tempo pieno sia davvero tale: l’attività di consigliere provinciale deve essere incompatibile con qualsiasi altro lavoro (vedi avvocati, commercialisti ecc…). Per il resto, la persona eletta deve disporre dei mezzi per esercitare il proprio mandato, usandoli con parsimonia e trasparenza, al servizio dei cittadini e non come privilegio.

La ricetta è semplice: più democrazia a minor costo. Si può fare.

(pubblicato sul giornale Alto Adige del 21 luglio 2011)

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 14 giugno 2011

Migranti: la Giunta respinge

LEGGE SULL’INTEGRAZIONE: LA GIUNTA FA LA FACCIA CATTIVA, PARLA DI INTEGRAZIONE MA INTENDE ASSIMILAZIONE, NEGA ELEMENTARI DIRITTI, PROPONE UNA LEGGE A COSTO ZERO E METTE I MIGRANTI IN MINORANZA PERFINO NELLA “LORO” CONSULTA.

Nella quarta commissione legislativa del Consiglio provinciale l’assessore Bizzo e la Svp si sono ostinati per tutta la giornata a respingere ogni proposta di miglioramento. Arrivati all’articolo 7 della legge, la maggioranza si è mostrata sorda a ogni buon senso.

Dunque la Giunta vuole portare a casa una legge blindata,  assolutamente inadeguata. Una legge che fa la “faccia cattiva” verso gli immigrati, pretende un’integrazione “a costo zero” e la mette tutta a carico degli stranieri, che finiscono in minoranza perfino nella Consulta sull’immigrazione. La Giunta ha mostrato di ignorare completamente tutti i pareri pervenuti  dai Comuni, dalle Comunità comprensoriali, dalla Caritas dai sindacati, dalle associazioni degli stranieri, dal volontariato, perfino dagli imprenditori.

Una legge fatta con la “paura della destra e del populismo” e per questo ridotta ai minimi termini. Eppure oggi questa “minaccia della destra” si è dimostrata una tigre di carta. Gli unici emendamenti proposti erano quelli dei Verdi, numerossissimi su ogni articolo. La destra italiana ha invece disertato la commissione legislativa, la destra tedesca (i Freiheitlichen) non hanno fatto alcuna proposta e si è limitata nella maggior parte dei casi ad astenersi sui diversi articoli (talmente vuoti da essere considerati accettabili anche da loro).

Una legge debole comunque non impedirà alla destra di dare l’attacco in aula con i soliti argomenti populisti. Ma una legge debole sarà difficilmente difendibile da chi ha a cuore la vera integrazione!

Quel che è peggio, infatti, è che una legge così è uno schiaffo in faccia a chi ogni giorno lavora sui temi dell’accoglienza e della migrazione e sottovaluta la maturazione della nostra società. Chi lavora sul campo sa che la fase della paura e del populismo è in gran parte passata, che la gente ha capito che la migrazione è un dato di fatto da affrontare con realismo e ciò che oggi chiedono le persone sul territorio sono strumenti efficaci e mezzi a disposizione per vincere la sfida dell’integrazione.

Per la (vergognosa) cronaca, ecco – riassunte – le proposte più importanti che l’assessore HA RESPINTO:

Ø     UNA LEGGE A COSTO ZERO: Non è stato accettato di mettere a disposizione maggiori risorse finanziarie e di personale per chi – dai Comuni e le Comunità comprensoriali fino al volontariato – lavora sull’integrazione.

Ø     INTEGRAZIONE A SENSO UNICO: Non è stato accettato di sostenere anche la madrelingua d’origine delle persone migranti. Respinta la proposta che, nel pretendere dagli stranieri l’apprendimento delle lingue locali, la Provincia metta a disposizione finanziamenti adeguati. Non è stato accettato di promuovere la partecipazione alla vita pubblica (per es diritto di voto ai referendum comunali) delle persone di origine straniera.

Ø     DIRITTI NON RICONOSCIUTI: Non è stato accettato di prevedere speciali interventi per rifugiati, apolidi, richiedenti asilo e persone tutelate da protezione internazionale (particolarmente attuale con l’emergenza in Nord Africa). Respinta la proposta di distinguere tra migranti con permesso di soggiorno ordinario e migranti con carta di soggiorno di lungo periodo secondo le direttive europee (grazie alle quali hanno maggiori diritti).

Ø     A COORDINARE IL TUTTO UN SEMPLICE “SERVIZIO”: Non è stato accettato di affidare il compito centrale del coordinamento degli interventi almeno ad un Ufficio provinciale: il coordinamento resta un semplice “servizio” della Ripartizione lavoro.

Ø     UNA CONSULTA PER GLI IMMIGRATI SENZA POTERI, DOVE GLI IMMIGRATI SONO MESSI IN MINORANZA: respinta la proposta di aumentare il numero dei rappresentanti stranieri e che essi siano eletti dagli stranieri stessi. Nella Consulta gli stranieri restano minoranza (8 su 19) e vengono scelti dalla giunta provinciale.  Inoltre, respinta la proposta di non sottoporre alla proporzionale le rappresentanze di sindacati, imprenditori e volontariato, e pure respinta la proposta che la Consulta sia convocabile da 1/3 dei membri: resta convocabile Solo con le firme della metà dei membri, firme che gli stranieri da soli – essendo in minoranza – non avranno mai. Non è stato dato alla Consulta per l’immigrazione maggiori poteri nell’esprimere i propri pareri su diverse materie, con la certezza che questi parerei contino qualcosa (respinta perfino la proposta che la Giunta, se non accoglie i pareri, debba almeno spiegare perché).

Ø     IL PROGRAMMA PLURIENNALE SULL’IMMIGRAZIONE RESTA “COSA LORO”: Respinta la proposta che il programma pluriennale sull’immigrazione sia elaborato consultando Comuni, comunità comprensoriali, sistema scolastico, associazioni ecc… Il programma se lo fa la Giunta e stop! Respinta anche la proposta di una conferenza triennale sull’immigrazione che faccia il bilancio del programma.

Ø     UN CENTRO ANTIDISCRIMINAZIONE SOTTOPOSTO ALLA PROVINCIA: Respinta la proposta di collocare il Centro antidiscriminazione presso la difesa civica, come chiedeva anche il Consiglio dei Comuni, nonché tutte le associazioni di volontariato, Caritas diocesana in testa. Il Centro non ha alcuna autonomia e resta dentro la ripartizione lavoro. Questo era considerato uno dei passaggi fondamentali della legge! Respinta la proposta che il Centro antidiscriminazione invii ogni anno una relazione a Consiglio provinciale e Comuni.

Emendamenti dei Verdi APPROVATI DALLA cOMMISSIONE:

Che l’integrazione non solo si “disciplina” ma anche si “promuove”.

Che il programma pluriennale sull’integrazione lo fa l’assessorato (si erano perfino dimenticati di dire chi fa il programma!).

Che il “servizio di coordinamento” avrà personale adeguato (questo è importante).

Che nelle discriminazioni vanno comprese anche quelle dovute “all’orientamento sessuale e alla disabilità” (se l’erano dimenticate!)

Che l’apprendimento linguistico si fa anche “sul posto di lavoro”.

Che conoscere le lingue non è solo finalizzato a “assolvere ai propri doveri” ma anche a “esercitare i propri diritti” (possibile che vada combattuto per inserire questo semplice concetto?).

Venerdì prossimo 17 giugno la Commissione si riunisce di nuovo e noi daremo ancora battaglia per migliorare quel che è ancora migliorabile.

Consigliere provinciale Riccardo Dello Sbarba, membro per i Verdi della IV Commissione Legislativa.

Post scriptum: incredibile ma vero, l’assessore competente è del PD.

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 2 maggio 2011

Energia: i cittadini vincono sul Palazzo

COSA LORO? La firma degli accordi tra Sel ed Edison

L’ENERGIA RIPORTATA DAVVERO “A CASA”: NELLA CASA DELLA DEMOCRAZIA.

Pubblico qui l’editoriale di Florian Kronbichler sul “Corriere” di domenica 1 maggio, che spiega bene il senso di questa battaglia per la legalità e la trasparenza.

Strozzato fra trono e altare (il matrimonio regale e la beatificazione papale), rischia purtroppo di passare in sordina l’evento clou della politica locale, ossia la consegna ai consiglieri provinciali Verdi, Riccardo Dello Sbarba e Hans Heiss, dei contratti stipulati dalla Sel con le società Edison ed Enel.

Un evento clou sia per come ci si è arrivati, sia per le conseguenze che ne derivano. Ciò che è accaduto costituisce una pietra miliare sulla via sudtirolese alla democrazia compiuta: un progresso in termini di legalità e trasparenza. Senza esagerare, infatti, possiamo dire che sono stati recuperati al controllo democratico i due più preziosi patrimoni della nostra terra: l’acqua e l’energia elettrica.

Purtroppo non è stata l’istituzione politica, nella persona del Landeshauptmann, a garantire i nostri diritti, il che rimarrà come un punto nero nella storia, ma ci si è arrivati attraverso lunghe vertenze giudiziarie. Onora i due consiglieri Verdi il fatto che non si siano fatti intimidire da costi e maldicenze (il ricorrere alle carte bollate è tuttora «criminalizzato»). Con sentenza giudiziaria ora è consacrato il diritto di ogni consigliere provinciale (e non solo dei due Verdi che il diritto l’hanno conquistato) di prendere visione degli atti della società energetica.

Più importante ancora è la conseguenza implicita che si deduce dal verdetto: la Sel, pur essendo formalmente una società privata, è e rimane sostanzialmente pubblica, quindi nostra, dei cittadini, non solo dei suoi azionisti. La sentenza emessa dal supremotribunale amministrativola fa finita con quelle privatizzazioni fantasma –tipo Ferrovie, Poste o Enel—e con il vizio di privatizzare le decisioni nonché i profitti e di socializzare invece solo i costi. Ora è stabilito: la Sel è azienda pubblica, checché ne abbia da ridire la schiera di principi del foro mobilitati da Provincia, Sel, Edison ed Enel.

Provincia e Sel ora faranno bene a non perseverare. La testardaggine con cui hanno negato un diritto democratico è costata loro già parecchia credibilità. Aver «riportato a casa» dallo Stato l’energia elettrica può considerarsi il maggior successo materiale di tutta la politica autonomista (sei miliardi di chilowatt/ore!). È la cassaforte dell’autonomia. La Provincia avrà avuto i suoi buoni motivi per aver esteriorizzato la gestione del proprio tesoro e i dirigenti Sel lo terranno in buona custodia, niente da eccepire, ma sottrarre il tesoro del tutto al controllo democratico è stato un passo dispotico di troppo. Per una volta tanto i cittadini — attraverso i rappresentanti che ha eletto–si sono imposti. Più nobile sarebbe stato se ci fossero riusciti in sede politica.

Sono dovuti ricorrere alla via giudiziaria e non è simpatico. Ma rallegriamoci: c’è ancora giustizia, dunque c’è lo Stato di diritto.

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 20 febbraio 2011

Dakar, il Forum della diaspora africana

IL RACCONTO DEL FORUM SOCIALE MONDIALE, DAKAR, 6-11 FEBBRAIO 2011

Era il 1951 e il giovane studente senegalese Cheikh Anta Diop aveva solo 28 anni quando presentò all’università di Parigi la sua tesi di laurea in cui affermava che gli antichi egizi erano un popolo di origine e cultura nera africana. La tesi fu respinta da un’accademia che considerava la civiltà egizia un innesto di origine caucasica, secondo la convinzione europea che nell’Africa nera non poteva essere nato nulla di civile, figuriamoci i faraoni egiziani. Gli studi di storia africana erano allora dominati da studiosi che consideravano le popolazioni africane prive di un passato di rilevanza storica. Ed era contro questo colonialismo culturale che Diop voleva combattere la sua battaglia di giovane intellettuale senegalese.

Diop – storico, antropologo e fisico – dovette aspettare altri dieci anni finché, tornato a Dakar e ottenuto un laboratorio tutto per sé dove poteva fare esperimenti al radio-carbonio e studi sulla melanina delle mummie dei faraoni, riuscì finalmente a provare scientificamente quello che anni prima era stata solo un ipotesi antropologica: l’origine nera africana e autoctona dei faraoni. Non solo: dimostrò che molte delle lingue africane – come il wolof dell’Africa occidentale – non sono che lo sviluppo e la differenziazione a partire da un ceppo comune costituito proprio dall’antica lingua egizia.

Il corteo di apertura del Forum Sociale Mondiale 2011 si dipana per le grandi arterie del centro tra una festa di bambini che gridano e corrono e sbocca nel piazzale principale dell’università Cheikh Anta Diop di Dakar, intitolata al grande egittologo senegalese.

E’ il corteo della società civile africana: rispetto agli altri forum, pochi i partiti e gli slogan politici (ma si rifaranno nell’”assemblea dei movimenti sociali”, da sempre frequentata da marxisti-leninisti di ogni dove, Italia compresa), pochi i sudamericani (di solito dominanti, anche perché – da Lula in poi – grandi finanziatori del Forum), pochi gli europei, che si distinguono non solo per la loro pelle bianca, ma per l’età piuttosto avanzata a confronto di quell’Africa giovanissima, donna, canterina, ballerina, colorata e allegra che ci sfila intorno.

Non è un corteo che comincia oggi, 6 febbraio 2011. Molti spezzoni sono costituiti da “carovane” di gente partita da altri punti dell’Africa per incontrarsi qui, a Dakar. C’è la carovana araba, – Marocco, Algeria… – che porta  l’eco delle rivoluzioni in corso (ma i protagonisti hanno ben altro da fare nei loro paesi e sono venuti in pochi, anche se molto ascoltati e molto presenti). Ci sono numerose carovane dai paesi della fascia sub-sahariana: dal Burkina Fasu, dal  Mali, da Bamako, dalle città affacciate sul Niger, il grande fiume. E ci sono le carovane partite dal Sud: le Guinee, la Sierra Leone, la Nigeria. Tra le carovane, anche quella in bicicletta Bamako-Dakar – 1338 km – dell’Uisp della Toscana cui vengono tributati gli onori dell’impresa.

Ogni carovana, ogni settore del corteo, una buona causa: la difesa dell’agricoltura tradizionale, la lotta contro la rapina della pesca oceanica da parte delle flottiglie multinazionali, il diritto all’istruzione per tutti, la battaglia contro la desertificazione e la deforestazione, il diritto all’acqua, i diritti dei migranti ripetuti e scanditi ogni cento metri insieme all’atto d’accusa contro la “fortezza Europa” che respinge ed uccide sulle rotte del mare e alle frontiere. E ovunque una forte presenza di donne per le donne e i loro diritti.

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Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 19 febbraio 2011

Vetta d’Europa

VETTA D’EUROPA – Così Alexander Langer nel 1989 ribattezzò la “Vetta d’Italia”, nome dato al Klockerkarkopf nel 1904 dal nazionalista Ettore Tolomei, che si arrampicò fin lassù per lanciare simbolicamente il suo programma di colonizzazione del Sudtirolo. Se oggi si riuscisse a trovare un buon accordo sulla toponomastica che preveda un generoso bi- e trilinguismo, questa cima – che oggi divide – potrebbe essere ribattezzata nello spirito europeo di Alex a suggello dell’avvenuta riconciliazione.

Pubblico qui la dichiarazione delle Alpi che Alex ed altri/e lanciarono da lassù nel giugno del 1989.

Alpenerklärung

Kasern, Ahrntal, 4.6.1989

Die Alpen sind das größte und wichtigste europäische Gebirge. Von ihrem stabilen ökologischen Gleichgewicht hängt viel in Europa ab. Seine Auswirkungen sind im Wasserhaushalt, in den klimatischen Verhältnissen, in der Vielfalt der Flora und Fauna, in der landschaftlichen Schönheit, im Schutz der besiedelten Talgebiete vor Vermurung und Überschwemmung und in vielen anderen Bereichen nachhaltig zu spüren.

Jahrtausendelang war die ökologische Stabilität der Alpen durch ein einmaliges und großartiges Gleichgewicht zwischen natürlicher Lerbensgrundlage und menschlicher Bewirtschaftung gewährleistet. So konnten die Alpen gleichzeitig und maßvoll eine Vielfalt von Funktionen erfüllen: von der Land-, Wald- und Weidewirtschaft zum Paßverkehr, vom Siedlungsgebiet zum Wirtschaftsraum, vom Kulturland zum Erholungsgebiet.

Heute sind dieser Ausgleich und diese Stabilität schwer gefährdet, eine hohe Überbelastung und allzu kurzsichtige Ausbeutung der Naturschätze der Alpen rufen Störung um Störung hervor, zahlreiche Vorboten kündigen schon katastrophenartige Folgen an.

Massenhafter Durchzugsverkehr von Gütern und Personen (noch dazu vorwiegend auf der Straße), touristische Überbelastung vor allem in Ballungsgebieten, Verbauung und Zersiedlung, Erschließung selbst der Gletscher, Autobahnen, Straßen und Durchstiche, Übermechanisierung von Landwirtschaft und Sport, Verpestung und Verseuchung des Bodens, der Luft, des Waldes und des Wassers (bis zum Hochgebirge) durch Müll, Chemie, Schadstoffe aus Verkehr und Industrie, zusätzliche Belastung durch Militäranlagen und -Übungen, angeblich sportliche Großveranstaltungen, überflüssige sogenannte Forststraßen, Verödung und Erosion, Ausbreitung der Monokulturen und vieles mehr haben eine kolossale Gleichgewichtsstörung hervorgerufen, die in Kürze irreparabel zu werden droht.

Die Bewohner der Alpengebiete sind die ersten, aber nicht die einzigen Opfer dieser radikalen Beeinträchtigung. Die Entvölkerung vieler Alpentäler und die gleichzeitig auftretende übermäßige Bevölkerungsdichte in Ballungsgebieten, die Verdrängung echter angestammter Kulturen und ihre Verkümmerung zu Folklore, die zunehmende Abhängigkeit der Alpengebiete von den Metropolen sowie die immer mehr um sich greifende völlige Verkünstlichung des Verhältnisses zur Natur sind Anzeichen einer gefährlichen Verkehrung. Die Alpenwelt wird konsumiert statt erlebt.

Dabei ist doch bekannt, daß das Wohlergehen im Tal die Stabilität am Berg voraussetzt, und was “oben” in Ordnung ist, kann Störungen “nach unten” nur vervielfachen – zu bereinigen sind sie schwerlich.

Deshalb haben sich im Hinblick auf das immer stärkere Zusammenwachsen Europas – das sicher über die Grenzen der heutigen E.G. hinaus zu geschehen hat – Alpenbewohner und Bergsteiger aus verschiedenen Anrainerstaaten gemeinsam am Glockenkarkopf (“Vetta d’Italia”) getroffen, um diesen Grenzberg zwischen dem italienischen und österreichischen Staatsgebiet symbolisch als “Europaspitze” anzusehen und hier vor der Europawahl 1989 eine gemeinsame Absichtserklärung und Verpflichtung zu deponieren, der sich in Zukunft alle anschließen können, die diese Absichten und Verpflichtungen teilen. In diesem Geist wurde auch die Tafel mit der zweisprachigen Inschrift “Europaspitze – Friede den Menschen, Bruderschaft mit der Natur – Die Grünen / Vetta d’Europa – Pace tra gli uomini e con la natura – i verdi / 4.6.1989″ angebracht.

Alpen-Deklaration der europäischen Grünen

1. Die Alpen sind von zahlreichen Staatsgrenzen durchzogen. Heute haben diese Grenzen immer weniger Sinn und sollen bald ganz verschwinden. Wir wollen die Alpen als gemeinsame Heimat vieler kleiner und großer Völker betrachten, die keine Staatsgrenzen mehr brauchen, um einander zu respektieren und friedlich, freundschaftlich und solidarisch miteinander umzugehen.

2. Diese gemeinsame Heimat lebt von der Vielfalt der Völkerschaften, Sprachen, Kulturen, Überlieferungen und vom guten Zusammenleben zwischen ihnen. Wir wollen aus dem Alpenraum immer mehr ein zentrales und verbindendes Gewebe zwischen allen Menschen und Völkern Europas machen, das den Frieden bewahren und die gute Zusammenarbeit verbürgen soll.

3. Je mehr die Grenzen fallen und somit die Alpen nicht mehr von Rom, Wien, Bonn, Paris… aus regiert werden, desto wichtiger werden die regionalen Einrichtungen zur Selbstregierung und Selbstverwaltung. Wir wollen für das enge Zusammenwirken aller Alpenregionen und für die Verstärkung autonomer und föderaler Strukturen in ganz Europa eintreten.

4. Je mehr Europa zusammenwächst, desto mehr muß es sich um die Alpen als gemeinsames, unwiederbringliches, heute gefährdetes Erbe unseres ganzen Erdteils bemühen. Wir wollen dafür einstehen, daß das vereinte Europa den Schutz der Alpen als eine seiner großen Aufgaben wahrnimmt.

5. Die Bauern – und insbesondere die Bergbauern – des Alpengebiets waren bisher die wichtigsten Hüter dieser Natur- und Kulturlandschaft und des Gleichgewichts des Ökosystems Alpen. Wir wollen uns für die soziale, wirtschaftliche und kulturelle Absicherung und die ökologische Gesundung der bäuerlichen Landwirtschaft im Alpenraum besonders einsetzen.

6. Je mehr die Staatsgrenzen abzubauen sind, desto mehr gilt es heute, die natürlichen Grenzen der Belastbarkeit im Alpenraum zu erkennen und zu beachten. Die ökologische Stabilität ist gefährdet. Das Gleichgewicht zwischen Bewohnern und Besuchern, zwischen dicht und dünn besiedelten Gebieten, zwischen verschiedenen Nutzungsarten, zwischen Berg und Tal ist aus dem Lot gekommen. Wir betrachten die Wiederherstellung eines naturverträglichen Gleichgewichts im Alpenraum als vorrangige Aufgabe und wollen mit Nachdruck dafür eintreten und jede Störung und Verletzung vermeiden und bekämpfen, umso mehr als wir wissen, daß sie sich bergabwärts in katastrophalem Ausmaß vergrößern und vervielfachen wird.

7. Sanfte, schonende Bewirtschaftung der Alpen ist angesagt: Fremdenverkehr, Landwirtschaft, Industrie und Gewerbe, Sport, Verkehr, Energiegewinnung usw. müssen im Alpenraum ganz besonders maß- und rücksichtsvoll vor sich gehen. Großkraftwerke, Militärinstallationen, Großanlagen und -Veranstaltungen jeder Art, übertriebene wirtschaftliche Nutzungsarten oder gar geballte Monokulturen ökonomischer Ausbeutung haben in den Alpen nichts zu suchen. Wir wollen uns bemühen, das Bewußtsein der Bewohner und Besucher in diese Richtung anzusprechen und die nötigen Veränderungen ohne Verzug einzuleiten.

8. Die Alpen werden im Zuge der engeren wirtschaftlichen Verflechtung Europas immer öfter als ein zu überwindendes Verkehrshindernis betrachtet und mißhandelt. Wir wollen dafür einstehen, daß sich Verkehrswege und Verkehrsaufkommen den natürlichen Gegebenheiten anzupassen haben und nicht umgekehrt. Der Kampf vieler Alpenbewohner gegen die Verkehrslawine ist ein wichtiger Beitrag zum Umbau der europäischen Wirtschaft, hin zu mehr regionalem Gleichgewicht und somit weniger Transportzwang.

9. In den Alpen liegt ein wesentlicher Teil der europäischen Restbestände an unberührter Natur. Wir wollen uns dafür einsetzen, daß sie vor technologischer und ökonomischer Inbesitznahme geschützt wird.

10. Da die Alpen als besonders sensibles Ökosystem auf Beeinträchtigungen besonders schnell reagieren und die angestammten Alpenbewohner in ihren Traditionen und Rechtsordnungen eine besondere Veranlagung für eine naturschonende Symbiose mit der Umwelt entwickelt haben, wollen wir in Zusammenarbeit mit allen ähnlich gesinnten und engagierten Menschen und Organisationen darauf hinwirken, daß aus dem Alpenraum besonders aktive und überzeugungsfähige Impulse für die allseits notwendige ökologische Wende nach ganz Europa ausströmen.

Vom zukünftigen Europaparlament, von den anderen europäischen Institutionen – auch außerhalb der E.G. -, von den derzeit noch bestehenden Staatsregierungen und von den regionalen und lokalen Selbstverwaltungsgremien erwarten wir uns, daß sie positiv und sensibel auf die Anliegen dieser Alpen-Deklaration reagieren.

Alle Bewohner und Besucher des Alpenraums laden wir ein, gemeinsam in diesem Sinne bewußt zu werden und entsprechend zu handeln.

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 2 febbraio 2011

Nonostante

"Italiani, noi vi amiano. Nonostante". Manifesto dei Grünen in Germania

Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 23 dicembre 2010

Stelvio, il parco violato

I larici in Val Martello (foto Gianni Bodini)

Lo smembramento dello Stelvio sulle prime pagine dei giornali di oggi: Mauro Fattor sull’”Alto Adige” e Sergio Rizzo sul “Corriere della Sera”. Cosa dice la “norma spezzatino” e come la Provincia la userà per ridurre i confini, indebolire le tutele e fare regali ai cacciatori.

LE MANOVRE SUL PARCO

di Mauro Fattor (Alto Adige)

Un gran regalo di Natale. Ha ragione il presidente Durnwalder a parlare di giornata storica. La Volkspartei ha avuto in dote dal governo Berlusconi e dal ministro Frattini quello che Magnago e Benedikter non erano mai riusciti ad ottenere: il Parco dello Stelvio.

Cancellato il Consorzio, quello che resta a garanzia della gestione unitaria della più grande area protetta delle Alpi sono oggi molte chiacchiere e poca sostanza.

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Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 22 dicembre 2010

Stelvio, il parco fatto a pezzi

Nel più importante parco nazionale italiano la tutela dell’ambiente diventa “a geometria variabile”. Il governo Berlusconi svende il territorio, le giunte provinciali se ne approfittano senza consultare i comuni, i consigli provinciali e la cittadinanza. La Svp incassa il prezzo della “non sfiducia” al governo. Il PD protesta a Roma e Milano, ma vota a favore per Bolzano nella commissione dei 12.

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Pubblicato da: Riccardo Dello Sbarba | 2 dicembre 2010

Energia: come la Provincia, in segreto, regala milioni a Sel e Enel

Cardano negli anni '30

Mentre si avvicina in Consiglio provinciale il voto sulla famigerata “norma salva SEL”, noi Verdi abbiamo scoperto un nuovo sostanzioso regalo che la Giunta provinciale ha fatto a SEL e ENEL. Un regalo che equivale a diversi milioni di euro all’anno di mancate entrate nel bilancio provinciale, deciso (e questo è il colmo) non con legge e nemmeno con delibera di giunta, ma fissato semplicemente nel verbale della seduta della Giunta provinciale del 25 gennaio 2010. Un appunto che è stato tenuto segreto finora e che noi, avendolo scoperto, ci siamo fatti consegnare (vedi sotto).

Per riassumere: secondo l’articolo 25, comma 1 del regio decreto 1775/1933 la parte più grande degli impianti idroelettrici (gli edifici e tutti gli impianti idraulici, pari a circa l’80% del valore di una centrale) al momento della scadenza della concessione passa gratuitamente alla Provincia. La scelta ovvia è che la Provincia affitti poi tali impianti, indispensabili per la produzione idroelettrica, ai concessionari entranti, incassando così canoni d’affitto pari a diversi milioni di euro all’anno. Ciò è previsto del resto nella legge provinciale 20 luglio 2006, nr. 7, all’art. 19 “Disposizioni in materia di concessioni di grandi derivazioni a scopo idroelettrico”, che prevede che la Provincia fissi “l’ammontare del corrispettivo e le modalità per l’assegnazione o l’utilizzo” delle opere o degli impianti a lei passati in proprietà.

Ma la Giunta provinciale ha scelto la strada opposta: quella di cedere in uso gratuito tutti gli impianti ai concessionari entranti. La decisione riguarda le 14 grandi concessioni ex ENEL, 12 delle quali sono state assegnate com’è noto a SEL, che le farà confluire nella società Hydropower costituita insieme a ENEL.

Insomma, con questo regalo Hydropower (ENEL più SEL) risparmierà un sacco di soldi sottratti al bilancio provinciale, proprio mentre la Giunta piange miseria e annuncia tagli ai sussidi sociali, alla sanità, alla casa, alla scuola, al personale.

C’è da temere che questa „concessione d’uso gratuita“ sia parte dei riservati “accordi parasociali” che hanno portato alla costituzione di Hydropower. Non è spiegabile altrimenti la cocciutaggine con cui la giunta ha voluto imporre questa decisione, già una volta bocciata in Consiglio provinciale.

Infatti la “concessione d’uso gratuita” era già contenuta nell’ottobre 2009 in una legge Omnibus (ancora!) della giunta, ma fu cancellata in Commissione legislativa da un voto congiunto dei Verdi (Dello Sbarba) e dei rappresentanti Svp della Val Venosta (Noggler e Schuler). Dopo questa bocciatura, scopriamo ora che il regalo a Sel ed Enel è stato comunque deciso due mesi dopo dalla giunta provinciale con una semplice nota a verbale che recita;

“In riferimento alle grandi derivazioni a scopo idroelettrico, la Giunta provinciale, su istanza dell’assessore Laimer, stabilisce di cedere gratuitamente ai nuovi concessionari quella parte degli immobili per i quali è previsto il passaggio gratuito alla Provincia alla scadenza delle concessioni ENEL”.

Non risulta che qualche membro di giunta si sia opposto a questo ennesimo regalo a SEL e ENEL ai danni delle finanze pubbliche.

E’ questo l’ennesimo esempio di favoritismo della Giunta provinciale verso uno solo (SEL) dei produttori di energia e di concorrenza sleale verso le aziende elettriche dei comuni (come AE) e delle valli (come il consorzio venostano).

La Provincia, che dovrebbe fare da arbitro, favorisce la propria squadra con finanziamenti e leggi ad hoc.

Chiediamo a tutti i partiti, e in particolare al PD, di non collaborare a questa guerra contro le società comunali e di valle. Auspichiamo che si arrivi a un accordo giusto tra AE e SEL, ma finché esso non sarà raggiunto, faremo di tutto perché la Provincia non alteri ulteriormente le regole del gioco – con le norme della Omnibus e della finanziaria – a favore della SEL e contro AE. E chiediamo in particolare al PD di fare con noi questa battaglia.

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